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Consegna prevista Ottobre 2020
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È nel freddo inverno del Massachusetts che nasce l’intuizione sportiva che ha sorpreso gli Stati Uniti d’America e affascinato il Mondo. Un viaggio nel tempo, fra spicchi di storia contemporanea, durante il quale la gioia del successo e l’amarezza della sconfitta si rincorrono.
Passione, rivalsa, coraggio e sacrificio, raccontati da un narratore d’eccezione in grado di vivere sulla sua pelle, da attore non protagonista, tutti gli eventi che hanno reso grande il gioco del Basket.

Perché ho scritto questo libro?

Cosa mi ha spinto a scrivere? La grande passione, scoperta quasi per caso, per il gioco del Basket. Aver conosciuto il Basket relativamente tardi mi ha spinto ad andare alla ricerca dei personaggi e degli eventi che hanno reso grande e globale questo sport. Sono state le loro storie e gli intrecci con il mondo circostante a produrre nella mia mente una valanga di pensieri da mettere nero su bianco. Una necessità inconsapevole che ha prodotto un racconto appassionante.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ho sempre odiato il freddo, le gelide mattine trascorse in palestra da solo ad aspettare che qualcuno si accorgesse di me, che si confrontasse con me, anche solo per pochi minuti.
Ho sempre odiato i guanti di lana che privavano le mani di quella sensibilità da cui, negli anni, sarebbero nati i legami più stretti.
I miei giorni passavano lenti e freddi nella Springfield del 1891.
Le ore sembravano infinite: una dietro l’altra, sempre uguali.
Io restavo in attesa di una scintilla che potesse accendere la mia vita. Aspettavo che quei ragazzi della YMCA dello Springfield College decidessero di concedere un’opportunità anche a me e non solo a quella odiosa ed arrogante palla ovale dal fascino e dalle movenze seducenti.

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Perché il football americano era lo sport più praticato da tutti gli studenti del Massachusetts, sua terra natia, prima ancora che, nel novembre del 1869, le Università del New Jersey, Princeton e Rutgers, dessero il via alle grandi sfide fra gli atenei.
Allo Springfield College la stagione sportiva del football seguiva un arco temporale ben definito. Iniziava a primavera inoltrata, quando i profumi e i colori degli alberi in fiore spazzavano via il grigiore dei nuvoloni carichi di pioggia e neve. Finiva nei giorni dell’“indian summer”, quello spettacolare periodo dell’anno in cui l’estate riesplodeva in tutto il suo calore in una entusiasmante cornice di alberi spogli e campi scarlatti stracolmi di cramberries appena maturati.
L’attività sportiva si svolgeva all’aperto, scrupolosamente incentrata su un’unica protagonista: la palla ovale.
Ed io, avvolto nella penombra di quell’enorme aula deserta e impolverata chiamata palestra, stavo lì a contemplare la gioia di tutti e a riflettere sulla mia solitudine.
Le giornate in cui qualcuno si affidava a me per trascorrere qualche ora di svago, erano rare. Solo i ragazzi esclusi dal football per punizione, vuoi per incapacità o indisciplina, si accorgevano di me.
Nei mesi invernali la palestra era decisamente il locale più frequentato durante le lezioni di educazione fisica, ma il mio ruolo era marginale, se non addirittura nullo, e l’unico privilegio che procurava questa assidua presenza nel mio luogo di lavoro, era il calore prodotto dall’attività fisica dei ragazzi, in grado di smorzare il freddo e l’umido, miei compagni sempre fedeli.
Anch’io ero giovane e desideroso di sprigionare tutta la mia energia e la mia voglia di fare!
Giovane come tutti gli alunni del college che, nei lunghi e inattivi, per il football, periodi invernali, erano sempre più ingestibili e vogliosi di dar libero sfogo alla loro vigorosa esuberanza nelle ore di ginnastica seguite dal professor Gulik. Mi capitò spesso in palestra, di ascoltare i professori stremati di fronte alla vivacità degli studenti. Serviva qualcosa che potesse frenare la loro irrequietezza e il professor Gulik, responsabile del corso di educazione fisica, era ormai travolto da un senso di esasperazione. L’incapacità di trovare per gli studenti un’alternativa che permettesse loro di arrivare fino alla sessione primaverile ed estiva da dedicare al football, consumava la sua pazienza tanto da non permettergli di gestire in modo sereno la situazione di stress.
A loro volta, i ragazzi, sfogavano l’insofferenza nei confronti dei professori.
Nessuno sapeva come risolvere quello che ormai si stava presentando come un problema serio e il clima allo Springfield College si faceva sempre più teso creando tensione nei rapporti tra studenti e corpo docente.
Il mio ruolo era sempre lo stesso: presente in palestra, ma mai realmente sfruttato come risorsa potenziale. Portato allo YMCA dello Springfield College da un timido canadese occhialuto, trascorrevo il mio tempo a capire quale fosse il mio destino. Ero inutile, quasi invisibile agli occhi di tutti e la mia inutilità risaltava ogni qual volta la palestra restava vuota, senza che io avessi avuto l’opportunità di esprimermi.
Perché, in quelle poche giornate di tregua dal gelo invernale del Massachusetts, i ragazzi abbandonavano la palestra e, con la palla ovale tra le mani, si rincorrevano lanciandola sul campo ancora zuppo di acqua e neve scese abbondanti nei giorni precedenti.
Fu proprio in un giorno di sole, mentre osservavo dalla finestra i ragazzi ridere e scherzare nel cortile dell’agglomerato scolastico, che stabilii di reinventare quella vita inutile e solitaria.
Decisi di andar via, lontano da Springfield.
Per la prima volta, sognai di trasferirmi in un luogo soleggiato trecentosessantacinque giorni l’anno. Lontano dal freddo, in un posto in cui poter sfruttare le mie capacità, i miei pregi e nel quale dimostrare tutto il mio valore.
Fu così che, indossato il mio soprabito impolverato di cuoio marroncino sbiadito, uscii fuori dalla palestra deciso a lasciare per sempre la YMCA di Springfield. Ero determinato ad abbandonare il Massachusetts e la sua perversa passione per quella maledetta palla ovale.
Arrivato in prossimità del cancello di uscita nell’indifferenza totale, fui preso da una forte stretta allo stomaco provocata, sia dalla paura del nuovo al quale stavo andando incontro, che dall’adrenalina iniettatami in circolo dalla speranza di una vita migliore. Decisi di fermarmi un’ultima volta a guardare il guscio nel quale avevo trascorso l’ultimo periodo della mia vita, quasi a ringraziare quella piccola palestra che tanto amabilmente mi aveva accolto come un figlio. Ma quando mi avvicinai ad una panchina in legno, vuota, a mala pena asciugata dal sole, per rivolgere il mio ultimo saluto alla YMCA dello Spingfield College, notai, proprio sotto il posto a sedere, una copia sbiadita del Triangle.
Il Triangle era il giornale scolastico nel quale gli alunni del college si dilettavano a raccontare tutto quello che accadeva tra le mura della scuola. Voti, esperienze, eventi sportivi, rassegne e meeting, venivano narrati con estrema dovizia di dettagli dagli studenti più abili nella scrittura. Il Triangle era diventato il miglior compagno della mia vita professionale da quando i professori, nei momenti liberi, avevano iniziato a recarsi in palestra a leggere il giornale per trascorrere un momento di relax tra una lezione e l’altra.
Spesso gli stessi professori ne lasciavano una copia proprio nel mio ufficio.
Mi è sempre piaciuto pensare che lo facessero per compassione nei miei confronti, per lasciarmi, senza mai rivolgermi la parola, senza mai degnarmi di uno sguardo, un qualcosa con cui trascorrere un po’ di tempo nelle infinite giornate di chi non ha nulla da fare.
Perciò ero continuamente informato su quanto accadeva intorno a me senza mai lasciare la palestra.
In quei minuti trascorsi davanti al giornale riuscivo ad evadere da quelle quattro mura restando aggrappato alla vita dell’ateneo per non sprofondare nella solitudine. Non importava che argomento venisse trattato.
Tutti gli articoli erano meritevoli del mio interesse: sapevo chi fosse lo studente del mese, quali le conversazioni trattate dai professori negli incontri con gli alunni, quali gli eventi organizzati dal comitato studentesco. Vi era anche una piccola sezione dedicata alla cronaca degli avvenimenti più importanti della Nazione.
Conoscevo a memoria il Triangle: il sistema di impaginazione, la classificazione e l’ordine degli argomenti trattati, il profumo della carta stampata miscelata all’odore dolciastro dell’inchiostro.
Per prassi, la mia lettura partiva sempre dalla pagina sportiva, perché, benché odiassi la palla ovale, amavo il football come ogni singolo cittadino del Massachusetts e adoravo lo sport in generale.
Così, come in ogni giorno della mia vita trascorsa in ateneo, raccolsi quella copia sgualcita dal vento e sbiadita dalla pioggia per sfogliare velocemente le pagine sino ad arrivare a quella dello sport.
Lo sport è sempre stato la mia passione più grande. Non sarei qui a raccontarvi tutto ciò se non esistesse lo sport.
Non avrei avuto il successo lavorativo che ho avuto se non fosse stato per lo sport e, di sicuro, sarei andato via lontano da Springfield se quel giorno non avessi letto la pagina dello sport del Triangle.
Aprii e lessi avidamente la pagina sportiva e arrivato in fondo, due immagini mi fecero trasalire.
Una grande, quasi a tutta pagina che immortalava l’occhialuto canadese che mi portò al YMCA; la seconda piccola, quasi impercettibile, ma per me fondamentale, che raffigurava proprio me in una palestra illuminata a giorno come fosse teatro di un grande evento.
L’emozione prodotta da quelle foto fu nuova per me.
Non avevo mai provato nulla di simile: era un misto tra il timore e l’avidità di quello che l’articolo avrebbe potuto narrare. Divorato dalla curiosità, in quei momenti lunghi, strani, lessi l’articolo che finalmente aprì le porte del mio futuro all’interno della scuola.
Il giornale raccontava di un’idea tanto bizzarra quanto affascinante, di dar vita ad un’attività ricreativa che occupasse gli inverni finora inattivi dei giovani studenti. Un’occupazione ludica alternativa al football, che permettesse agli studenti di confrontarsi in un’attività agonistica differente.
L’idea era di quel canadese occhialuto di nome Naismith.
“Il professore Naismith” recitava la didascalia della grande foto.
Egli con l’ausilio di un cesto per le pesche, sembrava fosse intenzionato a riprodurre una versione evoluta di un giochino tipico della sua infanzia canadese.
L’articolo non era molto dettagliato.
Lasciava numerose lacune nella spiegazione delle regole con le quali praticare questo nuovo passatempo.
Ma tutto ciò bastò per far sì che archiviassi i miei progetti di viaggio verso il sole rovente della Florida o della California e che ritornassi in fretta e furia nella mia palestra impolverata, consapevole dell’enorme contributo che già immaginavo di dare a questa nuovissima idea.

Una mattina autunnale di Springfield, il professor Gulik indisse una riunione in palestra per discutere della possibile realizzazione del progetto presentato dal Professor Naismith.
Erano stati convocati tutti i professori dell’ateneo, gli alunni della classe del professore canadese e ovviamente, anche se in un angolo al buio in disparte, ero presente anch’io.
La riunione non sembrava nascere secondo i migliori auspici.
Voci di corridoio facevano trapelare una certa diffidenza nei confronti di quello che sembrava destinato a diventare un enorme buco nell’acqua. Nonostante ciò, in quella fredda mattinata di dicembre del 1891, i convocati si presentarono puntuali.
Il professor Gulik prese per primo la parola e illustrò l’idea di Naismith.
Con aria di sufficienza, come a voler dimostrare la scarsa fiducia riposta nel progetto del professore, Gulik documentò senza enfasi quello che aveva intuito dell’idea di Naismith.
La sua supponenza nell’affrontare l’argomento, dimostrava l’evidente senso di invidia maturato a causa dall’incapacità di partorire egli stesso la medesima idea. Questo atteggiamento pregiudicava il giudizio dei colleghi sull’idea di Naismith per nulla affascinati da quello che stavano ascoltando. Nessuno tra i professori presenti faceva il minimo sforzo per nascondere il disappunto e le loro smorfie evidenziavano il diniego nei confronti del lavoro del professore canadese.
Tale atteggiamento autorizzava quasi l’assemblea a sbeffeggiare il lavoro di Naismith.
Questo aspetto, che non scalfiva minimamente l’integrità e la postura di James Naismith, stava iniziando a generare in me un forte senso di disagio e di rabbia. Mal sopportavo l’insolenza dimostrata nei confronti di una persona educata e professionale come il professore e reputavo spregevole il comportamento dei suoi colleghi. Tuttavia lo sguardo fiero e deciso degli studenti della classe di Naismith mi trasmise un senso di tranquillità. Decisi di non ascoltare oltre le parole del professor Gulik e rivolsi lo sguardo fuori dalla finestra, a quel cancello innevato che appena qualche giorno prima ero stato in procinto di lasciarmi alle spalle.
Poi, finalmente, Gulik lasciò la parola a Naismith.
Il professore si schiarì la voce e dopo un primo momento di esitazione iniziò ad illustrare il suo progetto.
Il modo di spiegare, pacato e semplice, il suo porsi umile al pubblico catturò l’interesse di tutti e, in pochi istanti, anche i più diffidenti passarono dallo scetticismo più totale ad un’attenzione più partecipe.
Il professor Naismith raccontò della sua infanzia trascorsa in Canada e di come il passatempo preferito dai bambini suoi coetanei fosse un gioco chiamato “Duck on a Rock”, che prevedeva di lanciare delle pietre per colpire un bersaglio posto al di sopra di una roccia con l’obiettivo di farlo cadere.
Da qui l’idea di creare uno sport con un bersaglio da colpire.
Il professore si rivolse con un semplice cenno del capo agli alunni fin lì rimasti rigorosamente in silenzio e uno di loro si affrettò a tirar fuori da un enorme sacco, che non avevo notato, un cesto in vimini, simile, se non uguale, a quelli che spesso vedevo utilizzare in tarda primavera per la raccolta delle pesche. Una volta estratto il cesto dal sacco lo porse nelle mani del professore e tornò nei ranghi dell’ordine fin lì mantenuto da tutti i diciotto alunni presenti.
Con estrema semplicità il professore spiegò la sua variante del gioco d’infanzia specificando come l’obiettivo fosse rappresentato da due cesti, uguali a quello da lui stesso tenuto in mano, da posizionare alle due estremità della palestra, all’interno dei quali doveva essere lanciato un oggetto che non aveva ancora ben identificato.
Per concludere il suo intervento il professore chiamò vicino a sé uno dei suoi alunni e lo pregò di dare una dimostrazione del tutto. Come detto non era ancora stato deciso l’oggetto da utilizzare, né in peso né in misura, quindi Willie, l’alunno scelto da Naismith per la simulazione, appallottolò alcune pagine del Triangle che trovò per terra e le lanciò con estrema precisione all’interno del cesto tenuto in alto da un suo compagno di classe.
In un istante l’idea stravagante di un professore canadese si trasformò in realtà.
Rimasi affascinato da quella dimostrazione.
Il nuovo gioco sembrava perfetto per gli alunni, sembrava perfetto per la scuola e finalmente sembrava poter essere perfetto anche per me.
Tutti i presenti, compreso il professor Gulik, si tolsero dal viso quell’espressione di sussiego e si congratularono per l’idea del professor Naismith affrettandosi ad avvicinarlo per stringergli la mano.
La riunione era stata un successo.
Tutti avevano accolto positivamente la proposta del nuovo gioco e Gulik lasciò carta bianca a Naismith per lo sviluppo del “Duck on a Rock”.
Immediatamente la palestra si svuotò lasciando in me tutto tranne che un senso di vuoto.
Nella mia solitudine abituale iniziai a pensare a come poter collaborare con il professor Naismith e i suoi alunni. Ero deciso a fornire un contributo importante, volevo essere in prima linea, un elemento essenziale per lo sviluppo del gioco.
Ma come fare ad interagire con tutti loro? Come farmi conoscere, spiegare le mie idee e contribuire allo sviluppo del progetto?
Ero talmente concentrato a pensare che non mi resi conto di non essere più solo.
La luce di un raggio di sole, che nel frattempo aveva lacerato le nuvole, attraversando la palestra, si rifletté sulle lenti degli occhiali rotondi appoggiati sul naso di una sagoma nascosta nella penombra e mi accecò per un attimo impedendomi di riconoscere la persona che mi stava di fronte.
Identificai la voce, quella del professor Naismith, proprio lui, che mi invitò a sedergli di fianco.
La nostra chiacchierata sembrò non dovesse aver fine quando arrivammo alla svolta: lui era il capo e io il suo soldato; lui la mente e io il braccio; il suo gioco era il fine ed io il mezzo.

10 febbraio 2020

Evento

Lunedì 10 Febbraio sarò ospite a Lunedì Sport su Radio San Pietro per parlare della campagna di crowdfunding del mio libro Ricordi al Canestro.
In onda alle 11 e alle 17

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Checco Rivano
Sono Francesco Rivano, sono nato ad Iglesias (SU) il 12/11/1980, ma vivo e sono cresciuto a Carloforte, unico centro isolato dell’Isola di San Pietro a Sud Ovest della Sardegna. Ho lasciato la mia isola solo per frequentare l’Università e ho conseguito la laurea in Economia e Commercio nel 2007. Dal 2011 lavoro stabilmente come impiegato presso uno studio contabile. Lo sport della mia vita è stato il calcio, che ho praticato fin da bambino, ma la vera grande passione, sbocciata in età adulta, è quella per il Basket. È stato proprio il Basket a spronarmi nella scrittura e da diversi anni collaboro come redattore con alcune riviste on line.
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