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Pane rosso
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Consegna prevista Luglio 2021
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Annibale, dopo la notizia dell’armistizio, alla fine del II° conflitto mondiale, si prepara al congedo. Ma il destino ha deciso per lui un finale alternativo. Sulla via del ritorno viene fatto prigioniero dagli ex alleati dell’esercito italiano. Condotto nel campo di prigionia di Stargard, ancora incredulo per la sorte che gli è toccata, riesce a sopravvivere alla cieca crudeltà dei suoi carcerieri, grazie alla sua conoscenza dell’arte bianca. Ma con la prigionia, lo scorrere del tempo viene meno, i sogni si confondono con la realtà, la paura di morire si alterna alla voglia di porre fine alle torture e sofferenze patite ogni giorno. Tuttavia, Annibale non si arrende all’immotivata violenza dei suoi aguzzini e decide di mettercela tutta per sfuggire all’inferno che lo circonda e fare ritorno alla vita da uomo libero.

Perché ho scritto questo libro?

Amo le storie vere, quelle che mettono in contatto il cuore con l’anima, a tal punto che ogni nuovo incontro diventa fonte di ispirazione per i miei scritti. Perciò quando ho ascoltato la storia di Annibale, permeata dalla voglia di considerare il Mondo oltre il male, mi sono innamorata. Quel che leggerete è il frutto di quegli attimi d’incanto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Giorno dopo giorno, cercava riparo dalle assurdità  viste e udite in guerra, nei campi di battaglia e in  quello che più che un campo di prigionia, sembrava essere un limbo; lì,  dove tutto era sospeso in un tempo indefinito, si viveva  con indifferenza ed un irragionevole distacco, ma comunque necessario per garantire la propria sopravvivenza a quella commedia, quella che ancora con ostinazione, chiamavano tutti vita. Per mettere in salvo quel che rimaneva di lui, ripensava ai momenti di felicità che regalavano i sogni. Più duro e triste era il momento che viveva, più i sogni diventavano reali, lunghi, vivi.

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Annibale si era fermamente convinto che fosse un buon presagio. Perché il buon Dio gli avrebbe permesso di non dimenticare  le persone care, i suoi affetti, se non perché la sua vecchia vita lo stava aspettando? Vi erano giorni durante i quali aveva paura che i suoi famigliari lo credessero morto. Lucrezia avrebbe finito per sposare qualcun altro; per lui era un tormento, più doloroso della fame. Uscì dalla baracca, il freddo era pungente, ma lui oramai quasi non lo sentiva più. Preso come era dai suoi pensieri, non si accorse nemmeno che un soldato lo stava seguendo. Le cucine e il forno non erano molto lontani dalla baracca dove alloggiava. La neve aveva ormai coperto le strade di quella strana città. Il giovane panettiere non l’aveva mai vista prima di allora. Che strano posto era quello per fare nuove esperienze! Quando stava al paese, un piccolo paese affacciato sulla laguna dell’isola di Sant’Antioco, davanti l’Africa, i soliti bene informati del paese, avevano raccontato di gente che ogni inverno si recava dove c’era la neve per divertirsi, ma a lui non sembrava che ci fosse nulla di divertente; faceva freddo, le dita delle mani e dei piedi sembravano spezzarsi, era come se non facessero più parte del suo corpo. No, non c’era nulla di divertente. Il soldato si fermò qualche metro prima che Annibale varcasse la soglia del locale adibito alla preparazione dei pasti e del pane. Il tedesco si girò verso una sentinella che stava poco più in là; si scambiarono un gesto d’intesa e un sorriso beffardo. Annibale spinse la porta ed entrò. Entrare in cucina, malgrado tutto, era sempre un piacere. Toccare il cibo, fare il pane, anche se nero, era un piacere per Annibale. Si sentiva a casa e provava sincera gratitudine per chi gli aveva insegnato a fare il pane; senza saperlo quell’arte, l’aveva salvato da morte certa. Dentro quelle povere stanze, mentre si lavorava non era permesso parlare, ne assaggiare il cibo che si stava preparando. Gli uomini che vi lavoravano (le donne erano ormai quasi del tutto scomparse dal campo), facevano fatica a trattenersi. La fame era tanta, e quel che ai loro occhi pareva un ben di Dio, era una tentazione continua. Annibale era un panettiere, in prigionia come a casa. Quello che per tanti anni era stato un piacere, in quel terribile contesto aveva preso la forma di una maledizione. Eppure, per qualche arcano motivo, proprio quell’antica arte, era diventata nelle sue mani, la sua armatura, l’unica difesa possibile in un piccolo mondo che viveva nell’assurdo, di notte senza fine. Un lampo di luce che se pur per poco, riaccende i cuori, di carne, di pietra, non importa. Lui aveva avuto la prova che la sua arma, bianca come la farina che usano i signori, l’avesse protetto, rendendolo immortale… ma per volere di chi? Molte volte mentre impastava il pane, con un ritmo che pareva una preghiera, i suoi pensieri andavano raminghi all’archivio della memoria a cercare qualcosa che fungesse da stimolo, sperando che avesse conservato ancora dell’energia, la stessa forza usata per fissare indelebilmente il vissuto nell’albo delle cose da ricordare. Ma incredibilmente, tutte le volte, finiva sempre a fantasticare sul suo arrivo al campo prigionieri di Stargard.

Ci sono molti modi per affrontare le difficoltà, Annibale lo sapeva. Molti di questi metodi li aveva appresi nell’infanzia, durante le lunghe giornate passate in bottega, tra sacchi di farina e legna da bruciare per alimentare il grande forno del panificio di famiglia. Estate o inverno non faceva differenza. Il pane andava cotto, i clienti accontentati, i guadagni divisi tra tutti i parenti. Una grande famiglia  la sua, non proprio completamente di origine sarda, il cognome tradiva l’origine. Giannetto, il suo babbo, era arrivato in Sardegna in fasce, dal sud Italia con i genitori in cerca di un futuro migliore, per questo non si era mai posto il problema: lui si sentiva sardo. In verità, a molti compaesani, non pareva tanto “sarda” la tenacia e la capacità di opporsi al destino, che sembrava segnato per tutti gli altri, ma non per lui, e questo suo atteggiamento regalava alla sua vita quel non si sa cosa, che tutti invidiavano. Da quando stava al campo, molte volte si era ritrovato a pensare a suo padre, alle sue braccia forti, instancabili, alla sua risata cristallina, alla sua pungente ironia. Chissà se avrebbe riso anche in mezzo a tutta quella neve, alla fame, alle grida soffocate di dolore, chissà. Che paura aveva di dimenticare il suo volto, la sua voce tonante ma allo stesso tempo rassicurante. La mamma era solita parlare di lui come di un cantante d’operetta mancato. Raccontava con aria sognante, mentre davano forma al pane decorato della festa, chiamato in sardo “coccoi”, con forbici e coltellini, che se non fosse stato per la necessità di aiutare la famiglia, avrebbe cantato come fanno in teatro; sicuramente grazie alla sua bella voce, si sarebbe esibito in una famosa compagnia di artisti, col capello calato sulle ventitré e i vestiti puliti, senza il velo di farina che sembrava perseguitare tutti i suoi famigliari. Mentre raccontava era fiera di lui, le brillavano gli occhi e potevi sentire quasi il battito del suo cuore rimbalzarle in petto. C’erano delle notti, in baracca, che gli sembrava di sentire sua madre urlare il suo nome… disperata… lo cercava e non lo trovava; lui rispondeva ma, nulla! Per lei era invisibile e senza più una voce, come fosse un fantasma, come fosse morto. Allora si svegliava sudato e spaventato e pregava Dio, col cuore in gola, perché i suoi cari continuassero a sperare nel suo ritorno. E Lucrezia? Avrebbe avuto la pazienza di aspettare? Solo Dio conosceva la risposta e lui pregava come gli aveva insegnato don Ruju, come un figlio parla col padre. Annibale pregava e piangeva senza lacrime, davanti ad una montagna di pane che non li avrebbe sfamati; perché per i prigionieri non c’era pane, non c’era nulla che assomigliasse ad un normale pasto, non a quello di un essere umano libero. Un suo compagno di prigionia era solito commentare la scodella di brodaglia calda con un laconico commento a bassa voce: – “ Gli animali a casa mia mangiano meglio di noi qui.“ – tutti ascoltavano in silenzio, non un commento o una smorfia di approvazione, i carcerieri non aspettavano altro, bastava un nulla che li infastidisse  e sarebbe scomparso persino il ricordo delle loro divise fredde e putride. Nella baracca dedicata alla preparazione del pane e dei semplici e miseri pasti, sembravano essere tutti muti. Sapevano per esperienza che mostrarsi e ricordare al nemico di essere ancora vivi non era una buona cosa. E così si aggiravano tra i tavoli e le poche suppellettili come ombre, fantasmi. Ma vi erano delle giornate dove a fare rumore erano i pensieri. Si scontravano tra loro; saltavano fuori dagli occhi che si incrociavano, nel silenzio apparente, quasi struggente.

È pur vero che le paure accomunano, ma in quella situazione non era possibile. Ognuno doveva e poteva pensare solo a se stesso. Alcuni che avevano dimenticato la regola del silenzio, erano scomparsi, come nubi al sole. Nessuno aveva osato chiedere di loro e così, lentamente, i loro nomi erano diventati suoni senza significato. Annibale aveva capito subito che in quel dannato posto senza Dio era solo. Nemmeno l’Altissimo poteva intervenire più di tanto; si era convinto di questo. Molti compagni nel buio delle notti fredde, in baracca, sopra i tavolacci, gridavano sottovoce la loro disperazione ad un Dio che credevano morto. I mugugni spesso diventavano rantoli, pianto soffocato e poi… di nuovo silenzio. _ “ Che fortuna che le nostre famiglie non possano vederci in queste condizioni.” _ era solito pensare Annibale, quasi a cercare una consolazione in quello che sembrava un brutto sogno, un incubo infinito. Qualche volta aveva provato a specchiarsi nell’acqua. Non si era riconosciuto. Un grugnito aveva sostituito le lacrime per lo spavento; dove si era nascosto il bel giovane che aveva creduto di essere? Per fortuna Lucrezia non lo avrebbe visto in quelle condizioni. Sembrava un vecchio, più vecchio di suo padre. Senza capelli, uno scheletro il corpo,lo sguardo scuro, la voce flebile, la forza ? Finita. Le giornate avevano tutte lo stesso ritmo; ogni giorno gli stessi passi, i medesimi gesti, i soliti desideri, la stessa speranza. Era come tornare bambini, si aspettava l’arrivo di un eroe che avesse ancora la dignità della ribellione, la forza per sopravvivere a quella che sembrava una favola da raccontare ai bimbi nelle notti di temporale, davanti al fuoco, prima di andare a dormire. Ma lì non c’erano coperte sotto le  quali nascondersi, non vi erano più nemmeno sogni, solo buio, dentro l’anima e in tutto quello che circondava i prigionieri. Annibale si guardava intorno mentre pensava, come se quello che lo circondava non fosse la sua realtà, la sua quotidianità. Il distacco non era voluto, si era presentato da solo, come un invitato dimenticato, ma tollerato per la sua iniziativa. Sì, era così: benvenuto egoismo! Alla fine dei suoi monologhi mentali, dei suoi confronti con se stesso, Annibale era giunto alla conclusione che esisteva solo un modo per superare “l’incubo” : diventare trasparenti; così si sarebbero dimenticati di lui e non l’avrebbero fatto sparire dietro le porte bianche. Lo sapevano tutti, ma nessuno ne parlava, chi varcava la soglia delle porte bianche non tornava indietro. La cosa che Annibale trovava inquietante era che  nessuno voleva sapere cosa si nascondesse dietro quelle grandi porte, forse perché quell’odore nauseabondo che permeava ogni cosa nel campo, sembrava arrivare proprio da lì. Un’altra abitudine acquisita nel campo che spaventava il giovane panettiere era quella di non poter chiamare per nome, ad alta voce, nessuno dei suoi compagni di prigionia che dividevano con lui le fatiche della giornata. Al posto dei nomi avevano avuto dei numeri, dei semplici numeri. Lui per non dimenticare i nomi delle persone a lui care continuava a raccontare di loro a se stesso; parlava tra sé e sé, in silenzio e senza tradire emozioni col viso e lo sguardo, di  aneddoti, vecchi pettegolezzi sentiti in negozio, riviveva ogni giorno l’emozione del primo sguardo che si era posato sul bel viso di Lucrezia. Alla fine era sempre lei, il suo ricordo, così vero, che gli dava la forza di andare avanti, di non sentire il freddo, i morsi della fame, di superare la nausea per l’odore di morte che aleggiava tra le baracche scure e putride. Certi giorni era sicuro che sarebbe morto, altri che sarebbe arrivato un angelo celeste che avrebbe aperto quei cancelli e li avrebbe portati tutti in salvo, lontano da i carcerieri che, giorno dopo giorno, assomigliavano sempre di più a bestie  inferocite e sempre meno a degli uomini. La crudeltà, il gusto di infliggere la sofferenza, l’aveva già conosciuta nell’esercito… ma adesso era diverso; il male, quello vero, quello che solo il demonio del quale raccontava don Ruju la domenica in chiesa, sapeva ispirare, aveva bocche per ridere delle pene altrui e braccia per distruggere corpi che di umano conservavano ormai ben poco, se non un’anima schiacciata tra un cuore dolorante e occhi senza più lacrime. Ma i ricordi, quelli non potevano toccarli; stavano nascosti nella testa e lì erano liberi di vivere, senza fame e senza sete; perché la vera libertà, pensava Annibale, era quella che non aveva bisogno di niente per esistere. Nessuno avrebbe mai potuto impedirli di ricordare… di Essere.  Tuttavia era cosciente del fatto che continuare a vivere in quel modo era un’impresa da eroi, ma lui che non si sentiva un eroe, poteva pensare e sperare di vivere? Troppe volte in quelle lugubri e fredde mattine d’inverno, aveva confuso la realtà con il sogno; al suo paese quelli così… non si fermavano a lungo sulla terra dei vivi.

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Pierluigia Troncia
Nata a Carloforte nell’Isola di San Pietro nel 1965, predilige i libri intriganti e la buona musica. Non ricorda quando ha iniziato a scrivere, ma considera questa passione una necessità alla quale non ha mai pensato di rinunciare. È solita dividere il suo tempo tra volontariato e famiglia, alternando l’organizzazione di eventi culturali alla partecipazione a vari tornei letterari. Appassionata custode delle tradizioni della Sardegna, studia gli antichi balli sardi, nella speranza che ciò l’aiuti a raggiungere il traguardo dei cento anni.
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