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Renoir Astrofisico

Renoir Astrofisico campagna
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Consegna prevista Novembre 2020
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Renoir è il giovane astrofisico francese che tenta di rilanciare le immense potenzialità dell’Umanità in un mondo nel quale domina la filosofia materialista da ben due secoli. Grazie alla sua azione, il pessimismo cosmico si dissolve per la ritrovata consapevolezza che, in realtà, siamo molto più di un semplice ammasso di atomi. Renoir è uno scienziato geniale ma con la testa tra le nuvole, sempre assorto in mille pensieri. E così, tra onde gravitazionali e fisica quantistica, finisce per innamorarsi di Charlotte. Con la sua grande forza vitale, l’astrofisico riporta l’Homo Sapiens a rialzare la testa verso le stelle e, dalla prospettiva di una galassia, la Terra appare come un minuscolo pianeta che necessita di amore e cura. Inevitabilmente, emergono, con più forza, tematiche quali la sostenibilità ambientale e l’agricoltura condotta nel rispetto degli ecosistemi e della salute umana. Riusciranno le teorie di Renoir a cambiare il futuro apparentemente già scritto dell’umanità e della terra?

Stefano Pezzola devolverà i diritti d’autore derivanti dalla campagna di crowdfunding, tramite la società Ecofactory, a sostegno di un progetto di riforestazione in Australia, violentemente colpita da una serie di incendi che hanno compromesso parte del patrimonio boschivo. L’intervento – nello specifico – andrà a prevedere la piantumazione di alberi di acacia nella regione del New South Wales.

Perché ho scritto questo libro?

E arrivò l’ispirazione improvvisa. Ebbi, quindi, due possibilità. O reprimerla, o accoglierla. Optai per la seconda. A quel punto, mi fu sufficiente seguire un flusso di energia. In origine, sentimenti, emozioni, paure e idee si presentavano confusi e slegati tra loro. Poi, giorno dopo giorno, tutto cominciò a prendere forma fino a che, anche per me, arrivò il parto dell’anima. Era nato Renoir Astrofisico.

Foto di Cristiano Pelagracci

 ANTEPRIMA NON EDITATA

1 Corsa al Treno

Nantes. Ore 07.15 del mattino di una giornata di fine marzo. Lo squillo della sveglia emette onde sonore melodiche. Tuttavia, Renoir continua a dormire sprofondato in un sonno piombato. Ma che è successo? Per capirlo, è necessario ricostruire i fatti del giorno precedente, durante il quale il vissuto di Renoir fu così intenso che il tempo da lui percepito risultò essere molto più lungo di ventiquattro ore. Riavvolgiamo all’indietro il filo del gomitolo della vita di Renoir e ricominciamo, dunque, dalla mattina del giorno prima. L’astrofisico cominciò quella giornata mozzafiato con un caffè sublime, utilizzando rigorosamente la moka, secondo l’abitudine che aveva acquisito quando lavorava in Italia. In effetti, era stato stregato dagli italiani, per i quali la preparazione del caffè mediante la caffettiera risulta paragonabile ad un vero e proprio rito. Renoir era seduto in cucina su una sedia di paglia, in vicinanza della macchina del gas. Era mezzo assonnato e lanciava uno sbadiglio dietro l’altro. Nel frattempo, nella caffettiera posta sul fornello della cucina, avvenivano delle reazioni di causa ed effetto. Il calore del gas metano riscaldava l’acqua posta nella parte inferiore della macchinetta che poi, spinta dal vapore, risaliva lungo il tubicino interno. L’acqua poteva quindi attraversare la polvere di caffè, conducendo con sé gli ottocento aromi presenti nella miscela.

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Alla fine del processo, si generava quel sibilo rasserenante che indicava che il caffè era ormai pronto da gustare. Renoir versò il caffè bollente nella tazzina di vetro trasparente. Mentre sorseggiava la bevanda scura, cominciò a fantasticare sulle origini del caffè, secondo quanto gli aveva raccontato il suo amico agricoltore Julien. Si immaginava l’Etiopia nell’800 dopo Cristo, il paese delle spezie. In quel tempo, le capre, saltando di sasso in sasso, giunsero presso alcuni arbusti carichi di frutti rossi, somiglianti a ciliegie. Iniziarono a mangiarne a più non posso fino a che cominciarono a manifestare un moto di agitazione, via via sempre più intenso. Le capre si muovevano sulle zampe posteriori e pareva addirittura che sorridessero. Il pastore rimase sbalordito nell’osservare i curiosi movimenti delle capre danzanti. Capì subito che la causa era, probabilmente, da ricercare in quelle bacche rossastre che non aveva mai visto prima. Provò egli stesso a masticarne alcune e, poiché anche lui si ritrovò in uno stato di eccitazione, si convinse a portare i frutti ad un religioso dello Yemen, il quale, però, ne condannò l’uso e li scaraventò direttamente nel fuoco. La conseguenza fu che, dalla combustione delle bacche, si sprigionò un aroma sensazionale. I chicchi abbrustoliti furono allora macinati e sciolti nell’acqua. Era nata la prima tazza di caffè al mondo! Da quel momento in poi il caffè si diffuse in tutto il globo terrestre. Renoir era completamente preso da questi pensieri. Si ricordò, inoltre, che il suo amico Julien aveva espressamente detto che Martinica, l’isola delle Antille caraibiche, era famosa per essere il primo luogo dell’America ad essere raggiunto dalla pianta. E così, Renoir, in piena immaginazione, si ritrovò sdraiato su una di quelle spiagge paradisiache, frequentate da magnifiche ragazze con la pelle color caffè. Dopo di che, Renoir ritornò alle capre danzanti e, con un sottile sorriso disegnato sulle labbra, le ringraziò per il caffè di quella mattina. Era nel bel mezzo di quel ballo, quasi rapito, fino a che qualche neurone del cervello lanciò un segnale di allarme che lo costrinse a riappropriarsi della realtà. Ebbe quindi un sussulto, girò la testa a destra con elevatissima velocità angolare e puntò gli occhi all’orologio fisso al muro in alto. Erano le 07.54. Purtroppo, la sentenza non era delle migliori. Aveva a disposizione soltanto tredici minuti per raggiungere la stazione e tuffarsi all’interno del treno, la cui partenza verso Quimper era fissata per le 08.07. Si agitò ulteriormente in quanto realizzò che quell’orologio era l’unico ad essere sincronizzato fra tutti quelli che aveva in casa, per cui erano veramente le 07.54. La situazione si presentava durissima, se si considerava anche il fatto che la sua bicicletta aveva il copertone di una ruota a terra da ben due settimane e non era riuscito ancora a trovare il tempo per la riparazione. La cassetta degli attrezzi era aperta, posizionata da tempo a fianco della bicicletta, segno questo che aveva comunque la buona volontà di sostituire la camera d’aria. Si rese conto sin da subito che avrebbe dovuto necessariamente effettuare una corsa a gambe levate e senza sosta, se voleva raggiungere il treno per tempo. Fu colto da un’improvvisa botta d’ansia, in quanto doveva ancora mettersi camicia e giacca. Renoir, che abitava da solo, cominciò a gridare: “Chi mi ha preso la camicia bianca? Dove sta la giacca blu a puntini? Me lo ricordo bene, stava qui sopra e ora perché non ci sta più? Ma io dico, perché mi ritrovo in mano questi calzini puzzolenti e bucati? Io voglio la camicia!”. Mentre pronunciava quelle parole, lanciò i calzini con rabbia verso una direzione casuale. L’effetto fu che un calzino finì per rimanere appeso nel lampadario del soggiorno. Renoir, fortemente innervosito, correva da una parte all’altra della casa in maniera confusionaria fino a che, ad un certo punto, inciampò sulla cassetta degli attrezzi. L’impatto fu devastante. Volarono attrezzi per tutta la stanza. In particolare, una tenaglia, dopo aver preso quota per circa un paio di metri, cominciò la ricaduta secondo una traiettoria che la condusse esattamente sopra la tazzina di vetro del caffè. Le spietate leggi della fisica decretarono la dura sentenza per il bicchierino. I pezzi di vetro finirono nel raggio di cinque metri. Renoir cominciò ad urlare a squarciagola: “Nooo! Nooo! Eh Nooo!”. Mentre imprecava, diede un calcio a una scarpa che trovò sotto tiro. La scarpa prese il volo e andò dritta verso una statuina di ceramica che gli aveva regalato la mamma, al ritorno da un viaggio a Deruta in Umbria. La scarpa toccò lievemente la statuina, la quale iniziò ad oscillare rispetto alla propria posizione di equilibrio. Renoir la guardò con gli occhi terrorizzati. Si trattava di una rappresentazione di Galileo Galilei, nell’atto di puntare un telescopio verso il cielo. Si trattava di un oggetto a cui Renoir teneva enormemente, anche perché un pezzo del genere sarebbe stato praticamente impossibile da ritrovare. La statuina, dopo aver raggiunto la massima ampiezza di oscillazione, era ritornata lentamente nell’originaria posizione di quiete. Solo a questo punto, dopo lo scampato pericolo, Renoir realizzò che, senza il lume della ragione, avrebbe certamente perso il treno, oltre che devastato mezza casa. Quindi si bloccò completamente, fece un profondo respiro e disse: “Calma Renoir, calma, calma, con la calma si ottiene sempre tutto. E poi, anche se il bicchiere è rotto, come in questo caso, bisogna sempre vedere il bicchiere mezzo pieno. Il caffè, in finale, me lo sono bevuto!”. Con una ritrovata lucidità, riuscì subito a ritrovare la camicia e la giacca, che poi erano, immancabilmente, sotto il suo naso. Terminò di vestirsi e, subito dopo, cominciò a riempire lo zaino con la chiavetta USB, il materiale cartaceo stampato, l’immancabile pacchetto di sigarette e altri impicci, la cui sola presenza svolge funzioni rasserenanti, tipo i fazzoletti di carta. Renoir, per quella mattina, aveva ricevuto dal preside del “Liceo scientifico Dirac” di Quimper la proposta di tenere una presentazione divulgativa sulla recente scoperta delle onde gravitazionali, destinata agli alunni del quinto anno. Renoir, adesso, era finalmente pronto ma, proprio mentre era sul punto di uscire di casa, percepì che la sua vescica era soggetta ad una pressione intensa. Corse al bagno con lo zainetto grigio sulla spalla destra e si mise in posa statuaria di fronte al vaso sanitario. Il tempo dedicato al flusso liberatorio era per Renoir il più rilassante degli ultimi istanti. In pratica, poteva procedere senza alcun patema d’animo, giacché, in quella circostanza, gli era impossibile trovare stratagemmi per guadagnare secondi. Lo svuotamento della vescica è, infatti, un processo che difficilmente può essere accelerato in maniera significativa. Approfittò di quel momento ineluttabile per alzare la testa in alto e immaginare un discorso credibile da imbastire al preside, nell’eventualità che il treno fosse partito senza di lui. “Buongiorno, sono Renoir. Allora, come andiamo? Tutto a posto? Mi fa piacere. Io? Benissimo, grazie! Anzi, non proprio benissimo! Non sa che cosa mi è successo. Ho preso il treno per Parigi e non quello per Quimper. Questo è accaduto in quanto i due treni erano posizionati su due binari attigui e sono finito su quello sbagliato! Provi infatti ad indovinare da dove la sto chiamando. Lo vuole sapere? Dalla sommità della Torre Eiffel!”. No, non poteva andare. Il preside avrebbe interrotto qualsiasi collaborazione con lui. Provò, quindi, ad immaginare un’altra tipologia di scuse: “Purtroppo, la febbre nella notte mi è arrivata a 41°C. Per misurarla, ho addirittura usato un termometro ad alta precisione che usano i fisici sperimentali in laboratorio”. No, anche questa scusa non avrebbe funzionato, perché, quando le particelle del corpo vibrano a quella temperatura, non si dispone delle giuste forze nemmeno per una telefonata. Forse sarebbe stato meglio dire la verità: “Purtroppo, caro signor Preside, ad un certo punto, mentre stavo sorseggiando il caffè, mi è venuta in mente la storia delle capre che hanno scoperto il caffè in Etiopia. La conosce la storia? Si, le sto parlando proprio delle capre, ho detto capre! Dopo aver mangiato le bacche, la caffeina le ha eccitate a tal punto che si sono messe a ballare. Pronto, pronto, mi sente? Pronto? Pronto? Credo che sia caduta la linea. Anzi no, penso che abbia interrotto bruscamente la comunicazione. Ho la sensazione che il preside non abbia gradito la storia sulla scoperta del caffè”. Renoir era incapace di tirare fuori dal cilindro una sola scusa senza perdere la dignità. E allora, doveva prendere necessariamente il treno! Nonostante fosse attanagliato dallo strettissimo intervallo temporale a disposizione, provò una vera sensazione di piacere quando le pareti della vescica tornarono alla loro normale posizione di riposo. Tirò su la zip dei pantaloni e, dopo scatto fenomenale, raggiunse la porta di ingresso che aprì bruscamente e, dopo essere uscito, richiuse sbattendola dietro di sé con fragore. Si generò un botto che rimbombò per tutta la palazzina. Da quel momento iniziò una corsa avvincente verso il treno, a partire dal terzo e ultimo piano condominiale. Renoir imboccò la rampa di scale iniziando a scendere tre gradini per volta. Arrivato all’altezza del secondo piano, aveva assunto una velocità pericolosa, considerando che si trattava pur sempre di un percorso in pendenza. Nemmeno il pianerottolo orizzontale tra il terzo e il secondo piano riuscì a ricondurlo ad una corsa meno esagerata. Renoir continuava imperturbabile il suo moto come una valanga e, quando giunse in sommità della rampa di scalini tra secondo e primo piano, vide qualcosa che, in cuor suo, sperava di non dover mai incontrare in quel frangente. Comparve, all’improvviso, una figura estesa e sfocata con due oggetti che calavano a piombo dai due lati della stessa. Tale immagine era rivolta verso di lui ma si trovava più in basso, precisamente all’inizio della rampa di scale. Renoir, dopo aver messo a fuoco, realizzò che si trattava della signora che abitava al secondo piano. La donna, che pareva visibilmente affaticata, avanzava in verso contrario rispetto alla traiettoria di Renoir. Saliva le scale con due buste della spesa, le quali, evidentemente, dovevano risultare molto pesanti. Era di un’età che si doveva aggirare sulla settantina, di costituzione molto robusta. Su Renoir gravava ora una grandissima responsabilità. Non potendo agire sulla riduzione di velocità, capì, d’istinto, che l’unica via di salvezza era quella di superare il maestoso ostacolo con un gigantesco salto nel vuoto. E, infatti, con un certo patema d’animo, Renoir decollò. Durante il volo si sentiva leggero e aveva l’impressione di recuperare il tempo perduto. Mentre attraversava le molecole di aria, ebbe la lucidità di notare gli occhi della signora, alla vista dei quali rimase molto impressionato. Questi erano giganti per quanto erano spalancati, segno inequivocabile del terrore che stava provando. Quando Renoir si trovò con i piedi sospesi in aria, a circa trenta centimetri dall’orecchio destro della signora, si rese conto che il grosso della difficoltà era ormai superato e bisognava soltanto affrontare l’atterraggio, che lui considerava più tranquillo rispetto al decollo di inizio rampa. In fondo, questo gli succedeva anche quando doveva affrontare i viaggi in aereo. Per lui, il decollo è l’allontanamento dalla sicura terra madre, mentre l’atterraggio rappresenta un ritorno alle certezze della vita terrestre. E, infatti, il contatto con il pianerottolo fu leggiadro, proprio come quegli aerei che atterrano senza che nessuno dei passeggeri se ne renda nemmeno conto. Renoir, per un attimo, pensò di essere il pilota dell’aereo atterrato e si aspettava pure gli applausi della signora. Quando Renoir ritornò in sé, si voltò verso la donna anziana continuando la corsa e, con le mani congiunte, le gridò: “Mi perdoni! Non si preoccupi. Devo scappare. Comunque, tutto bene!”. La signora non fece in tempo a voltarsi che il ragazzo era già sparito dalla sua vista. Renoir, per un istante, ebbe il timore che l’anziana donna fosse stata colta da malore per lo spavento. Poi, però, si tranquillizzò quando udì l’eco delle sue parole provenire dall’alto: “Ma guarda questi ragazzi di oggi, vanno sempre di corsa come matti. A quello gli mancava solo il paracadute. Ma che si corrono? Sanno veramente dove stanno andando?”.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro molto scorrevole il cui contenuto porta al suo interno messaggi profondi e di valore. L’Autore esprime nel contesto di una storia d’amore, concetti estremamente attuali con estrema semplicità e delicatezza.
    Riporta alla mente valori ed emozioni che nella vita di tutti i giorni sono dati per scontato perché non focalizzati nel presente.
    Libro assolutamente da consigliare ad adulti e bambini.

  2. (proprietario verificato)

    Un libro divertente, intenso, sincero. Come il suo protagonista, Renoir, un giovane astrofisico un po’ strampalato, sempre di corsa, sempre in ritardo, la testa tra le nuvole e i pensieri assorti tra stelle di neutroni e onde gravitazionali. Fin quando non incontra Charlotte. E nulla sarà più come prima. Come una stella polare Charlotte indica a Renoir la strada da intraprendere per riordinare i propri pensieri e i propri sentimenti. Tra esilaranti peripezie quotidiane, Renoir inizia a fare ordine nella propria vita e nei propri pensieri arrivando ad intravedere nell’ ordine cosmologico una profonda unità che lega ragione e sentimento, materia e spirito, scienza e religione.
    Osservando il cosmo, Renoir finisce, infatti, per guardarsi dentro e questo lo porterà ad intraprendere un percorso di cambiamento personale che lo farà maturare e, alla fine, lo farà brillare della stessa luce di cui brillano le stelle. Ed è una luce che Renoir emette forte nel modo in cui vive l’amicizia, l’amore ed i rapporti con le altre persone, nella sua generosità ed altruismo, nel suo amore profondo e nel rispetto verso la Natura. É una luce che indica come condurre al meglio la propria vita senza mai perdere l’entusiasmo e la curiosità di alzare gli occhi verso il cielo, verso quelle stelle che, in fin dei conti, ci hanno donato gli atomi di cui siamo fatti.

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Stefano Pezzola
Mi chiamo Stefano Pezzola, abito a Roma e sono nato il 01/05/1970. Sono un ingegnere ambientale e lavoro in una società che si occupa di progettazione e costruzione di ferrovie.
Sono appassionato, oltre che di matematica e ambiente, anche di fisica, storia, filosofia, agricoltura biologica, naturopatia, letteratura, spiritualità e altro.
Questo è il mio primo romanzo, nonché l'ampliamento di un breve racconto che avevo scritto nel 2000 per un concorso finalizzato alla produzione di un cortometraggio.
Anche se tante persone mi hanno spinto a proseguire nel campo della scrittura, il racconto è rimasto comunque sepolto da chili di scartoffie. Poi, un giorno di settembre 2018, l’amico Riccardo mi disse: “Stefano. Hai mai pensato di scrivere un libro?”. Fu una domanda talmente illuminante che, il 29 settembre 2019, ho terminato di scrivere “Renoir Astrofisico”.
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