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Non parlarmi del tuo amore

Non parlarmi del tuo amore
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Consegna prevista Giugno 2021
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Un buon marito, una bella casa con giardino, una figlia adorabile, una vita apparentemente perfetta. Maria ha tutto questo eppure qualcosa dentro di lei, qualcosa che non può fermare, la spinge per lunghi periodi dentro abissi dolorosi e profondi che le devastano il corpo e l’anima. Diego, suo marito, non ce la fa più a sentirsi addosso il peso di tutto questo. È stanco, ingrigito. Ha bisogno di respirare, di tornare a vivere. Sarà l’incontro con Anna a dargli una nuova speranza di vita, una vita in cui possano tornare prepotentemente a risplendere i colori e a moltiplicarsi gli odori. Inizia così il viaggio di Diego, di Anna e paradossalmente anche di Maria. Da questo intreccio di anime, dipenderà il destino e la svolta delle loro vite che li porterà a rimettere insieme i pezzi di un puzzle troppo a lungo lasciato incompleto. Un invito a trovare il coraggio di cambiare, riassaporare la vita e soprattutto un invito a ritrovare i valori della speranza, dell’amicizia, dell’amore.

Perché ho scritto questo libro?

La vita è un complicato intreccio di sentimenti, esperienze, pensieri. Un intreccio in cui ci si può perdere. Spesso ci si sente soli nell’affrontarla a viso aperto, ignorando che in altri spazi, in altri tempi, altri uomini e donne hanno vissuto o stanno vivendo le nostre stesse difficoltà. Poi inciampi in qualcuno che ti ascolta, ti sorride, qualcuno che prende in carico il tuo dolore, le tue paure e le trasforma, rendendole più leggere e vivibili, magari mettendole su carta per fartene dono.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Era solo qualche anno fa quando tutto è cominciato.

È lei. Ne sento parlare da sempre. Fino ad oggi però non l’avevo mai incontrata di persona ed ora, inaspettatamente, è davanti a me. Mi chiamo Giada e, a pensarci, mi sembra che non ci sia mai stato un momento della mia vita in cui lei non venisse citata, nominata o anche solo maledetta. Sono cresciuta con la sua ombra dietro le spalle e la depressione di mia madre, Maria, davanti agli occhi. Lei, a differenza di tutti noi, non ha mai avuto un nome o per lo meno non è mai stato usato a casa mia. È stata sempre e solamente “quella”. Quella, sì, questo è il nome con cui mia madre si è sempre rivolta a lei o con cui ha sempre parlato di lei con mio padre. Quando ero piccola non mi riusciva di capire bene chi fosse questa strana donna che, a detta di mia madre, le portava via il marito senza vergogna.

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Non capivo, perché in effetti, mio padre era sempre lì con noi. Non mi riusciva di capire le parole a volte disperate a volte rabbiose di mia madre neppure come fosse possibile portarsi via qualcuno pur lasciandolo al suo posto. Chiesi spiegazione a mio padre che mi strinse a sé e, accarezzandomi, mi disse che le risposte che cercavo le avrei trovate qualche anno più tardi sulle strade polverose della vita, ben nascoste, invisibili o incomprensibili ai più. Solo chi avesse amato di un amore disperato, capace di camminare in bilico lungo i fragilissimi fili invisibili di cui sono fatti i legami, avrebbe avuto la capacità di decifrarle e, finalmente, comprendere. Cresciuta all’ombra di questo mistero mi ci sono voluti anni per capire cosa intendesse dire mio padre. A causa di questa donna fantasma, la mia infanzia è volata via all’insegna dei continui litigi dei miei genitori, delle ricadute di mia madre nei suoi abissi di depressione, dei silenzi rassegnati di mio padre. Di lui ho ancora vivo e acceso dentro me il ricordo delle sue giornate in poltrona, in silenzio, con un libro tra le mani e il telefono accanto. Il volto spento che si illuminava ad ogni squillo, la sua voce incolore che acquistava un improvviso guizzo e che si arricchiva di inattese sfumature, per ripiombare nel silenzio appena la telefonata terminava. Avvertivo qualcosa di strano, di pericoloso, di sospeso, ma la mia essenza di bambina mi aiutava a non pensarci, presa com’ero dai miei giochi e dalle mie fantasie. Ricordo però bene quando tutto è iniziato. Ricordo che ero tutta presa a preparare polverose tortine di terra riarsa sotto l’ombra appena accennata di un piccolo ciliegio, assai provato dalla calura di quel lontano mese di agosto. Tutto intorno a me il silenzio delle prime ore del pomeriggio, quando tutti cercano un po’ di riposo nel chiuso delle loro stanze, appena appena illuminate dai pochi raggi di sole che riescono a penetrare tra le stecche delle persiane diligentemente tenute a libro e che lasciano filtrare, oltre alla luce, scie festose di minuscole particelle di polvere che sembrano danzare, instancabili e incuranti del caldo asfissiante, lungo quel fascio di luce. Riesco ancora a sentire il canto delle cicale, gli improvvisi fruscii delle lucertole impegnate ad oltrepassare le cortine di foglie verdi dei cespugli di bosso, l’improvviso destarsi degli alberi scossi da insistenti folate di vento caldo, vento d’Africa. Posso ancora avvertire il calore di quei soffi improvvisi sulle mie braccia nude di bambina, l’odore inconfondibile, a volte asfissiante, del caldo, dell’estate, del sole. Avevo sete, le invisibili nuvole di polvere sollevate dall’aria e prese in prestito dai miei dolci di terra riarsa, avevano reso la mia gola secca e asciutta, così rientrai, per bere. Man mano che mi avvicinavo alla casa, sentivo sempre più distintamente le voci concitate dei miei genitori. Quando entrai in cucina, vidi mia madre seduta al tavolo, un braccio a tenere sollevato un volto e una testa che il collo sembrava non volesse più sostenere. Spettinata, mi guardava attraverso due occhi resi fessure dal troppo pianto, rossi, gonfi, che sembravano dilatarle il volto fissandolo in smorfie grottesche e paurose. Tirando su col naso, raccogliendo ancora un po’ di forza, mi chiese cosa volessi. Mio padre, in piedi accanto a lei, si teneva appoggiato con le braccia al tavolo, chino, mi accennò un sorriso come a volermi rassicurare che tutto fosse in ordine, a posto. Mentre mia madre alzava la voce, lui manteneva un tono calmo, pacato e sommesso. Tornai velocemente in giardino, mi sedetti su uno scalino di pietra sotto il sole, mi chinai a guardare per terra e, senza pensarci, schiacciai sotto la suola dei miei sandali colorati, che sembravano stridere con il momento, un incolpevole insetto corazzato che passava di lì. Lo sentii scricchiolare sotto le mie scarpe, guardai la poltiglia verde in cui si era trasformato e poi scoppiai a piangere di un pianto sommesso e profondo che sembrava nascere da qualche parte dentro di me, tra il mio piccolo cuore e lo stomaco. Tornai dentro solo dopo che le urla erano cessate e il silenzio, un silenzio irreale e pesante, riempiva ogni stanza della casa, dando l’illusione di calma e normalità. Ma era solo una bugia lo sapevo, lo sapevo bene, perché ad ogni passo le mie spalle di bambina ne avvertivano il peso. Mi sembrava quasi di piegarmi, di soccombere sotto la spinta di quell’atmosfera sospesa in cui tutto avrebbe potuto accadere. E perfino i mobili, da sempre spettatori silenziosi dei miei giochi, custodi fedeli dei miei segreti, quei mobili che da sempre riempivano i vuoti di quelle stanze, perfino loro, sembrava volessero inaspettatamente trasformarsi in nemici e contribuivano a rendere minacciosa l’atmosfera con sinistri scricchiolii che altro non erano, invece, che il lamento del legno costretto a modificarsi e dilatarsi sotto la spinta capricciosa dell’aria, ora secca, ora umida, poi ancora secca. Guardai in cucina attraverso lo spiraglio della porta lasciata socchiusa. Non volevo fare rumore perché avevo paura che avrei potuto spezzare quella sorta di incantesimo in cui era caduta la casa e costringere le urla, la sofferenza, l’inaspettato, a tornare e riempire nuovamente l’aria ferma che ora vi si respirava. La casa sembrava improvvisamente disabitata, si sentiva distintamente il pesante rumore del silenzio interrotto solo dal ticchettio dell’orologio a muro del salotto. Sbirciai in ogni stanza prima di arrivare allo studio. Lì la porta era aperta. Mio padre era seduto nella sua poltrona accanto alla grande portafinestra che guarda il giardino. In un primo momento pensai che dormisse ma, evidentemente, la mia muta presenza lo costrinse a voltarsi verso la porta. Non dormiva, guardava fisso davanti a sé, senza muoversi, quasi senza respirare. Pensai che anche lui non volesse che quella sorta di incantesimo che aveva riportato la calma svanisse e, forse, non sbagliavo.

“Vieni,” mi disse” le tue torte?”

“Le ho mangiate” risposi con poca convinzione. Sapevamo tutti e due che avevo bisogno di altre parole, di altre domande, di altre risposte. “La mamma sta riposando. Non si è sentita troppo bene oggi.”

“Sei stato tu, papà, a farla arrabbiare?” chiesi improvvisamente guardandolo dritto negli occhi. Avevo bisogno di risposte e le volevo da lui. Mi prese per una mano e mi strinse a sé facendomi sedere sulle sue ginocchia. Con calma mi spiegò che qualche volta succede, che qualche volta le cose, le persone, la vita stessa, prendono strade diverse, inaspettate, ma che poi, con il tempo, tornano sui loro passi, al loro posto. Mi spiegò che qualche volta ai grandi accadono cose strane. Qualche volta fanno scelte che non avrebbero mai pensato di fare, fanno incontri, scoprono mondi che non sapevano esistessero e per un po’ tutto sembra cambiare ma che poi, in un modo o nell’altro, tutto si ricompone e ogni cosa ritrova il suo posto. Le sue parole, sussurrate con un filo di voce calmo e pacato, mi convinsero che davvero non c’era nulla di cui preoccuparsi e mi aiutarono ad allontanare le immagini di mia madre che piangeva in cucina, mi convinsero che la sua disperazione non avesse nulla a che fare con mio padre. Solo con il passare degli anni scoprii che, in effetti, quella mia prima convinzione non era del tutto sbagliata. Presto, infatti, dovetti cominciare a fare i conti con la depressione di mia madre. Un male oscuro, che quando è così presente, incombente ed intenso, come lo era per lei, ti toglie il respiro, rende evanescenti i pensieri, ti annienta la voglia di reagire, ti impedisce di trovare la forza e le risorse per affrontare la vita. Un male terribile che finisce per sfiancare anche chi ti è accanto, costretto ad assistere ai continui sbalzi d’umore, all’alternarsi della disperazione con improvvisi moti di entusiasmo, all’altalena perenne tra riso e pianto, tra luce e buio. Ed era questo, scoprii, che mio padre aveva combattuto e affrontato per anni, vivendo accanto a sua moglie, sempre così instabile, così fragile, così indifesa. Una lotta che lo aveva portato a sentirsi solo, stanco e allo stesso tempo desideroso di cose nuove, nuovi sorrisi, nuove opportunità. Ed era stato allora che aveva incontrato lei, così diversa, così viva, così vera. Doveva essere accaduto all’inizio di quella famosa estate. Ricordo come lo vedessi ora mio padre di ritorno da un viaggio di lavoro. Lo vedo ancora aprire il cancello della nostra casa e risalire il vialetto con insolito buonumore, fischiettando, lo sguardo perso che si posava allegramente su ogni pianta, su ogni angolo, quasi li vedesse per la prima volta. Gli corsi incontro e mi abbracciò con entusiasmo, solleticandomi per sollecitare le mie risate. Era come se volesse che la vita intera, le cose, le persone, partecipassero alla sua ritrovata gioia. Anche mia madre uscì in giardino per salutarlo. Lo sguardo di chi trascina i suoi giorni, reso spento dagli invisibili macigni che sembrava portarsi dietro. Uno sguardo che subito si fece sospettoso davanti all’irrefrenabile allegria di mio padre. “Vedo che hai fatto buon viaggio” disse con un tono pieno di rabbia, paura, dolore. “Si, Maria, un buonissimo viaggio.” Quelle furono quasi le uniche parole che i miei genitori si scambiarono quel giorno. Mio padre si rinchiuse nel suo studio per tutto il pomeriggio. Seduto alla sua scrivania, lo vedevo battere sui tasti del computer completamente assorto in una qualche sua occupazione. Di tanto in tanto sollevava il viso, guardava in avanti verso un punto impreciso della stanza che pure, lui, sembrava vedere chiaramente e sorrideva al vecchio ritratto del nonno appeso alla parete davanti, alla coppia di cavalli imbizzarriti per l’eternità nel bronzo sul ripiano della libreria del suo studio o ancora alla piccola conchiglia di madreperla, ricordo di una lontana vacanza o forse al nulla. Evidentemente, anche se io non me ne accorgevo, le cose cominciarono a precipitare. Mio padre sempre più chiuso in sé e preso dalle sue cose. Era spesso al telefono ed era come se quelle telefonate gli regalassero nuova linfa vitale. Dopo averne ricevuta una, infatti, era più disponibile, allegro, sereno. Ed era questa sua allegria, invece, che rendeva mia madre più nervosa, scostante, soggetta a improvvisi scatti, inspiegabili ai miei occhi. Non mi riusciva di capire come mai trattasse mio padre sempre con acidità, pretendendo da lui sempre maggiori attenzioni e sottraendolo a me. Credo che per un periodo io abbia odiato mia madre e se c’era da schierarsi, io era con lui che mi schieravo. Molti anni dopo, da adulta, ho capito che quei comportamenti erano il risultato di un campanello d’allarme, insistente, battente, sempre presente nella testa di mia madre che sentiva che qualcosa stava per rompere quel delicato equilibrio sul quale si era fondato il suo matrimonio fino a quel momento. Era consapevole che le sue poche forze, la sua incapacità a reagire alle cose se non attraverso il precipitare nei suoi abissi personali, le avrebbero impedito di evitare che quei famosi sottili e invisibili fili su cui, inconsapevolmente, fondiamo le nostre vite, si spezzassero. E così, eccoci ancora a quel caldo pomeriggio di agosto in cui, come in un copione già scritto, le paure di mia madre presero corpo, ed era il corpo di una donna vitale, allegra, curiosa, capace di regalare serenità e voglia di vivere. Era la donna in cui si era imbattuto mio padre e di cui si era innamorato.

2020-09-21

Aggiornamento

Salve! Volevo ringraziare tutti voi che mi state sostenendo e che vi siete impegnati a darmi una mano e ringraziare di cuore chi mi invia parole bellissime in privato. Sapere che sono riuscita a toccare la vostra anima mi fa enorme piacere e le vostre considerazioni anche sullo stile di scrittura mi inorgogliscono. Se si raggiungerà l'obiettivo sarà per il sostegno di tutti voi a riprova del fatto, se ce ne fosse ancora bisogno, che davvero l'unione genera forza. Grazie infinite e continuate a sostenermi!!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ciò che in prima battuta cattura il lettore è lo stile narrativo scelto dall’autrice, la quale fa narrare la storia in prima persona ai protagonisti, muovendosi su piani paralleli. Diego, Anna, Maria e Giada forniscono la descrizione della medesima storia ma da punti di vista differenti, inducendo il lettore ad immedesimarsi ora nell’uno ora nell’altro in un continuo intreccio di sensazioni e sentimenti che lo conducono al finale. E’ una storia in cui l’amore è declinato in tutte le sue sfaccettature, ma mai in modo banale, piuttosto offrendo numerosi spunti di riflessione. Lettura consigliata!

  2. (proprietario verificato)

    Storia scritta con molta intensità ma anche con uno stile scorrevole, fluido che non appesantisce ma anzi ti cattura. L’autrice sa narrare benissimo per immagini che poi è il principio delle principali scuole di scrittura creativa, show don’t tell. Mi sembrava proprio di essere lì, nei vari ambienti descritti alla perfezione . I dialoghi sono molto diretti e concisi così il lettore non perde l’attenzione. Lettura davvero molto piacevole!

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Alessandra Tetè
Alessandra Tetè (L'Aquila, 1963) è docente di scuola primaria. Dopo una serie di esperienze accanto a bambini e adulti provenienti da altri luoghi e culture ha deciso di prendere sul serio il problema dell'accoglienza e della lotta al razzismo impegnandosi di persona a diffondere i valori dell'accoglienza e dell'empatia attraverso il lavoro in associazioni e nella scuola. Ha pubblicato, lavorando con diverse case editrici, testi e contributi sul tema per lo più ad uso scolastico. Formatrice sulle tematiche dell'interculturalità, organizza spesso per i suoi alunni laboratori di scrittura creativa e sessioni di lettura ad alta voce. Il suo ultimo lavoro è un testo sul commercio equo e solidale spiegato ai bambini.
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