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Non trovo più parole

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Lo scrittore Edoardo Timbri è un uomo che forse ha raggiunto la fine.
È alla fine del suo romanzo, forse l’ultimo.
È alla fine dei suoi giorni. Forse gli ultimi sette.
E come accade nei libri è alla fine che si fanno i conti, che si restituisce il senso ultimo di tutte le parole scelte, che si capisce il senso di tutte le scelte fatte. Perciò decide di usare il tempo che gli resta per raggiungere le sette persone che più ha amato e fatto soffrire, e provare a guarire insieme a loro. Alla ricerca delle parole che non trova, a cavallo di una vespa, con un bagaglio di errori, domande, parole rubate, disillusioni, vaga sicuro di raggiungere una meta che gli darà risposte. Forse.

CAPITOLO 1
E ADESSO?

Una settimana. Un periodo di tempo ciclico della durata di sette giorni, ciascuno dei quali èda intendersi come giorno solare medio costituito esattamente da ventiquattro ore.

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Quante volte da ragazzo ho visto una delle tante settimane andare via come il vento, senza nemmeno sentire la traccia del suo passarmi oltre. Quante ne ho perse. Quante ho sperato di non vederne. Quante di non ricordarmene una volta finite.
Quando c’è la vita, una settimana è come un granello di sabbia perso in una spiaggia. Insignificante e inutile. Impossibile notarne la presenza. Eppure c’è. E la differenza la fa. Da bambino non lo capivo. A dirla tutta nemmeno mi ponevo questo genere di problemi.
E invece ora? Dovrei? Che fare? Preoccuparmene? Trattarla alla stregua di quelle passate?
Mah, no. Non posso di certo farlo. O no?
Sono in ritardo di una mezzora buona dall’appuntamento con quello stronzo del mio editore. Sì, Mario Civetta. Ma dico io: puoi chiamarti Civetta e pubblicare libri? Se si legge di fretta il cognome, con mille altri casini per la mente, si può addirittura confonderne le lettere e metterci un bel “Cilecca”. Sì. Un bel “Mario Cilecca”. Che poi, a dirla tutta, gli si addice parecchio.
Non dovrei parlare così dell’uomo che mi pubblica i romanzi, dice mia figlia Sofia. Mi dice in continuazione, le volte che riesco a passare del tempo in sua compagnia, «Papà, non puoi dare del figlio di puttana al tuo editore, come pensi che ti farebbe sentire se scoprissi che lui alle tue spalle, magari con i suoi figli, ti chiamasse “Timbretto”, eh?».
E sbuffa. Sbuffa sempre troppo quella ragazzetta di vent’anni. Ma dico io, che avrà mai da sbuffare sempre, alla sua età. Io mica lo so se sbuffavo così tanto alla sua età. Io non sbuffo. Semmai, soffio. Sì, forte, con una bella potenza di narici. E poi sparo parolacce. Una dietro l’altra. Ma sempre mia figlia, mi riprende: «Papà, sei uno scrittore. Diamine» (che usi vocaboli come “diamine” mi fa ridere, di gusto. Anzi, io non rido. Soffio. Sì, dalle narici.); e poi prosegue: «Devi parlare bene, questo si aspettano da un personaggio della tua categoria. Altrimenti, se volevi dire tutte quelle parolacce, te ne sceglievi un’altra».
Io non sono d’accordo con Sofia. Né sul fatto che il mio editore possa insultarmi a mia insaputa dandomi del “timbretto da strapazzo”, storpiando peraltro un cognome con una sua dignità, né tantomeno ritengo che ci abbia preso con la questione della categoria, che non me la sono scelta io, ma mi ci sono ritrovato, vorrei sottolineare, e che le parolacce sono come il pepe sulla cacio e pepe. Uno scrittore deve, e sottolineo deve, mettersi in bocca quante più parolacce possibili. È segno di onestà, questo è risaputo, e io sono un paroliere o che so io, uno insomma che per campare s’è messo a vomitare parole che insieme stiano bene, e nel farlo non ho peli sulla lingua né tanto meno mezzi termini. Se mi va di dire «Cazzo», lo dico.
Cazzo.
E se mi va di dire «Porca puttana, questa è una cazzo di sfiga», lo dico. Con tanto di sottolineatura. Perché come altro si può descrivere la mia situazione? Sfiga. Una cazzo di sfiga.
Comunque, sono in un fottuto ritardo. E che sia fottuto il ritardo bisogna proprio dirlo, altrimenti non lo si chiamerebbe “ritardo”, si direbbe “una bella scampata”. Invece niente, sto in ritardo, sono con la mia vespetta che di portarmi dall’altra parte di Roma, nello specifico a piazza Mazzini, al bar che ha una saletta rialzata, non ne vuole sapere.
Fa più capricci di mia figlia Sofia, ma almeno lei non mi dice che devo smettere di mettermi in bocca parole scomode.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristina Leone Rossi
è nata nel 1998 a Venezia, da qualche anno vive a Roma. Si è diplomata al liceo delle science umane e oggi è iscritta al DAMS, Università di cinema di Roma Tre. Ha frequentato un’accademia di recitazione per un anno per inseguire la carriera di attrice, ma poi ha capito che più che interpretare la vita preferisce raccontarla. Essere una scrittrice, l’artefice di storie come Non trovo più parole, suo romanzo d’esordio, è per lei un privilegio e farà tutto il necessario per continuare a farlo.
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