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Pagghiola

Pagghiola
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Consegna prevista Agosto 2022
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Caterina è una giovane studentessa che ha ereditato dalla nonna un appartamento in un vecchio palazzo del centro città, sito in un contesto borghese, siculo e popolato da un gruppo di vicini cuttighiari e ficcanaso, autoproclamatosi sul gruppo whatsapp, “I simpatici condomini”. Un luogo in cui, nonostante l’invadenza dei suoi abitanti, Caterina vive spensierata la sua vita da universitaria, fino a quando, però, in seguito al trasferimento di Veronica Russo e dei suoi due figli, si troverà travolta dal complesso processo di integrazione dei nuovi vicini.
Tutti i condomini dinanzi la presenza di una Pagghiola – una persona adulta con atteggiamenti e comportamenti infantili – sentiranno vacillare la loro pacifica routine, il delicato equilibrio, consolidato, anno dopo anno, da un insindacabile regolamento condominiale. La Pagghiola sarà la causa e l’effetto che genererà scompiglio, perturbando con un articolato cambiamento, le dinamiche relazionali e la vita all’interno dello stabile.

Perché ho scritto questo libro?

Mi è sempre piaciuto riempire gli spazi bianchi, come un foglio di carta o una tela bianca, con storie e soggetti variopinti. E un giorno d’istinto ho cominciato a scrivere con l’idea di parlare delle relazioni umane, con l’intento di caratterizzare la scrittura della forza prorompente di far sorridere, trovandoci un gusto particolare, un certo divertimento ed un’altrettanta felicità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 2

Un pizzetto alla crema di burro

Nell’appartamento rimasto vuoto dal trasferimento del mio dirimpettaio, dopo alcuni giorni, iniziarono i lavori e bastò questo per far fermentare lo stabile – tutti si domandavano allarmati, chi mai avrebbe preso il posto di Luca.

La signora Pulvirenti (madre) nell’ultima riunione condominiale continuava a dire la stessa frase a ripetizione: « Matriuzza bedda, non ci vuleva1 ».

Era affranta, adesso, avrebbe dovuto imparare da capo le abitudini di un nuovo coinquilino, peggio, se a trasferirsi fosse stata un’intera famiglia con più di due componenti. Con lo sguardo angosciato passava le giornate affacciata al balcone, come se aspettasse da un momento all’altro la tragedia, l’evento sciagurato – i nuovi vicini. Ridevo ogni qualvolta la vedevo dal basso verso l’alto, appollaiata alla ringhiera con il suo solito vestitino a fiori e il vecchio paio di pantofole blu.

La più anziana delle vicine aveva sempre un aspetto curato anche vestita di casa, credo che a donarglielo fossero i capelli neri raccolti in uno alto chignon, che ne esaltava il viso tondo, i lineamenti sottili di bocca, naso e di occhi. Quest’ultimi simili a due spiragli profondi, la facevano apparire più autorevole del dovuto.

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Il corpo formoso dai seni prominenti, accompagnato da dei modi signorili, le offrivano nell’insieme un aspetto burbero, dolce, famigliare.

La signora Pulvirenti non era l’unica ad agitarsi in vista del trasferimento dei nuovi vicini. L’altra sua cummare, la signora Condorelli, sollecitava il marito ad interessarsi dell’appartamento, a chiedere al capo condomini chi doveva arrivare o se dovesse rimanere sfitto. Non capivo perché insisteva così tanto e a cosa le servissero quelle informazioni. Era visivamente agitata, smuoveva il braccio del signor Condorelli con insistenza e vidi queste sue movenze, un giorno che passarono dal terzo piano. Mi fecero un saluto veloce, distratto, per poi continuare a salire le scale immersi nella discussione sull’appartamento 3A.

Il signor Di Dio, invece, sperava che a trasferirsi fosse una bella donna, magari sulla trentina, alta, magra, bionda, come piacevano a lui – il prototipo della bellezza da passerella di moda che mai si sarebbe girata a guardarlo.

Lui, uomo mingherlino di media statura dai capelli brizzolati, radi e in parte persi nella zona centrale della testa, era un contabile amante dei Manga e dei fumetti erotici. Per conquistare le donne, puntava per lo più sul suo carattere conciliante, a tratti appiccicoso, sulla sua passione per i completi estrosi e sul suo animo da festaiolo.

Un altro condomine che da giorni insieme alla signora Pulvirenti aveva un’aria accigliata era il signor Valenti e mi domandai il perché. Quando senza chiedere, venni a sapere che si sentiva offeso con il signor Zappalà il padrone dell’appartamento che si presumeva fosse stato di nuovo affittato. Secondo quanto mi aveva riferito una fonte attendibile, gli avrebbe fatto piacere (cosa che non gli fu concessa) trasferirsi al piano di sopra, per motivi che consideravo futili e poco credibili. Fra questi c’era l’ottenere una maggior visuale – la notizia mi lasciò perplessa, dato che, non l’avevo mai visto affacciarsi dal balcone nemmeno per innaffiare le piante, verdi e ben disposte, di cui se ne prendeva cura la signora Pulvirenti. Di contro, una motivazione che mi parve plausibile, fu il gatto che da sempre invadeva il balcone del vicino del primo piano facendo scoppiare delle incredibili litigate tra i due – perché il signor Di Dio amava le gatte morte, ma non i gatti.

Per ultima ma non meno importante, la signora Puglisi che si mostrava attenta sostenitrice dei cambiamenti. La mia adorata era l’unica con cui trattavo il tema nuovi vicini e dalla quale, ottenevo informazione su tutti gli animi concitati dei condomini. Ebbi modo di parlarle nel tardo pomeriggio di un mercoledì.

Uscita dal portoncino del palazzo, la ritrovai seduta in una seggiola messa nel balcone di casa, con un grande innaffiatoio verde sopra le gambe.

La salutai, lei ricambiò.

Mi chiese dove stessi andando e se sapessi quando si sarebbero trasferiti i nuovi vicini; le risposi di no. Non era mai successo che avevo elargito notizie alla signora Puglisi che non conosceva già e mi sarei stupita se fosse accaduto il contrario.

« Peccato, tutti qui stiamo aspettando con impazienza » disse con occhi curiosi.

Mi raccontò della signora Condorelli, che da giorni continuava ad assillare il marito; della signora Pulvirenti di quanto fosse irrequieta e di tutti quelli di cui non mi ero ancora accorta. Difatti, per tutto il periodo dei lavori di ristrutturazione, tutti i condomini ebbero facce scomposte, atteggiamenti nervosi, si domandavano perché il nuovo coinquilino non si fosse fatto vedere, aspettandolo con ansia l’ultimo giorno di messa a punto dell’appartamento.

Il ripristino dell’immobile terminò la mattina di quel mercoledì, tuttavia, nessuno venne a valutare il lavoro della ditta edile. I muratori chiusero la casa insieme all’architetto, supervisionati dai signori Condorelli e Valenti che molto spesso facevano capolino sul pianerottolo, ma che, non ebbero il coraggio di domandare chi fosse il committente.

Nonostante il cattivo umore, le signore del palazzo si incontrarono come di consueto al primo piano, munite di grandi borse colorate di plastica, ben agghindate per far la spesa al mercato. Per l’occasione indossavano i vestiti più belli, le scarpe più comode, il trucco più curato.

Per quanto mi stava riferendo la signora Puglisi, fecero tutto come al solito, pure l’incentrare in maniera esclusiva le loro chiacchiere su di un’unica dissertazione: l’apparizione/non apparizione dei nuovi vicini.

Era il predominante argomento che veniva scelto anche durante i lunghi pomeriggi che trascorrevano insieme giocando a carte, per il torneo di burraco, tenutosi due volte a settimana.

La mia adorata cuttighiava2 tutto il tempo, con estrema leggerezza mi veniva a riferire i dettagli delle notizie ricevute, di qualsiasi natura esse fossero.

« Sto andando a mangiare un dolce con Sophie » le dissi prima di salutarla.

« Un dolce? Me ne porti uno? » domandò con gli occhi vispi.

« Certo! Buona serata signora Puglisi » risposi con piacere.

« A te, Gioia! » disse con un sorriso.

Per tutta la serata, Sophie mi tenne ore seduta a parlare del suo nuovo ragazzo, un tipo divertente che aveva conosciuto durante l’ultimo esame di università. Oltre che, a raccontare con tutti le precisazioni possibili l’interrogazione del professore Sidoti, che si era permesso di spremerla come un limone.

Si portava i capelli dietro l’orecchio, muovendo il busto in avanti e non appena ci fu portato il nostro ordine smise di gesticolare, prendendo tra le mani la tisana alla mela e cannella. Quando il suo naso sfiorò il fumoso vapore che fuoriusciva dalla tazza il volto cambiò espressione, producendone una di rivoltante disgusto – labbra arricciate, occhi socchiusi. Con disinvoltura fece a cambio con la mia tisana, assaggiandone il contenuto, continuando a bere; acciuffai l’altra tazza rimanendo in silenzio, con gli occhi fissi sul mio piatto, intenta a punzecchiare con la forchettina la fragola sopra il pezzo di torta.

Dall’altra parte della sala tavoli poco distanti da noi, c’era un bambino con dei capelli fitti ricci che si agitava sopra la sedia accanto alla sua mamma. Alla loro destra, invece, quelli che sembravano essere una coppia di giovani ragazzi sorseggiava dalle tazze e scambiava minimali parole con visi pallidi e tirati.

In breve tempo li avevo soprannominato allo stesso modo in cui gli indiani d’America chiamavano i bianchi.

Lei nonostante l’aspetto funereo, possedeva dei tratti del viso dolci e delicati, incantava la forma, il colore degli occhi, la fluente chioma bionda, le mani lunghe e affusolate.

È Rapunzel, pensai raddrizzandomi.

Mi accorsi prima di lei, poi di lui e, mi ci soffermai più di quanto potessi immaginare – moro, alto, spalle larghe, denti bianchi non del tutto allineati e gli occhi, oh sì, quelli sì che mi lasciarono malfatta.

Erano grandi, di un castano intenso con ciglia lunghe e folte.

Mi innamorai di colpo.

« Caterina! Ci sei? » disse Sophie vedendomi sognante.

« Eh? Sì certo sono qui, stavi dicendo che…ecco… » risposi presa alla sprovvista.

« Lo vedo pure io. È molto carino » disse muovendo con discrezione gli occhi verso il lato della sala in cui si era persa la mia testa.

« Saranno ziti3? » accennai intimidita.

« Non credo lo saranno per molto tempo, guarda che facce, sembrano che sono stati ad un funerale prima di venire qui » rispose Sophie avvicinandosi a me.

Mi girai per guardarli meglio; erano in una sorta di guerra fredda di ostile vicinanza.

Lui sollevò di scatto la testa verso la cameriera che gli stava portando una fetta di torta al cioccolato. Ne addentò un pezzo mostrando da subito una faccia beata, contento di ciò che aveva sotto i denti, sulle labbra – non gli si vedevano più gli angoli rosati della bocca, nascosti dietro il colore scuro della glassa al cioccolato.

Rapito dalla sua stessa ingordigia, ne prese ripetuti bocconi, senza limitare l’attenzione al piatto, scordandosi del tutto che c’era qualcuno accanto a lui, una ragazza che da prima appariva passiva, triste, adesso era arrabbiata ed ostile.

Io, stavo girata a guardarli, Sophie con più discrezione li osservava con la coda dell’occhio. Avremo potuto pure sederci con loro, poggiare i gomiti sul tavolo, la faccia tra le mani e non si sarebbero accorti della nostra presenza.

Lei non era nemmeno consapevole di dove si trovasse, perché ad un tratto, in un secondo inaspettato per tutti i presenti, prese la tazza blu con il manico verde acqua e lanciò il contenuto contro di lui. Il malcapitato rimase fermo qualche secondo seduto al suo posto e dal viso pieno di chiazze scure, la cioccolata calda emanava ancora il suo fumo denso e profumato.

Preoccupata che si stesse scottando, mi alzai impossessata da un istinto irrefrenabile, capace di farmi camminare nella sua direzione sventolando in mano un pacchetto di fazzoletti. Sophie con un gesto secco e composto mi tirò giù afferrando il mio braccio per mettermi a sedere, poi mi guardò come per dire: ma dove volevi andare?

Da solo, non scomponendosi più di tanto, si girò, la guardò, fece un sorriso e piano piano si passò i fazzoletti poggiati sopra il tavolo. Quelli piccoli, eccellenti per soffiarsi il naso, ruvidi, che asciugano benissimo il sudore e cercò di pulirsi, di togliere dal viso l’eccesso – per non sgocciolare fino ad arrivare al bagno.

Ne usò una decina, gli strofinò energicamente uno ad uno contro il viso, lasciando tra le guance e la fronte chiazze chiare e scure.

Un viso pallido era diventato maculato, l’altro era scomparso.

Lei si dileguò e quello che per me sembrava essere il suo ex fidanzato non gli corse dietro, ma se ne andò diretto verso la toilette.

In sala tutti si voltarono a guardare, il bambino irrequieto non riuscì a trattenere le risa, indicandolo con decisione e discrezione infantile.

Intanto che i presenti guardano in direzione del ragazzo, lasciai la sala grande, elegante, con disegni dai dettagli floreali incorniciati ed appesi alle pareti, per dirigermi al bancone, pagare quanto consumato ed ordinare la colazione da portare via – i dolci per la mattina che avrei condiviso con la signora Puglisi.

1Madre bella, non ci voleva.

2Fare cortile, spettegolare, fare gossip, sparlare.

3Fidanzati.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Valeria Olivelli

    (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere il resto. Sembra molto promettente😍

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Simona Pennisi
Sono nata in Sicilia in una notte afosa di fine anni ‘80.
Gemelli ascendenti pesci, credo in parte nell’astrologia, pure essendo una psicologa e psicoterapeuta al termine della sua formazione professionale.
Amante dei dolci, delle coccole, dei luoghi dai ritmi frenetici, ma anche degli spazi aperti immersi nella natura.
Sono creativa e curiosa, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, di tele da dipingere, di libri nuovi da leggere, di mostre da visitare in giro per la città di Milano, nella quale vivo con Love e Patata.
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