Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Noi quattro nel mondo

100%
200 copie
completato
11%
133 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista gennaio 2020

Parigi, estate 2013. Kévin ha diciannove anni, si è ritrovato quasi per caso a fare lo scrittore e si sente diverso dai suoi coetanei perché è tanto bravo a inventare storie quanto impacciato con le persone in carne e ossa. La sua strada incrocia per caso quella di altri tre ragazzi poco più grandi di lui. Océane, che sembra inseguire invano il sogno di diventare una scrittrice di successo. Lylie, che gestisce da sola una libreria nel tredicesimo arrondissement. Éric, giovane transgender fuggito anni prima dal suo paese in provincia. Non potrebbero essere più diversi, eppure nasce tra loro un legame che non avevano mai vissuto prima. Diventano grandi insieme. Noi quattro nel mondo è la storia di quattro solitudini che hanno la fortuna di incontrarsi e che, alla fine, si salvano a vicenda. Il dolore ci segna inevitabilmente, ma in realtà anche essere amati lascia sempre una traccia in noi. Basta solo accorgersene.

Perché ho scritto questo libro?

Credo nel dialogo d’inchiostro fra autore e lettore. Volevo scrivere un romanzo in grado di raccontare sogni e paure dei ragazzi e farli sentire meno soli. Quasi per caso sono entrati nella mia penna e nella mia vita Éric, Océane, Kévin e Lylie, talmente umani che mi pareva di vederli. Ho scritto la loro storia e credo che ogni pagina lasci trasparire quanto io voglia bene a ognuno di loro. Sogno che anche chi leggerà il libro si innamori di questi quattro ragazzi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo (settembre 2008)

Pochi minuti e sorgerà il sole. Si guarda intorno nella stazione deserta, ha lo stomaco chiuso, teme che il suo treno venga soppresso. Guarda anche dietro di sé, con la paura che qualcuno possa averla seguita. È sola in quella minuscola stazione di provincia. Entra nel bagno degli uomini con tutto il corpo che trema, stavolta ha paura di non accorgersi dell’arrivo del suo treno e di perderlo. Deve fare in fretta. Non bada al lerciume di quel gabinetto e si spoglia. Completamente. Fa un fagotto con i suoi vestiti, ne tira fuori altri da un sacchetto. Trattiene il fiato mentre si passa una fascia intorno al seno e stringe talmente forte da farsi male. Si infila la camicia, indugia un po’, alla fine decide di tenerla fuori dai pantaloni. Dà un’occhiata all’orologio prima di prendere le forbici, sta attentissima a far cadere le ciocche di capelli nel lavandino… sarà più facile buttarle via. Chiude gli occhi appena ha finito; quando li riapre per guardare il suo riflesso ha il cuore che batte a mille, ma finalmente la bocca si stira in un sorriso. Tre minuti e arriverà il suo treno, lo hanno già annunciato. Caccia i vecchi vestiti nel sacchetto, si disferà di tutto più tardi. Esce dal bagno appena in tempo per salire sul treno, con il cuore che ancora non si è calmato. Forse ritroverà il suo battito regolare solo quando il treno avrà lasciato la stazione.

Continua a leggere

Continua a leggere

Nonostante l’ora, qualche passeggero è già seduto nella carrozza. Éric li guarda con un mezzo sorriso, quasi sicuro di sé per la prima volta dopo tempo. Sceglie un posto, si siede, si guarda intorno: nessuno bada a lui, la gente è ancora mezza addormentata, sonnecchia oppure legge – senza particolare attenzione – il giornale. Per tutti quanti è solo un comunissimo ragazzo appena salito sul treno, una persona di cui tutti dimenticheranno la faccia nel giro di nemmeno un’ora. Il cuore di Éric inizia a ritrovare il suo ritmo abituale. Un fischio e le porte del treno si chiudono: non si può più né salire né scendere. La fronte incollata al finestrino, Éric guarda la stazioncina che si allontana. Addio. Addio a Bérénice, che è definitivamente morta pochi minuti prima nel disgustoso bagno di una stazione di provincia. I suoi capelli giacciono già sul fondo di un cestino e presto i suoi vestiti finiranno in qualche cassonetto. È di Éric il cuore che si è appena calmato nel suo petto schiacciato dalla fascia.

Nessuno fa caso al ragazzo biondo che non riesce a distogliere lo sguardo dal sole appena sorto… il sole che campeggia a est e sembra proprio indicare Parigi.

Giugno – Luglio 2013

Aveva la perpetua sensazione, mentre guardava i taxi,
di essere sola e lontana, lontana in alto mare e tutta sola,
né mai l’abbandonava lo sgomento, all’idea di quanto
fosse pericoloso vivere, anche un giorno soltanto.

 

Virginia Woolf, La signora Dalloway

I

Océane voleva fare la scrittrice. Dopo la licence in Lettere Moderne, vagava per le vie di Parigi, senza una meta precisa. Passava ore ferma in Place du Tertre a guardare gli artisti che dipingevano, ogni tanto diceva “no, no” in modo distratto a chi le chiedeva se voleva un ritratto. Non aveva mai abbastanza soldi nella sua borsa con le frange. Vagava per la città alla ricerca dell’ispirazione che non arrivava, ma che sentiva che era vicina. Aveva sempre saputo che la sua vocazione era quella di scrivere racconti e romanzi, e ora voleva veramente dare un’opportunità al suo sogno. Aveva mandato il curriculum qua e là, con scarsissima convinzione, e cercava di stare a casa il meno possibile perché sentiva che mai e poi mai le sarebbe arrivata una buona idea stando chiusa fra quelle quattro mura. Ogni tanto a Océane veniva qualche idea niente male, ma tutte le volte le sembrava che mancasse un qualcosa che le permettesse di concretizzarla. Nella sua testa, aveva già scritto dei romanzi meravigliosi, ma tutte le volte che lanciava Word sul computer rimaneva tantissimo tempo davanti al foglio elettronico bianco, per poi scribacchiare mezza riga e cancellarla subito dopo. Non era convinta. Le sembrava che non appena i suoi pensieri lasciavano la sua testa perdessero la loro bellezza. Forse non aveva gli stimoli giusti, per questo gironzolava per la città, osservava le persone, cercava lì in mezzo l’eroe della sua storia. Immaginava un eroe in cui i lettori si riconoscessero, che li facesse sognare. Immaginava le persone che piangevano, vinte dalla commozione, per qualcosa che aveva scritto lei. Eppure non riusciva ancora a scrivere un bel niente.

Certo che le era venuto il dubbio che forse scrivere non fosse il mestiere giusto per lei. Non possiamo essere tutti tagliati per una professione artistica… l’arte è un dono che hai o non hai. Océane leggeva i libri dei suoi scrittori preferiti, classici, moderni, poco importava, e le sembrava sempre che le parole si fossero disposte da sole sulla carta. Le sembrava che scrivere fosse facile, spontaneo. Pensava alla sua vita e non le veniva in mente un’altra cosa in cui avrebbe potuto dimostrare al mondo la sua bravura. Quando inventava le storie nella sua mente, le pareva tutto semplice e naturale e spontaneo, cosa che stava a indicare che anche a lei era stato dato il dono della scrittura. Poi si metteva davanti al foglio bianco e non lo riempiva nemmeno a pregare. Océane era convintissima che fosse tutta una questione di stimoli, che dovesse solo passare il proprio tempo nei posti giusti. Prima o poi avrebbe avuto l’illuminazione e una bellissima storia sarebbe finita dritta nella sua penna.

Era giugno e faceva caldo. Non aveva combinato niente di che nemmeno quel giorno; in metropolitana aveva riletto gli appunti che aveva preso e le erano parsi, d’un tratto, privi di senso. Se mai aveva pensato di essere davanti all’idea del secolo poche ore prima, era bastato fare la strada verso casa per spezzare l’incantesimo. Océane aveva raccontato ai suoi genitori di stare cercando un lavoro – verissimo, visto che aveva spedito il suo curriculum da qualche parte –, che era stata contattata e che era lì lì per accettare un posto più che decente per essere il primo della sua vita – niente di più falso. La bugia non poteva reggere ancora a lungo. Si era imposta una data limite: il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate. Se entro il 21 giugno non ho nessuna idea per nessun romanzo, la pianto per sempre con queste stupidaggini e mi trovo un lavoro serio, se è il caso anche la donna delle pulizie, ma meglio di niente.

Sotto casa sua, Lylie stava per abbassare la saracinesca della sua piccola libreria. Quel posto delizioso era stato tra i motivi che avevano spinto Océane a perseverare nel suo sogno e tentare di sfondare come scrittrice. Non poteva essere un caso che avesse trovato casa solo tre piani sopra una delle librerie meno conosciute ma più belle di tutta Parigi. Lylie l’aveva arredata come il soggiorno di una casa e, non fosse stato per una piccola cassa in un angolino, ci si sarebbe dimenticati totalmente che quello era un negozio. Lylie amava chiacchierare con i suoi clienti, parlava dei libri, di quelli che vendeva e di quelli che provava a trovare anche se erano fuori commercio da anni. Chi la conosceva tornava spesso anche senza comprare nulla, solo per scambiare due parole, e a Lylie stava bene così. Non le interessava il denaro. Pur non stando a impazzire dietro al suo aspetto fisico, era una bella ragazza, poteva ricordare una Lady Diana un po’ più bassa. Aveva solo ventitré anni, ma ogni tanto nei suoi occhi scivolava un’ombra di maturità – di disincanto? – strana per una persona così giovane. A Océane Lylie era piaciuta molto fin da subito. Nessuno lo sapeva, ma le chiacchiere con lei erano state parte integrante della sua tesi su Apollinaire. E poi, Lylie era l’unica al mondo che la incoraggiasse a scrivere il suo romanzo. Credeva davvero che un giorno avrebbe esposto sugli scaffali della sua libreria un’opera di Océane.

– Ciao, Lylie.

La libraia sorrise mentre bloccava la saracinesca e la faceva risalire.

– Vieni dentro, ti preparo un caffè nel cucinino.

– Non c’è bisogno che tu tenga aperta la libreria fuori orario… devi andare a casa…

– Ma io ho voglia di parlare con te! Mi devi raccontare che idee ti sono venute.

Océane stava per aprire bocca per dire che non le era venuta proprio nessuna idea e che probabilmente era meglio che si trovasse un altro mestiere (per non dire un altro sogno), ma Lylie era già scivolata in fondo al negozio e stava inserendo le cialde nella macchina del caffè. Sospirando, Océane scivolò nella libreria, accarezzò il dorso de La signora Dalloway di Virginia Woolf. Aveva letto quel libro un sacco di volte e conosceva a memoria ogni battuta del film con Vanessa Redgrave. A volte un giorno solo nella nostra vita può cambiare tutto, ma evidentemente per lei quel giorno ancora non era arrivato. E non aveva alcuna fretta di arrivare. Océane si girò per prendere la tazzina che Lylie le stava porgendo.

– Raccontami della tua giornata, su.

– Mi sembra di andare vicinissima a idee stupende, ma poi si rovina tutto. Non so proprio che dire. Forse non fa per me scrivere, dovrei piantarla…

– Hai una grande sensibilità, da scrittrice. Fidati.

– Lylie, la sensibilità da sola non basta…

– Ma senza quella non si può andare oltre la lista della spesa. È la sensibilità a essere fondamentale per uno scrittore, il resto è tutto in più.

– Io vorrei qualche buona idea. Vorrei essere soddisfatta di quello che scrivo.

– Ti darei volentieri un parere, se tu non cancellassi qualunque cosa dopo dieci minuti…

– È meglio così, veramente.

Lylie la stimava troppo per essere obiettiva. Era la sua migliore amica, e la adorava perché era una laureata in Lettere e perché aveva fatto la tesi su Apollinaire, che era sempre stato il suo poeta preferito. Sulla parete dietro la cassa, Lylie aveva fatto dipingere la frase “Ouvrez-moi cette porte où je frappe en pleurant”.[1] Océane e lei avevano un anno di differenza ma, più che una sorella maggiore, Lylie a volte sembrava una mamma che non vedeva l’ora di assistere al trionfo della propria creatura. Era come se Lylie sentisse che un giorno Océane avrebbe scritto un libro da migliaia di copie vendute. Ed era in qualche modo sicura che quel giorno non fosse lontano.

– Ho deciso che se entro il 21 non combino nulla, la pianto per sempre con la scrittura.

– Non dire stupidaggini.

– Come farò a pagare l’affitto? I miei genitori non possono mantenermi in eterno, e ho detto loro che tra poco otterrò un lavoro.

Océane si pentì dell’ultima frase subito dopo averla pronunciata. Sapeva benissimo che Lylie non poteva permettersi di assumere dipendenti, che quanto guadagnava bastava giusto a lei per pagare l’affitto di casa sua e del negozio. Temeva che in qualche modo potesse far sentire in colpa Lylie perché non poteva assumerla. Ci fosse stata anche solo una minima possibilità, Océane sarebbe stata felicissima di aiutare in negozio. Si immaginava a dare consigli ai clienti, a sorseggiare caffè e addentare pasticcini mentre stava in cassa. La mente di Lylie, però, navigava altrove. Il suo volto riprese l’espressione serissima da donna di mezza età.

– Prova a dire loro la verità, capiranno… Ma non rinunciare al tuo sogno.

Océane si limitò a scuotere la testa. La sua amica non voleva proprio capire che probabilmente il mestiere di scrittrice non faceva per lei. Lylie tolse da uno scaffale la copia di un libro e la mise in mano a Océane.

– Portalo a casa, leggilo, è molto bello.

– Posso pagartelo o me lo vieterai anche stavolta?

Lylie fece un gesto come a dire che non le importava, che Océane poteva sentirsi libera di tenere il libro, se le piaceva. Océane guardò la copertina del libro: Gli effetti secondari dei sogni, di Delphine de Vigan. In copertina c’erano due ragazze, una rossa con l’espressione stupita e l’altra mora, più piccola, dall’aria più grave.

– Lo comincerò stasera dopo cena.

– Ti piacerà tantissimo. E chissà, potrebbe farti accendere la lampadina per il tuo libro…

Kévin si era ritrovato, per caso, a fare lo scrittore. Aveva iniziato il suo primo romanzo a quindici anni e a diciotto lo aveva spedito a un editore. Lo aveva scritto perché c’era una storia che scalpitava dentro di lui, una storia che aspettava solo di essere depositata sulla carta. Gli capitava spesso, aveva un sacco di idee. Aveva lavorato a lungo al suo primo libro e poteva dirsi soddisfatto del risultato. Mancava poco al suo diciannovesimo compleanno e stava per lanciare il romanzo in tutte le librerie di Francia. A così poco tempo dal grande evento, Thierry, il suo agente, era sovreccitato e ultimamente abbastanza irritabile. A Kévin tutto quello iniziava a dare fastidio, ma non poteva più tirarsi fuori dal gioco. Era troppo tardi. E dire che a lui sarebbe piaciuto rimanere semplicemente a scrivere le sue storie, senza preoccuparsi di nient’altro. Ogni tanto si immaginava come un piccolo John Keats, a scrivere all’impronta, in un prato, con una margherita in bocca. Si era iscritto alla facoltà di Storia e a volte si sorprendeva a fantasticare di passeggiare in un’epoca diversa dalla sua. In un mondo diverso. Aveva staccato il cellulare per non essere bombardato di chiamate da Thierry e studiare in santa pace… pensò che se studiare era diventato quasi il suo hobby, doveva esserci qualcosa che non andava. Gli piacevano le cose che studiava, ma lo studio non poteva trasformarsi nel suo principale svago. Qualcosa doveva essergli veramente sfuggito di mano. Quando era al liceo era la scrittura ciò che più amava al mondo, e adesso scrivere sembrava quasi una tortura.

Al diavolo il lancio del libro, pensò mentre sottolineava le pagine del suo manuale di Storia Medievale. Si soffermò su un episodio affascinante e terribile al tempo stesso: la storia della papessa Giovanna. Kévin voleva capire quanto potesse esserci di vero… il suo professore aveva detto che era solo una leggenda, ma la storia lo aveva intrigato. Giovanna era colta, intelligente, forse anche bella, ed era riuscita per anni a far credere al mondo di essere un uomo. Aveva fatto una straordinaria scalata sociale nella gerarchia della Chiesa fino a farsi eleggere papa. Kévin chiuse gli occhi, gli sembrò di vedere quella donna che aveva il mondo in mano. Le era bastato tagliarsi i capelli e nascondersi nelle ampie vesti dell’epoca per assaporare la libertà che le altre donne non avevano. Ma poi il sogno era finito. Era rimasta incinta e aveva partorito nel bel mezzo di un corteo, davanti a migliaia di fedeli. La parabola triste della papessa Giovanna doveva arrivare a una fine. Era stata legata per i piedi a un cavallo, trascinata così per le vie di Roma, lapidata sulla pubblica piazza.

Kévin continuava a chiedersi se i sogni si pagano sempre così cari.

II

Kévin non aveva mai baciato una ragazza. Questo gli creava parecchio imbarazzo, gli sembrava di essere ancora tagliato fuori da un’esperienza che tutti i suoi coetanei avevano già fatto… anche parecchio tempo prima. Lui non aveva mai baciato una ragazza e i suoi colleghi in università non lo sapevano, sapevano solo che non aveva una fidanzata ma ovviamente davano per scontato che, almeno una volta nella sua vita, avesse baciato una ragazza. Invece no. C’era una sua collega che gli piaceva molto, anzi, pensava di esserne innamorato. Sophie. Kévin si era sempre ripetuto che doveva dare il suo primo bacio a una ragazza che significasse qualcosa per lui, e sicuramente Sophie era la ragazza giusta. A poco tempo dal suo diciannovesimo compleanno, aveva deciso che doveva riuscire a dichiararsi e a baciarla… doveva prenderle la testa tra le mani e baciarla, come facevano sempre tutti nei film. Sembrava facilissimo. Non sapeva, però, come avrebbe potuto dichiararle il suo amore senza sembrare ridicolo. Non voleva scriverle un messaggio su Whatsapp come facevano in tanti, gli sembrava troppo impersonale, ma al contempo non se la sentiva nemmeno di dirglielo in faccia. Sapeva già che gli sarebbe mancato il coraggio. Un’alternativa poteva essere mandare un amico al posto suo (un grande classico), ma non aveva nessuno di così fidato da potergli raccontare del suo amore per Sophie. Mmmm, che figura ci faccio se non ho nemmeno le palle di dirle cosa provo? Ammesso che Sophie avesse detto che voleva diventare la sua ragazza, le cose già sarebbero partite con il piede sbagliato. Così aveva optato per una classica lettera d’amore. Gli sembrava un ottimo compromesso. La lettera, però, era in cantiere già da una settimana, ma senza successo. Avevano sempre detto tutti a Kévin che, nonostante la sua età, era molto bravo come scrittore… un talento naturale. Tutta quella girandola di complimenti sulle opere di fantasia che scriveva lo aveva portato a credere che anche la lettera per Sophie sarebbe stata un gioco da ragazzi.

Invece no. Scriveva le prime righe, poi le rileggeva e gli parevano troppo artificiose, ampollose, o semplicemente brutte. Non riusciva proprio a scrivere qualcosa che potesse conquistare Sophie, accenderle il cuore. Era una settimana che Kévin appallottolava fogli su cui nel migliore dei casi aveva scritto dieci parole. Ed era diventato intrattabile. Ai suoi genitori aveva detto di stare lavorando a un nuovo romanzo, e che qualunque dettaglio ovviamente era un segreto fra lui e Thierry. Di questo passo, sarò costretto a dirglielo di persona. Ma in quel caso sarà di sicuro un disastro. Kévin non poteva andare avanti così. Il suo compleanno era il 16 luglio e lui voleva essere certo di dare il suo primo bacio prima di quella data. Afferrò il calendarietto sulla scrivania, tentò di darsi una data limite per la sua lettera d’amore. Giugno era già iniziato da qualche giorno e lui non poteva andare avanti all’infinito ad appallottolare fogli.

L’occhio gli cadde sul giorno del solstizio d’estate. Il 21 giugno… mi piace. Devo assolutamente scrivere la lettera per Sophie entro il 21 giugno. Altrimenti… no, non lo so cosa succede altrimenti. Però dovrà nella maniera più assoluta essere finita per il 21 giugno.

La sera stava per cedere il passo alla notte, ma c’era ancora parecchia luce per le vie di Parigi. Éric si era appena lasciato alle spalle la fermata Alésia e camminava rapido verso casa. Viveva in venti metri quadrati in fondo alla Ligne 4, eppure la sua vita non gli stava poi stretta. Abitava a Parigi da cinque anni ormai e gli sembrava di essere parte di quel meraviglioso ingranaggio da sempre. Si sentiva libero e in qualche modo soddisfatto della sua esistenza, anche se non aveva più contatti con la sua famiglia da tempo. Probabilmente era soprattutto per quello che non stava così male. Entrò nel suo appartamento, si richiuse la porta alle spalle, ma non accese la luce. Andò semplicemente alla finestra a godere del panorama delle luci delle città, a cercare di cogliere l’attimo in cui la sera si sarebbe trasformata nella notte.

Nella sua vita, la metamorfosi non era stata così impercettibile. Éric era nato femmina e lo era stato per i primi diciotto anni della sua vita. Solo sua nonna pensava che il suo desiderio di diventare un uomo non fosse qualcosa di abominevole… voleva solo che sua – suo – nipote fosse felice. Éric chiuse gli occhi e inspirò profondamente, fece scivolare nei polmoni la calda aria di giugno. Quando li riaprì, il mondo intorno a lui era diventato più buio. Aveva perso il momento della fusione tra la sera e la notte, o forse era stato qualcosa della durata di un secondo, che non avrebbe notato comunque. Ricordava di essere scappato dal suo paesino di quattrocento anime del Poitou-Charentes una mattina di settembre, neanche una settimana dopo la morte della nonna. Si era cambiato i vestiti, fasciato il seno e tagliato i capelli tra il lerciume del bagno della stazione, poi era saltato su un treno diretto a Parigi. Aveva lasciato un bigliettino ai suoi genitori in cui diceva che non ce la faceva più a vivere lì e chiedeva di non essere cercato… era maggiorenne e poteva andare dove voleva. E poi aveva dei mezzi finanziari. La nonna aveva saltato una generazione nel suo testamento e lasciato tutto a lui. Erano parecchi soldi – lei era di nobili origini e tutti in paese la chiamavano la Contessa –, ma ormai non gli rimaneva granché… aveva speso quasi tutto per la cura ormonale e la sua operazione. I parenti avevano cercato di capire se si potesse fare qualcosa per avere parte dell’eredità, ma il notaio era stato irremovibile: nel testamento era stata indicata esclusivamente Bérénice (all’epoca Éric si chiamava ancora così), ed era libera di fare quello che voleva con i suoi soldi. Incluso non dividerli con nessun altro. Quando era partito, Éric aveva con sé, in uno zaino, qualche indumento, lo spazzolino da denti, un po’ di soldi in contanti e soprattutto gli estremi del conto corrente della nonna.

A Parigi Éric si era adattato a fare i lavori più umili perché sapeva perfettamente che ormoni e operazione sarebbero stati costosi e tolti quei soldi gli sarebbe rimasto ben poco. Non aveva nemmeno un titolo di studio che gli avrebbe permesso di aspirare a qualcosa di meglio, solo il bac littéraire. Aveva passato i primi tempi a pulire i bagni di un Mc Donald’s. Con i colleghi si era presentato fin da subito come Éric. Prendeva ormoni, gli stava crescendo la barba, non aveva più il ciclo… anche a volerlo, non avrebbe proprio potuto presentarsi come Bérénice, sarebbe stato ridicolo. Poi si era operato e Bérénice era scomparsa da qualunque documento, anche se per Éric lei era già morta quella mattina nel bagno della stazione. Ora non faceva più le pulizie, faceva il cassiere in un Monoprix… era un lavoro alienante, ma perlomeno era stato un salto di qualità.

Quella notte, però, di fronte alle stelle che brillavano nel nero del cielo parigino, non pensò per un attimo ai piedi e alla schiena che gli facevano male. Si sentì solo, quello sì. A Parigi aveva guadagnato la libertà, era diventato Éric, ma non aveva nessuno. Era socievole con le persone che incontrava ma non stringeva mai vere e proprie amicizie, più che altro per proteggersi. Gli sarebbe piaciuto avere una fidanzata, anche se nel contempo la cosa gli faceva paura. Bérénice, durante la sua adolescenza, non era stata molto capace di amare, ma a volte lui sentiva che forse Éric ne sarebbe stato in grado, se solo ne avesse avuto la possibilità. I giorni si accumulavano gli uni sugli altri fino a diventare anni, ed Éric ancora non era riuscito ad amare una ragazza.

Océane aveva letto i primi capitoli del libro che le aveva dato Lylie, ma poi l’aveva chiuso e si era messa alla finestra. Non che il libro non le piacesse, anzi. Aveva alzato lo sguardo quando era arrivata all’ultima parola del terzo capitolo e aveva visto la sera parigina di fronte a sé. Si era alzata e posizionata accanto alla finestra, come la Eveline di Joyce. Mi piacerebbe cogliere l’attimo in cui la sera si trasforma nella notte. Aveva stretto i capelli rossi e ricci in una coda di cavallo ed era rimasta per un po’ a guardare fuori.

Chiuse gli occhi e pensò che quello era l’incipit della storia che stava cercando. Non aveva ancora la più pallida idea di chi fossero i personaggi, che cosa facessero o desiderassero, ma aveva un incipit. Voleva quel cielo su quella strada all’inizio del suo romanzo, la notte che incombeva ma forse non sarebbe arrivata mai. Océane aprì gli occhi e non poté trattenere un’espressione delusa quando vide il buio di fronte a sé. Aveva veramente tenuto gli occhi chiusi per così tanto tempo? La notte era arrivata e aveva cacciato via gli ultimi bagliori del giorno precedente. Richiuse la tendina. Era già un po’ più vicina al solstizio d’estate, alla sua data limite, ma quella sera aveva un incipit. Il mattino seguente le parve di avere sognato un ragazzo alla finestra come lei poche ore prima, ma al risveglio non ricordava più nulla di lui. Sentiva solo che doveva essere quel ragazzo biondo il protagonista del suo romanzo. Mentre faceva colazione, le sembrò per una frazione di secondo di ricordare qualcosa di importante su quel ragazzo, qualcosa che forse le aveva detto nel sogno… il pensiero si dissolse come la sera si era sciolta nella notte.

[1]Aprite questa porta dove batto piangendo.

29 novembre 2019

Evento

Atrio di Palazzo Borghi - Gallarate (VA)
Alle 18.00 presenterò "Noi quattro nel mondo" nell'atrio della sede municipale di Palazzo Borghi, nell'ambito del festival Duemilalibri. Sarà possibile preordinare una copia del romanzo.
24 giugno 2019

Aggiornamento

La recensione completa è disponibile qui http://www.librilamiavita.it/recensione-noi-quattro-nel-mondo-di-francesca-cerutti/
Di seguito, un estratto:
"La libreria è fondamentale anche per un altro motivo, poiché è il luogo di incontro dei quattro giovani protagonisti, Lylie, Océane, Eric e Kevin. Ognuno di loro ha una propria storia alle spalle e in alcuni casi dei segreti ingombranti, tutto ciò sembra condizionare negativamente la loro vita. Pur essendo diversi tra loro, sapranno tutti conquistare un piccolo spazio nel cuore del lettore, ma ciò non esclude che ci si possa identificare maggiormente in uno piuttosto che in un altro. La caratterizzazione dei protagonisti e l’interpretazione dei loro stati d’animo risultano essere il fiore all’occhiello del libro. [...] L’intero libro è narrato attraverso un continuo cambio di focalizzazione tra i quattro protagonisti. Tale scelta consente di esplicare i loro pensieri e ricordi donando ai personaggi maggiore autenticità e reale rilievo. Le loro vicende saranno in grado di suscitare partecipazione ed empatia. Inizialmente il libro appare procedere lentamente ma dopo un po’ è in grado di catturare il lettore e trascinarvelo all’interno. La prosa è cristallina, limpida e scorrevole, immergervisi risulta piacevole."
17 giugno 2019

Aggiornamento

"Un messaggio che spero rimanga ai lettori è che non ci segna solo l’odio, ma anche l’amore. Forse le tracce lasciate dall’amore sono meno evidenti, ma questo non vuol dire che non ci siano. Essere amati può davvero aiutare a rinascere dalle proprie ceneri. Non vedo l’ora di scoprire le opinioni dei lettori su questa storia e questi personaggi, di scoprire se si sono riconosciuti in un personaggio o in una situazione."
L'articolo completo è reperibile qui
07 giugno 2019

Aggiornamento

Il 7 giugno scorso ho presentato il romanzo alla festa di fine anno accademico della Civica Scuola Interpreti e Traduttori "Altiero Spinelli". Che dire? La prima presentazione non si scorda mai. Comunque vada la campagna per "Noi quattro nel mondo", sono felice di averlo presentato nella mia università, affiancata da un'intervistatrice bravissima come Alice Lazzari. L'affetto che ho sentito in questa occasione me lo porterò sempre con me.
11 giugno 2019

Aggiornamento

L'intervista completa è disponibile qui. In anteprima, un piccolo estratto.

Noi quattro nel mondo parla della storia di quattro adolescenti che si aiutano a crescere a vicenda. Sono molto diversi fra loro, ma in qualche modo riescono ad avere un’influenza positiva l’uno sull’altro. C’è qualche cosa di autobiografico nella trama o è piuttosto la sintesi del tuo ideale di amicizia?

Direi che qualcosa di autobiografico c’è: per me l’ultimo anno di liceo è stato un periodo difficile, e non so come avrei fatto se non avessi avuto i miei amici a sostenermi. Comunque non amo creare alter ego quando scrivo, quindi non c’è un personaggio che corrisponde perfettamente a uno dei miei cari – tutti i miei personaggi hanno però qualche caratteristica delle persone che fanno parte della mia vita.
07 giugno 2019

Evento

Civica Scuola Interpreti e Traduttori "Altiero Spinelli", via Carchidio 2, Milano
In occasione della festa di fine anno accademico presenterò il progetto di Noi quattro nel mondo e la campagna di crowdfunding lanciata da bookabook per poterlo pubblicare. Sarà possibile preordinarne una copia durante l'evento.
03 giugno 2019

Aggiornamento

«Il libro l’ho finito un paio di anni fa: dopo aver contattato i grandi editori che, si sa, difficilmente danno spazio agli esordienti, ho conosciuto Bookabook. Loro hanno voluto darmi fiducia» racconta Francesca, gallaratese, che ha studiato a Busto e sta completando a Milano i suoi studi in traduzione, dopo una triennale in lingue. Le parole, appare chiaro, sono la sua grande passione: «Traduco per i miei studi, scrivo e leggo per passione. Adoro Margaret Mazzantini, c’è molto di lei in “Noi quattro nel mondo”». Nel romanzo c’è tutta la giovinezza nella sua complessità: quattro vite che si sfiorano e incastrano fra dolori e spensieratezza, amori e solitudine: «E’ la storia di quattro solitudini che hanno la fortuna di incontrarsi e che, alla fine, si salvano a vicenda. Il dolore ci segna inevitabilmente, ma in realtà anche essere amati lascia sempre una traccia in noi. Basta solo accorgersene. Volevo scrivere un romanzo in grado di raccontare sogni e paure dei ragazzi e farli sentire meno soli».

L'articolo completo è reperibile a questo link.

Commenti

  1. Fabio Suraci

    (proprietario verificato)

    Si legge che è un piacere. È una lettura che consiglio a chi ha voglia di emozionarsi tra le vie di Parigi. Con lo scorrere delle pagine si proverà la piacevole sensazione di avere 4 nuovi amici: i protagonisti di questo libro!

  2. (proprietario verificato)

    Lettura molto scorrevole. Vicende vissute attraverso i diversi punti di vista dei protagonisti: quattro giovani ragazzi, i cui destini s’intrecciano quando uno di loro viene rapito da una copia de “Les Fleurs du Mal” (Baudelaire), esposta in una piccola libreria di Parigi.

    Amore per la scrittura, amore per la vita e amicizia permettono a quattro perfetti sconosciuti di stringere un legame indissolubile gli uni con gli altri. Affascinante è il mondo creato per questo romanzo, i cui dialoghi e riflessioni catapultano il lettore in una dimensione letteraria, ricca di citazioni (soprattutto di Baudelaire, Rimbaud e Apollinaire). Questa storia è anche un inno alla città di Parigi, dove sono ambientate le vicende. Romanzo commovente, consigliato agli amanti dei romanzi di formazione.

  3. (proprietario verificato)

    Il libro è molto scorrevole perché la scrittura è buona e molto piacevole. I personaggi sono ben descritti e sembrano essere uscire dalla storia. Veramente un bel libro, da leggere assolutamente

  4. (proprietario verificato)

    “Noi quattro nel mondo” è un libro bellissimo, ti tiene incollato alla pagina e il susseguirsi veloce dei punti di vista contribuisce a renderlo ancora più accattivante. È una storia di amicizia, di umane debolezze, e di come insieme diventano meno pesanti. Pre-acquistatelo, non ve ne pentirete!

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Francesca Cerutti
Sono nata ventidue anni fa a Milano, città dove oggi frequento un corso di laurea magistrale in Traduzione. Invento storie da quando ero piccola e verso i tredici anni ho iniziato a metterle per iscritto. Per tutta l’adolescenza ho continuato a scrivere racconti; moltissimi erano ancora acerbi, ma ho imparato, una parola alla volta, a riversare sulla carta quello che provavo. Con gli anni, la scrittura è diventata il mio tutto. Scrivere è per me soprattutto un modo di strappare all’oblio volti e momenti della mia vita.
Francesca Cerutti on FacebookFrancesca Cerutti on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie