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In una Milano del prossimo futuro in cui le multinazionali detengono il potere, Annarey Deodato scende a patti con la Omnicorp, un’azienda che produce un chip neurale in grado di ridarle l’uso delle gambe. Per pagare la costosa operazione è infatti costretta ad accettare di svolgere alcuni incarichi per la multinazionale, codificati all’interno del chip, programmato anche per non farle ricordare nulla della missione. Qualcosa di terribile però è accaduto durante l’ultimo di questi incarichi, qualcosa che può metterla in pericolo. Quando gli eventi precipitano, portandola in giro per l’Europa, non è sola. Nestor Kano, anche lui dipendente della Omnicorp e supervisore di Annarey durante le sue missioni “segrete”, è al suo fianco. Ma con quale scopo? Salvarla o fare gli interessi del potente conglomerato?

Capitolo uno 

Il display dell’orologio della cucina segnava le 22:42 quando Annarey rientrò nel suo appartamento al sedicesimo piano del Reebok Building, nel nuovo upperside di Milano, un tempo conosciuto come quartiere Bovisa. Minou e Cloe, le gatte birmane, le si fecero incontro come al solito, strofinando il pelo bianco e morbido contro le sue caviglie e facendo le fusa. 

«Piccole mie, quanto siete mancate alla mamma… Adesso arriva la pappa.» Annarey gratificò le sue gatte con una generosa dose di Schesir Gold, cibo del quale andavano ghiotte, poi andò verso il bagno. Si spogliò, lasciando cadere i vestiti lungo il tragitto. Arrivata di fronte allo specchio, fissò nel riflesso i suoi occhi chiarissimi, allungò la mano alla nuca e rimosse il chip dalla porta USC craniale. Le dita indugiarono sui contorni metallici della porta di connessione neurale, nascosta dai capelli biondi. Come le volte precedenti, terminata la missione, un programma file shredder aveva bruciato la RAM del chip e resettato la sua memoria a breve termine. Aveva compiuto la missione, ma non ne serbava alcun ricordo. Tuttavia, quando rientrava a casa dopo aver portato a termine uno degli incarichi che il contratto stipulato con la Omnicorp la obbligava a svolgere, provava sempre quella strana sensazione di turbamento. Si sentiva sporca, come se avesse fatto qualcosa di terribile. I termini dell’accordo le impedivano di avere qualsiasi informazione sui compiti che le venivano assegnati. La routine era sempre la stessa. Riceveva una telefonata che la informava che di fronte alla porta dell’appartamento c’era un plico per lei e, puntualmente, quando la apriva, trovava una busta con all’interno un chip neurale. Una volta innestato, Annarey spariva, per lasciare il suo corpo libero di fare chissà che cosa; quando ritornava cosciente, non ricordava assolutamente nulla di quanto era successo, se non per qualche vaga e fastidiosa sensazione, come incubi dei quali non ricordava la trama. Generalmente, i vuoti di memoria duravano due, massimo tre giorni. Ma questa volta era “stata via” per quattro.  

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Il dispenser automatico di cibo aveva provveduto alle gatte, ma in sua assenza le monelle avevano messo la casa a soqquadro. Avrebbe messo a posto l’indomani, in quel momento voleva solo farsi un bagno caldo e andare a dormire, si sentiva molto stanca.  

Portò le dita istintivamente alla bocca, era solita mangiarsi le unghie quando era nervosa, poi il suo sguardo si posò sulle proprie mani: quella sostanza marrone scuro sotto le unghie aveva tutta l’aria di essere sangue rappreso; rabbrividì chiedendosi di chi potesse essere. Il costato le doleva sul fianco sinistro e le vistose ecchimosi suggerivano una violenta contusione. In che cosa era stata coinvolta? Il sistema dell’appartamento, un domot Tutelia 3 Plus Snaidero-Wang, l’avvisò, con una voce femminile dal tono avvolgente, che la vasca da bagno era pronta. S’immerse nell’acqua calda arricchita dalla preziosa essenza Chanel 5.0, uno fra i prodotti di cosmesi più in voga di quell’anno. Si rivolse al domot chiedendo di abbassare le luci fino a simulare un lume di candele. Si abbandonò al tepore dell’acqua calda appoggiando la nuca alla vasca. Odiava sentirsi in quel modo, ma era il prezzo da pagare per avere riacquistato l’uso delle gambe.  

La memoria le andò a due anni prima: le visite interminabili, gli specialisti, le solite diagnosi… Paralisi degenerativa. Poi la speranza, i programmi medici sperimentali della Omnicorp, la più grande multinazionale di biotecnologie del mondo, nata dalla fusione-incorporazione delle maggiori ditte tecnologiche e farmaceutiche del ventunesimo secolo. L’intervento era durato quattordici ore, e l’interfaccia neurale nel cervelletto aveva permesso il normale ristabilirsi del liquido cerebrospinale. Non solo aveva recuperato la mobilità delle gambe al cento per cento, ma l’interfaccia e i naniti da essa secreti la rendevano più reattiva e veloce del quarantatré per cento rispetto a una persona della sua taglia. Con il passare del tempo aveva notato che queste non erano le sole conseguenze dell’intervento, si erano manifestati altri effetti collaterali inattesi: un maggiore tono muscolare, più forza, più resistenza. Non si era mai sentita così forte e veloce. E non era tutto, ogni volta che usava un coltello, anche solo per affettare le verdure, aveva la sensazione di saper maneggiare l’utensile in maniera ben più articolata, di coglierne con precisione, al semplice tatto, le caratteristiche, il peso, il bilanciamento, il taglio. 

Quel sistema medico era molto costoso, non se lo sarebbe mai potuto permettere. Ma il contratto parlava chiaro, l’accordo con la multinazionale le permetteva di pagarlo in sette anni, sette anni di vuoti di memoria, sette anni di chissà che cosa veniva costretta a fare. 

Minou e Cloe soffiarono allarmate e sparirono dal bagno. Annarey guardò il cassetto dell’armadio dove teneva la Beretta AR400 a impulso magnetico, maledicendosi per non averla messa in un posto più vicino.  

«Tranquilla… sono io.» 

Annarey chiuse gli occhi ed emise un sospiro di sollievo. Era il Controllore, un uomo della Omnicorp incaricato di controllare il suo sensystem alla fine di ogni missione. Entrava sempre in casa sua di soppiatto. Lei non capiva come facesse a bypassare i sistemi di sicurezza del domot, solo le sue gatte lo percepivano. Ora che era più vicino, nel suo impeccabile abito Kenzo nero, poteva sentirne il profumo, Acqua Turchina di Bulgari; un’essenza che, mischiata all’odore della sua pelle, risvegliava i sensi della donna, turbandola. «Chiedere il permesso prima di entrare, no, eh?» 

«Sai che è la procedura… massima discrezione.» 

«Sì, sì. Lo so, ma non potevi venire domani mattina? Sono a pezzi…» 

«Proprio perché è stata particolarmente dura, dobbiamo eseguire subito la diagnostica sul sensystem.» 

«Posso restare a mollo?» 

«Non pregiudica l’operazione.» Il Controllore girò intorno alla vasca, posizionandosi dietro di lei. Le scostò delicatamente i capelli per accedere alla porta USC e il contatto della mano sul collo le diede un brivido. L’uomo attaccò la porta al suo micropad con un cavetto e diede inizio alla diagnostica. 

«È inutile che ti chieda che cosa è successo, perché tanto non me lo dirai… ma è la prima volta che torno così… segnata.» 

«Inconvenienti di un contratto Oubliette 

I contratti di usufrutto corporale temporaneo, volgarmente chiamati “Oubliette”, da “oblio”, si erano diffusi negli ultimi dieci anni, da quando erano nati i chip di privazione mnemonica. Il chip scaricava le informazioni del compito da svolgere, la persona lo eseguiva o faceva di tutto per portarlo a termine, senza ricordare nulla. Come se qualcos’altro – la programmazione – avesse preso possesso del suo corpo. Per i primi anni dalla loro invenzione, i chip erano stati vietati dalle legislazioni di molti Paesi, sull’onda delle frange politiche più conservatrici e religiose, poi le lobby industriali avevano piano piano forzato la mano, fino a fare accettare questa nuova forma di servilismo inconscio. Ovviamente, la legge vietava che i chip contenessero istruzioni lesive per il posseduto o per altri, ma la diffusione era stata così repentina e massiccia, che le autorità non avrebbero potuto eseguire controlli adeguati, neanche se avessero disposto del triplo delle risorse stanziate per le verifiche. Generalmente, i compiti affidati erano quelli più abietti, di cui una persona si sarebbe vergognata, o quelli per i quali i committenti volevano un livello di segretezza massima, come nel caso di corrieri, avvocati e mediatori. 

Annarey era preoccupata all’idea di ciò che poteva aver compiuto. Era certa che fosse qualcosa di illegale. Al di là del reato in sé, sicuramente efferato, viste le tracce di sangue, non era il possibile intervento della giustizia a spaventarla di più. Molto probabilmente non l’avrebbero incriminata, perché al momento del fatto non era in possesso delle sue facoltà di intendere e di volere, ma il contratto recitava chiaramente che qualsiasi causa di interruzione del servizio avrebbe comportato la rimozione del bioware istallatole, ancora di proprietà della Omnicorp. L’idea di tornare sulla sedia a rotelle la terrorizzava. 

«Tutto a posto?» 

«Il sensystem ha subito una leggera oscillazione, ma per il resto è tutto in ordine… Come va con gli echi?»  

Gli “echi”, nel gergo del Controllore, erano le tracce delle azioni svolte in trance che, nonostante il reset, perduravano a volte nell’inconscio, sotto forma di immagini, ombre, sogni e sensazioni; strascichi di una vita mai vissuta consapevolmente. 

«Il solito… qualche frammento qua e là, ma nulla di che.» 

«Lo sai che per contratto hai un obbligo di trasparenza su tutto ciò che riguarda il funzionamento del sensystem.» 

«Me lo ripeti ogni volta, come faccio a dimenticarlo?» 

«A ognuno il suo compito… Abbiamo finito.» 

Senza pensarci, Annarey allungò la mano destra e afferrò quella del Controllore per trattenerlo. Lui era un perfetto estraneo, ma era anche la persona con la quale aveva avuto più intimità negli ultimi tempi. Il Controllore, a sorpresa, non si sottrasse, anzi, appoggiò la mano sul viso di lei, accarezzandolo con dolcezza. Quel semplice gesto bastò a sciogliere qualcosa dentro la donna; come se, a un tratto, il bisogno di contatto umano fosse emerso violento dal suo corpo. Una scossa elettrica la attraversò dalla testa ai piedi, mentre si lasciava andare a quella carezza. Il Controllore le passò il pollice sulle labbra mentre continuava ad accarezzarla, e lei, ancora una volta senza rifletterci, schiuse la bocca, sfiorandoglielo dolcemente. Aprì gli occhi e lo vide dietro di lei che la guardava con uno sguardo acceso. Non aveva mai preso in considerazione il Controllore, né si era mai chiesta se lui potesse essere interessato a lei, invece percepì distintamente il conflitto tra desiderio e dovere che lo agitava. Stupendosi nuovamente di sé, Annarey infilò le dita di entrambe le mani fra i suoi capelli brizzolati e trasse la testa dell’uomo verso la propria. Le loro labbra si schiusero e si unirono in un lungo bacio, con la naturalezza di due amanti che si conoscono da anni. Nonostante la posizione non comoda, Annarey non ricordava l’ultima volta che aveva ricevuto un bacio così intenso. Non seppe esattamente quanto durò, le sembrò un’eternità e allo stesso tempo un lampo. Quando riaprì gli occhi, vide passare in quelli del Controllore un’emozione difficile da definire. 

«Perdonami… questo non è professionale… Ora… ora devo andare…» 

«Tranquillo, è tutto a posto… capisco…» Non fece in tempo a finire la frase che il Controllore si congedò e frettolosamente sparì come era arrivato, mentre lei rimase a fissare la porta di ingresso, intontita. Anche l’acqua della vasca si era raffreddata e lei si sentiva ancora da schifo. Appoggiò la testa sulle braccia e sospirò. 

Minou zampettò sul bordo della vasca e, dopo aver miagolato, cominciò a leccarle la fronte. 

«Piccola mia, che strazio che sono… Meno male che ci siete tu e Cloe.» 

Pensò agli ultimi anni della sua vita, a tutto il tempo perso con Alex. A tutti i rospi che aveva dovuto ingoiare e alle litigate con i suoi. Il fallimento della loro convivenza era stato un colpo veramente duro da incassare. Sua madre aveva provato in tutte le maniere a dirle che non era l’uomo adatto per lei, ma Annarey aveva tirato dritto per la sua strada, per poi dover constatare amaramente che sua madre aveva ragione. Era stata l’ennesima batosta in quella gara a ostacoli che era diventata la sua esistenza, difficoltà dopo difficoltà. Già era dovuta scendere a patti con la sua coscienza e accettare il contratto capestro con la Omnicorp per il sensystem; un uomo che le stesse a fianco senza comportarsi da stronzo non era chiedere tanto. Invece, evidentemente, lo era. Però sentiva di provare ancora qualcosa per Alex. Sì, ma che cosa? Poteva trattarsi di “amore”? Più cercava di allontanarlo dalla sua vita, più lui vi tornava prepotentemente. Nonostante una parte di lei fosse convinta che lui potesse cambiare, sapeva in cuor suo che difficilmente avrebbe avuto da quell’uomo ciò che lei realmente cercava. E poi c’era il Controllore, un perfetto sconosciuto, eppure così attraente ed ermetico. Le trasmetteva sicurezza. Si sentiva stupida come una ragazzina di sedici anni con una cotta per il professore del liceo.  

Decise che ne aveva avuto abbastanza di quella giornata, sebbene non ne ricordasse nulla. Infilò il pigiama rosa di Hello Kitty e si mise a letto. Le due gatte salirono leste sul piumino e si accoccolarono ai suoi piedi facendo le fusa. Chiese al domot di spegnere le luci, oscurare i vetri delle finestre e chiudere le porte di casa. I suoi ordini furono prontamente eseguiti dal computer domestico, che comunicò l’avvenuto compimento degli incarichi richiesti. Annarey gli chiese anche della musica per conciliare il sonno, qualcosa di dolce e rilassante. Il domot selezionò la playlist più ascoltata su We-Tune tra quelle che avevano la parola “sleep” nel titolo. Gli altoparlanti nascosti nei mobili della stanza diffusero le note, una miscellanea di melt-tempo, IDM e syntowave che copriva l’ultimo secolo. Dopo neanche tre brani, sulle note di K’I di Takiro, Annarey si addormentò.  

Capitolo due 

Annarey entrò di corsa nell’edificio centrale della Credigens S.p.A., maledicendosi ancora una volta per non aver puntato la sveglia. Avrebbe nuovamente dovuto giustificare al suo capo perché lei, che viveva a pochi isolati dal lavoro, collezionasse così tanti ritardi. Passato il portale biometrico che identificava ciascun dipendente scansionando retina, impronta digitale e riconoscimento vocale, si precipitò al turbo ascensore 4, entrandoci proprio mentre le porte si stavano chiudendo. Per fortuna era sola, si era vestita e truccata di fretta, ma almeno ebbe il tempo di guardarsi allo specchio. Non c’era che dire, un gran bell’inizio di settimana.  

Arrivata al dodicesimo piano, dove era sito il suo ufficio, uscì prendendo un gran respiro e preparandosi a una sonora lavata di testa. Invece arrivò al suo box indisturbata, senza che lo stronzo del suo capo, all’anagrafe Bruno Quiller, alzasse lo sguardo dal monitor per fulminarla. L’ufficio era un immenso open space, tutto segmentato in microbox, dove ogni operatore lavorava separato dai colleghi da sottili pareti in polimeri plastici di colore verde. Ogni postazione era dotata di una cuffietta con auricolare, un monitor e una tastiera per accedere ai cloud aziendali. Il computer centrale smistava le chiamate dei clienti fra i vari operatori a ritmo serrato, lasciando pochi minuti tra una e l’altra. Le pause che gli operatori potevano prendersi, mettendosi offline, erano rigorosamente monitorate dai supervisori. A lato dello schermo era posizionato un piccolo specchio, in maniera che l’operatore potesse sempre vedere la propria espressione quando parlava con i clienti. Bisognava sorridere, sorridere sempre, anche quando si veniva insultati, perché l’espressione facciale si ripercuoteva positivamente nel tono di voce dell’operatore, risultando così più amichevole. Annarey aveva sempre pensato che fosse una cazzata, ma si era ben guardata dal dirlo pubblicamente. Nella sua azienda, mettere in discussione le tecniche negoziali era uno di quegli errori che si pagavano cari in termini di carriera. 

Pensando che la sua esecuzione fosse solo rimandata, si affrettò a sistemarsi alla postazione, quando all’improvviso notò che quasi tutti erano fuori dai propri box, raggruppati in piccoli capannelli a discutere animatamente. Svetlana le si fece incontro e, senza salutarla, la investì con un fiume di parole. 

«Con calma, Svetlana… non ho capito niente!» 

«Non sai nulla? Ieri sera hanno assassinato l’amministratore delegato… qua in azienda!» 

«Che cosa?!» 

«Ma dove vivi? È su tutti i notiziari del mattino e ogni info-sito!»  

Annarey sentì lo stomaco contrarsi e una bruttissima sensazione iniziò a impadronirsi di lei. «Ma com’è successo? Si sa chi è stato?» 

«La polizia è qui dall’alba, stanno facendo tutti i rilievi ed è possibile che vogliano sentire un po’ di gente.» Svetlana sembrava emozionata come una bambina invitata a partecipare a una puntata del suo olo-show preferito. «Ramon, quello dell’IT con cui sono uscita qualche volta, mi ha detto che la scientifica ha acquisito tutte le registrazioni. Da quello che ha origliato, sembra che l’omicidio sia avvenuto tra le venti di ieri sera e le due del mattino.» 

«Dove?» 

«Nella sala riunioni A3 o A2, non ricordo, comunque là non fanno più avvicinare nessuno… e non è tutto, sembra ci sia stata una colluttazione, anche due guardie del corpo di Mr Lorient sono state trovate uccise… mentre cercavano di difenderlo.» 

«Oh, signore!» 

«Ramon dice che l’edificio è impenetrabile, che i sistemi di sicurezza sono stati ricontrollati la scorsa settimana e che nessuno al di fuori del personale dell’azienda sarebbe potuto entrare.» 

Quella frase fu come una scossa elettrica. Annarey sbiancò. Un’idea allucinante cominciava a farsi strada nella sua mente. Congedò rapidamente Svetlana, che tornò a spettegolare con altre colleghe, e si diresse verso il suo box. Infilò la cuffietta e parlò nel microfono. «Computer, accesso Annarey Deodato, matricola 32AV45.» 

Una voce femminile metallica confermò le credenziali, e sul display comparve la schermata dell’intranet aziendale. 

«Computer, avvia programma clessidra.» 

«Clessidra avviato.» 

«Clessidra, dammi evidenza dell’ultimo ingresso e dell’ultima uscita della matricola 32AV45, escludendo oggi.» 

«Matricola 32AV45. Ultimo ingresso: domenica 22 aprile 2085, ore 19:15 p.m. Ultima uscita: domenica 22 aprile 2085, ore 21:52 p.m.» 

Annarey rimase a bocca aperta a fissare le icone del programma Clessidra brillare a intermittenza, non credendo ai suoi occhi. Ricordava perfettamente di essere uscita mercoledì pomeriggio alle 18:30 e di aver salutato Svetlana, pensando alla vacanza che le si prospettava: quattro giorni in Costa Azzurra. Avrebbe preso la Freccia Oro Milano-Marsiglia il giorno dopo. All’improvviso le fu tutto chiaro. Nessun ricordo della vacanza, quattro giorni, esattamente quelli del blackout. La sera prima era troppo stanca per rendersene conto. Prese il micropad e consultò le conversazioni, trovando diversi messaggi di Martine, la sua amica di Antibes, che si rammaricava per la vacanza saltata, rimproverandole che lavorava troppo. Tutto tornava, non era possibile che fosse una coincidenza. Come diceva Ramon, nessuno poteva infiltrarsi dentro gli edifici della società, ma lei era un dipendente, un perfetto cavallo di Troia per arrivare al CEO. 

Ancora in preda al panico, fece l’unica cosa che le venne in mente: scappò via dall’ufficio. Arrivata ai turbo ascensori, vide uscire dal numero 3 alcuni agenti della polizia e per poco non urlò dallo spavento, scartò a destra verso la porta delle scale e si gettò a capofitto per gli innumerevoli piani che la separavano dall’uscita del palazzo. A ogni piano temeva di vedere aprirsi la porta e sbucare fuori poliziotti che l’avrebbero sbattuta a terra e ammanettata, come si vedeva in certi olo-film. Cercò di darsi un contegno quando passò lo scanner d’uscita, pregando che nessuno notasse il suo fiato corto. Ma la sicurezza era ben indaffarata in altro e non le rivolse neanche la parola. Passò sotto il grande portale biometrico, lasciando che i sensori la identificassero. La parte razionale di lei, che stava lentamente riprendendo il controllo, capì che quella fuga era una piena ammissione di colpevolezza, ma ormai il danno era fatto. Si precipitò verso la vicina fermata della linea 6 della metro in via Ganimede. Mille pensieri le passavano per la testa: che cosa sarebbe successo? Dove sarebbe andata? L’avrebbero presa? Nessuno le aveva detto nulla, ma si sentiva già braccata, come uno dei protagonisti dei thriller che andavano tanto di moda a inizio secolo.  

Raggiunta la banchina della fermata Hack della linea arancione, guardò con impazienza il display elettronico che indicava il tempo di attesa. Quando abbassò lo sguardo vide, quindici metri più avanti, il Controllore. Pensò di essersi sbagliata ma cercò di avvicinarsi, aprendosi la strada con fatica fra la folla e non senza suscitare rimproveri e imprecazioni per la sua irruenza, finché ebbe la certezza che si trattava davvero di lui. Tuttavia, nell’immagine che aveva di fronte c’era qualcosa di stonato. Vestito con un’insulsa tuta All Seasons Adidas, il Controllore sembrava aver appena fatto la spesa al vicino centro commerciale, il Nexo-Yang. Era molto diverso, anche nella postura, dall’uomo che entrava in casa sua come un agente segreto dei film preferiti di suo nonno. Gli si mise di fronte, non sapendo neanche come chiamarlo, si era sempre qualificato come il “suo controllore” e a lei quello era bastato, anche se il contratto parlava di “operatori tecnici di controllo”.  

Lui la guardò sorpreso, quasi intimorito. «Posso esserle utile, signorina?» 

«Cosa?! Sono Annarey Deodato, ricordi ieri sera? Il controllo…» 

«Io non ho idea di cosa lei stia dicendo…»  

«Miguel, chi è questa donna?»  

Solo in quel momento Annarey si accorse che il Controllore non era solo, ma accompagnato da una donna bassina, tarchiata e vestita in maniera pacchiana, con una vistosa fasciatura sul braccio destro e i lineamenti sudamericani. 

«Io… io non so assolutamente chi sia questa donna, né cosa voglia da me.» 

Le possibilità erano due: o lui era il più grande attore che avesse mai incontrato o era un’altra persona, perché il suo stupore e la sua incredulità sembravano genuini. Poi Annarey ebbe un’altra intuizione; forse la pratica dei contratti Oubliette non era limitata solo agli esecutori, ma anche ai controllori. Una sorta di meccanismo di scatole cinesi, fatto di un reset dopo l’altro, al fine di far perdere ogni punto di contatto tra la mente e il braccio. 

Una spinta della donna la strappò ai suoi pensieri. «Ijio de puta, se mi hai fatto le corna con ’sta troietta da quattro soldi…» 

«Rosita, che cazzo dici? Io ’sta pazza non la conosco!» 

La situazione stava precipitando, la gente cominciava a guardarli e lei aveva bisogno di tutto fuorché di attirare l’attenzione. Scartò di lato e uscì dalla banchina, risalendo le scale mobili e facendo i gradini a due alla volta. Sarebbe andata a casa a piedi, aveva perso fin troppo tempo. 

Arrivata a destinazione in un bagno di sudore, si cambiò in fretta e buttò sul comò gli abiti da ufficio. Indossò un paio di jeans, una felpa e un leggero giubbotto smanicato. Prese un cambio, le prime cose che trovò, e lo infilò in una sacca morbida. Abbracciò le sue gatte, sperando che non fosse l’ultima volta che le vedeva, e uscì di nuovo. Non ci aveva messo più di quindici minuti. Nell’ascensore mandò un’e-mail a sua madre, chiedendole di passare a occuparsi di Minou e Cloe; che la catturassero o riuscisse a fuggire, non le avrebbe riviste presto.  

Nell’androne del palazzo, mentre scriveva di fretta, le cadde il micropad, che rotolò fino a una delle nicchie che ospitavano le piante ornamentali. Nel momento in cui si chinò per raccoglierlo, nascosta da un’ampia felce, vide passarle accanto due individui in completo grigio e con gli occhiali scuri. Forse erano poliziotti in borghese, in ogni caso il suo istinto le stava dicendo che erano lì per lei. Rimase paralizzata dal terrore, ma i due non l’avevano riconosciuta, forse neanche vista, e tirarono dritti fino agli ascensori. Con il cuore in gola, aspettò che le porte si chiudessero e poi si precipitò in strada. Non sapeva dove andare e non sapeva chi potesse aiutarla. Non si era mai sentita sola come in quel momento. 

Al sedicesimo piano del Reebok Building, la signora Esposito vide spuntare da uno degli ascensori due marcantoni in completo grigio e occhiali scuri. Si stavano dirigendo all’appartamento di Annarey. Il suo piccolo volpino cominciò ad abbaiare fastidiosamente verso i due estranei. «Pierino, piantala! Lascia in pace i signori…» La signora Esposito si aspettava che i due almeno la salutassero, invece non degnarono né lei né il cane di uno sguardo. Indispettita da quella mancanza di educazione, li guardò dirigersi verso l’appartamento di Annarey Deodato. «Non c’è…» 

«Scusi?» chiese il più alto dei due, all’anagrafe: Carlo Bavetta. 

Finalmente era riuscita a ottenere la loro attenzione. «La signorina Deodato… A quest’ora è al lavoro.» 

«L’ha forse vista rientrare in casa?» 

«No… Perché? Siete della polizia? Cosa ha combinato quella poco di buono? Lo sapevo che a continuare a frequentare quel delinquente di uno slavo si sarebbe messa nei guai!»  

I due si guardarono brevemente attraverso le lenti degli occhiali scuri, poi l’energumeno che non aveva ancora parlato, Said Hassani, le rispose con tono secco e perentorio: «Signora, non è successo nulla. Torni nel suo appartamento». 

«Ma…» 

«Ora!» 

La signora Esposito, più irritata che spaventata dal tono del suo interlocutore, prese in braccio il cagnolino ringhiante e rientrò a malincuore nel suo appartamento. 

«Dai, Said, apri ’sta cazzo di porta!» 

Said si avvicinò all’ingresso dell’appartamento 423.  

Il domot attivò il protocollo di identificazione appena i sensori di movimento intercettarono la presenza di qualcuno fuori della porta d’innanzi all’ingresso. «Buongiorno, sono Tutelia, il domot dell’appartamento 423; i vostri dati biometrici non corrispondono a quelli del legittimo occupante, né a quelli delle persone autorizzate ad accedervi. Allontanatevi o sarò costretta ad attivare l’allarme e allertare le autorità competenti.» 

Said estrasse un tesserino plastificato da una tasca interna del suo completo. «Leggi il cazzo di badge, computer dei miei coglioni!» 

Il domot scansionò la tessera che l’uomo aveva posato sul sensore della porta. «Identità riconosciuta e validata, accesso consentito.» 

La serratura magnetica scattò e i due entrarono nell’appartamento. Minou soffiò e scappò in camera da letto, Cloe, che aveva già avvertito la presenza degli estranei, si era rintanata sull’armadio. 

«Gatti… li odio!» 

«Sei allergico?» 

«No, ma una volta uno mi ha graffiato.» 

«Cosa gli avevi fatto?» 

«Ho provato a legargli dei petardi alla coda…» 

«No, non sei allergico, sei solo stronzo!» 

«E dai, Carlo… sono solo gatti…» 

«Ok, smettiamola; siamo qui per un lavoro, ricordi? Muoviamoci!» 

«Va bene, va bene. Non ti scaldare…» 

«Tutelia, dammi l’ora di quando la signorina Deodato ha lasciato l’ultima volta l’appartamento.» 

«Informazione non accessibile ai sensi dell’articolo 4 bis del vigente codice di privacy interaziendale.» 

Said imprecò in arabo. «Computer, devo farti rivedere il badge?» 

«Il vostro accredito permette solo l’accesso all’appartamento, i dati registrati nel mio sistema mnemonico richiedono un livello autorizzativo più alto.» 

«’Fanculo!» 

I due si rassegnarono all’idea di dover procedere come si faceva una volta e perlustrarono meticolosamente tutto l’appartamento, camera dopo camera, alla ricerca di qualche informazione utile. Carlo partì dalla stanza da letto, mentre Said si diresse in bagno. 

«Guarda qui, la signorina ha paura che qualcuno le faccia la bua!» Said mostrò la Beretta a Carlo, che le prestò poca attenzione, tornando subito a ispezionare la camera da letto. «Trovato nulla di interessante?» gli chiese. 

«No, ma questi abiti buttati alla rinfusa sul mobile potrebbero significare che è passata da casa e che si è cambiata.» 

«Potrebbero anche essere di ieri sera, lasciati lì…» 

«No, è una tipa ordinata e precisa. Guarda i vestiti nell’armadio, guarda le scarpe… tutto allineato, è una maniaca dell’ordine. Te lo dico io, è passata da casa e poi è scappata.» 

«Ora che facciamo?» 

«Scendiamo in portineria. Vediamo se il domot condominiale ci dà qualche informazione in più.» 

Carlo si diresse verso la porta, mentre Said si attardò, qualcosa nei cassetti aperti aveva attirato la sua attenzione. Prese un body di lingerie in pizzo rosa e se lo portò al naso, sorridendo. «Signorina Deodato, che sporcacciona! Cosa ci fai con questo? Chissà cosa troverei qua dentro, se cercassi bene…» disse, mentre si avvicinava all’armadio. 

Quasi avesse captato gli osceni pensieri di quell’invasore, Cloe soffiò e cominciò a emettere un basso mugolio dalla sommità dell’armadio, dove si era nascosta.  

Said, spaventato da quella minaccia improvvisa, arretrò di colpo. «Maledetta bestiaccia! Vai al diavolo!» Lanciò una spazzola trovata sul comò, senza però riuscire a colpire il gatto, che in tutta risposta soffiò di nuovo ed emise un suono lungo e minaccioso. 

«Said, muoviti! Cazzo!» 

«Arrivo… arrivo.» Said fece il dito medio al gatto e raggiunse lesto il suo compagno.  

Scesero nel seminterrato, dove era alloggiata la stanza di controllo del condominio. Essendosi fatti identificare dal domot centrale all’ingresso, non ebbero difficoltà a connettersi al sistema di videosorveglianza. Accedettero alla memoria dei sensori del palazzo e guardarono la registrazione che andava dalla mezzanotte fino al loro ingresso. Videro Annarey uscire trafelata alle nove e quindici e correre fuori, molto probabilmente in ufficio. Poi la videro rientrare e, dopo poco, uscire nuovamente. Rimasero impietriti quando, passando alla telecamera dell’androne al pian terreno, si accorsero che la fuggiasca gli era passata a pochi metri di distanza quando erano arrivati. 

«Cazzo! Se De Merve viene a sapere che ce la siamo fatta scappare da sotto il naso, ci fa impiccare!» 

Uscirono dal palazzo guardandosi in giro, nella vana speranza di trovare qualche traccia della signorina Deodato. Il micropad Xiaomi Mi 34 di Carlo squillò: era proprio Wicus De Merve. Carlo alzò gli occhi al cielo. «Pronto…» 

«Allora, l’avete presa?» 

«No, signor De Merve, aveva già lasciato l’edificio quando siamo arrivati.» 

«Qualche traccia?» 

Carlo deglutì, aveva la bocca secca e non sapeva che cosa rispondere, poi pensò a quello che aveva raccontato la vicina impicciona. «Pare che frequenti un uomo di origine slava…» 

«Solo quello? Nient’altro?» 

«No, signor De Merve. Nient’altro.» 

De Merve stette in silenzio per qualche istante, mentre i suoi uomini sudavano freddo. «Ok, state in zona. Vi richiamo a breve.» 

Carlo ripose nella tasca interna della giacca il micropad ed emise un sospiro di sollievo. 

2021-02-17

Aggiornamento

Nuova recensione per Reset sul blog Reading at Tiffany's: http://www.readingattiffanys.it/.../02/recensione-reset.html
2021-02-11

Aggiornamento

Prima emozionante presentazione di RESET! Svolta stasera nell'ambito del Festival del libro emergente di Mesagne! https://www.youtube.com/watch?v=qe13Whh7bsE
18 maggio 2020

Aggiornamento

Ciao a tutti, grazie al sostegno di molti di voi la campagna per RESET è arrivata all'extragoal! (250 ordini). Il team di bookabook si sta già occupando di tutti i passaggi editoriali che porteranno il mio libro a diventare realtà. Una volta terminate queste fasi, saranno pronti a inviare le copie a chi ha ordinato e successivamente a pubblicare e a distribuire RESET sul mercato. Nonostante la campagna sia arrivata all'extragoal, c'è un altro ambizioso obiettivo: l'overgoal, che darebbe al libro un ufficio marketing dedicato e, dunque, un maggiore supporto a livello di comunicazione e visibilità. Se vuoi ancora sostenere RESET, puoi farlo: il passaparola è la chiave vincente! Parlane ai tuoi amici lettori, lascia un commento sulla pagina della campagna, seguimi sui social e condividi: ogni piccolo gesto può essere di grande valore.
Grazie ancora a tutti!
18 aprile 2020

Aggiornamento

https://www.vuotodimemoria.it/2020/04/18/i-vostri-pensieri-sparsi-reset/ E' un piacere e un privilegio che il mio libro sia citato nell'interessate e bel sito dell'amica Paola.
30 marzo 2020

Aggiornamento

OBIETTIVO RAGGIUNTO!
Grazie, grazie e ancora grazie a tutti coloro i quali mi hanno sostenuto in questa avventura. Il sogno di veder pubblicato il mio romanzo diverrà realtà, grazie al contributo di amici, familiari e colleghi. Persone che hanno dato fiducia alla mia opera, molti a scatola chiusa. Il libro è ovviamente ancora ordinabile, anzi la casa editrice ha già stabilito altri obiettivi, raggiunti i quali verranno intraprese da essa precise azioni di marketing. Di questo però parleremo nei prossimi giorni, stasera è tempo di festeggiare e di ringraziarvi tutti...
19 marzo 2020

Aggiornamento

Vi faccio dono delle immagini di una delle location del libro, Il meraviglioso Gellert Hotel di Budapest e le sue sontuose terme, da me visitate nel lontano '96
11 marzo 2020

Aggiornamento

https://bookabook.it/libri-nei-momenti-difficili-un-esperimento-letterario-piu-mani/ Ciao a tutti. in questi tempi difficili, ho partecipato a un esperimento di scrittura creativa a più mani nato da un’idea (e dalla penna) dell'autrice Sara Alaimo. Partendo da un suo incipit è stato chiesto di continuare a scrivere di un immaginario dove i libri e la lettura possano aiutare e aiutarci a superare momenti più o meno difficili della nostra vita. Al link trovate l'incipit e tutti i contributi, tra i quali il mio (Andrea Marlano, il 15simo a partire dall'alto). Buona lettura

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Conosciuto scambiandoci amichevolmente calci e pugni su un quadrato di gomma ho apprezzato la sua capacità narrativa nelle strisce prodotte su Facebook, curioso ora di vedere uno scritto competo.

  2. (proprietario verificato)

    Ho avuto la fortuna di leggere la prima versione delle avventure di nestor kano e mi ricordo che terminata la storia mi ritrovai a pensare “peccato già finito”. Ora che le potenzialità di personaggi e ambientazione sono stati sviluppati e alla scrittura cinematografica del romanzo, mi sono ritrovato a…leggere blade runner (non saprei dirlo meglio) senza i cliché classici del genere e con l’effetto straniante di una ambientazione familiare ma non troppo. bello bello e originale.

  3. (proprietario verificato)

    Da amante dei gialli, non sapevo cosa aspettarmi da questo thriller fantascientifico, ma la lettura ha decisamente superato le mie aspettative. Altri lettori hanno giustamente commentato il ritmo e gli accadimenti (la storia si svolge in appena tre giorni), ma io ho apprezzato soprattutto i piccoli particolari del complesso intrigo che scorre sotto la trama principale. Piccoli indizi che una volta arrivati alla fine si incastrano tutti in un perfetto puzzle con un finale che mi ha ricordato tanto il film “I soliti sospetti”.

  4. (proprietario verificato)

    Ho avuto la fortuna di leggere anni fa il (forse) primo romanzo di Andrea, un fantasy puro, tutto di un fiato. E ancora ne ricordo i dettagli. Ho da poco iniziato questa sua nuova creatura, sicuramente più moderna e tecnologica ma so solo che ora devo finirla, risolvere la matassa, capire come va. E’ un romanzo davvero intrigante e coinvolgente, ben scritto e piena di sorprese. Non vedo l’ora di avere tra le mani la copia cartacea.

  5. (proprietario verificato)

    “Reset” una parola che si pronuncia rapidamente, quasi come il susseguirsi degli eventi del romanzo. Una girandola di azione dove però bisogna stare attenti a ogni particolare perché in un mondo nel quale si può affittare il controllo totale del proprio corpo nulla è come appare. Una protagonista che prende sempre più coscienza dei suoi mezzi, pericolo dopo pericolo. Ad aiutarla un personaggio enigmatico e magnetico, un amico? Forse. Un terribile mastino sulle loro tracce, diretto da un nemico invisibile ben più pericoloso. Insomma Reset è un romanzo veloce, adrenalinico ed emozionante. Un thriller ambientato in un futuro non tanto lontano dal nostro presente e inquietantemente possibile. Un libro che non vi deluderà.

  6. (proprietario verificato)

    Ritmo serrato, colpi di scena, nulla scontato, un Romanzo con la R maiuscola! Uno di quelli che non vuoi smettere di leggere, che ti catapulta nel suo mondo come spettatore invisibile. Spettatore…perché lo stile é così semplice e pulito che vedi ciò che leggi! Uno di quei Romanzi che ti dispiace finire… Bravo Andrea, datti d fare a scriverne il seguito!

  7. (proprietario verificato)

    La storia è avvincente, con un bel ritmo, con colpi di scena, dove niente è scontato… da leggere tutta d’un fiato!
    Una volta iniziato… si va avanti nella lettura per sapere cosa succede e quali altre “performance” di Annarey e Nestor ci attendono….
    Bravo Andrea! Aspetto… il seguito!

  8. Paola Vaccarini

    (proprietario verificato)

    Fantascienza, thriller, azione, spionaggio, romance…c’è davvero tutto in questo libro sorprendente e con un ritmo serrato e coinvolgente.
    I personaggi hanno un fascino tangibile e non vedo l’ora di ritrovarli!

  9. (proprietario verificato)

    Un invito a leggere non si rifiuta mai, scarico libro e… 24 ore inchiodata alle pagine! Catturata, travolta e ritrovata nella protagonista, ho temuto per Annarey!!! Quando cerchi e speri di proteggere i personaggi di un libro, vuol dire che l’autore ha fatto CENTRO!!! Bravo Andrea e ovviamente aspetto il ritorno di Annarey!

  10. (proprietario verificato)

    Reset è magico! Cattura l’attenzione dalla seconda frase e non lo lasci più fino alla fine! È un libro che si legge tutto in un fiato. Un romanzo dove nulla è lasciato al caso, i particolari sono tutti importanti e niente è dato per scontato. Mentre leggi sei lì, al fianco di Nestor e Annarey; vivi in prima persona ogni momento descritto. Ambientato in una Milano, e non solo, del futuro…un futuro che potrebbe non essere così lontano. Un libro che deve essere letto….ma ora, caro Andrea, ti tocca scrivere il seguito! Complimenti!!

  11. (proprietario verificato)

    Ho appena finito Reset. È bellissimo, sia per la trama che per lo stile con cui è scritto I personaggi sono, magari anche con poche parole per qualcuno di essi, molto ben delineati. Il leggerlo mi ricorda molto un autore che amo e che, purtroppo è scomparso lasciando un grande vuoto, Alan Altieri. Magari Andrea, proseguendo con altri libri, potrà farmi sentire meno “orfana”. Spero davvero che lo faccia perchè l’inizio è molto promettente

  12. (proprietario verificato)

    Marlano prende gran parte della cultura pop sci-fi degli ultimi 40 anni, dal cyberpunk di Blade Runner ai più noti anime, e gli rimescola ambientandoli in Europa e aggiungendoci un bel po’ di romance.
    E’ un thriller d’azione di puro intrattenimento, pensato, come va di moda ora, come se fosse un pilot di una serie. Perché di questi personaggi, soprattutto di Nestor Kano, una specie di Ethan Hunt sempre raccontato attraverso il punto di vista dei comprimari, si ha già voglia di leggerne altre avventure appena arrivati all’ultima pagina.
    Merito di una scrittura che scorre via senza inutili fronzoli, tutta tesa a raccontare gli avvenimenti, tenendo alto il ritmo; e di un mondo immaginario così ricco di particolari che il lettore ha sempre la sensazione che ci sia una realtà molto più strutturata di quella raccontata, lasciando la curiosità di volerne capire di più.
    A fare di questo mondo immaginario qualcosa di concreto, di “vivo”, a farci sentire davvero partecipi e immersi nell’immaginario altrui, sono sempre i particolari. E qui Marlano dissemina il romanzo con una serie di chicche che lasciano il segno. Come per esempio lo specchio per gli operatori telefonici “in maniera che l’operatore potesse sempre vedere la propria espressione quando parlava con i clienti. Sorridere, sorridere sempre, anche quando si veniva insultati. L’espressione facciale si ripercuoteva positivamente nel tono di voce dell’operatore, risultando più amichevole”. O i tatuaggi ad attivazione psichica, il movimento “Low Tech” che rifiuta la tecnologia, senza contare la macro visione politica con la Federazione Europea al centro.
    Quello che però ha Reset di più originale è senz’altro il peso del sub plot romantico, inserito in un genere che di solito è “pane per i maschi” e che lo rende invece molto intrigante anche per un pubblico femminile. Marlano è un vero maestro nel creare tensione romantica e sessuale, nel tenere teso il desiderio e nel raccontarlo dal punto di vista di una donna, Annarey, l’”altra” protagonista. Questo Nestor Kano rischia di diventare l’oggetto del desiderio per le donne e l’antieroe che molti uomini sotto sotto desidererebbero essere.

  13. (proprietario verificato)

    In una Milano di un futuro non troppo lontano, una storia di spionaggio a ritmo serrato, piena di colpi di scena, che vi terrà incollati alla lettura fino all’ultima riga. Un bel libro, piacevole da leggere, dove niente é come sembra, complimenti Andrea aspettiamo di vederlo sui grandi schermi cinematografici!

  14. (proprietario verificato)

    Un futuro molto presente, una distopia pericolosamente vicina. Mi ricorda un romanzo di fantascienza letto anni fa (Al servizio del TB III) che mi era molto piaciuto, quindi attendo con curiosità di leggere “la versione di Andrea”: credo proprio che non sarò deluso!

  15. (proprietario verificato)

    Nestor è quello che ogni donna vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita.
    Il protagonista prende forma in questo thriller ben scritto, avvincente e scoppiettante. Poi, vive di vita propria ed è “pronto” ad andare anche oltre Reset… Aspettiamo il sequel!

  16. (proprietario verificato)

    Ho letto in anteprima il manoscritto digitale di Andrea..
    mi ha tenuto incollato all’I-pad per un intero week end senza che riuscissi a smettere.. volevo arrivare alla fine e risolvere il bandolo della matassa!..
    Il libro ha una narrativa scorrevole, si lascia leggere benissimo.
    Un viaggio che è un’avventura, dove i protagonisti si rivelano a poco a poco, circondati da un enigma in puro stile Dan Brown.. impossibile non voler arrivare alla fine e scoprire chi o cosa c’è dietro un fitto mistero.

  17. (proprietario verificato)

    Un romanzo dove tutto può succedere ma niente è come sembra!
    Lo stile pulito e scorrevole ti accompagna in una odissea ricca di imprevisti, di svolte e precipizi, con una colonna sonora subliminale di sicuro effetto.
    Come nei migliori gialli alla Agatha Christie, ogni parola non è mai per caso, e se si presta la giusta attenzione alla fine si può capire come stanno le cose… oppure no…..
    Non si può raccontare, bisogna leggerlo tutto d’un fiato!

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Andrea Marlano
è nato e cresciuto a Milano dove vive tuttora con la sua famiglia. Sin da piccolo sviluppa una passione per la fantascienza, coltivandola attraverso libri, fumetti, film e giochi di ruolo. Dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Etica di impresa, lavora in una nota società finanziaria, dove svolge tuttora il ruolo di auditor. A partire dal 2015, quasi per gioco, comincia a scrivere racconti. Reset è il suo romanzo d’esordio.
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