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Posso dirlo a te soltanto

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Consegna prevista gennaio 2020

A 14 anni non ti poni molti interrogativi sul significato di ciò che ti circonda. Lo pratichi e basta. La mente è distratta dagli stimoli dell’adolescenza, incalzata dall’istinto. Ma il cuore resta vigile, vede con invisibili occhi ed è l’unico in grado di dare senso a ogni impronta lasciata lungo il cammino.
Il racconto di Rita lascia emergere una vita emotiva più coerente con l’età adulta, minata da un dolore mai risolto dovuto alla perdita della mamma. Coinvolta in un divertente giro di equivoci, la piccola induce alla riflessione profonda su aspetti della vita che, spesso, restano sottesi. Osserva il mondo col solo limite dettato dalla sua età, ma è capace di plasmarlo in una forma inedita, appropriarsene come le aggrada, caricando di canzonatoria ironia i suoi giudizi.
La sua vivace curiosità la condurrà a un incontro inatteso. E, tra le sue digressioni su Dio, la natura e i suoi elementi, Rita incontrerà un mondo parallelo capace di parlare al suo cuore più di quello reale.

Perché ho scritto questo libro?

9 dicembre 2015, ore 18.
Spesso si ricordano le date di eventi lieti.
Spesso…. Non sempre.
Questo è il giorno in cui il Cielo ha reclamato la presenza di mia Moglie.
Questo libro rappresenta una dedica nei Suoi confronti, ovunque Ella sia, qualunque
sia la sostanza del luogo che la ospita.
Scritto pensando a come avrebbe potuto scriverlo ciascuna delle nostre bambine. A
quanto ancora avrebbero avuto da dirLe.
Da dire…. “a Lei soltanto”!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Cos’è l’amore?
Bella domanda. Quanti testi saranno stati scritti in sua ode? Da quello che trovi facilmente sugli scaffali di una Biblioteca ad una semplice dedica scritta da mano anonima su un bigliettino che il tempo consuma.
E se è ineffabile ciò che accade a corpo e mente quando si è avvinghiati tra le sue braccia, come lo definisci?
E quanta parte ha l’istinto in tale sentimento?
Quanto raziocinio può contenere il precipitare di un impulso che ti parte dal profondo. Che non elabori né contieni, che non identifichi anche se riconosci, anche se lo vivi.
Ma se ridurlo ad una risposta univoca è opera vana, quando puoi realmente dire di esserne sfiorata?
Posso dire con certezza di amare gli animali ma non sento il ticchettio del cuore mentre sta per esplodermi nel petto se penso a un cucciolo di beagle.

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Allora, forse, l’amore lo definisci dal suo oggetto. Da ciò, o da chi, è in grado di trasmetterti un’emozione incontenibile. Così profonda da riuscire a raggiungere luoghi di te stessa che nemmeno sapevi ti abitassero.
In tal caso l’amore ha una forma e una sostanza. Ma anche così non lo puoi misurare. Eppure esistono amori che sono semplicemente più grandi di altri.
Forse l’amore cessa di essere un astratto quando è in grado di cambiarti. Di fare da spartiacque tra ciò che eri prima e ciò che sei diventato dopo. Non più un’esperienza ma un confine.
Io però su quel confine mi ci sono seduta. E ho lasciato penzolare le gambe indecisa se attraversarlo o ritirarle e tornare indietro.
È questo che faccio.
Procedo in modo trasversale mentre apparentemente la mia via scorre via diritta.
Eppure…
Quando pensi che le cose vadano male, accade sempre qualcosa che ti persuade del fatto che, in fondo, non vanno poi così male… vanno anche peggio.
Mi chiamo Rita, sono una quattordicenne nel corpo di una ventenne. Come sia possibile che il mio corpo si sia messo a correre senza lasciare alla mente l’opportunità di tenergli testa resta per me un mistero. Che forse risolverò quando si ridurranno le distanze.
Il mio papà mi ripete spesso che appena un anno prima non ero che una bambina.
Il concetto non mi è così chiaro. Se me lo ripete ogni anno vuol dire che quello precedente ero una bambina (anche se gli anni passano) mentre nel momento in cui me lo dice non lo sarei più. Vallo a capire mio padre. Sempre “accelerato”, che ti esprime concetti risolutivi della vicenda umana mentre è tutto concentrato a fare qualcos’altro. Come se guardarti dritto negli occhi ne interrompesse il filo logico.
Da quando mia mamma non c’è più sembra sempre essere nel panico perenne. Raro è un suo sorriso ed è ormai diventato il ticchettio fastidioso di un pendolo il suo sfogo lamentoso. Si ripete continuamente, ad ogni occasione e senza posa. Io ovviamente sono il suo bersaglio privilegiato.
Non va bene nulla di me, neanche un gusto musicale che poco poco si allontani dai canoni del Festival di Sanremo; e nemmeno delle edizioni più recenti. Ma le sue disquisizioni ampliano il loro spettro fino all’inverosimile. La politica è sporca, il Sistema è corrotto. Ma quale “sistema”? Quello che gioca ogni settimana per “dare una svolta”, come dice lui?
Non ne parliamo della sua dialettica sulle professioni. Secondo lui la categoria degli Insegnanti rappresenta una classe di privilegiati; stanno sempre a casa, fanno un lavoro comodo e ben retribuito oltre che socialmente riconosciuto, hanno una qualità della vita invidiabile, non hanno la minima idea di cosa significhi lavorare e bla bla bla.
Neanche i Vigili Urbani gli sono simpatici. Li trova inerti davanti alle scuole, come sgradevoli addobbi del paesaggio, oltretutto spazientiti dal loro dolce far niente, utile a fargli percepire il loro più che rispettoso stipendio. Cavolo, ma quando piove allora? E poi cosa vuole, abolire l’intera Polizia Municipale?
Anche il “piccolo” Fiocco di Neve (il gatto che coi suoi venti anni d’età è prepotentemente attaccato alle sua sette vite) sembra sbadigliargli in faccia quando lancia le sue invettive. Anche lui sarebbe un essere inutile, ma almeno non percepisce lo stipendio altrimenti sai le risate.
Mamma è morta due anni fa. Era bella. Riusciva a fare tutto senza scomodare i Vigili, gli Insegnanti, il Parroco, il Sindaco e tutti gli assessori.
Mi manca. Mi manca litigare con lei, svicolare da ogni suo consiglio… dirle “Ti voglio bene”.
E papà è cambiato tanto da allora. Io lo so, lo vedo… lo odio.
La sveglia è suonata. Comincia l’avventura delle superiori. È il primo giorno. Dovrei alzarmi di scatto, darmi il tempo di andarci al meglio ma… Allungo il braccio, carezzo col dito il telefonino per fermare quel suono orrendo, mi giro su un fianco dando la schiena al comodino su cui è poggiato, chiudo gli occhi.
– Rita! Rita! Ma ti vuoi alzare? Ti avevo detto di non fare come gli altri anni. Adesso hai l’autobus che ti parte, mica aspetta la principessina dei Windsor. Mi ascolti?
Tiro fuori la testa da sotto le lenzuola, dove avrei voluto stare per un decennio ancora. Diamine, mi urla da un centimetro.
Lo guardo e non parlo. La sua voce mi trapana il cranio ma mi giro, lo guardo ancora una volta, gli occhi sono in perfetto allineamento e nessuno dei due li abbassa, mi scopro di botto della coperta, mi vede già vestita e pronta per uscire (giusto una breve capatina nel bagno).
Non dice più nulla. Mi volta le spalle.
– Alzati.
Sibila piano.

Cap. II

Io non sono pigra. Sono semplicemente riflessiva!
Sto lì a ponderare circa l’utilità di una tale cosa e a valutare le giuste azioni da compiere quando quella tale cosa non mi risulta, per così dire, tanto gradevole.
Voglio dire, perché sono tutti così frettolosi?
Che senso ha correre per qualunque motivo, anche il più futile, quando, alla fine, la cosa più agognata della giornata da tutti è il riposo?
Stress e relax. Lo Yin e lo Yang del confucianesimo moderno.
Ci si fa l’abitudine ad andare di corsa. Mentre si disimpara la contemplazione. Correndo così il rischio di assaporare ogni cosa senza gustare nulla.
Per questo non mi spiego perché mi biasimino così tanto quando sono concentrata a “fare” ciò che mi viene meglio, quasi naturale… nulla!
“Vivi la vita come fosse il tuo ultimo giorno”.
Quante volte ho letto questa frase. Ma io non sono affatto d’accordo. Tutt’altro. Penso che la vita vada vissuta come se fossi al tuo primo respiro. Quando l’entusiasmo è al suo acme. Quando tutta la vita è davanti a te e tu la insegui, la modelli.
Al contrario rischierei di deprimermi. La vita, per me, non è “ora e mai più”. Ma è “ora e per sempre”. Per tutto ciò che “ora” rappresenta e modifica il tuo futuro.
Non faccio mai colazione.
Psicologicamente mi fa stare bene. È come se quest’abitudine potesse aiutarmi a perdere qualche chilo. Il primo buon proposito di ogni giorno.
Ieri sera non riuscivo a prendere sonno per l’emozione ma adesso struscio i piedi come se avessi le catene agganciate alle caviglie e mi trascinassi due pesanti sfere di metallo ad ogni passo.
Sembra ancora estate. Si sente il canto degli uccelli che si inseguono in modo irregolare nel cielo. Chissà che sensazione si prova in volo!? Mamma è andata in cielo ma dubito che sia la stessa cosa. Dovrei chiedere a un uccellino di passaggio ma non parlo il cinguettese e poi gli uccelli sono animali diffidenti. Ti avvicini per osservarli e volano via; anche dopo avergli offerto qualche briciola per conquistarteli. Venezia non è in ogni luogo.
– Rita.
La voce di Lisa mi distoglie dalle mie elucubrazioni. È già ferma davanti alla fermata dell’autobus con le palpebre leggermente socchiuse come se fosse lì da ore.
Sventola il braccio destro come a sollecitarmi ad allungare il passo.
In effetti il frastuono del pullman è nitido alle mie spalle. Giusto in tempo, ma l’importante è il risultato.
– Muoviti Rita che perdiamo l’autobus.
– Ma se sei già lì.
Come se non parlasse di me.
– Dai.
Arrivo alla pensilina in perfetta coincidenza con la frenata dell’autobus. Le porte si aprono col loro tipico sfiato acustico. Entro prima di lei. Prima di tutti gli altri in attesa. Poi mi fermo, costringendo anche loro alle mie spalle a fare lo stesso. L’espressione di Lisa è un misto tra l’attonito e lo sconcerto.
– Sali? – le dico con naturalezza.
I posti a sedere sono già tutti occupati. Mi porto verso il centro della vettura per evitare di restare schiacciata da corpi e odori non sempre gradevoli. Lisa entra per ultima nonostante fosse probabilmente da un’ora in attesa alla fermata.
Lei è così. Si tiene sempre indietro.
Coi suoi lunghi capelli biondi, lisci, che le cadono fino al fondoschiena, gli occhi di un celeste innaturale, potrebbe arrogarsi il diritto di precedenza su ogni cosa immaginabile. Così, per “diritto di immagine”. Ma lei è così. Insicura e indecisa, timida e gentile, quasi come se avesse sbagliato pianeta in cui abitare.
La sua psicologa le suggerisce di avere più mordente e sicurezza nei suoi mezzi. Ma da quando ha messo l’apparecchio ai denti i benefici della terapia sono evaporati come il fumo del cibo appena cotto su una brace in una giornata ventosa.
Conosco Lisa dalle elementari. Non saprei dire se è la mia migliore amica ma quando ho da sfogare qualcosa chiamo lei. Non abbiamo una frequentazione extrascolastica, non andiamo in vacanza insieme. Cinque anni nella stessa classe e nemmeno una volta abbiamo fatto i compiti insieme. Lisa è Lisa. I legami più duraturi nel tempo non entrano mai in assoluta confidenza. E poi con lei mi sento come Candy Candy la crocerossina. Una volta me la citò mio padre. Dovrò vedere una puntata del cartone su Internet prima o poi.
Com’era prevedibile resta ferma sul primo gradino dell’autobus mentre le porte si richiudono alle sue spalle. La vedo a malapena, allora mi sporgo fino a toccare col mento il ciuffo di un ragazzino seduto ai lati della vettura. Le faccio segno di avanzare ma lei mi osserva rassegnata. Allungo il braccio per indicarle di venire avanti ma urto il cellulare del ragazzo di cui già avevo apprezzato l’odore dei capelli freschi di shampoo. Era gradevole. Ne riconoscevo la marca ma al momento me ne sfuggiva il nome.
Il telefono gli cade sui piedi. Immagino lo sguardo d’ira da parte sua, invece lo raccoglie con la dolcezza di chi solleva un gattino appena nato da terra, alza la testa e mi sorride con un gesto del capo che tradisce un poema. Ma non proferisce una sola sillaba. Un “tutto ok, non è successo nulla” in alfabeto muto.
Faccio un segno col dito indice per indicargli la mia amica, quasi come se anche lui lo fosse, e di vecchia data.
Lui sorride, ed io lo osservo meglio per un attimo durato cent’anni. Ha lineamenti delicati, un ovale oserei dire perfetto. Gli occhi sono di un nocciola intenso, i capelli corti alla nuca con un bel ciuffo in avanti. Ma nulla era sufficiente a descrivere quel sorriso. Non lo avrei più dimenticato. Potrei lavorare alla scientifica da grande. Sogni da chef… andate a “farvi friggere”!
I tentativi di incursione di Lisa risultano vani e, così, restiamo nelle nostre posizioni per il resto del tragitto.

Cap. III

D’un tratto sono agitata. Fino a pochi minuti prima sembrava non mi sfiorasse nemmeno l’idea di ritrovarmi nelle agognate scuole superiori ed invece, adesso, soffro un certo senso di disagio.
Non c’è stata la consueta corsa all’ultimo banco. Forse perché, per lo più, non ci si conosce, salvo poche eccezioni. Con un consueto giro di favori io e Lisa siamo nella stessa classe. Fosse stato per lei ci saremmo sedute al primo banco centrale. Magari anche spostandolo più avanti, fino a rischiare quasi di non riuscire a vedere l’insegnante a causa dell’enorme cattedra stile anni novanta che domina quella porzione d’aula. Quasi a monito di uno stile di insegnamento che nulla ha a che vedere con l’innocente metodologia delle medie appena passate, appena rimpiante.
Ma invece, sim sala bim, ci ritroviamo all’ultimo banco con Lisa che mi lancia uno sguardo che mi ricorda uno dei nemici dell’ultimo spider man al cinema.
Ma si calma, per poi tornare ad irrigidirsi all’ingresso del Prof., che spegne il chiacchiericcio circostante.
– Buongiorno – tipico.
– Buongiorno professore – corale.
Poi accade l’inatteso.
Lisa comincia a svuotare uno zainetto che in effetti, per essere il primo giorno di scuola, mi sembrava alquanto ingombrante. Poggia un quaderno sul banco per poi rettificarne di un millimetro la posizione per disporlo in parallasse col suo corpo, posa due penne (una blu e una rossa) alla sua destra, ne mette una terza (nera) in alto, disposta in maniera trasversale e una matita con tanto di gomma e temperino alla sinistra. Ma che sta facendo? Prepara il tavolo per un ricevimento nuziale?
E non è mica finita qui. Continua ad abbassarsi e rialzarsi prendendo tutto lo stock reperibile in una cartoleria. Righello, squadrette, goniometro, compasso.
Compasso? Che pensa di doverci fare col compasso il primo giorno?
Poi supera ogni limite umanamente sopportabile. Si abbassa di nuovo e tarda a rialzarsi. Sembra un’escavatrice i cui denti sono rimasti incastrati in qualcosa di grosso. Poi disincaglia il “macigno” e risale come un palombaro dall’acqua tutta rossa in viso, per poi, impettita, adagiare un dizionario della lingua italiana che pareva pesare un quintale, luccicante per quanto nuovo.
Dopo il “parto” lo zainetto, prima stracolmo, si sgonfia come un palloncino bucato.
Quando è troppo è troppo però.
Le tiro una gomitata sussurrandole “ma fai per davvero?”
Ma l’ingresso del prof aveva zittito l’aula e il mio sussurro era risuonato come un boato. L’intera classe si volta all’indietro. Venti paia di occhi si girano verso di noi da ogni direzione. Dal centro partono quelli del professore, sulle fasce laterali si scagliano quelli dei compagni come in una surreale partita di calcio. E così via, tutti diretti verso uno stesso punto. Ogni paio… “quel” paio.
ODDIO! Non ci posso credere. Quegli occhi, quello sguardo.
Andrò alla scientifica, è deciso.
Lo stesso prof sembra attonito di fronte alla metodica disposizione degli strumenti “chirurgici” di Lisa. Sorride, alzando in maniera quasi impercettibile gli occhi al cielo e con risolutezza si rivolge alla classe richiamandone l’attenzione con un leggero battito delle mani.
– Prendete un quaderno e aggiungeteci “una” penna per favore
Tutti i soldatini tornano ai loro ranghi. “Angelo col ciuffo” compreso.
Prendo il quaderno (l’unico quaderno) che avevo portato. Senza zaino, senza merenda, senza… ops.
– Ehi Lisa
– Che c’è?
– Mi presteresti una penna?

Cap. IV

La campanella suona ed il primo giorno di scuola volge al termine.
Comincia il rituale opposto offerto da Lisa all’inizio della giornata. La classe si svuota e io faccio per aiutarla ma lei mi arresta il polso con una presa da lottatore e mi lancia uno sguardo che un lottatore vero lo stende.
Non la contraddico. Knock down al primo secondo.
Corriamo verso il cancello d’ingresso. Facciamo per prendere la prima curva a sinistra e ci vediamo sfrecciare il “nostro” pullman quasi fosse su un circuito di Formula 1.
Lo abbiamo perso. Dalla strada cerco di scorgere all’interno di quel mezzo, che farebbe la sua bella figura in un concessionario di veicoli d’epoca, gli occhi a cui ormai non riesco più a non pensare.
Nulla, li ha fagocitati insieme a una cinquantina di altre vittime innocenti.
Si chiama Marco. Classico, come il più classico dei principi.
– Ci vediamo domani – sibilo a malapena.
– Ma perché? Come intendi andare a casa? – mi risveglia Lisa.
La fulmino con gli occhi. In questa mattinata gli occhi andavano per la maggiore.
Arrivo a casa con un’ora di ritardo. Lo stomaco brontola dalla fame.
Papà è rientrato al lavoro e la casa è vuota. La riempie soltanto un odore di cucinato che accelera la mia salivazione. Forse papà ha ragione. Forse davvero la colazione è il pasto più importante della giornata. O forse no, e comunque ci penserò dopo mangiato.
Poggio il quaderno sulla tavola e il rigonfiamento che si forma nel mezzo unito a quel tappo blu che spunta fuori dal bordo mi lancia un messaggio preciso: domani Lisa mi uccide.
Non vado neanche in bagno a lavare le mani. Le lavo già la mattina, quando sono destinate a sporcarsi durante il giorno, che senso ha farlo adesso?
Alzo il coperchio della padella e scopro il paradiso culinario. In cucina è tutto in ordine e nel lavello non c’è nemmeno un piatto o una posata da lavare. Ma papà avrà mangiato? O magari fa come quegli chef più pienotti che assaggiano il cibo man mano che cucinano e arrivano al dunque già sazi?
Stavolta mangio poco. Beh, diciamo il giusto!
Uno, bis, ter. Sono piena come un uovo. Ma nell’uovo non c’è una camera d’aria? Perché si dice così? Comunque nella mia pancia di aria non ce n’entra nemmeno un filo. Le gambe faticano a fare leva per sollevare il corpo. Papà torna nel tardo pomeriggio. Avrei tutto il tempo e la calma per “farlo” senza che il cuore mi esploda nel petto; di “farlo” ancora. Ma conosco ormai a menadito i crismi del rituale.
Accelero le operazioni.
Mi alzo, vado di fretta in bagno, non chiudo nemmeno la porta alle mie spalle. Alzo la tavoletta del water. Mi ci inginocchio di fronte come fossi in venerazione del “santo gabinetto”. Tentenno. Il cuore batte ancora forte. La saliva è calda in gola. Chino il capo. La mano si richiude lasciando solo due dita distese, l’indice e il medio.
Le ficco in gola…
Il rituale ha raggiunto il suo karma. La prima ondata è quella più liberatoria. Mi alzo, bagno il viso, raccolgo le mani a giaciglio e vi lascio scorrere l’acqua dentro. Ne bevo venti/trenta sorsi ad ogni intervallo. Così che l’acqua si mischi con ciò che è rimasto dentro lo stomaco e lo svuoti completamente al prossimo giro. Certi video, in rete, sono molto istruttivi.
Mi sento meglio, anche se solo fisicamente.
Tiro lo scarico. L’acqua crea un vortice di cibo che non mi attira più come appena mezz’ora prima. Dapprima sembra venire tutto su ma poi, d’improvviso, scende nello scarico con un potente rumore di sgorgo. Prendo un po’ di carta igienica e pulisco con accuratezza chirurgica i bordi del water per cancellare le tracce.
Mi giro di fronte allo specchio. Non ho un bell’aspetto. Sembra che mi abbiano appena pestata. E con vigore.
Che gli avrò mai fatto alle patate?
Gli occhi sono umidi ma non ho pianto. Mi sciacquo la faccia e mi restituisco un po’ di contegno.
Poi piango per davvero.

Cap. V

Compiti non ce ne sono e lo sport che impegnava i miei pomeriggi non ha più nessuna attrattiva.
Mangio il mio solito yogurt compensatorio e, per rispetto ai bambini affamati del Bangladesh, stavolta non lo vomito.
La tv è “piatta” come lo schermo con la sua offerta e mi isola ancora di più nel mio cervello e in tutto il via vai di pensieri che lo riempiono.
Cosa faccio? Mi annoio. Ho fame…
Dalla porta di ingresso sento un rumore di chiavi. Poi quello della mottura. Sono quasi le sette del pomeriggio. Papà è rientrato.
Mi affretto a finire lo yogurt, butto il cucchiaino nel lavello con un lancio da cestista NBA che risuona sul piatto che vi avevo già lasciato. Perché, alle volte, i rumori sono così dilatati?
A passo svelto entro nella mia stanza. La porta di entrata si richiude. Papà è in casa.
Ripone le chiavi sul comodino all’ingresso. Mi chiama. Non rispondo. Viene alla porta della stanzetta con uno sbuffo tipico di chi si sta stirando i muscoli.
– Ciao amore
– Oi
Mi vede davanti al portatile che non ho fatto in tempo ad accendere.
– Che fai? – mi domanda.
– Nulla
Rispondo sempre così e lui dà sempre per scontato che non sia così. Sapesse quante sono le volte, come questa, che davvero è così!
– Hai mangiato?
– Sì
– Era cotto bene? Non ho avuto molto tempo
– Sì, era ok
Lo guardo per la prima volta negli occhi.
– “Ok”. Ti chiudo la porta?
– Sì… Grazie
Ma lui la socchiude soltanto e si dirige verso la cucina.
Accendo per davvero il portatile e il viso mi si illumina dei riflessi del monitor. Fuori sta già imbrunendo.
In questa scatola magica ci sono tanti strumenti utili ma io ne pratico uno soltanto, il solito.
Doppio click sull’icona tonda dai colori giallo, rosso e blu e il mondo si rimpicciolisce e diventa a portata di mano.
Internet, il mio pane quotidiano.
Papà una volta mi ha raccontato che Internet, come molte altre cose che usiamo quotidianamente, è nato per scopi bellici. Che la passione per il primeggiare nella guerra, insita nella natura umana, sia stata genitrice di tante comodità che oggi sintetizziamo nella parola progresso.
Ma come si faceva la guerra prima? A lanci di video su You Tube? Certo, alcuni sono davvero una “bomba”! Altri li utilizzerei più come armi chimiche.
You Tube! Ridoppio click.
Scorro tra le proposte di filmati che ormai sembrano conoscermi a memoria. È come se monitorassero la mia attività e mi prefigurassero un palinsesto in base ai miei gusti, alle mie preferenze.
Eppure io non sono iscritta a nessun canale. Ci dev’essere una spia rinchiusa in questa “scatoletta”.
«Ho trovato l’amore a 1000 km di distanza»
Titolo interessante, corredato dall’espressione di un viso sperso in chissà quale mondo, verosimilmente innamorato, di una ragazza che guarda in alto, dove altro non c’è che un numero indefinito di cuoricini.
Ci clicco sopra. Il video parte. Sotto la descrizione campeggia il numero di visualizzazioni. 838.000. Ma è pazzesco. È un video di appena due giorni prima.
Nell’entusiastico racconto della “ragazzina” (è probabile che sia più grande di me) viene citata una chat online, che – abracadabra – viene anche ribadita con un logo della stessa ed un link che ne rimanda al sito. Con chi si è fidanzata? Con l’inserzionista?
Ma io abbocco. Sono una preda facile. Un “consumatore universale”.
Si apre un’altra finestra del browser. Altri cuori. Altri volti innamorati.
«ISCRIVITI GRATUTITAMENTE E COMINCIA A CHATTARE»
Meccanicamente, quasi come sotto effetto di ipnosi, clicco sul pulsante “registrati”. Lo avrei centrato anche ad occhi chiusi per quanto lo hanno disegnato grande.
Al bando i moniti di papà di stare alla larga da siti “acchiappafarfalle”, come li definisce lui, e dalla loro subdola pericolosità.
Alla scelta del nickname quasi non ho dubbi: “mora3000”. L’anonimato è garantito.
Entro in una chat di cui, inizialmente, faccio fatica a comprendere il funzionamento. Poi tutto diventa più intuitivo. La dimestichezza dei “tempi moderni”.
Subito si affollano una sfilza di “benvenuta”. Il nome che ho scelto attira. Anzi, va per la maggiore.
“Di dove sei?” “Sei alta?” “Sei bionda?” “Sei italiana?” “Sei single?”
Ehi, datemi il tempo di rispondere a una domanda almeno.
Ma non rispondo a nessuno. Questa chat già mi ha stancata.
Poi qualcosa la scrivo, per mero senso di partecipazione.
“Sono un alieno sceso sul pianeta terra per conquistare la vostra specie”
Di colpo le domande si arrestano.
Poi arrivano alcuni “ahahahahah” corredati da faccine gialle sorridenti (alcune con tanto di lacrimazione). Arrivano anche altri simboli. Un coltello, un teschio con le tibie incrociate, una bomba.
Una bomba?
Internet e la guerra. Voglio papà!
Ma d’improvviso appare un altro messaggio. È da parte di un certo “Luca01”.
“Come stai?”
Semplicemente, discretamente, delicatamente.
Mi incuriosisce, mi attira. Mi affretto a rispondergli.
“Sto bene, tu?”
“Ora sto anche meglio”
“Perché?”
“C’è una nuova amica tra noi”
“Già”
“E più siamo più vengono fuori nuove idee, nuovi argomenti”
“Già”
“Senza alcun obbligo di condividere le opinioni altrui. Così. Per mera cortesia”
“Già (sono un po’ troppo ripetitiva?)
“Tanto qui non ci si conosce come nella realtà”
“È vero”. Sto migliorando, due parole. Quasi monosillabiche ma “due”.
“E poi la chat è come una marea. Chi ti riporta a riva quasi sempre lo restituisce al mare”
Ma chi è, Leopardi?
“Sì” (sto regredendo di nuovo).
Diamine, scrive così bene. Le sue parole mi attraggono e poi non mi chiede niente di personale. Come mi chiamo, quanti anni ho, di dove sono, sono fidanzata.
Sembra solo interessato alla pura, sincera conversazione.
Comincio a diventare più spigliata. Mi fa sentire a mio agio. Compongo frasi di quattro-cinque parole. Anche più lunghe.
Il tempo scorre senza che me ne accorga.
– Rita, è pronto
La voce di papà dalla cucina interrompe l’incantesimo.
Ma che ore sono? La stanza è diventata buia senza che me ne accorgessi. Accendo la luce della lampada e alzo lo sguardo verso la parete fino a fermarlo sull’orologio col disegno di Biancaneve, la cui lancetta piccola ne copre un occhio.
Biancaneve. Un po’ anacronistico. Un regalo per i miei tre o quattro anni a cui, tuttavia, sono affezionata. Sta lì a rammentarmi di un’infanzia che, di questi tempi, scorre via troppo in fretta, troppo imperfetta.
Sono le dieci di sera.
Le dieci? Possibile?
Devo chiudere, ma a malincuore. La fame è volata via come il tempo e vorrei continuare a parlare con Luca01 per tutta la notte. Invece quello che gli scrivo mi appare quasi innaturale.
“Devo andare adesso”
“Ok”
Che fa? Parla lui per monosillabi adesso? Se la sarà forse presa a male?
“Si è fatto tardi”
“Sì, anche per me”
“Ci vediamo domani?” (se “vedersi” era la parola corretta).
“Ci conto”
“Allora comincia a contare”
“Non smetterò fino a domani”
“Allora ciao”
“Ciao Mora” (ha mancato di scrivere il cognome: “3000”)
“Ciao Luca”
Abbasso il monitor del computer senza spegnerlo nella maniera corretta. Come mi invita a fare sempre papà. Senza nemmeno chiudere le finestre aperte.
Non mi alzo subito per andare in cucina. Papà non ha insistito nel chiamarmi.
Alzo le braccia e le richiudo quasi come se stessi abbracciando il portatile. Stendo la testa sopra le mani e chiudo gli occhi.
Non me ne rendo conto in quel momento.
Ma sul mio volto c’è il disegno di un sorriso.

07 giugno 2019

Aggiornamento

“Sospensione dell’incredulità”
È un termine coniato in Letteratura e preso in prestito dal Cinema. Un accordo tra lettore e scrittore in cui il primo si rende disponibile a fidarsi del secondo ritenendo verosimile il suo racconto di fantasia, anche se distante dal reale, per entrare in prima persona nella narrazione e viverne con pienezza la storia.
Ma poi ci sono Storie reali, fatte di affetti che si manifestano quasi fossero braccia tese intente a stringerti, di emozioni difficili da contenere, di sorrisi, lacrime, sguardi fissi, anime che si fondono. Questa è la storia di questo romanzo che, oggi, si ritaglia un suo spazio in libreria. Ma è soprattutto la storia di tante persone che lo hanno spinto in avanti quando il traguardo sembrava irrangiungibile.
La storia di chi ci ha creduto…… e quella della mia incredulità! L’obbligo da mantenere adesso è quello di entrare nel cuore di tutti coloro che hanno creduto in questo progetto, quando dedicheranno il loro tempo nella sua lettura.
Le copie da raggiungere e il tempo da rispettare sono numeri che nulla hanno a che vedere con i sentimenti che si sono messi in gioco.
Due mesi vissuti con un’intensità che non riuscirei a descrivere in un racconto parallelo. Per fortuna l’essenza di alcune emozioni non si vede nei messaggi. Cioè, puoi descriverla, lasciarla intuire, ma comunque non si “vede”! Perché quella che scende ora è l’unica lacrima che mi consola tra quelle degli ultimi anni. Vorrei ringraziare tutti, uno per uno, ma - per tutti - vorrei che valesse una dedica speciale... A mia moglie.
Che in un modo indefinibile ha ispirato questo libro; la cui stesura è stata fatta desiderando la Sua approvazione. Che non sopportava il fatto che io non credessi nella Sua presenza ed allora ha stretto la mia mano tra le Sue, ci ha messo una penna tra le dita e l’ha mossa…. Pagina dopo pagina, lettera dopo lettera.
Non è passato mai nemmeno un secondo da quando Ti ho persa. E così ho vissuto da allora. E il tempo si ostina ad andare avanti anche se io vorrei riportarlo indietro.
Buona lettura amore mio.
26 maggio 2019

Aggiornamento

La Redazione di 360 web tv ospita sul Suo sito internet il link che rimanda alla Campagna di crowfunding promossa da Bookabook del romanzo "Posso dirlo a Te soltanto". Qui il link che rimanda al sito
Un'esperienza costellata di emozioni forti.
23 maggio 2019

Evento

Chiesa S. Benedetto di Faiano (Salerno)
Ore 21.30, presentazione del Romanzo c/o l'Oratorio della Chiesa S. Benedetto di Faiano promossa dal Parroco Don
Roberto Faccenda dinanzi ad una platea commovente. Estrema riconoscenza ad un grande Uomo di Chiesa.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Straordinariamente bello. Sorprendentemente emozionante

  2. (proprietario verificato)

    Aprire gli occhi sulle cose vere della vita, Rita la protagonista ci insegna che le mancanze non sono quelle che si comprano , sensibilta’ allo stato puro con un piccolo grande colpo di scena finale.

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Paolo Cuomo
Nasce in provincia di Napoli l'ultimo giorno del 1973. Ci si preparava a far brillare in cielo i fuochi di fine anno e, in quella grande confusione, nessuno avrà ascoltato i suoi primi vagiti.
Una inconscia sindrome di indifferenza rivendica una rivincita che solo la scrittura può dilatare oltre i confini di quella sua prima culla, più forte del trambusto in cui è venuto al mondo.
Laureato in Scienze della Comunicazione, vive a Salerno.
Per lavoro scopre molte città dello Stivale, per poi tornare alle sue origini, incontrare l'amore, perderlo per sardonico destino e ritrovarsi a fare da "mamma" a due bambine molto piccole. Vite che si fondono con la sua e che la completano.
Lavora "stabilmente" con un'appiccicosa sensazione di provvisorietà, forse perché proprio la scrittura è per lui un magnete che lo coinvolge, lo attrae, protende le sue braccia per proclamarne la sua appartenenza.
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