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Ricatto a Central Station

ricatto a central station
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Consegna prevista Aprile 2021

La Dottoressa Martini si trova davanti all’ennesimo ostacolo della sua difficile vita: dovrà convivere per sempre con le immagini di una strage di massa davanti agli occhi, eppure non può permettersi di stare con le mani in mano. Deve fare quello che sa fare meglio, comprendere le menti criminali e risolvere enigmi. Nello specifico questo include tredici vittime, nessun indizio e nessuna impronta digitale. Può servirsi soltanto di poche parole pronunciate da uno dei suicida e dell’aiuto del detective Jack Smith. Nulla è come sembra e l’unico modo per fare luce sul caso è lavorare nell’ombra, affidandosi all’intuito e scegliendo soluzioni al limite della legalità. Sarà proprio a caso risolto che la Dottoressa si troverà coinvolta in un nuovo terribile massacro. Riuscirà a sopravvivere?

Perché ho scritto questo libro?

Perché vedevo questa storia prendere forma davanti ai miei occhi, potevo seguire i personaggi con lo sguardo, ascoltavo i loro pensieri, ero con loro a ogni scoperta. In definitiva sentivo questo racconto prudermi sotto dita, dovevo dargli forma o avrebbe finito per ossessionarmi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Aveva trascorso l’intera giornata fuori casa e cominciava a essere stanca, così pensò che quello fosse il momento giusto per unire l’utile al dilettevole, avrebbe passato qualche minuto seduta su quelle scale a riposarsi e nel frattempo si sarebbe goduta la meravigliosa volta celeste che ricopriva la stazione.

L’aveva vista spesso, principalmente nei film, ma ricordava anche di averci portato suo padre circa due anni prima, quando era venuto a trovarla e si erano divertiti a fare i turisti in giro per la città. Anche allora si erano seduti su una di quelle scale e il padre aveva blaterato qualcosa sul fatto che la costellazione fosse al contrario. Andrea non ne aveva la minima idea, l’astrologia non l’aveva mai affascinata, per questo prese il cellulare per documentarsi e scoprì che tra le diverse teorie che spiegavano il fatto, la più affascinate era quella che sosteneva che la costellazione fosse al contrario perché Dio la vedeva così, al di sopra delle stelle. Lei non credeva in Dio, non credeva in nessun Dio, però sapeva che la fede del padre era inamovibile, così decise di raccontargli solo questa versione e seppe dal suo sguardo compiaciuto che l’aveva fatto felice. 

Non ricordava molto di quel pomeriggio ma sapeva che insieme si erano goduti quel soffitto in una lunga pausa silenziosa.

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Una volta lesse da qualche parte che stai veramente bene con qualcuno quando con lui riesci a restare in silenzio senza imbarazzo, significa che quella persona è parte di te e non c’è bisogno di sprecare le parole perché si sa già tutto. Ecco, lei e il padre sarebbero potuti rimanere in silenzio per ore.

Seduta sulle scale convenne che quella era decisamente una serata nostalgica, prima Rudy, poi suo padre, la sua vita era tutta un lungo addio e pensò che forse era arrivato anche per lei il momento di smettere di dare addii e fermarsi in qualche posto, magari insieme a qualcuno. Ammise a se stessa che le sarebbe piaciuto molto, ma sapeva anche che fermarsi e condividere non era qualcosa che facesse parte della sua natura.

Scoraggiata da quella consapevolezza concluse che fosse arrivato il momento di tornare a casa.

Andrea si sbilanciò lentamente in avanti facendo leva sulle mani ancorate alla seduta, tutti quei pensieri l’avevano spossata e la stanchezza della giornata iniziava a gravare enormemente sulle spalle. Dopo aver raccolto le forze sospirò e buttò tutto il peso sul piede destro, ma prima che questo potesse sorreggere l’intero corpo, Andrea fu bloccata da un boato assordante. Rimase immobile come tutti, sospesa a mezz’aria, sconvolta dal quel rumore che aveva tutta l’aria di essere un colpo di arma da fuoco. Era un suono che conosceva bene e con esso si era riaperta dentro di lei una cicatrice mai del tutto guarita. 

Un brivido iniziò a correrle lungo la schiena mentre provava a mettersi dritta reggendosi alla balaustra della scala. Da quella posizione sopraelevata poté osservare meglio quella scena surreale che le si palesava avanti agli occhi. 

Il brusio tipico della stazione si trasformò presto in un silenzio che sapeva di morte. Durò poco, qualche istante dopo il silenzio venne squarciato dall’urlo agghiacciante di una donna. Accanto a lei, vicino l’orologio centrale, giaceva a terra il cadavere di un uomo riverso in una pozza di sangue, con il cranio esploso e una pistola fumante ancora in una mano. Nemmeno un secondo dopo che lo sguardo di tutti fosse caduto sul corpo esanime, un altro orribile urlo si levò poco distante dove un individuo si stava togliendo la vita squarciandosi la gola con un coltello a serramanico. 

Appena Andrea lo ebbe individuato le sue gambe iniziarono a cedere. Dalla sua posizione riusciva a notare ogni dettaglio, ogni schizzo di sangue sul pavimento, ogni singolo tremito di paura della platea e per un istante credette di esser stata catapultata dentro uno di quei racconti che tanto amava, anche se in quel momento le sensazioni che stava provando erano ben diverse da quelle suscitate dai libri. Quando tutto sembrò finito ecco rimbombare un altro sparo e successivamente un altro ancora. 

Quei suoni furono l’innesco per il panico della folla che fino a quel momento non era stata capace di reagire. Due ragazze iniziarono a strillare usando tutto il loro fiato, le loro grida sovrastarono il rumore dei passi delle persone che avevano preso a correre nervosamente in direzioni opposte. Tutti si muovevano senza uno schema preciso, urtandosi e ferendosi tra di loro, animati dal terrore di essere coinvolti in quell’inferno. 

L’orrore iniziò a dilagare un po’ ovunque e la stazione divenne presto teatro di una scena apocalittica. Andrea era ancora impietrita sulle scale, voleva urlare loro di non accalcarsi contro le porte, che non sarebbe servito a nulla, ma sapeva che le sue parole non avrebbero sortito alcun effetto così, attonita, non mosse un passo. La gente invece continuava a spingersi, a strattonarsi e a calpestarsi. In prossimità di un’uscita laterale qualcuno cadde creando un ingorgo e quel rallentamento accese un nuovo focolaio di follia. L’angoscia era tangibile ovunque, tutti urlavano, correvano, cercavano di mettersi al riparo da quello che credevano essere un attentato terroristico. Fermarli sarebbe stato impossibile. 

La Dottoressa non riusciva a capacitarsi di quanto stava vedendo. In totale contrasto con quanto accadeva nella hall rimase ferma, immersa controvoglia nel peggior incubo che potesse immaginare. 

Per quanto si sforzasse di intimare al corpo di scappare verso un luogo meno esposto, di risalire le scale per tornare in strada, questo non rispondeva a nessun comando, era completamente paralizzato mentre la folla le correva pericolosamente incontro. 

Il rumore di quegli spari le risuonava nelle orecchie, la inchiodava a terra e la riportava indietro nel tempo a un terribile episodio che credeva di aver rimosso da qualche anno. Per quanto lei cercasse di ribellarsi a quel ricordo che la stava mettendo così apertamente a rischio, per quanto volesse cacciarlo via dalla sua mente, quella forte sensazione di impotenza che accomunava quei frangenti così differenti della sua vita, stabiliva un solido ponte che la catapultò mentalmente lontano dal caos di un’esplosa Central Station. 

In quel momento non aveva più la sensazione di trovarsi su quelle scale ma era sola, avvolta nel silenzio, con una pistola puntata contro la sua testa. Nella stanza in penombra non riusciva a vederla ma avvertiva distintamente quel cerchietto freddo all’estremità della canna premuto contro la sua fronte, lo sentiva bruciare sulla pelle adesso come allora. Al rumore dell’ennesimo sparo chiuse d’istinto gli occhi come a ripararsi dalla morte, ma riuscì solo a ricordare che quel contatto freddo si era presto interrotto. Nella sua mente ciò che seguì quello scoppio fu il rumore di un tonfo sul suolo, un rumore spaventoso e al contempo liberatorio che le fece capire di essere ancora viva. Quel rimbombo nient’altro era che il collasso del suo aguzzino freddato dal colpo di un agente sotto copertura. Come allora era rimasta pietrificata con i pugni serrati lungo le cosce e non si sarebbe mossa se solo non fosse stata violentemente travolta e calpestata dalla folla impazzita che tentava disperatamente di risalire le scale. 

Riportata alla realtà da quell’impatto, provò più volte a rialzarsi ma per quanto si sforzasse di mettersi sulle gambe, un fiume umano le correva incontro impedendole di spostare il baricentro del suo corpo in avanti, e più provava più finiva schiacciata contro i gradini.

Dopo svariati, inutili tentativi le forze iniziarono a fluirle via dal corpo e si fece largo nella sua mente il pensiero che sarebbe morta lì, in una sera che fino a pochi minuti prima era una come tante. 

Mentre la massa le passava sopra colpendola sulle costole e camminandole sugli arti, le arrivò dritto in viso un calcio che le fece perdere conoscenza all’istante. 

Fu salvata da un uomo robusto che arrivato all’imbocco delle scale, calpestando del morbido si accorse di avere sotto ai piedi qualcosa di piccolo e fragile, troppo fragile da permettere alla sua coscienza di passare oltre senza fermarsi. Così piantò un piede contro lo scalino più alto, usando il suo corpo come scudo, e infilò un braccio a terra in cerca di quell’essere indefinito. Quando gli sembrò di toccare un cappotto utilizzò tutta la sua forza per tirare su quell’esserino che giaceva a terra. Andrea emerse incosciente dal quel fiume mortale, l’uomo la sollevò da terra e la spinse in direzione del gabbiotto dorato dei ticket, il posto più vicino dove trovare riparo.  

La Dottoressa era distesa a terra ancora in stato confusionale, iniziava lentamente a riprendersi da quel colpo ben assestato allo zigomo tuttavia i rumori risultavano ancora ovattati e la testa le girava. Nel brusio che l’avvolgeva riuscì a distinguere in un eco lontano altri colpi e le grida angosciate che li seguivano. Non aveva la certezza del come, ma era stata portata al sicuro, eppure, nonostante il sollievo per non essere morta, il suo pensiero continuava ad andare a quanto stava accadendo al di fuori. 

Provò a tirare su il busto e notò di non essere sola, con lei in quella minuscola stanzetta dalle tinte dorate c’erano l’uomo che l’aveva salvata da una morte certa, l’unico che avrebbe avuto la forza di farlo data la sua robustezza, e una donna sulla quarantina che stringeva una bambina tra le braccia, aveva lo sguardo spaventato e anche se non riusciva a confortare la piccola con le parole, era chiaro che l’avrebbe difesa con il suo stesso corpo se fosse stato necessario. Tutti e quattro erano in preda allo shock.

Pensò di chiudere per un istante gli occhi sperando di riuscire a riprendere il contatto con la realtà, aveva bisogno di trovare dentro di sé la forza per tornare lucida e analizzare razionalmente quell’avvenimento. Appena sentì i rumori nella hall affievolirsi, temette che si stesse dissociando o peggio ancora che stesse svenendo di nuovo, così aprì di colpo gli occhi, si voltò e si mise in ginocchio per spiare dal vetro divisorio cosa stesse accadendo. 

L’enorme stanza era quasi vuota, si sentivano solo i passi delle ultime persone che cercavano di mettersi in salvo, ma a quel suono desolante si contrappose presto una visione così raccapricciante da provocarle un conato di vomito che prontamente bloccò portandosi un pugno avanti la bocca. Sparsi su un pavimento costellato da schizzi e chiazze di sangue, come a riprodurre la volta celeste sotto cui giacevano, c’erano diversi corpi privi di vita, bloccati in quell’ultimo folle gesto. 

In quella scena macabra una ragazza di colore si ergeva in piedi tra i morti, piangeva così forte da essere scossa da pesanti tremiti che cercava di contenere stringendosi il busto in un abbraccio.

In un pugno teneva stretto un coltello da cucina, era chiaro che anche lei stesse per uccidersi. 

Andrea la guardò negli occhi, voleva fermarla, voleva capire, voleva aiutarla e sperava che guardandola l’avrebbe distolta da quel pensiero folle e magari avrebbe avuto anche il tempo di fare qualunque cosa potesse rivelarsi utile a salvarla. 

La giovane incrociò il suo sguardo e tirò un sospiro, come se avesse finalmente raggiunto uno scopo, così mentre la fissava le parlò. 

Andrea riuscì ad afferrare il labiale prima che la ragazza si sferrasse con tutta la forza che aveva in corpo una coltellata nel petto. Quel viso continuò a fissarla mentre cadeva a terra ma Andrea capì che era tardi ormai quando quello stesso sguardo divenne a un tratto vuoto. Si girò di spalle e scivolò a terra contro la parete prima di svenire nuovamente. 

Il nulla in cui era immersa venne interrotto una decina di minuti dopo, quando fu svegliata da un poliziotto in assetto antisommossa che la scosse per una spalla. Era confusa e non ricordava bene dove si trovasse o cosa fosse successo ma appena vide la donna e la bambina che tenendosi strette venivano portate fuori, le ritornò tutto alla mente. Senza parlare si alzò aggrappandosi al poliziotto e fu da questo scortata fuori dalla struttura.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giulia A. E. Santilli
Giulia A. E. Santilli è nata nel 1992 a Pratola Peligna. Affascinata fin da subito dall'odore della carta stampata, ha trascorso gran parte della sua infanzia nella piccola libreria di paese, dove ha potuto scoprire il suo grande amore per i libri. Trasferitasi all'Aquila, ha conseguito la laurea in "Lettere" nel 2017 ed è attualmente impegnata nel corso magistrale di "Studi letterari e culturali". Le sue passioni sono la letteratura, la cinematografia e i viaggi ed è stata proprio un'esperienza negli Stati Uniti a ispirarla per la creazione del suo romanzo d'esordio "Ricatto a Central Station".
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