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Ogni mia fobia

Ogni mia fobia
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Consegna prevista Aprile 2022
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Da quando era bambino, Marco soffre di diverse fobie che lentamente lo hanno portato a isolarsi da tutti. Stare da solo non ha mai costituito un problema per lui e dentro le mura del suo appartamento si è costruito una vita che considera perfetta. Ma accade qualcosa di talmente forte che ribalta la sua visione della vita e, contro ogni aspettativa, ora si trova in un affollato aeroporto in procinto di partire. Questa è la sua storia, anzi, è solo l’inizio.

Perché ho scritto questo libro?

Potrei rispondere di essermi ispirata a una storia vera, o che con questo romanzo ho voluto affrontare un tema sociale di cui si parla poco, ma la realtà è che le storie arrivano da sole, il mio compito è solo quello di trovare il modo di raccontarle.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Erano passate due settimane da quando Sergio, il mio capo, mi aveva assegnato il nuovo progetto e io non ero riuscito a combinare nulla di buono. Durante quei giorni avevo evitato di rispondere alla sue chiamate, così non mi stupii di vedermelo piombare in casa quel mercoledì mattina. Aprii la porta e lui, senza nemmeno salutarmi, mi disse:

«Marco, che succede?»

«Niente, perché?»

«Come perché? Sono giorni che cerco di parlarti… stai male?»

«Dai, entra» gli dissi con un cenno della mano.

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Poiché Sergio conosce bene le regole della mia casa, senza smettere di parlare si tolse le scarpe e prese dal mobiletto accanto alla porta dell’ingresso il gel disinfettante che passò sulle mani.

«Spero tu abbia una valida giustificazione, sai bene che ti ho scelto perché di te mi fido: hai sempre consegnato qualsiasi lavoro nei tempi prestabiliti, se non addirittura in anticipo, e ora che ti offro la possibilità di emergere ti comporti in questo modo?»

«Senti, mi dispiace, non ho scuse, è solo che sono stato coinvolto in una situazione che mi ha destabilizzato più del dovuto.»

Si sedette nel divano e incrociò le mani.

Ha cinquantadue anni, una moglie e due bellissime figlie. È un sognatore proprio come lo era suo padre, dal quale ereditò una piccola casa editrice. Non sa disegnare, ma ha un formidabile istinto commerciale che, una decina d’anni fa, lo portò ad associarsi con un gruppo americano: fu la sua fortuna. È stato lui a notarmi e scegliermi durante il talent scouting. Mi chiamò personalmente per dirmi che i miei disegni gli erano piaciuti e per chiedermi di collaborare con la sua casa editrice. Mi diede appuntamento per il giorno seguente alle dieci nel suo ufficio, e l’euforia per il grande sogno che si stava realizzando mi diede la forza di rispondergli: «Perfetto, a domani allora.»

Per prima cosa, onde evitare l’uso di mezzi pubblici, studiai il percorso per giungere alla mia destinazione: a piedi ci volevano circa trentacinque minuti, ma dovevo considerarne almeno dieci in più se non volevo camminare a passo troppo spedito rischiando di arrivare completamente sudato. Convenni alla fine che sarebbe stato opportuno uscire un po’ prima delle nove. Scelsi cosa indossare ‒ camicia bianca sopra un pantalone in cotone blu ‒ e trascorsi poi il resto del pomeriggio facendo alcune prove davanti allo specchio: simulavo che mi venissero rivolte domande sui miei studi, su quello che mi piaceva disegnare e la mia formazione. Mi sentivo pronto e, prima di addormentarmi, mi rincuorai pensando che, se Sergio Vega in persona mi aveva chiamato, significava che non ero poi così male. La notte fu un supplizio di risvegli continui e, non riuscendo più a stare a letto, intorno alle cinque mi alzai sentendomi in preda all’ansia. All’epoca vivevo con mia madre che, sentendomi armeggiare nel bagno, si svegliò.

«Marco, va tutto bene? Hai la febbre?»

«No, mamma, sto bene. Oggi ho il colloquio.»

Aveva appena saputo della morte dell’ingegnere e, presa com’era dai suoi pensieri, non si preoccupò neppure vedendomi uscire quando ancora non erano le sette. Pur prendendomela comoda, arrivai nella via che mi era stata indicata intorno alle otto. Era una strada molto trafficata, con al centro una piazza rotonda sulla quale si affacciavano alti edifici occupati perlopiù da uffici. Per trascorre il tempo mi sedetti su una panchina, proprio di fronte all’ingresso del palazzo in cui sarei dovuto entrare qualche ora più tardi. Osservavo il viavai delle persone e fantasticavo immaginando le loro vite. È un gioco che mi capita spesso di fare: osservo i dettagli, a volte piccoli e insignificanti, come una spilla su una giacca, la postura o il tessuto degli abiti, e da lì, creo delle storie assurde. Ad esempio, intorno alle nove, nella panchina accanto alla mia, si sedette una ragazza dai capelli biondo platino. Era molto curata, con indosso un tubino grigio perla. Portava con sé, accanto alla borsa, una valigetta in pelle nera che poteva contenere qualsiasi cosa. Da come guardava con insistenza l’orologio che portava al polso, dedussi che attendeva qualcuno, ma chi?

Ecco, immaginai che potesse essere una spia russa in attesa del suo contatto per consegnargli documenti molto importanti. Era stata strappata alla sua famiglia, addestrata a combattere e, probabilmente, dentro la borsa nascondeva un piccolo revolver. A un certo punto ricevette un messaggio sul telefono, cui rispose digitando rapida sulla tastiera. Poi la sentii inviare un messaggio vocale: «Vale, volevo dirti che farò tardi. Quel deficiente, dopo avermi spostato l’appuntamento un paio di volte, mi ha appena mandato un messaggio per dirmi che ci vedremo direttamente in tribunale. Mi sono stancata di fare il portaborse per un avvocato da due soldi, per di più gratis. Senti, se quel posto nel negozio del tuo amico è ancora disponibile, mi fai sapere? Ora devo andare: ho io i documenti per l’udienza, figurati se lui si disturbava a passare in studio stamattina. Ti chiamo dopo, ciao.»

D’accordo, non sono un granché come investigatore, ma secondo me la vita che le avevo scelto io le sarebbe piaciuta di più.

Mancava qualche minuto alle dieci e, per ripassare la mia parte, tirai fuori dalla cartella i bozzetti che il dottor Vega mi aveva chiesto di portare. Proprio in quel momento venni investito da un’improvvisa folata di vento che fece volare alcuni fogli per aria. I passanti, e qualcuno affacciato alla finestra, si fermarono a guardare quella patetica scena mentre io, disperato, mi misi all’inseguimento dei miei disegni. Loro però sembravano farlo apposta: più mi avvicinavo e più volteggiano nell’aria.

Quando riuscii a recuperarli tutti mi accorsi che tre o quattro, e probabilmente quelli a cui più tenevo, erano sporchi di impronte e stropicciati. Non potevo presentarmi all’appuntamento in quelle condizioni, che figura avrei fatto? Certo, avrei potuto spiegare l’accaduto, ma non mi sentivo di avere la disinvoltura sufficiente per affrontare la situazione. Ogni piccola certezza che sino a quel momento mi aveva animato cadde rovinosamente. Affranto, mi rimisi seduto, immobile, semplicemente ad aspettare. Ero lì da un po’ quando vidi un uomo, con indosso un soprabito color sabbia e i capelli brizzolati, uscire dallo stabile che fissavo da ore e venirmi vicino.

«Posso sedermi?»

Annuii e lui occupò l’estremità opposta della panchina.

«Aspetti qualcuno?»

«Ho un appuntamento alle dieci» mormorai, continuando a guardare il vuoto davanti a me.

«Beh, ragazzo,» disse in tono ironico «allora temo che tu sia tremendamente in ritardo perché è l’una meno un quarto.»

Feci spallucce.

«Con chi avevi appuntamento?»

«Con un certo dottor Vega, per un colloquio.»

«E perché non ti sei presentato?»

Muovendo leggermente il capo, gli indicai i disegni malconci che avevo lasciato sparpagliati sulla panchina, quasi per punirli del dispetto che mi avevano fatto.

Si mise a guardarli.

«Un bel guaio, però non sono male. Ma perché non sei andato via?»

«Perché non riesco a capacitarmi di aver perso una tale occasione.»

«Dimmi, ci tenevi a questo colloquio?»

«Molto, disegnare è per me come respirare, fa parte del mio essere, non potrei mai farne a meno. Ma mi è venuto un attacco d’ansia e poi, anche se avessi avuto il coraggio di andarci, non mi avrebbero mai preso.»

«Perché dici così?»

«Chi mai vorrebbe lavorare con uno che ha mille paranoie, non riesce a stare chiuso dentro una stanza con più persone e non stringe la mano alla gente per paura di ammalarsi? Sono un disastro, ho solo fatto male a farmi delle illusioni.»

L’uomo sospirò. Poi, guardando anche lui davanti a sé, mi disse: «Sai, io sono dislessico. Certo, oggi è un disturbo conosciuto e curato, ma posso assicurarti che quando ero bambino io le cose non stavano esattamente così. Per fortuna i miei genitori sono stati molto attenti e mi hanno seguito a dovere, altrimenti chissà…»

Seguì un attimo silenzio, poi continuò:

«Stamattina dovevo ricevere una persona, e intanto che aspettavo sono andato alla finestra per fumare una sigaretta.» Si piegò leggermente di lato, verso la mia parte, e puntualizzò: «Mi raccomando, per mia moglie ho ufficialmente smesso tre anni fa.»

Sorrisi.

«Mentre ero lì, ho assistito a una scena molto curiosa: un ragazzo correva avanti e indietro per la via nel tentativo di raccogliere dei fogli, era proprio buffo. Poi l’ho visto andare a sedersi su una panchina.»

Lo ascoltavo senza capire dove volesse andare a parare.

«Poiché la persona che attendevo non si è presentata, sono tornato al mio lavoro. Dopo circa due ore sono andato nuovamente alla finestra e, con mio enorme stupore, ho notato che il ragazzo era ancora lì, esattamente dove l’avevo lasciato, con una faccia identica a quella del mio cane quando rientro a casa la sera. La cosa mi ha incuriosito. Osservandolo, e pensandoci su, qualche idea su chi potesse essere mi è venuta e sono venuto fino a qui per appurarlo.»

Si alzò e si sistemò il soprabito:

«Per me puoi anche lavorare da casa, se per te è più semplice.»

«Non ci posso credere» dissi sbalordito.

«Già. Ho i tuoi recapiti, ti chiamerò e mi farai sapere di cosa hai bisogno, ma non farmi pentire della mia decisione.»

«Certo, si figuri. E grazie.»

Sergio mi sorrise e, prima di andare via, aggiunse: «Ragazzo, lassù» e indicò il cielo con un dito «devi avere un angelo custode bello forte, non scordarlo!»

2021-09-09

Aggiornamento

Per chi non avesse avuto modo di sentirla, ecco la registrazione della mia intervista andata in onda ieri sera su ABC Radio. https://anchor.fm/abcradio/episodes/INTERVISTA-FRANCESCA-ABIS-e172ouk/a-a6g49t5
2021-09-07

Aggiornamento

L'obiettivo delle 200 copie è stato raggiunto: grazie a tutti i miei 200 sostenitori di vero cuore!! La campagna però prosegue per far conoscere la storia di Marco a più persone e, per parlare di lui, domani sera alle 18.00 sarò ospite della ABC Radio. Ecco il link per maggiori info: https://www.facebook.com/groups/451848922015197/permalink/1128686967664719/?sfnsn=scwspmo&ref=share
2021-08-13

Aggiornamento

Raggiunto il traguardo delle 200 copie. Grazie mille a tutti!!! La vostra partecipazione, e soprattutto le osservazioni ricevute da chi ha letto la versione non editata, mi ha fatto venire voglia di tornare sul testo: farò di tutto per non deludere la vostra fiducia.
2021-07-30

Aggiornamento

74% in soli quattordici giorni, un risultato eccezionale che mi riempe di gioia. Ringrazio di cuore tutte le amiche e gli amici che stanno collaborando attivamente alla campagna: lo so, vi snervo, ma ho ancora bisogno del vostro prezioso aiuto!
2021-07-20

Aggiornamento

Nel link allegato potete leggere la recensione di "ogni mia fobia" scritta da Tatiana Vanini, che ringrazio di cuore. https://www.librierecensioni.com/narrativa.html
2021-07-18

Aggiornamento

Il fine settimana si conclude con il raggiungimento del 25% dell'obiettivo. Grazie di cuore a tutti coloro che stanno partecipando attivamente affinché questo sogno si realizzi.

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Francesca Abis
Francesca Abis è nata a Cagliari dove vive e lavora. Nel 2020 ha pubblicato "Non tutto il male viene per nuocere" con la casa editrice Placebook Publishing e questo è il suo secondo romanzo.
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