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Non trovo più parole

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Consegna prevista Giugno 2021
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Lo scrittore Edoardo Timbri è un uomo che forse ha raggiunto la fine.

È alla fine del suo romanzo, forse l’ultimo. 

È alla fine dei suoi giorni. Forse gli ultimi sette.

E come accade nei libri è alla fine che si fanno i conti, che si restituisce il senso ultimo di tutte le parole scelte, che si capisce il senso di tutte le scelte fatte.

Alla ricerca delle parole che non trova, a cavallo di una vespa, con un bagaglio di errori, domande, parole rubate, disillusioni, vaga sicuro di raggiungere una meta che gli darà risposte. Forse.

Perché ho scritto questo libro?

Ho incominciato a scrivere questo romanzo il giorno dopo la conclusione di un’altro, che probabilmente mi è servito scrivere solo per accettare che avevo questo sullo stomaco, ostruito da altre parole che dovevo vomitare prima. Sono stata in compagnia del mio personaggio, Edoardo Timbri, nei giorni di quarantena. Un’esperienza assurda e devastante, ma che salvo solo perché mi ha fatto riflettere sul senso vero e alto della scrittura. Non sono io che ho trovato il motivo del libro. È stato lui.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una settimana.

Un periodo di tempo ciclico della durata di 7 giorni, ciascuno dei quali è da intendersi come giorno solare medio costituito esattamente da 24 ore.

Quante volte da ragazzo ho visto una delle tante settimane andare via come il vento senza nemmeno sentirne la traccia del suo passarmi oltre.

Quante ne ho perse.

Quante ho sperato di non vedere.

Quante di non ricordarmene, una volta finite.

Quando c’è la vita, una settimana è come un granello di sabbia perso in una spiaggia.

Insignificante e inutile. Impossibile notarne la presenza. Eppure, c’è. E la differenza la fa.

Da bambino non lo capivo. A dirla tutta nemmeno mi ponevo questo genere di problemi.

E invece ora?

Dovrei?

Che fare. Preoccuparmene? Trattarla alla stregua di quelle passate?

Mah no. Non posso di certo farlo. O no?

Sono in ritardo di una mezzora buona dall’appuntamento con quello stronzo del mio editore.

Continua a leggere 

Continua a leggere

Sì, Mario Civetta.

Ma dico io. Puoi chiamarti Civetta e pubblicare libri?

Se leggi di fretta il cognome, con mille altri casini per la mente, si può addirittura confonderne le lettere e metterci un bel ‘cilecca’. Sì. Un bel, Mario Cilecca. Che poi, a dirla tutta, gli si addice parecchio.

Non dovrei parlare così dell’uomo che mi pubblica i romanzi, dice mia figlia Sofia.

Mi dice in continuazione, le volte che riesco a passarci del tempo, in sua compagnia: “Papà, non puoi dare del figlio di puttana al tuo editore, come pensi che ti farebbe sentire se scoprissi che lui alle tue spalle, magari con i suoi figli, ti chiamasse “Timbretto”, eh?”

E sbuffa.

Sbuffa sempre troppo quella ragazzetta di vent’anni.

Ma dico io, che avrà mai da sbuffare sempre, poi, alla sua età.

Io mica lo so, se sbuffavo così tanto alla sua età.

Io non sbuffo. Semmai, soffio. Sì, forte con una bella potenza di narici.

E poi sparo parolacce. Una dietro l’altra. Ma sempre mia figlia mi riprende: “Papà, sei uno scrittore. Diamine.” – Che usi vocaboli come ‘diamine’, mi fa ridere, di gusto. Anzi, io non rido. Soffio. Sì, dalle narici. – E poi prosegue “Devi parlare bene, questo si aspettano da un personaggio della tua categoria. Altrimenti, se volevi dire tutte quelle parolacce, te ne sceglievi un’altra.”

Io non sono d’accordo con Sofia.

Né sul fatto che se il mio editore a mia insaputa mi insulti dandomi del ‘timbretto da strapazzo’, storpiando per altro un cognome con una sua dignità, né tanto meno ritengo che ci abbia preso con la questione della categoria, che non me la sono scelta io, ma mi ci sono ritrovato, vorrei sottolineare, e che le parolacce sono come il pepe sulla ‘cacio e pepe’.

Uno scrittore deve, e sottolineo deve, mettersi in bocca quante più parolacce possibili. È segno di onestà, questo è risaputo e io sono un paroliere o che so io, uno insomma che per campare s’è messo a vomitare parole che insieme stessero bene, e nel farlo non ho peli sulla lingua né tanto meno mezzi termini.

Se mi va di dire ‘cazzo’, lo dico.

Cazzo.

E se mi va di dire ‘porca puttana, questa è una cazzo di sfiga’, lo dico. Con tanto di sottolineatura.

Perché come altro si può descrivere la mia situazione?

Sfiga.

Una cazzo di sfiga.

Comunque, sono in un fottuto ritardo. E che è fottuto il ritardo bisogna proprio dirlo, altrimenti non lo si chiamerebbe ‘ritardo’, si direbbe una bella scampata. Invece niente, sto in ritardo, devo recuperare la mia vespetta, che di portarmi dall’altra parte di Roma, nello specifico a piazza Mazzini al bar che ha una saletta rialzata, non ne vorrà sapere.

Farà più capricci di mia figlia Sofia, ma almeno lei non mi dice che devo smettere di mettermi in bocca parole scomode.

Porca troia.

La cartella clinica non ho intenzione di portarmela alla ‘riunioncina’ con mister rompicoglioni, perciò me ne libero.

Una pattumiera?

Mhm, troppo rischioso. Se qualche netturbino malfidato la trovasse tra le altre zozzerie e in un momento di astinenza dal farsi i cazzi propri dovesse ficcarci quegli occhietti curiosi, la notizia dello scrittore Timbri che sta per essere accolto tra le braccia dell’altissimo finirebbe in un batter di quell’occhio avaro di affari altrui, su tutti i giornali.

No, no grazie. Faccio a meno.

Me ne devo sbarazzare in altro modo.

A casa non riesco a passare, se no quello m’ammazza prima del tempo a me concesso.

Il Tevere.

L’unica è il fiume.

Che ci vuole, tanto con il motorino ci passo, di lì. La lancio e fine della storia.

Che poi, il Tevere mica parla. S’è visto mai?

E se dovesse aver voglia di raccontar storielle, credo che ne avrebbe in serbo di migliori.

Mi allontano dall’ospedale, ripesco la mia vespetta acida ed incattivita dall’età che non le giova, scorgendone il bianco graffiato in mezzo ad altri cento, e me ne scappo da quello scassa cazzi di Civetta, penso.

Stranamente ancora non mi ha chiamato.

Lo faccio io prima che mi si attacchi con un pippone chilometrico che ora proprio non me la sento di ascoltarmi quello che me ne dice di ogni, stressato perché la moglie entrando precocemente in menopausa di dargliela un po’ proprio non le va. Come darle torto, dopo tutto.

Vado su C, scorrendo con l’indice destro sullo schermo rovistando la rubrica, ed eccolo la.

Civetta Sc.

Sc, sta per scassa cazzi, naturalmente.

– Ao, senti, c’è stato un’incidente sull’Aurelia. Sto arrivando. Eh oh, ma che devo fa’. Scenne io a spingere le macchine pe falle anna più veloce. Eddai su. Mo’arivo.

Finisco la telefonata, facendomi sfuggire il romano che lui tanto detesta, e cerco la mia vespetta.

Non è difficile trovarla.

Di un bianco lercio, pieno di graffi di ogni e schizzi ovunque.

Per questo la maggior parte dei motorini che viaggiano per le vie romane stanno messi in queste condizioni.

Per forza, aggiungerei, se così non fosse non durerebbero neppure mezza giornata che già te l’hanno portato via per rivendersi a nero i pezzi.

L’unica per sopravvivere in questa città, bellissima ma bastarda fino al midollo, è andare via con mezzi scassati, che fanno fatica a camminare, e che anzi se ci andassi a piedi faresti prima a raggiungere un posto.

Ma il gusto non ci sarebbe.

Un romano deve imparare a campa’ così, altrimenti che si trasferisca a Milano, dove puoi avere la tua vespa nuova-nuova e nessuno se la incula.

Una sfilza di motorini nero consumato.

Rosso che ora è più un rosato sporco.

E di bianchi quanti ne vuoi.

Ma la mia vespetta ha il suo segno di riconoscimento. Fatto una ventina d’anni addietro con il cacciavite del mio amico Scodella.

Scodella per il taglio di capelli.

Ce ne scappavamo di notte con attrezzi quali cacciaviti, chiavi inglesi, piedi di porco, uno solo in realtà, nessuno a due piedi di porco uguali. Che te ne fai di due piedi di porco?

E una sera ce la siamo vista brutta. Ma talmente brutta che ancora sento le gambe che corrono come la luce, anzi più veloce per scappare da quello stronzo che ci voleva menare.

Alla fine, ne abbiamo ricavato una serata indimenticabile. La chiusura definitiva degli scherzi notturni con cacciaviti e piedi di porco, e il mio motorino s’è guadagnato un bel culo, fatto da due bei strisci tondeggianti incisi con la punta del cacciavite a stella sulla chiappa. Vicino al tubo di scappamento.

Da all’ora quel motorino ha una sua reputazione. E che si sia inacidita alla fine glielo concedo pure.

Almeno cammina ancora. A fatica, ma se la sai prendere nel modo giusto quella parte.

Un po’ come le donne.

Solo un po’.

La trovo alla fine.

Lì, tra le sue ammaccature, i suoi schizzi di fango sul basso, e la sua bella chiappa incisa da un culo.

Fatto maluccio, ma porta più fortuna così. Se le cose sono fatte male, a mio parere, valgono di più.

Tolgo la catena, la ricaccio sotto il sellino, mi metto il mio casco bianco con l’adesivo di una marca di vestiti per giovani frichettoni, ‘obey’, e metto in moto, pregando che non mi faccia scherzi.

Quando voglio che vada via come un fulmine, mi metto a tirarle dei calcetti sulla fiancata e la chiamo Betty.

Non so perché proprio Betty, ma una volta chiamandola così ha funzionato, così l’ho sempre usato.

– Andiamo Betty. Fa la brava. Devi portarmi a piazza Mazzini in meno di dieci minuti.

So che puoi farcela.

E con un’ultima botta, do gas e Betty parte scoppiettante.

Parcheggio sulla destra dell’edicola che capeggia la rotonda di piazza Mazzini.

Levo il casco, mi smuovo i capelli cercando di ravvivare il ciuffetto smorto con un gesto rapido della mano, e metto la catena attorno alla ruota.

Il casco ovviamente me lo porto dietro.

Quanti cazzo di caschi perduti ho collezionato nella mia vita.

Mi butto sulle strisce pedonali che mi separano dalla mia riunione di lavoro, non curante delle macchine che come pazze parlano tra loro con botte di clacson e radio a palla.

Si fermano, prima o poi.

Qui a Roma è così.

Come per la storia dei mezzi scassati, bisogna fare l’abitudine anche ad attraversare senza paure inutili che ti fanno solo perdere altro tempo.

Non è che puoi pretendere che le macchine, vedendoti al bordo del marciapiede, pronto a passare dall’altra parte della strada, si accostino gentilmente lasciandoti il passo.

Non succede. E non succederà mai.

Ti devi lanciare, e queste si fermano, anche se di striscio, ma non ti prendono sotto.

Per lo meno un romano sotto le ruote non ci finisce, ce l’hai nel sangue però questo tipo di impavidità stradale, quelli che si trasferiscono a Roma difficilmente riescono a entrare a pieno nel meccanismo, quelli forse sì che sotto ad una macchina ci si finiscono, ma non perché ci si buttano, ma perché esitano nel farlo, e così sono fregati.

Le cose, ho imparato a mie spese, o si fanno o non si fanno, mai farle per metà, così tanto vale stendersi direttamente sulle strisce pedonali, per altro se riesci ancora a vederle tanto sono consumate, e farla finita.

Comunque, attraverso, e sano e salvo mi ritrovo alla sponda opposta.

Quella del bar con la saletta rialzata che dà proprio sulla piazza.

Adoro questo posto, e Civetta almeno in questo mi tocca salvarlo, visto che i nostri incontri li facciamo quasi sempre qui, prendendoci possesso dell’intera saletta.

Prima di entrare vorrei tirare fuori dalla tasca la mia pipa. È da sta mattina che non fumo, e con tutto questo trambusto non ho avuto modo di sedermi e starmene un po’ con lei e i miei pensieri, che in sua presenza escono meglio.

Ma si, me la fumo.

Faccio per prenderla dalla tasca interna della mia giacchetta blu un po’ sgualcita all’estremità, che fa vissuto, ma quello stronzo di Civetta mi vede agitandosi dalla vetrata. Pare un mimo. Di quelli fastidiosi.

Detesto i mimi.

Da sempre. Mi incutono pure una buona dose di terrore, un’altra cosa che non sopporto.

Soffio, dalle narici. Soffio forte dalle narici, preferendo di gran lunga soffiarci fuori del fumo, ma a quanto pare non si può avere tutto dalla vita. Così, mi limito a fare quel che la scritta adesiva appiccicata alla porta di metallo suggerisce: s p i n g e r e.  

Non dovrebbero scrivere certe cose sulle porte.

Le scritte confondono. E lo fanno eccessivamente, direi.

Poi in porte pesanti come quelle dei bar e locali, per non parlare dei ristornati.

Se sei fuori per divertirti, o bere una birra per rilassarti o un calice di vino per riprenderti dal caos della giornata, metterti a pensare se devi spingere o tirare una porta per entrare a pagare il conto, allora io dico, meglio non pagare proprio a questo punto.

Lasciando sul tavolo, accanto al drink prosciugato, una bella scritta, per parlare la loro lingua, dicendo: così vi imparate a scrivere sulle porte di spingere o tirare. Nessuno si legge le scritte sulle porte. Grazie. E poi, mettici che è carta adesiva. Occupatevene.

E me ne andrei. 

Vengo salutato dai camerieri o cosa sono, non so mai se chiamarli dentro alla mia testa camerieri o barman.

So che i barman solitamente se ne stanno dietro al bancone e che generalmente i camerieri sono quelli che si occupano di portare ai clienti ciò che loro hanno precedentemente ordinato.

Ma qui le carte si confondono, e quando non ci capisco chiaramente mi innervosisco.

Voglio dire, se uno è barman ha pure una divisa adeguata, ovvero una maglietta a mezze maniche, solitamente scura. Questa è la divisa da ragazzo addetto a drink o cocktail.

I camerieri invece, hanno una divisa più elegante e qui hanno davvero voluto strafare.

Vestiti di bianco in ogni centimetro di stoffa che si son messi addosso. Eccetto per la chicca di mettersi al collo un papillon nero. Che fantasia. E ancora confusione. 

Il nero è per i barman. Dannazione.

Poi va beh, ovviamente il bianco prosegue per la camicia. Bianca. Per il gilet. Bianco.

Per i pantaloni a sigaretta. Bianchi pure quelli.

Mi domando se non abbiano pure la biancheria intima in tinta.

Sorrido, anzi, soffio leggermente dalle narici con l’aria divertita e ricambio loro il saluto limitandomi ad un cenno con il capo, sollevando appena la mano destra. Proprio frugale come saluto però.

Non per me eh.

Io mi metterei pure a chiacchierare sull’ultimo risultato che s’è portato a casa la Roma o sparare un po’ di merda, che mi figlia subito si metterebbe lì a sbuffarmi contro, a quei politici da quattro soldi che ci siamo messi al governo.

Ma non faccio nulla di tutto questo.

Uno scrittore, o per lo meno, il tipo di scrittore che sono diventato io di facciata, queste cose non se le concede.

Ho optato, ritagliandomela ad hoc, una certa riservatezza.

Sta meglio così.

Meno la gente sa di te e meno chiacchiera.

C’è chi invece la pensa diversamente. C’è chi pensa che parlare poco di sé faccia parlare troppo i giornalisti con una inventiva straordinaria che invece di scrivere sui giornali dovrebbero mettersi con le mani sui giornaletti rosa. 

Un amico mio regista, ad esempio, che per scriversi le battute va a raccontare su ogni intervista che è lui il primo a recitarsele davanti al suo computer per vedere se funzionano, sottolineando la sua spiccata ecletticità. Per me è solo vanità, comunque, tanti amici registi si incensano parecchio e lo fanno nel modo che a me francamente piace di meno, cioè fingendosi dei ragazzetti di provincia che dalla vita non si aspettano nulla, solo giocate a pallone a piedi scalzi in un prato non curato.

Comunque lui sostiene che più la gente sa sul tuo conto, meno ha possibilità di inventare.

In questi casi io, quando mi ci trovo di fronte, soffio. Energicamente anche.

Di fronte a questa ipocrisia che però oramai investe un po’ tutti ed il bello è che questi tutti mica lo sanno, d’esserlo. Ipocriti, intendo.

Salgo le scale con lentezza, non è vanteria, ma più pigrizia.

Eccolo là.

Capelli strapazzati, folti e ossigenati.

Un uomo di quarantott’anni. Tutto puoi concedergli ma non quel colore da sedicenne spiaggiato al sole.

Biondo platino con striature marroncine.

Eccetto il capello eccentrico, non ha poi le sembianze di un ragazzetto insipido.

Ha due belle gambe forti, evidenziate dai pantaloni belli aderenti di cotone che variano dal beige, al nero rigato, al blu rigato, al grigio rigato.

Credo abbia una passione per la stoffa rigata.

Porta sempre la camicia.

Non gli ho mai visto qualcosa a coprirgli il busto che non sia una camicia con le maniche arrotolate fin sui gomiti e il colletto allentato per lasciare ai peli ossigeno da prendere.

La giacchetta non se la mette spesso addosso. Se la lascia sulle spalle, una moda da molto superata. Ma a lui piace portarla così, la giacca. E quando ci infila il telefono nella tasca e se lo dimentica sono cazzi. Quante volte glielo ho visto schiantarsi con la faccia vetrata al suolo perché gli scivolava via mentre se l’agitava sulle spalle. E togli e metti e metti e togli.

Ha gli occhiali, ma anche per quelli vale la stessa sorte. Un continuo di metti e togli. E togli e metti. Specialmente quando parla agitandoseli tra le mani tutto fitto e serio di letteratura, mercato e scritti di merda.

Con me non si azzarda, a dare della merda ai miei scritti, però degli altri non ha proprio contegno.

Non è malaccio. Ma quei capelli in quello stato non giocano per niente a suo favore, anzi annullano proprio la partita. Squalifica immediata.

E la moglie, nessuno si sognerebbe di biasimarla.

Ci accomodiamo, uno di fronte all’altro. Lui già al terzo giro di gin, io che mi ordino il primo al cameriere-barman con il papillon nero.

Sono le 11.45, non male per incominciare a bere.

In mano un plico di fogli, che dovrebbero essere i miei.

Si sventola con dei tovagliolini da cocktail.

– Caldo?

– Si muore.

Beh, in realtà no. Non fa così caldo, ma l’alcol lo giustifica.

Poi attacca:

– Senti Edo, io capisco che c’hai mille cazzi per la testa, ma devi scrivermi almeno i primi tre capitoli. Non farti pregare.

C’è in ballo quello che a conti fatti è il mio ultimo romanzo, quello con cui dirò ‘ciao-ciao’ a questo mondo messo male.

La consegna è prevista entro la fine del prossimo mese e io ho scritto la prima frase qualche settimana fa.

Più o meno questo è il risultato: 

Ho voglia di farmi un goccio. Ma il frigo piange e nessuno l’ha riempito.

Questo è tutto ciò che ho scritto.

Non male, no?

Questa frase messa così dice moltissimo. Forse addirittura, mi azzarderei a dire, dice più di tutto quello che in sessant’anni di vita son riuscito a dire.

C’è la voglia, quindi il desiderio.

C’è il sentimento, perciò l’onestà dell’amore.

E c’è pure la critica alla società, con la sua indifferenza nel mettere a posto le cose che non vanno.

Direi che c’è tutto.

Aggiungerò qualche riga sui mezzi che non funzionano.

Sui gabbiani che beccano nella monnezza.

E qualcosa sul ripiego degli studenti che si iscrivono alle facoltà per far contenti i genitori.

Poi ci metto la mia firma e fanculo a tutti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristina Leone Rossi
Ventidue anni compiuti appena, nel giorno della liberazione, il 25 aprile, per me da sempre data di cui essere orgogliosa. Ho ballato per quattordici anni, con le mie compagnie di danza classica che sono divenute la mia famiglia, accompagnandomi nei periodi più belli, turbolenti, faticosi, giocosi, tristi, spensierati, indelebili della mia infanzia. La disciplina acquisita, e stampatami sulla pelle assieme alla danza, mi fa vedere il mondo in un’ottica perennemente autocritica, non permettendomi mai di adagiarmi e facendomi desiderare sempre ogni obbiettivo con grande fame e voracità. La lettura è per me l’unica possibilità per l’uomo di alzarsi in volo, scrivere, invece, è un modo per non scordarsi mai di essere riusciti a farlo, poterlo vedere con i propri occhi e non perderlo mai. Mi sono trasferita da Venezia nella capitale inseguendo i miei sogni.
Da sempre amante dell'arte.
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