Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Prigioni di carta

100%
200 copie
completato
34%
99 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista Febbraio 2020

Luci e ombre. Segreti inconfessabili sepolti nell’oscurità.
Questa è la storia di un uomo senza più un nome, senza un passato, spogliato della sua identità.
Si risveglia di soprassalto, immerso nel buio della sua cella, ma ancora ignora dove si trovi: quelle stesse tenebre offuscano la sua memoria.
Brusio, rapide ombre oltre le grate, rintocchi di una campana: non è da solo.
Passo dopo passo, il protagonista esplorerà i cunicoli della prigione e della sua coscienza, districandosi in un labirinto di pensieri, incubi, ricordi.
Si spingerà abbastanza oltre da scoprire la verità?

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato in un momento difficile della mia vita.
Attanagliato da forti dubbi sulla mia identità, sulla strada da intraprendere e sul senso del mio passato, ho soffiato via la polvere dalla tastiera del mio portatile e ho iniziato a scrivere. Da lì non ho potuto più farne a meno: qualcosa di vivo aveva bussato alle porte della mia coscienza.
Quando ho messo la parola “fine”, ho capito che questo doveva essere il mio romanzo d’esordio.
Spero vi aiuti a cercare le giuste domande.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Risveglio

Una luce accecante nell’oscurità.

Forse è questo che prova un bambino strappato via dal ventre della madre, da un nulla indefinito senza tempo e senza nome, e scaraventato in un nulla che ci illudiamo sia tutto. Gli occhi si schiudono da un lungo sonno, il cuore tumulta fragorosamente, il primo vagito spalanca le porte della vita: ma è così che assaggiamo per la prima volta la paura dell’ignoto, tra un turbinio di emozioni contrastanti, gettati in un mondo che non ci appartiene.

Questa sensazione è quanto di più simile a ciò che sperimentai quel dì nefasto, le cui tracce sono ormai sbiadite nella mia memoria, quando fui rapito alla vita e mi risvegliai in questo luogo. Non mi resta molto tempo, presto verranno a prendermi: chi siano e da dove vengano non so, né perché mi abbiano rinchiuso qua. Forse qualcuno leggerà la mia storia, scritta su queste immense pareti, che mi circondano da quel lontano giorno. Allora ricordavo ancora il mio nome.

Continua a leggere

Continua a leggere

Pane e inchiostro

Il sapore del pane, il sibilo del vento, il fruscio delle foglie, il calore del sole, risate di bambini: immagini sfocate, frammenti di un passato perduto, di quando si viveva là fuori.

Come un cieco mi faccio strada tra i ricordi dell’uomo che ero, scrollando le vesti di anime mute, che non mi parlano e non ascoltano più: e mi sovviene la vicenda di quell’eroe greco, Orfeo, un vecchio folle che credeva di poter riportare in vita la compagna defunta, ma che per l’ansia di riaverla la perse per sempre. Così brancolo tra i fantocci del mio passato, cercando risposte: ma come mi volto a interrogarli, svaniscono nei meandri della mia psiche.

Eppure, tra tutti, un ricordo si staglia vivido davanti ai miei occhi, e non fugge: una distesa boschiva appare in lontananza, come un’ampia macchia dalle tinte rosse, gialle e ocra sulla tavolozza di colori di un pittore maldestro. Il sibilo del vento si diffonde per il bosco e la campagna circostante, portando sin qui il respiro della foresta e accarezzando la mia pelle, una sensazione piacevole che non avvertivo da molto tempo: dev’essere autunno. Provo un fastidio sulle pupille, che mi costringe a chiudere per un attimo le palpebre: non ricordavo più che effetto potesse avere la luce del sole sugli occhi, il calore che riscalda la mia pelle. Sento dei passi alle mie spalle e delle risa, mi volto, e scorgo una grande casa di campagna, di quelle col tetto a spiovente in mattoni, ampie finestre luminose e un piccolo terrazzo che dà sulla strada: dei bambini giocano proprio lì, sul terrazzo di quell’abitazione, che non ricordo di aver mai visto nonostante mi appaia familiare. Questi ragazzini sono così spensierati: uno di loro ha un grande cappello di paglia, le lentiggini sul viso rotondo, una chioma bionda e orecchie a sventola, sembra essere il più grande. Gli altri due, altrettanto grassi e pieni di sé, ma visibilmente più piccoli di quello che pare essere il loro leader, giocano tra loro con una palla di stoffa consumata e rattoppata.

Ma, più di tutti, mi colpisce un ragazzino del tutto diverso dagli altri, seduto all’ombra di un pino poco lontano dai suoi coetanei: ha un’aria malinconica, il viso scarno e le braccia ossute, deboli. Indossa una maglia consunta dal tempo e un pantaloncino di velluto bluastro, unico capo elegante su quel corpicino così cagionevole.

Quelle fragili mani sono tutte intente in un’attività che sembra assorbirlo completamente: tiene una pergamena in una mano e ci scrive su con una penna d’oca, intingendola freneticamente in un calamaio ai suoi piedi.

Accanto a lui un cesto con del pane, fresco, croccante, molto diverso da quello che… Mentre mi lascio andare a questi pensieri, improvvisamente si volta a guardare verso di me, come impaurito, con dei  grandi occhi verdi e uno sguardo penetrante come la lama di un coltello. Ma proprio allora la visione si interrompe bruscamente e vengo riportato alla mia squallida realtà da un suono stridulo che ho imparato a conoscere fin troppo bene: il rintocco che batte l’ora del pranzo.

Prima di uscire dalla cella, però, noto sul pavimento il calamaio e solo un tozzo di pane: ho dovuto barattare il resto per avere altro inchiostro.

-III-

L’ora del rancio

Le giornate nella prigione sono scandite dal suono assordante della campana della torre di osservazione, secondo un sistema di intervalli regolari: un rintocco secco batte l’ora del pranzo, in un luogo che qui chiamano il “porcile”. Ci radunano tutti in un corridoio stretto e lungo, buio e maleodorante, che conduce sino ad una sala coi tetti bassi, incrostati di muffa e fatiscenti. L’aria è resa irrespirabile dal fumo denso che viene dalle cucine e dal lezzo delle stesse vesti con cui ci siamo risvegliati qui dentro: è tutto ciò che ci lasciano della vita di “prima”.

Alcuni di noi sono arrivati qui da poco, e non ricordano nulla del loro passato. Altri hanno ricordi confusi, vaghi, e vi si ancorano ben stretti, come fosse il loro tesoro più prezioso, diffidando di tutti e di tutto qui dentro. Altri non ricordano più neanche il loro nome: io appartengo a quest’ultima categoria. Ma tutti abbiamo una cosa in comune: non sappiamo il motivo per cui ci troviamo qui, di quale colpa ci siamo macchiati per finire in quest’inferno, né chi ci abbia trascinati qui. Ognuno propone la propria teoria sui guardiani delle prigioni: alcuni dicono siano uomini brutali, ricchi e potenti, capaci di tutto; altri credono persino che dietro le loro armature nere come la pece si celino creature abominevoli, assetate di sangue umano, e attribuiscono a questo le “sparizioni” di alcuni detenuti. Si tratta solo di storie, dicerie, che tengono impegnate le nostre menti per non rischiare di impazzire in questo labirinto senza uscita: o almeno così preferisco pensare.

Quel che è vero, però, è che quotidianamente qualcuno scompare: ma nessuno torna per raccontare dove venga portato, e come biasimarlo, nel caso in cui fosse riuscito a fuggire.

Un uomo cattura la mia attenzione tra i detenuti: non sembra uno di noi. A differenza degli altri prigionieri, è un signore distinto, sulla mezza età, in giacca e cravatta, pantaloni di seta nera e un paio di scarpe da passeggio.

Porta con sé una ventiquattrore da lavoro, e mi incuriosisce il suo portamento elegante, impeccabile, in un luogo come questo e davanti a un pasto ripugnante. Mi avvicino per osservarlo meglio, qualcosa mi affascina in lui:”è veramente un pasto disgustoso, dico bene?” mi dice, con un tono di voce caldo, protettivo, paterno.

“Nulla di diverso dal solito, patate crude e pezzi di interiora andati a male!”, rispondo io, colto di sorpresa.

“Almeno ci lasciano anche il pane”, come potrei dargli torto.

“Da quanto tempo sei qui?” gli chiedo, abbassando lo sguardo, con un inconsueto sentimento di riverenza.

“Beh, da quando i miei capelli erano ancora folti e neri. Ormai, come vedi, la calvizie ha cominciato il suo lento processo”, d’altronde, la fronte ampia e nuda confermava le sue parole, pronunciate con una dose di amara ironia.

“E…della tua vita di prima, ricordi qualcosa?”, chiedo io, curioso di conoscere la risposta di quell’uomo così bizzarro.

“Non molto…ricordo di essermi svegliato qui, con una ventiquattrore in mano e quest’abito indosso. Da allora non l’ho più tolto, è l’unica cosa che mi è rimasta del mio passato, chiunque io fossi. Sono invecchiato qui dentro, e in tutto questo tempo passato a riflettere in prigione sono riuscito a ricordare soltanto un episodio di “là fuori”, sempre che non me lo sia immaginato, che mi tormenta ormai da anni.

La notte dopo il “risveglio” avevo un gran mal di testa, e ho deciso di addormentarmi prima del solito. Ed è stato allora che la mia mente ha cominciato a ricordare: dei volti di fanciulli in lacrime, che mi dicevano “Padre, non lasciarci”, e una donna dai capelli bruni, alta, bellissima, ma con gli occhi spenti. Mi sembrava di conoscerla da molto tempo, eppure non mi guardava. In mano avevo la mia ventiquattrore e quest’abito: davanti a me una porta massiccia, spalancata. Gli istanti trascorsi sulla soglia mi parvero interminabili, il corpo e la mente come paralizzati: avrei voluto dire qualcosa a quella donna, a quei poveri fanciulli, ma la lingua era come intorpidita, le labbra serrate, incapaci di emettere alcun suono, per quanto mi sforzassi. Quindi i miei piedi ricominciano a muoversi, come dotati di vita propria, un passo dopo l’altro, al di là della soglia, un passo dopo l’altro, vorrei fermarmi, tornare da quella gente, parlare con loro, ma una forza misteriosa mi conduce lontano, un passo dopo l’altro, non sono più padrone del mio corpo, la voce si strozza nella gola, un passo dopo l’altro, e quel pianto di infanti si fa sempre più flebile, come un eco che parte da lontano e via via si dissolve, un passo dopo l’altro, il mio animo vorrebbe gridare, scalciare, scoppiare, un passo dopo l’altro : poi, tutto tace. Allora il sogno si è interrotto, e mi sono svegliato di soprassalto, con una grande amarezza nel cuore e un fardello da cui non sono più riuscito a liberarmi.

Tante volte mi sono chiesto il significato di quella parola, “padre”: quando la pronuncio è come se l’animo si riempisse di una sensazione di dolcezza, non riesco a spiegarne la causa, quelli sono gli unici attimi in cui riesco a sorridere e dimenticare il mio tormento!

Ed è da quella notte che qui dentro tutti mi conoscono col nome di “padre”. Darei tutto per rivedere i volti di quei fanciulli, per chiedere loro chi siano e chi sia io, ma ormai ho abbandonato ogni speranza…”.

Dette queste parole, il suo volto si incupisce, mi rivolge un cenno di saluto, e si dirige verso il corridoio che porta alle celle, con la sua ventiquattrore in mano. Improvvisamente avverto una strana morsa al cuore, e mi metto a correre verso di lui urlandogli “Padre, aspetta!”, ma quando raggiungo il corridoio è già sparito nell’oscurità della prigione.

“Se n’è andato”, penso, colto da un profondo e inspiegabile senso di vuoto e attanagliato dal dubbio che quell’uomo avesse omesso qualcosa, “non c’è più nulla che io possa fare”.

E mi allontano anch’io, un passo dopo l’altro.

-IV-

Gocce di pioggia

Libertà. Una notte l’ho sognata, ed era bellissima.

Mi trovavo in un bosco fitto, tra rami bassi e intrecciati e arbusti spinosi. Correvo, ansimando, facendomi largo tra la boscaglia con le unghie ed i denti, il cuore che batteva all’impazzata.

Non avevo scelta: gli Altri mi inseguivano.

E fu così che in quella frenetica corsa finii per cadere in un pendio, incespicando sulle radici di una grande quercia: cominciai a rotolare su me stesso, cercando di aggrapparmi disperatamente a qualsiasi cosa incontrassi lungo la discesa.

Non vi riuscii, e quei secondi mi parvero interminabili, mentre le mie carni venivano lacerate dalle rocce: non ricordo di essermi mai sentito tanto attaccato alla vita.

Chiusi gli occhi, aspettando che tutto fosse finito, e la mia mente iniziò a vagare altrove, in luoghi lontani: il fragore delle ossa che si spezzavano era sempre più sbiadito, lasciando spazio al rumore della pioggia incessante.

Non avvertivo più dolore, ma solo una sensazione di benessere sulla mia pelle, ristorata dalle gocce di pioggia. Intorno a me un cortile enorme, delimitato da un porticato antico, un tripudio di archi ribassati sorretti da colonne tozze e massicce, dal gusto essenziale e spartano: mi sembrava di averle già viste da qualche parte, in un libro forse.

Ero da solo, al centro di questo cortile, e alzai lo sguardo: era tutto ricoperto di nubi grigie e dense, che facevano a malapena penetrare un raggio di sole, e la pioggia batteva sul mio volto.

Provai a misurare  con lo sguardo il cielo sopra di me, ma più cercavo di scovarne l’estremità, più mi sembrava si espandesse, immenso, eterno. Una goccia si posò sulle mie labbra, e ne assaporai la nota dolce e amara al contempo.

Non percepivo più nulla, i miei pensieri, il mio corpo, le mie labbra: in quel bacio dolce amaro il cosmo mi aveva prescelto, mi chiamava a tornare a sé, come il canto irresistibile di una sirena, a quell’immensità primordiale da cui siamo stati separati alla nascita e a cui aneliamo a ricongiungerci per il resto della nostra vita.

E io ero pronto ad accoglierla, la vita, preda di quel delirio di onnipotenza che dona all’uomo il privilegio fugace di vedere sè stesso nel tutto, il tutto in sé stesso.

***

Un tonfo mi fece riaprire gli occhi. Per fortuna, la mia veste si era impigliata nelle radici di un pino, che avevano arrestato la mia caduta proprio sull’orlo del dirupo. Sul palato avvertivo il sapore sgradevole della terra, reso ancora più insopportabile dal gusto metallico del sangue.

Guardai giù, oltre il dirupo, e vidi una donna bellissima, dai capelli lunghi, neri, corvini, gli occhi di ghiaccio, una veste lunga, ricoperta di rose rosse e bianche, cingeva il suo corpo sinuoso.

In mano aveva un calice, incastonato di pietre preziose, che brillavano di ogni colore dell’iride, e mi invitava a berne con un sorriso radioso e ammiccante. Chiusi gli occhi e accostai le labbra al calice: sentii un sapore dolce e amaro.

Spalancai subito gli occhi. La donna era scomparsa e il desiderio si trasformò in terrore: mi ero sporto troppo, rischiando di cadere giù per il dirupo.

E la pioggia batteva incessante, in un oceano di nebbia che ricopriva ogni cosa.

“Forse”, pensai, “in fondo non sarebbe stato così male abbandonarmi all’invito di quella donna, abbracciare il richiamo del creato, porre fine alla mia sofferenza.”

Allungai le braccia davanti a me, lo sguardo fisso al di là di quel mare di nebbia, il piede destro sospeso in quel nulla lattiginoso.

E mi gettai nel vuoto, come un figlio che si abbandona tra le braccia della madre: mi sentii libero, per la prima volta dopo tanto tempo, come un’aquila che vola tra le vette delle montagne.

***

Rinvenni di soprassalto, sul pavimento gelido della prigione, come fossi stato scaraventato nel mio corpo.

“Devo aver dormito troppo”, pensai. In effetti mi sembrava di aver dormito per un lasso di tempo lunghissimo, anche se qui, in prigione, ci si dimentica presto del tempo che scorre, altrimenti si rischia di impazzire.

La campana della torre di vedetta suonò: era già venuta l’ora del raduno, e dovevo far presto ad andare nell’area comune, dove ci riuniscono ogni giorno per la “rieducazione”.

Eppure, prima di uscire dalla cella, mi colse l’impulso di sporgermi dalla piccola finestra sopra la branda, rigorosamente sbarrata, che consentiva di vedere ben poco del “mondo di fuori”: ma non potevo ignorare quell’istinto.

Mi avvicinai alla finestra e cercai di guardare l’oltre, ma davanti a me c’era solo una distesa di nebbia, infinita.

Poi avvertii un rumore familiare, intimo: allungai la lingua fuori dalle sbarre, e una goccia di pioggia vi si posò, delicata, lasciando al suo passaggio un sentore dolce amaro.

Era quello il sapore della libertà, doveva esserlo. 

14 giugno 2019

Evento

Villa Niscemi, Palermo Vi invito ufficialmente alla presentazione del mio romanzo Prigioni di carta che terrò venerdì 14 giugno dalle ore 17:00 alle ore 19:30 nello splendido Salone delle Carrozze di Villa Niscemi. Spero davvero che possiate esserci tutti!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il solo fatto che questo romanzo non sia facile da classificare in un genere ben preciso lascia capire che sia piuttosto singolare. Fantasy, psicologico, distopico..o tutte queste cose assieme. L’intento dell’autore è sicuramente quello di guidare il lettore attraverso un viaggio negli abissi della propria coscienza e offrire spunti di riflessione sulle proprie scelte e sulle conseguenze che queste hanno sulla propria vita. Sono le scelte che fai a determinare chi sei: questo è uno dei messaggi più importanti che il romanzo mi lasciato e non è mai troppo tardi per essere ciò che vuoi essere. Gabriel attraverso questo viaggio riacquisisce la sua identità e molto di più, impara a conoscere le sue paure, i suoi limiti e i suoi punti di forza e solo accettandoli riesce a superare sé stesso , rinnovandosi come persona agli occhi di tutti gli altri e soprattutto di sé stesso. Il motivo per cui questo romanzo andrebbe letto risiede nel fatto che non può annoiare né deludere nessuno dal momento che ogni lettore può trovarvi le proprie risposte. Il tutto è raccontato con una scorrevolezza e una capacità narrativa fresca , frizzante che fa sì che il lettore si immedesimi nei personaggi a tal punto da voler sapere come andrà a finire la vicenda di ciascuno di loro. Per tutte queste ragioni vi dico che se volete leggere un libro accattivante e allo stesso tempo che vi aiuti a riflettere su voi stessi, dovreste senza dubbio aggiungere questo romanzo sul vostro scaffale.

  2. (proprietario verificato)

    Questo libro può essere definito come una continua ricerca di risposte alle mille domande che ci poniamo. Andando avanti si trovano altre domande. Effettivamente, che vita sarebbe se finissimo le domande?
    Tratta forse della paura più comune specialmente tra i giovani, la paura di essere se stessi. Ho vissuto questa paura in prima persona e mi sono ritrovata nel libro, questo mi ha fatta sentire meno sola e mi ha aiutata a pormi le domande giuste. La chiave siamo noi e questo libro ne è una dimostrazione.
    Nonostante il tema possa sembrare pesante vi è anche sarcasmo, sorpresa e tanta scoperta.
    La lettura è scorrevole, una parola segue l’altra senza farti mai annoiare. Consigliatissimo!

  3. (proprietario verificato)

    Prigioni di Carta è un libro particolare: è molto più di quello che vuole apparire. È intrigante con la sua atmosfera cupa di prigione nascosta e segreta. Questo mondo di carta è pieno di prigionieri che perdono la memoria e dimenticano chi siano stati, cosa abbiano fatto e le persone che hanno amato. È forse l’incubo in cui nessuno vorrebbe essere intrappolato ma è anche probabilmente la paura più comune. È un mistero che si attorciglia su se stesso nella continua ricerca della propria memoria, o di qualunque cosa possa condurre alla luce in fondo al tunnel. È il tentativo di lottare contro le proprie paure e contro un mondo che non si conosce, e la speranza di uscirne fuori con qualcosa che abbia ancora valore.

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Riccardo Maria Bonomo
Ho 21 anni e sono uno studente di Lettere classiche all'Università degli Studi di Palermo. Fin da bambino mi sono appassionato alla letteratura, passione che ho coltivato anche grazie alla guida delle insegnanti di italiano della scuola primaria e del liceo.
Scrivo da allora, sia in prosa che in versi, e la mia poesia "Il nome" ha conseguito il 2° posto del concorso di poesia "Numquam quiescere", indetto dall'associazione universitaria Intesa Lettere in collaborazione con l'I.I.S.S. "Don Giovanni Colletto" di Corleone, ed è stata inserita nella raccolta "Se solo avessimo le ali", edita dal medesimo istituto nel mese di Maggio 2019.
Nella mia scrittura considero come punti di riferimento la passione civile delle opere di Neruda, Dante e Cicerone, lo stile visionario di Wilde e di Baudelaire, l'ironia di Italo Calvino e l'introspezione psicologica e filosofica di Pirandello e Montale.
Riccardo Maria Bonomo on FacebookRiccardo Maria Bonomo on InstagramRiccardo Maria Bonomo on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie