Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Ragioni
66%
69 copie
all´obiettivo
56
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Settembre 2022
Bozze disponibili

“Ragioni” parla di inconsapevolezza e di inevitabilità: l’una, il principio dell’altra. Entrambe definiscono le nostre ragioni per vivere, condizioni talvolta paradossali, spesso comiche, talvolta tragiche. Ragioni sono i motivi per cui stiamo al mondo, quelli che ci fanno agire, magari per sbarcare il lunario, forse per dare un senso a quello che ci capita, più spesso per trovare altre ragioni. Ognuno ha le proprie motivazioni e si potrebbe dire che siano espressioni di volontà, di valutazioni attente. Nella maggior parte dei casi però, non ricordiamo quando siano avvenute. Soprattutto, se sono state frutto di una scelta vera e propria, il frutto di decisioni consapevoli. Smarrendo i presupposti rimangono le conseguenze che ci trasformano in eroi, persecutori, vittime o persone comuni, purtroppo ignari e in balìa di un destino inarrestabile. È probabile che l’inconsapevolezza e la sua conseguenza, scongiurino la normalità dalla quale, prima o poi, tendiamo a rifuggire.

Perché ho scritto questo libro?

L’inizio di questo libro coincide con una gita a Gallipoli. Da lì “Ragioni” si è sviluppato nella logica dei frammenti, un’insieme eterogeneo di episodi legati fra loro prima ancora che da una trama, da uno sguardo incantato, da una sensazione di stupore. Scrivere costringe a un tu per tu talvolta difficile, il confronto con ciò che scopri nel viaggio non è sempre luminoso, ma sicuramente è sorprendente e questo è già un buon perché. E forse, l’unico. Poi vai quasi dappertutto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

S’INFORMA

Appena nato, Lupo Sirattes riceve le cure di sua madre, di suo padre e un codice fiscale dallo Stato. Con quel numero ne diventa parte integrante accettando diritti e doveri. Nessun contratto viene sottoscritto fra lui e lo Stato né tantomeno lo fanno i suoi genitori in sua vece, avrebbe senso, visto che è al mondo da poco. Risulta così un’accettazione implicita, Lupo Sirattes viene associato in modo automatico al sistema per il solo fatto di vedere la luce in quella nazione e non in un’altra. Per l’occasione, sarebbe bello che succedesse la cosa più scontata addirittura ovvia: una bella bandiera in regalo, anche piccola – una bandierina – in dotazione con il primo ciripà o il primo ciuccio per la nuova entrata del neonato nell’organizzazione. Come dire: “Ehi, ben arrivato! Firma qui il regolamento e sei dei nostri. Siamo contenti di averti”. Purtroppo, non va così: niente accordi e bandierine, soltanto un numero.

Mentre l’amore e la protezione dei genitori sembrano essere cose indispensabili e altrettanto implicite, quel codice viene assegnato dallo Stato senza troppe storie sia che sei amato oppure no, consapevole o meno, d’imperio, in nome di una prassi consolidata.

In effetti, il codice è pratico per gestire la complessità sociale, in sé è inoffensivo e forse, in virtù di questo viene accettato da tutti con disinvoltura, senza reclami.

Continua a leggere

Continua a leggere

Quel numero è il collegamento ufficiale con un sistema che rende Lupo Sirattes identificabile. In una versione bladerunneriana, se fosse un’androide, è il codice impresso fra le pieghe del suo tessuto cerebrale, un tratto dell’aorta o altra parte del corpo, il suo numero di fabbrica. Soprattutto, dichiara la sua natura tributaria e pertanto regola le faccende amministrative fra lui e lo Stato compresi atti, certificati e il contratto della luce di casa. Con quel codice, Lupo Sirattes e tutti quelli come lui, alla volta della dichiarazione di un reddito, riconosce una percentuale dei suoi ricavi a favore del sistema che ricambia in servizi. Quella quota non è un prezzo ma una tariffa, la percentuale è un obbligo, i servizi sono un diritto. Costi, doveri, diritti. Cose fissate, chiare. Ed è altrettanto chiaro che ciascun elemento della triade può avere un più o un meno davanti cambiando così la relazione di quella combinazione e conseguentemente, i benefici per Lupo Sirattes e tutti quelli come lui. Per amor di ragionamento, si passa dalla versione minima -Costi -Doveri -Diritti; a quella impopolare +Costi +Doveri -Diritti; fino all’utopica -Costi -Doveri +Diritti; e così via, tanto per fare un esempio.

Quello dello Stato quindi, è un sistema che restituisce servizi ai suoi cittadini/clienti per favorire il loro benessere e lo fa attraverso delle istituzioni fatte apposta, degli enti. Mentre lo Stato usa un linguaggio formale, adeguato alla necessità di comunicazione rivolta verso se stesso, le sue istituzioni – quelle che si confrontano con il pubblico, il cliente tanto per intenderci –, sono più “estroverse”, usano sì delle formule codificate perché sono figlie di quel padre distante e taciturno – lo Stato – ma provano a stemperare i toni. Questi enti sono costretti a misurarsi con una platea varia, anche moderna, che vive la contemporaneità, perciò è necessario mitigare quelle forme del parlare, talvolta arcaiche, così tecniche e poco chiare tipiche delle istituzioni, il linguaggio burocratico, renderle comprensibili per essere vicino a quel pubblico che invece usa un linguaggio ordinario, quotidiano, in fondo, semplice.

Lupo Sirattes comincia a formare la sua visione del mondo proprio dal giorno dell’assegnazione del codice fiscale. Dopo un lungo periodo di apprendimento, accompagnato da una foschia che lo nasconde parzialmente a se stesso, da quel torpore ne emerge più tardi negli anni – troppo, secondo lui –, scoprendo in sé una sincera urgenza, un bisogno profondo nel trovare significato alle cose che succedono in quel mondo nel quale vive. In alcuni casi trova risposte ma nella maggior parte di essi capisce quanto significato manca all’appello. Cerca semplicemente un senso in quello che gli sta attorno e in quello che fa: quando non c’è si sente smarrito, forse più fragile. Tuttavia, non ne fa una tragedia. Diciamo che in assenza di significato o ancora peggio, in mancanza della chiarezza di questo, accusa fastidio, si irrita ma sopporta…

UN FIORE MERAVIGLIOSO

Come tutti quelli che si incontrano, per Federica Parigi e Cesare Boschi accade in un giorno qualsiasi. Le loro strade convergono già nei mesi precedenti, o forse anni, a tal punto che si trovano, in quel giorno qualsiasi, faccia a faccia, lì l’uno davanti all’altra incoscienti e un po’ straniti. Ora sono prossimi a qualcosa di imprevedibile che sta per succedere. È una storia d’amore? Subito non capiscono, e potrebbe essere che non c’è tanto da capire, magari da un momento all’altro le strade divergono, ognuno va nuovamente per i fatti suoi, un breve contatto e poi è finita – addio love story. A tutta prima però, questo incontro non sembra un fatto irrilevante. C’è un’atmosfera euforica, molto divertimento anche con poco, c’è fremito, c’è trasporto fisico, c’è la voglia di cercarsi, di rimanere in contatto nel senso più intimo del termine.

Questi due s’infilano da lì a poco, in una bolla fatta di confidenza e morbidezza che li isola dal resto del mondo così che quest’ultimo risulta a loro indifferente, perfino noioso, fatto di abitudini e gesti monotoni che loro sì, conoscono benissimo, tant’è che li vivono come tutti gli altri ma, così insieme, così in coppia, in questa versione così inedita per loro e per l’universo intorno, quel fuori sembra addirittura diverso, alieno e un po’ ridicolo. S’imbozzolano in una tana calda che li ripara da quell’esterno che è altro da loro ma proprio per esserlo definisce il confine con il dentro dove c’è il calduccio dei loro respiri, dei loro sorrisi e dei loro corpi che pulsano, ci sono loro e sono contenti, a tratti anche felici. Si osservano cercando cosa dell’uno somiglia all’altro, cosa li accomuna. Prendono discrete ma attente misure su gusti, preferenze e interessi per definire così una senso simile, un significato che permette loro di avere lo stesso punto di vista, o quantomeno quasi uguale. Avere lo stesso modo di leggere il mondo, con la voglia di vedere al di fuori del bozzolo, sentirsi complici e sicuri per fare insieme incursioni in altri luoghi o semplicemente vivere la normalità, che è sì normale ma è la loro, privata, intima, la loro riserva protetta.

Federica è una giovane donna. È nel parco della vita così come un bimbo lo è in quello dei giochi, attratto da tutti quelli che ci sono e con la voglia di provarli tutti e tutti insieme, – altalena, scivoli, tappeti elastici –, senza quei limiti che i grandi, invece, continuano a imporre: “non fare quello, fai piano, stai attento, non correre, non arrampicarti…” un mantra che serve più a chi lo recita, meno a chi lo ascolta.

Perché non fare? Perché fare piano? L’esistenza forse non fa? Si risparmia? Quando deve manifestarsi o esplodere, dice “faccio piano”? Per non fare danni? Per non disturbare?

Federica non vuole far piano, sta attenta sì perché ha il sistema di sicurezza attivo – la paura –, ma ciononostante vuole respirare tutta la vita che le viene incontro, vuole conoscere, toccare, ballare, fare tutto quello per cui è nata cioè esistere con limiti ragionevoli, e poi, ragionevoli per chi? Cos’è ragionevole? Federica è una donna normale e predispone se stessa ad innamorarsi di Cesare, a sentire se quello che prova per lui è vero oppure no.

Cesare è un giovane uomo ma un po’ meno di Federica. Rispetto a lei, è quel che si potrebbe dire uno che non c’entra: altra storia, altre priorità, altra visione delle cose. Eppure, le strade convergono, sono i fatti che parlano, tutto il resto sono idee che generano inutili opinioni, ingarbugliano i pensieri. Se quella di Federica è una strada piena di tornanti, di su e giù, quella di Cesare invece, è un rettilineo in una landa che lui percorre a velocità moderata. Si sente solo ma non soffre più che tanto: è solitario perché è poco incline a stare con gli altri, soprattutto quando stare con gli altri vuol dire perdere tempo in conversazioni che trova inutili, dopo poco si annoia. Quindi, è una solitudine che non subisce, la vive con pacatezza. Cesare è un uomo normale e predispone se stesso ad innamorarsi di Federica, a sentire se quello che prova per lei è vero oppure no.

Quindi si predispongono. Non vuol dire ancora che stanno insieme ma si mettono in quella prospettiva. Insomma, si danno un reciproco permesso, si danno del tempo, si sperimentano. Non riescono a valutare freddamente la situazione anche perché questa relazione, se si può già definire così, è al momento instabile, necessita di assestamento che verrà, se verrà, più tardi. Nel mentre, sono sospinti, trascinati, c’è calore, ebollizione, altro che freddamente… C’è molta passione, si piacciono. E le regole del piacersi sono le loro e non sono le stesse per entrambi. E così, nelle loro diversità lasciano parti di ciascuno sull’altare che li unisce, si vivono fra stupore e perplessità…

AL 6

L’immobile al civico 6 è uno stabile di quattro piani color tortora. La facciata è allineata a filo con quelle delle case sullo stesso marciapiede, l’una è il proseguo dell’altra, insieme scandiscono un ritmo placido di quinte sulla via. Sono incernierate fra loro in un patto di mutuo sostegno e buon vicinato, tutte complici silenziose nell’occludere alla vista cosa c’è dietro, come sono distribuiti i piani, le scale, le stanze e un retro il cui aspetto è solitamente meno glorioso del suo opposto. Ma soprattutto, nascondono la vita dentro. Sigilli verticali in bella vista, le facciate offrono indizi delle case che chiudono – scatole, dopotutto – e forse di chi le abita. Si possono osservare bene, lì esposte, camminando per strada mentre si pensa ad altro, portando a spasso il cane o succhiando della nostalgia come fosse una caramella.

Si può anche notare quanto quei coperchi – cioè, le facciate – siano un oggetto a parte, come se fossero uno strato finale della costruzione, un tappo messo in verticale. Dunque, non sono solo diaframmi che separano il fuori dal dentro del palazzo. Ma se si levano le facciate cosa rimane? Una suddivisione di spazi, pareti per contenere l’intimità dei suoi abitanti, mere geometrie domestiche. Tolto il fronte si svela una radiografia pressoché uguale ad altre case e pertanto, si capisce quanto la parte esterna, non solo è una chiusura, non solo si possono ricavare indizi, ma è la concentrazione massima della personalità dell’intero stabile. La peculiarità della casa si addensa nella parte esterna fatta di mattoni e laterizi, di pieni e vuoti, aggetti e rientri, colori e proporzioni per proseguire nel suo interno, nel suo nucleo. Smontare la facciata e perdere il carattere di tutto l’immobile è un attimo, è tragicamente istantaneo.

Il civico 6 fa parte del genere “casa signorile”. Costruita sul finire degli anni trenta, il suo disegno aveva dichiarato da subito un’ambizione borghese. Ha decorazioni che negli stabili di fianco non ci sono. Rifugge dunque, quei tratti austeri delle case popolari lì ai lati così che il 6 risulta, per contrasto, uno stabile estroverso, a tratti eclettico, perfino sicuro di sé. Sembra il risultato di un’insolito orientamento progettuale, una deviazione rispetto all’attitudine sottotono delle case vicine.

– L’idea è una costruzione dall’aspetto sobrio ma con abbellimenti, finiture ricercate, soluzioni di pregio. Insomma, spendiamo qualcosa di più per un tocco di classe – aveva detto l’impresario agli architetti.

Coeva al 4 e all’8, non si capisce come mai il 6 abbia avuto quel destino, essere sì una casa in continuità d’uso tipica degli stabili del quartiere, e quindi formalmente simile, ma avere anche una parvenza che rispetto alle costruzioni vicine ne prendesse una parziale distanza, ne dichiarasse uno stile differente.

“Sono come voi, ma un po’ diversa, sono qui ma potrei far parte di un altro luogo, magari dietro la via o al di là della strada, sul marciapiede opposto, non per forza allineata a voialtre.”

Invece, il 6 è ficcato proprio lì, più che una volontà costruttiva la cui intenzione originaria è un’ipotesi, è il moto comune che la mantiene unita alle altre, ormai salde nella geometria e nella sorte.

L’assetto simmetrico aveva previsto un’ingresso centrale e due lesene ai lati per suddividere verticalmente il fronte in tre parti: una in mezzo più ampia e le laterali più strette. E questa impostazione fa già la differenza. Gli altri palazzi intorno non hanno l’ingresso disposto così, e le lesene se le sognano. Questi risalti verticali sono bugnati a pietre sfalsate color sabbia che partono dal primo marcapiano e salgono fino al cornicione del tetto. Evocano delle colonne seghettate poggiate su un alto basamento e ricordano i templi della classicità, una memoria che ha resistito a lungo prima di farsi travolgere dal moderno.

Dal marcapiano verso terra il fronte è omogeneo, senza modanature e dislivelli sensibili. In questa parte della facciata, sabbia come le lesene, si aprono le finestre dei piani rialzati e le bocche di lupo corrispondenti.

Verso l’alto invece, ritagliate nelle partizioni tortora, si dispongono tre file di finestre sovrapposte con balconi. Totale finestre nelle suddivisioni laterali 6, 9 in quella centrale, e tutte molto, molto verticali…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Scrivere Ragioni non è senza ragione una ragione sufficiente per ragionare sulla vita. Rossetti lo fa ed è una gioia per gli occhi, per i sensi e per la mente. avanti

  2. Rossella Arioli

    (proprietario verificato)

    13 racconti solo apparentemente scollegati tra loro. Un turbinio di emozioni, passioni, anime che si incontrano o si allontanano. Insomma: vita.
    Da portare nel cuore

  3. Marco Neri

    (proprietario verificato)

    Un’alternanza di “curiosità” storiche che sembrano surreali con scene di vita quotidiana con interpreti che racchiudono piccolezze degli uomini . Ragioni non ha una trama precisa ma vi trascina in un crescendo di spaccati. Ogni capitolo “sembra” una storia a parte ma dove ciascuno vi da le sue RAGIONI per leggerle. Dalla sinopia iniziale dove era difficile capirne lo sfondo si arriva poi a definirne i contorni. Nello scritto di Rossetti c’è ricerca ma anche un alone di tristezza legata a curiosità e conoscenza dell’animo umano. Marco Neri

  4. (proprietario verificato)

    Lupo Sirattes, uomo senza qualità (vi ricorda qualcosa?) estrae per voi tredici microromanzi dal suo cassetto.
    Pura osservazione in chiave fenomenologica. Ma anche passione spiazzante e comicità reticente.
    Ma anche succhiare nostalgia come fosse una caramella.
    Molte password.
    Fantaletteratura.
    “un gioco surrealista, un quadro di Magritte. Forse per trovare un senso non è il momento giusto. O forse sì”
    Leggete RAGIONI. E lo scoprirete. Buona avventura. Marco Weiss

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Paolo Rossetti
Paolo Rossetti nasce a Milano sessant’anni fa. Lavora nel mondo della comunicazione e si occupa di brand design. Ha una formazione artistica che gli permette di usare le immagini come canale espressivo privilegiato. L’incontro con le parole è inevitabile, diventa presto una relazione stretta e affettuosa. Questo rapporto è tuttora alla base della sua ricerca e del suo lavoro. “Ragioni” sposta il baricentro dell’indagine sulla parola ed è il suo esordio nella narrazione scritta.
Paolo Rossetti on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie