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Consegna prevista Giugno 2020

J ha trentaquattro anni, vive a Milano e il suo sogno di fare il musicista è a un passo dal naufragare. Il suo è un mondo costruito meticolosamente per proteggersi dal diventare adulto, fatto di serate al bar con gli amici, scontri sovrumani a calciobalilla e partite ai videogames. Un’esistenza sospesa, in cui J ha inconsapevolmente cresciuto e cristallizzato nella mente tre fantasmi: Luna, la sua ex ragazza, Skorpio, l’imbattibile e ormai introvabile rivale al biliardino e Garius, avversario immortale dell’ultimo schema di Dragon Nights. Una spirale di eventi improvvisamente lo travolge e lo costringe a fare i conti con una realtà da cui si è nascosto da troppo tempo, costringendolo ad affrontare i ricordi che tiene prigionieri.
Un romanzo pop-rock, che racconta in modo leggero di come il rifiutare l’età adulta non sia sempre e solo un atteggiamento immaturo, ma possa essere anche la reazione inevitabile verso una società in cui è impossibile riconoscersi.

Perché ho scritto questo libro?

Difficile tenere tutto per sé, quando nella tua testa capitano cose straordinarie. E c’è il modo giusto per raccontare ogni cosa, le canzoni sono perfette se quello che succede dentro di noi non ha forma, i quadri sono la ricetta ideale per le emozioni senza parole e poi ci sono i romanzi. E il romanzo è il Grande Azzardo, ma se quello che vuoi dire ha a che fare col tempo, le esperienze, la paura di vivere e la memoria, allora devi per forza farti coraggio e scrivere la miglior storia possibile

ANTEPRIMA NON EDITATA

Replay
Marco Gelmetti

Sabato 28 Aprile
1. La casa infestata
Ha ancora gli occhi fissi su di me. E si avvicina.
Mi rialzo e con le poche forze rimaste cerco di trascinarmi verso l’uscita. La sala è scura e immensa e il pavimento ondeggia in modo ritmico, come la schiena di un gigantesco drago assopito. Se non fosse per due grandi bracieri accesi ai lati di un altare, l’oscurità sarebbe totale.
Le pareti nere della stanza si muovono assieme al pavimento. Al mio passaggio, visi deformati e urlanti vi appaiono sopra come bassorilievi da un’altra sconvolgente dimensione. Mi chiamano. Chiedono aiuto. Ma le loro voci sono confuse e disperate.
Vorrei gridare loro che anch’io ho bisogno di aiuto. Che anch’io sto morendo.
Come Kelghar e Neshka, riversi a terra a pochi metri da me.
Come loro, come tutti quelli prima di noi.
Qualcuno sembra pronunciare il mio nome, Jayrod di Tamriel, e l’urlo si trasforma in un suono lacerante e lontano. In un ultimo disperato sforzo cerco di correre, ma sono allo stremo e crollo sfinito sulle ginocchia. In pochi attimi lui è dietro di me.
“Preparati a morire”, gorgoglia la voce alle mie spalle.
Mi volto. La sua sagoma è alta e scura, senza un viso. Solo due occhi raggelanti, due fessure che emanano verso di me una luce malata. Lo sguardo di chi è padrone del lato oscuro di ciò che lo circonda.
Mi concentro per cercare di colpirlo. Almeno una volta. Almeno per fargli male.
“Nessuno può uccidere Garius!” ringhia il Signore delle Ombre alzando al cielo dita lunghe come artigli.
Un’energia incomprensibile mi travolge, mentre la sua risata infernale copre il mio cadavere come un’orribile bestemmia.
Sono morto.
E ho bisogno di aiuto.
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2. Il villaggio dei dannati
Alzo la persiana della mia camera. Il gatto sul davanzale di fronte solleva pigramente la testa, mi guarda senza curiosità e mi sbadiglia in faccia. Ricambio lo sbadiglio, ma lui non sembra apprezzare granché il mio senso dell’umorismo e con un agile balzo rientra in casa.
Il sole deve essere tramontato da poco, perché grandi striature rosso vermiglio si estendono nel cielo non ancora completamente buio. Sfilo il cellulare dalla tasca dei jeans e guardo l’ora. Le nove meno venti. Martina è tornata a Peschici per il ponte del Primo Maggio, per cui ho finalmente quattro giorni di pace.

Sul mio stereo sta passando “What I am” di Edie Brickell.

Mi infilo la prima maglietta che trovo e due scarpe dello stesso colore e scendo da Gianni. Una bella fortuna che stia proprio sotto casa mia, a Milano c’è gente che prende la macchina e fa chilometri apposta per venire al Circle.

Gianni è sempre aperto. Sempre.
Non lo so come faccia. Che io sappia chiude regolarmente solo il giorno di Natale, forse perché qualche legge lo impone ai commercianti, e lo scorso novembre ha chiuso due giorni per un’operazione di ernia inguinale. Poi è subito tornato e ha lavorato malconcio per le due settimane successive.
Davanti all’ingresso la solita orda di fumatori e agenti segreti alle prese con le loro conversazioni telefoniche segrete. Sopra all’entrata l’insegna “Circle Club”.Non so quante volte abbiamo fatto notare a Gianni che un nome del genere è terribile anche per un bordello di Soho, ma lui, che l’inglese ignora anche in che nazione si parla, non so quante volte ci ha mandato a farci fottere.
“Ciao Già, è arrivato qualcuno?”.
“… qualcuno. No, sei il primo. Vuoi un toast?”
“Sì grazie. E un Cuba”.
“… un Cuba. Senti J, a me fa piacere che tu qui ti senta di casa, ma quando vieni almeno una pettinata potresti dartela”.
Mi guardo nella grande specchiera che corre dietro al bancone e scoppio a ridere. Il pomeriggio di oggi ha avuto effetti devastanti anche sui miei capelli, già lunghi oltre il livello di guardia. Sembro Bon Jovi appena uscito da una tromba d’aria.
“Sì, Già. Parli così solo perché non te lo puoi più permettere”.
“… permettere. Va’ a cagare va’. E siediti lì, che altrimenti mi spaventi i clienti”.
Gianni è pelato. Non completamente, intendiamoci, e a cinquantacinque anni non è comunque un problema così imbarazzante. C’è da dire poi che il capello malcurato attorno alla piazza gli dà anche quell’aria da maschera tradizionale meneghina che piace tanto a chi frequenta il Circle.

Arriva Silvia, con un toast e un Cuba.
Silvia è molto carina. Ha poco più di vent’anni, magra, con lunghi capelli biondi che tiene raccolti in una coda. Innamorarmi puntualmente di ogni nuova cameriera del Circle è una delle tradizioni a cui tengo di più. Nemmeno nel suo caso me la sono sentita di fare eccezione, nonostante le dimensioni del suo fondoschiena non rispettino il mio personale concetto di sezione aurea. Forse per lei avevo lasciato correre perché mi era anche simpatica. Peccato che poi non avesse lasciato correre lei quando, dopo una serata a scolarmi Cuba e rum lisci, mi aveva sentito biascicare qualcosa riguardo al suo culo, le alghe Guam e la liposuzione.
Una volta mandato tutto a puttane, anche questo un mio grande classico, siamo diventati buoni amici.
“Ciao Sissi”.
“Ciao J!”, mi saluta mentre sistema la mia cena sul tavolo. “Ma almeno a pranzo mangi qualcosa di normale?”
“Che domande! Lo sai che ci tengo a stare in forma. A pranzo invece del toast prendo una piadina. E al posto del Cuba un Long Island. Non preoccuparti.”
“Scemo… Chi viene stasera?”
“I soliti, Sissi”.
“E che fate?”
“Non so, non abbiamo deciso ancora niente”, dico mentre apro svogliatamente la pagina degli spettacoli di un quotidiano di cui ignoro il nome.
“Col tuo gruppo come va? Come stanno andando le registrazioni?”.
Alla terza domanda inutile non ce la faccio più. Non so perché le donne facciano sempre tante domande, non so perché abbiano questa smania di conoscere il futuro. Per quel che mi riguarda potrebbero disintegrare tutti gli orologi e i calendari del mondo e io danzerei euforico su quei miserabili resti come streghe in un sabba. Francamente non capisco perché quasi tutti si ostinano a programmare la propria vita, a cercare di pianificarla e controllarla senza accorgersi che la stanno trasformando in un film noioso.
“Sissi, guarda che Gianni ti sta chiamando”.
Gianni ha una mano infilata nei pantaloni per risolvere quello che sembra essere un impellente problema di prurito alle natiche. Con l’altra sta sfogliando un vecchio numero di “Tex Willer” sul bancone.
“Oh scusa”, replica lei cascandoci lo stesso, “a dopo!”.
Finisco d’un fiato il Cuba e mangio controvoglia mezzo toast.
“Gianni scusa? Me ne porti un altro?” gli urlo agitando in aria il bicchiere.
“… un altro. Vuoi anche un altro mezzo toast?” replica ridacchiando.
Gianni ha l’abitudine di ripetere sempre le ultime parole della frase del suo interlocutore. Non è una patologia così rara, ma Gianni l’ha elevata a rango di arte assoluta. Non sbaglia un colpo, è in grado di ripetere qualunque parola, in qualunque condizione ambientale e a qualunque velocità. Una sera, intrappolati al Circle perché fuori diluviava, ho convinto il Professore a fare l’esperimento. Lui ha infilato a Gianni una serie di frasi da mettere in difficoltà anche Umberto Eco:

“Ehi Gianni, dicono che l’effetto serra sia frutto dell’anisotropia circostanziale”
“… dell’anisotropia circostanziale. Prof, l’effetto serra c’è perché la gente come te viene nel mio locale in macchina, invece che a piedi”.
“Sì, però non credi allora che la politica dovrebbe evitare il turpiloquio esiziale?”
“… turpiloquio esiziale. Sentite ragazzi, non buttiamola sulla politica che solo a pensarci mi girano i coglioni”.
“dai Gianni scusa però, almeno lo Stato dovrebbe regolare questo corruscato duopsonio!”
“… corruscato duopsonio. Dite un po’, ma mi state prendendo per il culo voi due?”
Siamo andati avanti così mezz’ora buona.
Io ero incredulo. Lui non è mai caduto, mai un segno di cedimento.
Grande Gianni, campione del mondo.

Mentre Silvia mi serve il secondo Cuba, entra Marvel.
Marvel ha il fisico di un nuotatore della nazionale tedesca e il perenne stato d’animo di un bambino delle elementari. È sempre immancabilmente sorridente, e il semplice fatto di vederlo trasmette un senso di serenità raggiungibile probabilmente solo ai livelli più alti dello Yoga. Non saprei dire se è realmente questione di felicità contagiosa oppure l’effetto della cromoterapia dovuta al suo modo di vestire. Stasera indossa una T-shirt rossa con raffigurato Telespalla Bob, jeans Guess gialli e All Star blu decorate a mano con l’effige del dottor Destino. Ha raccolto l’indomabile capigliatura nera riccia con un elastico fosforescente verde.
È praticamente Mazinga travestito da Sbirulino.
“Ciao Marvel”.
“Ciao Vecchio!”. Ha venticinque anni e si sente sempre in dovere di ricordarmi che ne ho qualcuno più di lui. Ma gliela passo, anche solo per la faccenda delle All Star.
“Sei solo?”
“Sì, appena arrivato. Bella maglietta Marvel, l’ho regalata uguale al mio nipotino di sette anni. Due anni fa.”
“E non hai visto quella dell’Uomo Talpa e di Telespalla Mel!”, risponde ridendo.
“Allora, che combini? Concedi un po’ di riposo alle mani in questi giorni o no?”, gli chiedo mentre si siede.
“Eh magari. Devo lavorare a un’illustrazione che, sa Dio perché, deve essere pronta entro lunedì. Quindi devo darci dentro. E tu?”
“Ah no, io fino a Mercoledì prossimo non so cosa siano un lavoro, un ufficio e un capo”.
“Cosa sia un capo non l’hai mai saputo, visto che sei un IT manager. IT Manager, si dice così?”
“Sì, si dice così. Ma devi fare la faccia più seria quando lo dici. Comunque sei un ingenuo Marvel, c’è sempre un capo, anche se non lo vedi.”
“Ah sì? E chi sarebbe il tuo?”
“Che domande, io prendo ordini direttamente da un’entità oscura di nome Caso, che governa invisibilmente la realtà di qualsiasi congegno elettronico. Chiamalo pure ‘legge dell’infinitamente improbabile’ se preferisci”.
“Interessante… e se non sbaglio è l’effetto su cui si basa la propulsione della Cuore d’Oro”.
“Esattamente”.
“Ma se il Caso decidesse di farsi vivo proprio in questi giorni?”.
“Gli risponderebbe un ragazzo molto giovane e molto sfortunato, uno come te per intenderci, che anziché fare il disegnatore freelance fa il mio vice”, replico sorridendo.
“Bella! Allora sei a cavallo, vecchio.”
“Puoi dirlo forte…”
“Così puoi anche venire al concerto del Primo Maggio!”.
“Già…” dico distrattamente.
“E con il tuo disco come va?”
“Bah… Non lo so. Male credo”.
“Ehi, stasera viene anche Lisa. Partitone!” sbotta Marvel facendo il gesto delle stecche con le mani.
“Oh bene! Così vi do una bella lezione”.
Non è vero ovviamente, non sono in forma per niente. Ho un mal di schiena preoccupante e mi fa male anche il polso sinistro, quello della mediana. Ma fare lo sbruffone è d’obbligo.
“Stasera farei il culo anche a Skorpio, ragazzo”, dico pentendomene immediatamente. Come diavolo mi viene in mente di tirare fuori questa storia?
“Ma figurati, Skorpio faceva il culo a tutti Vecchio. Non c’era partita… Ma poi che fine ha fatto? Quanto sarà? Due anni che non lo si vede in giro?”
“Due anni e tre mesi. E se fa vedere ancora la sua testa pelata qui dentro, gli do una lezione che se la ricorda per un pezzo. Te lo garantisco”.
“J guarda che quello ci fa ancora a pezzi, anche se fossero due anni che non vede un calciobalilla”.
“Non credo proprio”, replico innervosito.
“Ehi J, tranquillo. Ma che hai?”
“Marvel, quello ha vinto il torneo e …”
“Vorrai dire stravinto, lui e Ice-man non hanno perso una partita quella volta”, replica con una gran risata.
“Sì ok… stravinto…” dico con la stessa fatica con cui Fonzie riusciva ad ammettere di aver sbagliato. “Comunque era il più spaccone di tutti e poi, dopo aver vinto quel cazzo di torneo e avermi dato otto-zero otto-zero in finale, puff… sparisce nel nulla”.
“J, ma…”
“La rivincita si concede sempre, lo sanno tutti qui dentro. Cambiamo discorso Marvel”, concludo io tagliando corto.
Marvel mi guarda con aria confusa.
“Ma il Professore?” continuo io ricominciando a scorrere la programmazione dei cinema, più che altro per ritrovare la calma.
“Arriva arriva, mi sa che sta cercando parcheggio”.

“Manuale d’Amore due”. “Ho voglia di te”. “Voce del verbo Amare”.
L’Amore in Italia vive un bel periodo ultimamente. L’Amore sul grande schermo intendo, che poi è l’unico posto dove può vivere in pace. Per quanto sia tragico il finale di un film d’amore non è mai tanto crudele quanto la lenta agonia a cui lo sottoponiamo nella vita reale. L’amore dei film sta a quello della vita reale come il Topolino dei cartoni animati sta al triste fantoccio di Eurodisney. Lo impersona, ma non è lui. È troppo brutto, troppo pesante e troppo stupido per esserlo.
E soprattutto ha tre dimensioni. Una di troppo.
I bambini se ne accorgono per istinto e ne stanno alla larga. I grandi invece si fanno abbindolare e spesso sono talmente ottusi che da quel mostruoso impostore accettano anche le caramelle.

“Allora Professore? Ha finito il suo romanzo?” sento chiedere da Gianni.
“Ci sto lavorando, ci sto lavorando. Sono al Capitolo otto”, risponde il Professore appena arrivato e già con in mano il suo bicchiere di Nero d’Avola.
“… capitolo otto. Ma non eri al capitolo nove a gennaio?”
“Ehi Già, stai facendo la cura del fosforo? Di solito non ti ricordi come si fa un Gin Tonic”, intervengo io.
“… Gin Tonic. Beh, sai, mi piacerebbe un giorno poter dire che il romanzo del secolo è stato partorito qui al Circle”.
“Stai tranquillo Gianni. Entro quest’anno lo finisco, giuro”.
“… giuro. Ma non ha detto la stessa cosa l’anno scorso Prof?” lo incalza nuovamente Gianni.
“No, no, è questo l’anno buono. È garantito, morisse J in questo istante se non è vero”.
Mi tocco per scaramanzia e replico: “Dai Già, non essere così pressante, dagli tempo. Tanto anche se lo finisse tra vent’anni tu saresti ancora qui a servire i soliti aperitivi e i soliti toast”.

Il Professore. Stessa giacca e stessa camicia, in qualsiasi stagione. Un vezzo dylandoghiano d’altri tempi.
Il Professore è bassino, ha una barbetta ben curata, occhiali da intellettuale e un po’ di pancetta. Da qualche parte ha anche buoni muscoli, che però nasconde bene per tenere fede al personaggio. E di fianco a Marvel sembra inevitabilmente la comparsa di un film di De Crescenzo.
“Buonasera Professore”, facciamo in coro io e Marvel come Qui e Quo.
“Comodi, comodi ragazzi”. Anche il Professore ha circa dieci anni in meno di me, ma gli diamo del Lei quasi sempre, non per cortesia ma perché viene naturale quanto sorridere a Marvel.
“Allora J, come va con il tuo disco?” chiede mentre ordina un altro bicchiere di Nero d’Avola.
“Oh, ma che cazzo è? L’argomento del giorno?” borbotto io.
“Suvvia, il tuo disco è in gestazione da quando esiste la scala diatonica, cioè più o meno l’era in cui io ho cominciato a scrivere il mio romanzo, Martina è dispersa chissà dove, immagino che tu ci stia lavorando alacremente”.
“Martina torna fra tre giorni. E il mio disco ha dei problemi tecnici, tutto qui”. Faccio una pausa di riflessione. Marvel ride. “E comunque devo trovare l’ispirazione”.
“Capisco”, risponde serio il Professore.
Alza il suo bicchiere di vino verso il mio e brindiamo silenziosamente come due vecchi generali prima dell’ultima battaglia.

15 dicembre 2019

Evento

Quadrophenia Rock Restaurant - Via Porta Po Vecchia, 2 - Cremona
Domenica 15 Dicembre - ore 18.30
Nella Vita si incontrano personaggi che vanno a sconvolgere quella che è la nostra quotidianità , che ti spettinano in cielo. Marco Gelmetti è uno di questi , per me un caro Amico oltre che uno degli “Ultimi Romantici” . L’occasione di tutti per conoscerlo sarà questa , quando presenterà il Suo Romanzo “REPLAY” proprio nel nostro salotto sotterraneo!!!
l’atmosfera intima , rockeggiante e culturale che si respirerà in quell’aperitivo sarà cibo per la Vostra Anima!!!
29 settembre 2019

Aggiornamento

Replay con il titolo iniziale di Storie di fantasmi ha partecipato al Premio Calvino XXVI ed è stato tra i 17 romanzi segnalati dal comitato di Lettura.
La motivazione è stata la seguente:
«Per il gusto postmoderno con cui illustra il mondo mentale di un odierno trentenne, tra videogiochi, biliardini e vagheggiamenti amorosi.»

Commenti

  1. Andrea Minetti

    (proprietario verificato)

    Replay è un urlo ribelle contro una vita tanto piena di traguardi inutili da apparire drammaticamente vuota. Replay è una storia d’amore pazzesca, un rock frenetico e insofferente, il racconto commovente di un’esistenza nichilista e inquieta.
    Gelmetti ha saputo cogliere con ironia l’essenza di una generazione. J è il Siddharta del nuovo millennio.

  2. (proprietario verificato)

    Ci sono libri che alla seconda pagina speri finiscano presto e ci sono libri che alla seconda pagina speri di finire presto. Replay rientra indubbiamente nella seconda categoria.
    Leggerlo vuol dire rivivere un periodo della nostra vita, pervaso da incubi ludici e amorosi, caratterizzato dal distacco della realtà e dalla contemporanea e continua fuga da essa.
    I personaggi sono tratteggiati in modo tale che spesso, dopo poche parole, sembra di conoscerli da una vita. Forse perchè tutti li abbiamo realmente conosciuti. E questo è fondamentale per far sì che il protagonista non sia più J. ma sia il lettore.
    Lo stile è pulito, la lettura scorre veloce, la storia coinvolgente. Difficile chiedere di più.

  3. Federica Tardani

    (proprietario verificato)

    Un romanzo che ti gira in testa come il pezzo giusto al momento giusto.
    Quelle svelate da “Replay”sono storie di fantasmi e grandi passioni.
    In ordine sparso e casuale:
    li racconta, li svela e sembra che riesca a risolverli tutti i “suoi” fantasmi.
    Replay si snoda in un tempo ben scandito, che è il metronomo della sua storia.
    Riesce a portare il lettore su un’altalena di dettagli e tempi sfocati.
    Suona sagace e rocknroll, ma sopratutto suona rock quando è sagace.
    Ti trattiene e ti incastra.
    E quindi, nella scansione del tempo che sceglie di raccontare, Replay è un romanzo che suona estremamente bene la sua rete di intenzionalità.
    Apparentemente lineare, perché l’autore sa dove vuole arrivare con la sua chitarra.
    Ti incastra anche in trame di capitoli pop e geek.
    Per essere riletto e riascoltato va quindi pubblicato di un bel colore e su una bella carta. E fatto suonare ancora. E ancora.

  4. Mara Mignani

    (proprietario verificato)

    Le storie ce le abbiamo tutti, ma alcuni le sanno anche raccontare.
    E alcuni le raccontano meglio, in un modo che appassiona, diverte, coinvolge, che ti tiene incollato allo schermo finché non scopri come andranno a finire.
    La quotidianità di J, eterno adolescente che si nutre di canzoni, videogiochi, Cuba Libre e partite a calcio balilla al bar sotto casa, si trasforma man mano in una missione, in ricordi deformati del passato che si ripresentano come fantasmi da affrontare per poter passare al livello successivo.
    E Replay questa storia la racconta davvero bene, fondendo realtà e surreale in un convincente crescendo di tensione, come una serie tv di cui non riesci a non guardare anche la prossima puntata, ma in cui hai quasi paura di arrivare alla fine perché dopo come si fa?

  5. (proprietario verificato)

    È una Storia. Un romanzo con personaggi vivi, un protagonista e comprimari credibili e ben disegnati.
    Probabilmente perché sono scritti pensando a reali persone.
    E Gelmetti li dirige bene, come una sceneggiatura di un film con copione all’holliwoodiana: antagonisti, tempismo, evoluzione.
    A tre quarti di libro non riuscivo a smettere! Corri J!
    Leggetelo.
    Fine.

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Marco Gelmetti
Sono nato a Cremona il 28 Marzo del 1973 e sto ancora cercandone un buon motivo. Fino all'adolescenza ho amato l'arte con la stessa trascuratezza con cui vuoi bene al cane del vicino di casa, sbizzarrendomi compostamente nel disegno e nella pittura. Quando il Muro di Berlino stava crollando, è cominciata la mia pericolosa deriva rock, periodo in cui sono rimasto a galla grazie a un’equilibrata miscela di buoni voti a scuola, sbronze colossali, lezioni di chitarra elettrica e capelli lunghi oltre il livello di guardia. Conseguendo distrattamente una laurea a pieni voti in Ingegneria Elettronica a Pavia mi sono dedicato sempre più seriamente alla musica e alla scrittura. Nel 2007 ho cominciato ingenuamente a scrivere “Replay”, il mio primo romanzo, che ho terminato nel 2013 grazie a uno sfoggio di lentezza e indolenza di cui pochissimi esseri umani sono capaci.
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