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Perduta nei miei sogni

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Consegna prevista Agosto 2020
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Jake vive in Florida, lavora in uno studio legale ed è molto abitudinario: corre ogni mattina, pranza sempre nello stesso posto, fa sempre il solito sogno, ogni singola notte, dove vede il contorno indefinito di una ragazza, ne sente la voce, ma non riesce a distinguerne compiutamente il volto. Quella sconosciuta lo chiama a sé e Jake fa di tutto per raggiungerla, senza successo, fino a quando…

Questa storia racconta di sentimenti, di scelte, di amore e come questi possano stravolgere in un attimo la vita, senza rendersene conto, senza averne il controllo, lasciando una persona completamente ed infinitamente in balia del proprio cuore.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro non racchiude semplicemente parole, è un viaggio all’interno del mio animo, della mia persona. Nonostante sia una persona emotiva, riservata, quasi timida, ho da sempre sentito il desiderio di svelare i miei sentimenti, di donare una parte di me a chiunque mi voglia ascoltare, e ho trovato in queste pagine il modo di farlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

La sveglia suonava ogni mattina alle sei e mezza, quando il sole era basso nel cielo ed il caldo non annientava ancora la voglia di uscire.
Vivevo a Sarasota, una città della Florida affacciata nel Golfo del Messico. Era abitata da circa sessantamila persone, di cui solo una piccola parte si era stabilita nelle varie isole che delimitavano la baia dal mare. Erano tutte collegate fra loro da ponti e ponticelli ed ogni casa o villa che si affacciava sulla baia aveva un corrispondente spazio di spiaggia privata sul lato del Golfo.
Le temperature raggiungevano livelli molto alti d’estate, con picchi di umidità lancinante e l’unico momento possibile per andare a correre era la mattina presto.Continua a leggere
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La corsa mattutina riusciva sempre a farmi stare bene, fisicamente e mentalmente. La spiaggia era bianca, di una sabbia talmente fine da dare innegabilmente noia al migliore amante del mare, eppure di una bellezza tale da ammaliare persino il peggiore. L’alba, con i suoi colori chiarissimi mi dava il buongiorno, ed io, come sempre, le risposi volentieri.
Correvo lungo il bagnasciuga, dove bisogna stare attenti a non calpestare e rompere tutte le bellissime conchiglie colorate. Ogni tanto mi fermavo e le raccoglievo per metterle in una grande ampolla riempita per un quarto di sabbia che tenevo nel bagno.
Correvo veloce, per far volare la mente, per non pensare a quella dolce voce che ogni notte mi tormentava. Andava avanti da mesi. Tutte le notti. Era una voce mai sentita, lieve, che mi cercava, che mi chiamava.
La corsa durava circa tre quarti d’ora, attraversavo tutta la spiaggia privata ed entravo in quella pubblica. Erano sempre vuote, entrambe, e ciò mi dava un sacco di sollievo. Arrivavo all’estremità dell’isola, dove la costa curvava repentina verso sinistra. Lì mi voltavo e facevo tutto il percorso a rovescio.
Il sudore mi grondava dalla fronte, dal petto, dalle braccia, ovunque. Era estate, ed il caldo umido iniziava a farsi sentire con insistenza. L’isola dove vivevo, Lido Key, era molto tranquilla. La maggioranza della popolazione era composta da pensionati che venivano stagionalmente per scappare dai dolori dei freddi inverni del nord. E lo facevano ogni anno.
Verso dicembre si notava il numero di auto per la strada aumentare spropositatamente, le file al supermercato triplicavano e per andare a lavoro ci volevano almeno cinque minuti in più.
Non mi erano mai piaciute le grandi città, le trovavo caotiche e molto scomode. Nei piccoli borghi però non vi sono grandi prospettive, né un’ampia scelta di prodotti da consumo. Vivere su l’isola era ideale. Per qualsiasi bisogno dovevo semplicemente attraversare un ponte, senza rinunciare alla tranquillità se di niente necessitavo.
Stavo facendo stretching davanti al garage, come il mio amico John, precedente padrone di casa mi aveva insegnato. Lui era un veterano della corsa, ogni giorno andava su e giù per quelle spiagge per un’ora, era instancabile, anche se aveva il triplo dei miei anni. La prima volta che venni in questa città mi ospitò per 4 mesi.
Veramente un’ottima persona, gentilissimo e di compagnia.
Il giorno che mi convinse ad andare con lui a correre riuscì a farmi quasi svenire. Ovviamente ero troppo orgoglioso per non cercare di tenere il suo passo. Non sentii i muscoli delle gambe per dei giorni.
Casa mia era grande, con un’ottima disposizione dello spazio, era perfetta. I miei genitori la comprarono poco dopo la mia visita, quando l’economia della Florida aveva abbassato i prezzi delle vendite, sperando di poterci andare a stare prima o poi. Dopo la mia laurea si decise che sarei stato io ad occuparla, probabilmente per la vita.
Per arrivare al garage c’era un vialetto di circa cinque metri, delimitato da qualche pianta. Il giardino contornava tutta la casa, avrei potuto tranquillamente permettermi un cane, lo spazio c’era. Mi sarebbe pure piaciuto prenderne uno. Una persona non si immagina quanta compagnia possa fare fino a che non ne tiene uno con sé. Il problema è quello inverso però: chi farà compagnia a lui? Per questo evitai di acquistarne uno. Non volevo farlo soffrire di solitudine.
Accanto alla mia, varie villette riempivano quella parte di paradiso. A destra avevo Jin, vedova di mezzo secolo che stava a ore a scrutare fuori, in attesa del passaggio di qualcuno da squadrare dalla testa ai piedi, forse solo per cercare di passare il tempo. Era ancora una bellissima donna.
Alla mia sinistra invece abitava Max. Uomo degno di nota per la sua curiosità in materia di automobili. Aveva girato tutto il vicinato ed il resto dell’isola con la scusa di fare amicizia, ma il suo intento era sempre quello di infilarsi nel garage, guardare il tipo di macchina posseduta ed eventualmente vantarsi della sua Porsche Boxer. A volte gli andava bene, a volte no e tornava deluso, quasi infastidito dal sentirsi inferiore.
Ero fondamentalmente un tipo riservato, a cui non interessavano la maggior parte delle frivolezze che riempiono questo mondo. L’invidia mi scivolava addosso come l’acqua di una pioggerella estiva. E in Florida di pioggia ne veniva tanta.

Stavo finendo di stirarmi per bene la coscia quando sentì il rumore di una bicicletta. Non ci feci molto caso, a volte ai turisti piaceva farsi un giro dell’isola, e quello era il miglior mezzo per non perdersi niente. Potevi ammirare con calma le case, le spiagge ed il mare, con tanta crema ed un cappello in testa, ovviamente.
Il cigolio della catena e il ruotare a contatto con l’asfalto delle gomme diminuivano ad ogni secondo che passava.
Appena prima di sparire del tutto udii qualcosa che colse d’impatto la mia totale attenzione.
Rimasi immobile per almeno una decina di secondi, il mio battito iniziò nuovamente a correre.
Non mi capacitavo. Magari avevo sentito male, forse me la ero solamente immaginata, ma era la voce di tutte le notti, quella stessa voce che si intrufolava nei miei sogni.
Una tempesta di pensieri mi inondò: “è lei? Forse mi sbaglio… No sicuramente mi sono sbagliato… Ma potrebbe essere lei… Cosa faccio? Lascio perdere… Dovrei raggiungerla? E cosa le dico?? Salve, lei non mi conosce ma io la sento tutte le notti nel sogno? Mi prenderebbe per pazzo, o peggio per maniaco… No devo vederla.” Decisi finalmente.
Uscii di corsa dal vialetto, ma la bicicletta aveva appena svoltato l’angolo.
Iniziai a correre, preso dall’ansia di perderla. Le gambe si alternavano ad un ritmo altissimo, come se si fossero appena svegliate da un lungo sonno. Il respiro aumentò vertiginosamente, le mani tese, dondolavano con forza lungo i fianchi. Svoltai la curva, e vidi una figura indefinita dopo il ponte in fondo alla strada. Si stava allontanando.
Accelerai di più, cercando di ridurre la distanza che mi separava da quella ragazza. Riiniziai a sudare, gli occhi mi pizzicavano, i polmoni mi bruciavano intensamente. Sentivo le gambe stanche, troppo.
«Ehi, Tu!! Aspetta, ti prego!» urlai, invano, come ultimo tentativo.
La sua figura si allontanò e sparì dalla mia vista. L’avevo persa. Me l’ero fatta sfuggire da sotto il naso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Antonio Mordini
Antonio Mordini ha 30 anni. Prende una laurea in Giurisprudenza, ma non è felice, si rende conto che quella non è la sua strada. Decide dunque di trasferirsi in Florida, dove trova ispirazione per la stesura del suo primo racconto. Per uno strano gioco del destino riesce, grazie a quelle pagine, a trovare il vero amore, quello che lo farà tornare a casa, a Barga, una cittadina nel nord della Toscana, dove vive attualmente con sua moglie.
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