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Il profumo dei Valgesi

Il profumo dei Valgesi
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Consegna prevista Giugno 2022
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Quando Virginia Maltesi si mette in viaggio non immagina il vortice di emozioni e di improbabili incontri che l’attende. Una porta si spalanca, si varca la soglia e irrimediabilmente si arriva alla propria meta: un abisso.
Ma sarà proprio quando i palazzi incominceranno a crescere e le montagne a sprofondare che la vita di Virginia rischierà di essere travolta da un insolito destino.

Perché ho scritto questo libro?

Lo spunto per il libro è nato nel 2008 quando, durante la visita al Castello Aragonese di Ischia, fui assalito da un terribile senso di arsura.
Ricordo che a otto anni ricevetti un quaderno grigio sulla cui copertina vi era lo skyline di Boston: lo percepii come un potenziale piccolo libro e decisi di raccontarci il mio cartone preferito.
Nel corso della vita la volontà di scrivere è stata una costante: sarebbe stato più semplice accendere un fuoco in fondo al mare che rinunciare a tale idea.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il vaso di Pandora

“Nonostante la stanza fosse nel buio più profondo, ero riuscita a spalancare gli occhi e, avendo ancora i muscoli intorpiditi dal sonno, con non poca fatica riuscii a sollevare le braccia. Restando supina provai a passarmi le mani sul volto; non le vedevo, ma sapevo che erano a pochi centimetri dai miei occhi. Nel buio più totale, non avevo la minima idea di cosa sperassi di osservare. Percepii la fronte imperlata di sudore e, con vigorosi movimenti circolari, incominciai a massaggiarla. Al tatto era calda, umida e, fino ad un istante prima, era stata anche piena di brutti e maleodoranti incubi. Poteva essere paragonata ad un gigantesco muro, dietro al quale si annidasse una discarica piena di paure e ansie nascoste che col tempo stavano rilasciando delle esalazioni.

Anche se ero circondata dall’oscurità, mi sembrava di avere la vista appannata: era come se una fetta di vapore si fosse appoggiata sulla mia pupilla, restituendomi un mondo interamente costruito da aloni.

Negli ultimi tempi continuavo a svegliarmi ad intermittenza nel cuore della notte ed era ogni volta la medesima storia. Avevo le mani sulla testa, la vista offuscata e il respiro pesante come se qualcosa dovesse uscirmi dal cranio. Cercavo di spingere fuori queste strane sensazioni, come se mi trovassi in sala parto, con la differenza che queste restavano sempre dentro di me.

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Non mi sentivo particolarmente in forma e questi strani sogni non facevano che acuire il mio malessere e le mie precarie condizioni di salute. Non ne conoscevo né il motivo, né il loro significato. So soltanto che la notte, quando appoggiavo la testa sul cuscino e chiudevo gli occhi, qualcosa si scatenava nel mio cervello. Questo veniva attraversato da qualcosa simile ad un fulmine la cui energia sembrava spalancare impetuosamente la scatola in cui riponevo tutti i miei sogni, i miei desideri, le mie conoscenze e le mie paure.

Ogni notte queste sensazioni si dimenavano nella mia mente impazzita e, come un’araba fenice, nasceva, sempre e comunque, qualcosa di splendidamente opprimente. È una cosa difficile da spiegare, però succedeva e non sapevo più cosa fare.

Non sono mai stata una donna religiosa, eppure da un po’ di tempo aveva fatto la sua comparsa sul mio comodino un crocifisso e un santino dell’arcangelo Raffaele, il protettore dei viandanti. Erano di fianco al mio letto e ogni volta che sistemavo la testa sul cuscino mi voltavo a guardarli. Alle volte non li vedevo, alle volte li vedevo solo in penombra, ma sapere che erano lì mi trasmetteva una piccola sicurezza”.

La voce incisa sull’audiocassetta trasse un lungo sospiro, emise alcune esclamazioni incomprensibili e poi sprofondò in un improvviso silenzio. In quel momento si udiva soltanto il rumore del registratore che continuava a incidere senza sosta. La pausa sembrava non finisse mai e passarono molti istanti prima che la voce ricominciasse a parlare:

“Da un po’ di tempo non potevo fare a meno di pensare ad un aforisma di Jim Morrison, di una semplicità disarmante eppure utilissimo in più di una circostanza: Sogna, perché nel sonno puoi trovare quello che il giorno non ti può dare”.

Quella notte la voce e il respiro della donna erano immensamente pesanti. Nonostante la paura, però, il suo tono era cristallino. Durante le pause il registratore continuava a incidere sul nastro magnetico il suo affanno. Sembrava che stesse correndo la maratona di New York, mentre si trovava in un letto di Ascoli Piceno.

“Quello che diceva l’idolo del rock psichedelico era terribilmente vero. Infatti in tutti i miei sogni ero ciò che volevo…ciò che desideravo. Quello che insomma nella vita di tutti i giorni non potevo

neanche lontanamente immaginare di essere. Generalmente nello svolgimento delle mie attività oniriche vi era sempre un denominatore comune, qualcosa di ripetitivo che si sposava sempre con tante altre storie irreali.

Solo che improvvisamente la situazione mutò perché, oltre ad esserci sempre lo stesso elemento comune, il sogno si era trasformato in un lunghissimo incubo e si dipanava in maniera sempre più cruenta.

Era come se nella mia testa fosse stato installato un videotape e questo puntualmente ogni notte si mettesse in play e incominciasse a irradiare dentro di me nuove e cruentissime immagini. Non ce la facevo più, volevo cercare di capire cosa ci potesse essere dietro questo lunghissimo incubo che da molto tempo mi stava tormentando.

La massima di Morrison avrebbe pur voluto dire qualcosa, eppure non riuscivo a calarlo totalmente nella mia realtà. Dietro consiglio di un amico, in qualunque momento della notte mi fossi svegliata, mi ero organizzata per incidere ogni fase del mio racconto su un nastro. Questo avrebbe fatto sì che qualcuno, riascoltando la mia voce, avrebbe potuto aiutarmi a scovare quei due o tre elementi chiave che mi avrebbero consentito di superare una paura nascosta o un’ansia repressa.

Dunque… questa era la mia premessa. In questo momento sono seduta sul mio letto, ho le mani sulla testa, sulle ginocchia ho una coperta di pile che mi arriva fino alla vita e, concentrandomi al massimo, vorrei cercare di ricordarmi ogni dettaglio”.

Ancora una volta la voce smise di parlare e altri due lunghi respiri furono l’unico suono che trapelò dal piccolo registratore. Era calato nuovamente il silenzio.

Furono uno sbadiglio e un colpo di tosse a spezzare la quiete. Il nastro riproduceva tutto fedelmente senza omettere alcun passaggio. La donna cercò di schiarirsi la voce e un attimo dopo la si sentì fischiettare il motivetto di una canzone che passava sovente per radio. Improvvisamente riprese a dialogare con il nastro magnetico:

“Eppure io sono sicura che qualcosa vorrà pur dire questo incubo. Ho la sensazione che ci sia un grande significato, ma qualcosa mi sfugge. Ci sono cose che non riesco a comprendere. In un primo momento mi era sembrato tutto chiaro, pulito, lineare… ma nello svolgimento si nascondeva qualcosa. Quelle visioni mostruose mi rimanevano ben in mente, perché erano molto ben strutturate e, come in tutti i miei sogni, da un certo momento mi sembrava di vedere tutto lo sviluppo della storia come se mi fossi trovata in un cinema.

Sono confusa, per cui vorrei incominciare dall’inizio e ripercorrere i miei pensieri, senza raccontare tutto a macchia di leopardo e senza perdermi in discorsi lunghi e articolati.”

Si fermò per sessanta interminabili secondi, si sentì che mandava giù qualcosa. Probabilmente aveva anche una boccetta d’acqua sul comodino. Poi d’un tratto riprese a parlare e senza pensarci entrò nel vivo del discorso:

“Una strana ruota colorata girava come se fosse una trottola e sembrava una specie di vortice. Questo era il preludio della mia insolita situazione e l’avvio del mio sogno avveniva per gradi. Le immagini diventavano sempre più nitide e veritiere. Era come per lo zoom di una cinepresa: mano a mano che si avvicinava l’obbiettivo, tutto risultava essere più chiaro e nitido. Inizialmente la situazione era abbastanza surreale e nulla faceva presagire quello che sarebbe stato il seguito. La mia testa era appoggiata sul lettino da spiaggia e intravedevo, alle mie spalle, il riflesso dei raggi solari. Avevo steso le gambe e mi compiacevo della tonicità dei miei polpacci. Non avendo nulla da fare, mi venne voglia di mettermi seduta, così mi tirai su e osservai lo smalto che avevo steso sulle unghie alla ricerca di una qualche imperfezione.

A dispetto delle mie aspettative, non percepii l’odore di salsedine, né udii il fragore delle onde o le urla dei bambini in spiaggia. Quello che captai fu il profumo delicato dei frutti di bosco, essenza che aveva sempre il potere di infondermi una certa dose di buon umore. Meccanicamente virai

l’attenzione verso l’orizzonte e quello che vidi mi lasciò basita: una collina. Il mio lettino si trovava su una collina coperta da un manto d’erba fresca, compatta e tagliata di recente. La mia sorpresa si acuì nell’apprezzare il paesaggio circostante. Dalla mia postazione vedevo una valle tutta verde, delle mucche che pascolavano liberamente, un pozzo e in lontananza qualche contadino che lavorava la terra. Era un’immagine surreale e antica. I contadini, che erano molto lontani da me, erano bardati al solo scopo di ripararsi dai raggi solari. Potevo vedere i loro fazzoletti legati sopra la testa e le loro vesti rovinate e scolorite, mentre guardando me stessa apparivo come il loro esatto contrario. In quel momento sembravamo veramente venire da mondi differenti. Con il mio moderno bikini ai loro occhi sarei potuta sembrare una strega o anche peggio.

Indossavo gli occhiali da sole a specchio e mi ero spalmata una crema solare ad alta protezione. Tutto quello che era intorno a me sembrava rifarsi ad un passato distante nel tempo. A nord avevo una bella vallata luminosa e verde, mentre a sud vi era una strada di montagna che, dopo tre tornanti, conduceva all’entrata di un castello medievale. Intorno a quella salita vi erano tanti appezzamenti di terra coltivati in vario modo. Potevo scorgere le merlature, le torri difensive e delle mura di protezione che sembravano imponenti e di una lunghezza che si perdeva a vista d’occhio.

Non riuscivo a vedere distintamente il mastio, che era la residenza fortificata e quindi la reale abitazione della famiglia feudale, ma potevo immaginarlo e collocarlo mentalmente.

Nell’osservare con vivo interesse tutto quello che mi circondava e in particolare l’architettura di quelle mura altissime, mi spalmai ancora un po’ di crema solare perché temevo di scottarmi. Quella visione mi riportò alla mente il mio vivo interesse per l’archeologia e mi fece venire un po’ di nostalgia, perché a quella passione avevo anteposto gli studi e una laurea in economia e commercio. Non mi ero mai pentita di quella scelta, ma non potevo fare a meno di domandarmi come sarebbe stata la mia vita, se avessi scelto una cosa che mi fosse piaciuta davvero come lavoro. Mentre seguivo questo filo di pensieri mi massaggiavo le gambe con molto vigore fino al totale assorbimento della protezione solare. Ero molto indecisa su dove orientare il mio lettino, le vedute che avevo intorno erano tutte abbastanza omogenee e il sole mi baciava da ogni lato, quindi avrei solo dovuto decidermi.

Mi guardai scrupolosamente intorno, ma non vi era nulla che potesse catturare più di tanto la mia attenzione. Il cielo era sgombro da qualsiasi nuvola e attorno a me era proprio tutto fermo.

All’improvviso mi accorsi che in lontananza una persona si accingeva ad affrontare a piedi la salita che conduceva al portone del castello medievale. A quel punto mi tolsi gli occhiali da sole e diedi un’occhiata all’orologio, erano le undici e venticinque, ma quello che mi lasciò sorpresa fu la data: il mio orologio segnava che stavo vivendo nel 13 giugno del 1237”.

Il viandante

La voce scandì lentamente i numeri, come se stesse recitando una combinazione del lotto e anche per sottolinearne l’importanza al suo ipotetico ascoltatore. Nonostante il tentativo di dominare le emozioni, nel pronunciare la data, si percepì una sensazione di leggera paura. Forse pensò che avrebbe potuto essere considerata una pazza, o che avrebbe potuto diventarlo da un istante all’altro.

“Il sole mi scaldava con i suoi raggi a tal punto che immaginai di squagliarmi come un cubetto di ghiaccio. Indubbiamente faceva caldo per cui non capivo come facesse quella persona a camminare essendo vestita in modo così pesante.

Con una mano ruvida e callosa stringeva la sua sacca di un tessuto color sabbia. Sembrava che fosse scortato da una luce divina, perché il sole andava a infrangersi sulla testa completamente calva e sulla fronte ampia e maestosa. Il mento era squadrato, la camminata era lenta e la postura fiera.

Aveva un aspetto dimesso, ma i suoi movimenti trasudavano grande orgoglio. Forse in passato era stato qualcuno, forse aveva avuto una certa attitudine al comando, oppure poteva semplicemente essere molto arrogante. Ad ogni modo aveva qualcosa di magnetico.

La strada cominciava a salire eppure dal suo sguardo e dal suo viso duro non traspariva né fatica né preoccupazione. Sembrava impermeabile alle emozioni mentre con occhi imperscrutabili affrontava

la salita. Ben difficilmente avrebbe abbassato lo sguardo e questo denotava anche una grande sicurezza verso sé stesso.

Era alto circa un metro e settanta, una statura considerevole per vivere nel medioevo. L’altezza media per gli uomini era infatti di un metro e sessanta, mentre le donne si fermavano al metro e cinquanta circa.

Ricordavo che in epoca medievale era uso uscire preferibilmente in compagnia e il venir sorpresi soli e con abiti trasandati avrebbe fatto si che si venisse additati come pazzi o criminali. A dispetto di ciò la figura che mi veniva incontro aveva un’espressione pulita e onesta e la lunga tunica comunicava una tenacia spartana, Provai ad indovinare il materiale dell’indumento: avrebbe potuto essere di lana o più probabilmente di canapa, essendo un materiale meno nobile.

Sulla schiena si scorgeva la pellegrina, un cappuccio che, se indossato, arrivava anche fino ai gomiti e manteneva più caldo il corpo. Ai piedi calzava le pianelle, degli zoccoli alti che impedivano di sprofondare nel terreno fangoso.

Le sue labbra erano serrate e dai suoi occhi grigi non potei scorgere altro; lo accompagnai con lo sguardo mentre terminava la strada in pendenza e, nell’istante in cui raggiunse la vetta della montagna, sul suo volto comparve un’espressione interessata e anche di sfida. L’occhio sembrò accendersi come se fosse il fuoco di un camino: alla fine di quel sentiero la strada di fronte a sé era sbarrata da un enorme portone di legno incastonato tra le mura medievali.

Attorno al varco vi era un arco in muratura. Questo era composto da grandi blocchi di tufo sovrapposti l’uno sull’altro, senza l’utilizzo di calce. Sulla pietra di volta e sui due piani d’imposta, erano collocate tre teste sporgenti. I volti erano stati cancellati dagli agenti atmosferici, ma sarebbe stato interessante sapere quello che avrebbero dovuto raffigurare. Generalmente venivano scolpiti gli dei protettori della città, ma alle volte poteva anche trattarsi delle teste dei comandanti nemici, rei di aver fallito l’invasione della città. L’arco mi ricordava moltissimo quelli visti nelle costruzioni etrusche e dalla mia posizione lo scrutavo con sguardo rapito come se avessi visto un diamante in una bellissima vetrina.

Il viandante sembrava estasiato da quella imponente costruzione e il suo sguardo cercava di carpire il maggior numero di particolari.

Voltando il capo vide che sulla sinistra la strada si spingeva lungo la montagna ma, per proseguire diritti, bisognava passare attraverso quel portone, perché il resto dello spazio era chiuso dalle mura.

Ecco cosa mi spaventava dei miei sogni: incominciavano tutti in modo molto normale e magari con me che, come in questo caso, svolgevo attività piacevoli e banali (come prendere il sole) e in un secondo momento subentrava un’atmosfera greve e inquietante. Repentinamente diventavo la spettatrice della mia stessa proiezione e, come se mi fossi trovata al cinema, potevo seguire le vicende dei miei personaggi immaginari osservandoli da vicino senza che qualcuno potesse notare la mia presenza.

Anche questa volta non mi sarei trovata più sulla rupe ad abbronzarmi ma, dall’istante in cui la mia attenzione si fosse focalizzata su quel viandante, mi sarei ritrovata a girare, come un regista e un cameraman fantasma, attorno a quegli immaginari personaggi e a seguire le loro vicende.

Però a differenza di un film maker, che con un abile montaggio avrebbe potuto fare e disfare una trama, io avrei potuto soltanto assistere senza mutare il corso degli eventi.

Nel frattempo il viandante, con il mento all’insù e a piccoli passi, aveva deciso di avvicinarsi all’imponente varco. Se fosse stata l’entrata di un’abitazione avrebbe bussato, però essendo un portone largo circa cinque metri e alto almeno dieci, l’atteggiamento fu ben diverso. Quando vi arrivò vicino decise di tastare il legno con il palmo della mano. La mano dava colpi energici e sfidava l’eventuale presenza di schegge. Lo vidi apprezzare l’eccellente foggia del legno che era talmente levigato da sembrare quasi una lastra di vetro. Nonostante ciò, un pulviscolo giallo

si staccava dalle varie assi e si andava ad annidare sui polpastrelli, infilandosi sotto le unghie. Fece questa operazione per qualche istante, poi improvvisamente decise di sferrare un pugno secco e

preciso alla struttura. Questa, superba, non restituì alcun suono, lasciando trapelare solamente una notevole quantità di polvere.

Probabilmente sarebbe stato come colpire un mulino a vento, un’azione del tutto inutile. Si pulì il volto con la mano e ridiede un colpo analogo pochi istanti dopo, ma il risultato fu sempre il medesimo. Il viandante incominciò a guardarsi intorno, osservava la strada che saliva alla sua sinistra e dentro di sé non aveva alcuna intenzione di continuare a percorrerla. Si guardò indietro e dall’alto osservò la strada che aveva appena percorso. Era arrivato molto in alto e il pensiero di dover tornare in basso lo faceva star male. Infilò la sua mano ruvida come un foglio di carta vetrata dentro il suo sacco e ne estrasse una piccola fiaschetta. Bevve con avidità gli ultimi due sorsi che erano rimasti e nel momento in cui si accorse che era terminata, sapeva che non sarebbe potuto andare avanti ancora per molto. A quel punto tirò un lungo respiro e fece sentire la sua voce autoritaria:

“Qualcuno può sentirmi?” dopo aver scandito per bene le parole tese l’orecchio per ascoltare la reazione alla sua domanda.

Passò qualche minuto, ma non ci fu alcuna risposta, a quel punto l’uomo, con il volto leggermente arrossato anche dalla collera, incominciò a prendere a pugni il portone d’ingresso e urlò dell’altro:

“Sono un viandante e avrei bisogno d’acqua, mi servirebbe soltanto un po’ d’acqua”.

Ancora una volta né un suono, né una risposta arrivarono dall’altra parte. Era come se quella porta, oltre a tenere lontani gli estranei, annullasse anche qualunque suono. Dall’altra parte si percepiva un silenzio cupo. Il forestiero si guardò intorno e lo vidi ponderare varie soluzioni. Non aveva alcuna intenzione di tornare indietro né di affrontare la salita molto ripida che veniva ingoiata dalla montagna. Le pianelle avevano uno zoccolo molto alto per cui sarebbe stato ancora più faticoso muoversi in salita e senza una goccia d’acqua. Il mio personaggio decise di lanciare un altro urlo, sperando che dall’altra parte del cancello ci fosse qualcuno pronto ad accogliere le sue ragioni. Restò in silenzio ad ascoltare, poteva sentire delle cornacchie che gli svolazzavano sopra la testa. Avvertiva il rumore del vento che filtrava in mezzo agli alberi e gli correva accanto alle orecchie. La polvere che si levava per aria, dopo mille giravolte, si andava a infrangere sulle mura imponenti, ma a un certo punto avvertì anche il cigolio provocato dai cardini del portone di legno.

In pochi istanti l’enorme porta si era spalancata di fronte allo sguardo stupito del viandante e con sua enorme sorpresa dietro quello sbarramento vi era una strada, la cui fine non si poteva vedere con una rapida occhiata.

La via, che aveva visto aprirsi di fronte a sé, era larga circa cinque metri e mano a mano che la si percorreva diventava sempre più ripida. L’uomo fece qualche passo e si accorse che il suo tragitto si sarebbe snodato fra delle mura altissime, che potevano misurare almeno trenta o quaranta metri. La luce si abbassava sempre di più e il sole faceva fatica a scavalcare quelle mura imponenti, si avvertiva maggiormente il freddo e anche l’umidità era notevolmente aumentata. Non sembrava esserci anima viva, per questo il viandante si sentiva attraversato da uno strano timore, che lo faceva fermare ogni due passi.

Qualcosa lo insospettiva e nella sua espressione s’intravedeva una certa preoccupazione. Nel percorso non vi erano punti di riferimento, mancava un qualunque segno di vita.

Passo dopo passo, si era allontanato di molto dalla porta d’entrata e l’unico comun denominatore era rappresentato soltanto dagli umidi blocchi di roccia che lo scortavano come il tappeto rosso di una passerella.

Da lontano non vedeva più i contorni della porta, ma solamente la luce che filtrava da quell’enorme apertura. Alzando lo sguardo si sentì gelare il sangue nelle vene. Si fermò come se fosse stato tramutato in pietra. Incredulo sbatteva nervosamente le palpebre e sembrava che i suoi piedi si fossero incollati al terreno.

Il suo sguardo terrorizzato si era focalizzato su un particolare alquanto inquietante. Aveva notato delle rocce che sembravano avere l’aspetto di comuni porte d’accesso. Queste erano realizzate con del legno apparentemente pregiato e usurato dal tempo, quasi del tutto mimetizzato con il colore

delle pietre e segnalate solo da una maniglia. Solo un particolare non quadrava: se fosse stato un punto d’accesso, perché si trovava a cinque metri d’altezza dal suolo?”

2021-09-20

Aggiornamento

Buonasera, vorrei ringraziare tutti per la fiducia e per il sostegno che mi avete regalato. Vi copio link della mia prima intervista. Un abbraccio https://cultursocialart.it/il-profumo-dei-valgesi-il-nuovo-libro-di-malik-tariq-bashir/

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Malik Tariq Bashir
Mi chiamo Malik Tariq Bashir e sono nato a Roma il 27 settembre del 1983. Nella Capitale ho conseguito nel 2002 il diploma presso l’Istituto Massimiliano Massimo e nel 2007 la laurea in Scienze politiche presso L'Università degli Studi Roma Tre. Dal 2010 sono iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti di Roma. Nel novero delle mie passioni spiccano la Formula Uno ed i romanzi gialli. Nel 2009 ho pubblicato con Faligi Editore “Il leone bianco”, il mio romanzo d’esordio.
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