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E il tuo ricordo sarà mio per sempre

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Consegna prevista novembre 2019

È un brusco inizio di primavera per quattro ragazzi nell’età giovane alle porte dell’adolescenza.
Tutto ciò del mondo che li circonda, uomini, luoghi, sentimenti e paure, nutre in loro il desiderio di confrontarsi con una realtà che, da un giorno all’altro, non è più fatta solo di gioco e spensieratezza, ma anche di sacrificio, dolore e speranza.
In uno dei tanti quartieri popolari dell’immensa provincia che circonda Napoli, in mezzo agli anni Ottanta, due dei piccoli amici conoscono una giovane ragazza che, involontariamente, li conduce alla ricerca di risposte alle nuove domande che la vita e le sue emozioni, improvvisamente, pretendono.
Un giorno, la curiosità di un pomeriggio diverso e la persona sbagliata segneranno per loro l’inizio di una concatenazione implacabile e drammatica di eventi, che metterà a dura prova il loro storico legame di amicizia.
E da quel giorno la loro vita non sarà mai più la stessa.

Perché ho scritto questo libro?

Chiunque, almeno una volta nella vita, sente il bisogno improvviso di rivivere se stesso, quello che era un tempo, le emozioni di allora: quelle pure, semplici e inedite di ogni sentimento, di qualsiasi legame.
Ed è capitato pure a me, anche più di una volta.
Ho risolto immaginando, inventando e raccontandomi una storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo XVIII
(…) Gli raccontai la storia come andava raccontata, e lei non mi disse niente.
Arrivammo nei pressi della nostra scuola ma ci mantenemmo distanti, temevamo di essere visti gironzolare
intorno all’edificio prima della fine delle lezioni, così decidemmo di allontanarci verso un luogo nelle
vicinanze dove c’era un piccolo spazio all’aperto con un bellissimo prato verde.
Impiegammo pochissimo tempo per raggiungere quel posto, non era molto distante.
L’erba era curata e fresca, un tappeto di trifogli e di piccolissimi fiorellini colorati e margherite da campo.
Non c’erano panchine, ci accomodammo a terra usando gli zaini come piccoli appoggi per le nostre schiene.
Quel luogo era privo di qualsiasi frastuono umano, gli unici innocui rumori arrivano spenti da lontano: suoni
di clacson e il fracasso dei motori di veicoli pesanti.Continua a leggere
Continua a leggere

L’odore gradevole dell’erba fresca e il cinguettio degli uccelli che arrivava dall’alto di qualche piccolo
albero ci regalò un momento di serenità, quelli perfetti che solo la natura sa offrire.
Restammo per qualche istante in silenzio, contemplavamo lo spazio che ci circondava quando poi i nostri
sguardi all’improvviso si incrociarono e scoprimmo di essere imbarazzati.
Si rivelò un posto bellissimo.
Io e lei eravamo da soli, seduti vicino.
– Manca meno di un’ora, poi suonerà l’ultima campanella. Penso che dobbiamo avviarci un pochino prima e
cercare di confonderci tra gli alunni, dissi.
Sara dava un lento movimento circolare al palmo della sua mano che sospesa nell’aria passava sui fili d’erba,
sfiorandoli. Comparve una farfalla che iniziò saltellare sui piccolissimi fiori del prato, sembrava contenta di
farsi guardare mentre provava a poggiarsi sui petali più profumati.
– Io resterei qui fino a domani mattina, rispose.
Quella sua risposta mi sorprese, si aprì un varco nel mio stomaco.
Iniziai a fissare davanti a me, la farfalla era andata via, notai una lucertola sgaiattolare veloce per poi sparire
in una buca.
Non avevo una risposta, cercavo di trovarne una ma non ci riuscivo.
Lei si voltò dalla mia parte.
– Se vado a casa non saprei oggi più cosa fare. Preferisco rimanere qui ed ascoltarti parlare. Non so perché
ma quando tu mi parli, quando mi racconti le cose, io non mi sento più sola.
Continuava ad accarezzare il prato ma poi interruppe quel suo movimento circolare della mano. Le sue dite
si fermarono su di una margherita che era la più alta di tutte tra quelle che la circondavano.
Fece prese sullo stelo del piccolo e lungo fiore con l’indice e il pollice, lo strappò dal terreno, me lo
mostrava.
– Oramai ho imparato che questi piccoli fiori quando iniziano a spuntare così numerosi in tutti i prati
significa che la primavera è arrivata.
Iniziò a staccargli i petali, lentamente, uno alla volta.
– Chissà chi sarà stata mai quella persona che per prima ha compiuto questo gesto. Quella persona che, poi, si
è illusa per prima di poter chiedere al destino notizie riguardo all’amore che provava.
Le sue dita si fermarono, non tirò via più niente.
– Che sciocchi che diventiamo, disse.
Ci affidiamo a l’ultimo petalo di un fiore per sperare di sapere se quello che si prova sia tutto vero, che sia
reale, che esiste per davvero.
Avvicinò la piccola margherita al suo viso, la portò all’altezza dei suoi occhi.
Staccò l’ultimo petalo.
– O se non sarà niente, sussurrò. Tu l’hai mai fatto?
– Cosa?
– Quello che sto facendo io, strappare i petali alla margherita e sperare di sapere se l’amore esiste o meno?
– Sinceramente no, risposi un po’ imbarazzato.
Mi guardò perplessa, aggrottò la fronte. – Come no? Mi vuoi dire che non ti è mai piaciuta una ragazza al
punto tale da coinvolgerti emotivamente?
Mi pose quella domanda in modo molto serio, quasi pensasse che io provassi a mentire, ma le mie erano
risposte sincere.
No, gli risposi.
E dopo una brevissima pausa durate la quale lei non staccò il suo sguardo dai miei occhi, aggiunsi:
– Come te e Rino, no, mai.
Rivolse di nuovo i suoi occhi verdi alla margherita, poi guardò il prato, poi si guardò intorno.
– Se mio padre sapesse come è andata veramente tutta questa storia…se sapesse tutto quello che tu mi hai
raccontato…mi porterebbe via da qui in questo preciso istante ed io a Napoli non ci tornerei più.
– Cosa stai cercando di dirmi…che noi siamo sbagliati? Che Rino è un cattivo ragazzo?
– No, no sto dicendo questo. Voglio solo dire che come è fatto lui, se sapesse tutto quello che tu mi hai
raccontato adesso, qualsiasi spiegazione per convincerlo che in fondo Rino e i suoi amici non sono brutte
persone, sarebbe inutile. E forse anche chi ascolterebbe le sue ragioni, dopo aver ascoltate le mie, non gli
darebbe torto.
– Ho capito cosa vuoi dire, gli risposi.
Appoggiò aperte le mani sul prato, poi intimò una leggera presa, in fragili pugni racchiuse dei fili d’erba.
– Anche se c’è il sole è sempre fresca l’erba…sussurrò.
Poi all’improvviso contorse un braccio, lo portò dietro la schiena, afferrò il suo zaino, lo portò tra le sue
ginocchia, lo aprì. Tirò fuori un piccolo libro che sapeva di vecchio.
Lo sfogliava veloce, dava saliva all’indice mentre agguantava le pagine: “Ora ti faccio vedere una cosa…”
mi disse.
– “Ma che libro è?” gli chiesi.
– “Un giorno ero a casa da mia nonna, perdevo tempo in soffitta. Lei da anni in quel posto conserva tutto
quello che non usa più, non butta mai niente. Mi dice sempre che se uno impara a custodire quello che con il
tempo sembra non essere più utile potrà ritrovarsi a regalare un giorno a qualcun altro la fortuna di scoprire
di avere tra le mani, senza saperlo, qualcosa di importante.
C’erano molti libri e trovai questo.
Sembra un di libro di poesie, ma non lo è.
Molto di quello che c’è scritto sono semplicemente pensieri, idee. E di tutto non è indicata mai la fonte,
spesso sono in firmate in modo anonimo.”
La guardavo mentre agguantava le pagine, ascoltavo il fruscio della carta muoversi nell’aria.
Dava occhiate di lettura veloci.
“Eccola…”, disse all’improvviso.
– “Ma cosa?”, gli chiesi.
Si avvicinò, appoggiò la sua spalla alla mia, mi porse quel libro aperto.
La sua mano si allargò sulla pagina per poi ritirarsi e racchiudersi dietro all’indice: “Leggi questa parte, io ti
ascolto…”
Abbassai la testa, osservavo quello che lei mi indicava.
Era uno scambio di battute, parte di una conversazione presa da chissà dove e impressa su quella carta che
invecchiava di un giallo antico.
Il suo capo toccava il mio, potevo sentire il calore pulito del suo fiato, l’odore del suo corpo.
Iniziai a leggere.
– “Vorrei aiutarti, ti chiedo come stai e rimani in silenzio…”
– “Mi sento diverso.”
– “Cosa c’è di nuovo che prima non c’era?”
– “Penso di essere veramente innamorato.”
– “E cosa ti fa pensare di esserlo veramente?”
– “Non avevo mai sofferto così tanto.”
Smisi di leggere, un leggero soffio di vento cercò inutilmente di voltare qualche pagina, rialzai la testa.
Lei continuava a fissare quel piccolo vecchio libro che io avevo tra le mani, aspettavo che raddrizzasse la
testa anche lei e mi guardasse, ma non lo fece.
– Non riesco a sopportare l’idea che Rino stia subendo tutto questo per colpa mia. A volte mi sembra di
impazzire per questa cosa, mormorò a bassa voce, tenendo il capo ancora chino.
– Invece non è colpa tua, aggiunsi.
Rialzò la testa, mi guardò.
– Se io non fossi esistita tutto questo non sarebbe successo.
– Ma cosa dici Sara, smettila. Su dai, avviamoci che è tardi.
Puntò il suo sguardo in lontananza, verso la scuola. Iniziava a formarsi la folla di gente, i genitori in attesa
dei figli in uscita.
Tirò su le ginocchia, fino al petto, poi le racchiuse tra le sue braccia. Una sua mano accarezzò il viso, portò
via una lacrima che era venuta giù silenziosa.
Quello che rimaneva della piccola margherita era ancora tra le sue mani, frammenti di petali bianchi erano
attaccati al suo viso.
– Vedrai che poi Rino si riprenderà…starà bene, gli dissi. L’hanno detto pure i dottori stamattina, non è poi
un intervento così complicato quello che deve subire.
– Non è vero. Rino non sta bene ed io non me lo perdonerò mai.
– Lo so, ma poi si riprenderà…risposi in un estremo tentativo di ridurre la drammaticità delle sue giuste
considerazioni.
Abbassò la testa, la rinchiuse tra le sue braccia e le sue gambe.
Piangeva, singhiozzava, tremava.
Mi venne spontaneo appoggiargli una mano sulla spalla, gli attraversai i capelli per farlo.
Le sussurrai di farsi forza, che sarebbe andato tutto bene.
Ma lei non la finiva, non voleva smettere.
Mi alzai da terra, afferrai le sue braccia, la invitai ad alzarsi: dovevamo andare, era tardi.
Si riversò addosso, mi chiese di tenerla stretta e di non lasciarla per nessun motivo al mondo.
Mi ritrovai ad abbracciarla senza volerlo, le mie mani premevano sulle curve della sua schiena.
Il sole in alto si nascondeva dietro un cumolo di nuvole bianche frastagliate in forme strane da cui i suoi
raggi di luce filtravano impetuosi.

Vidi le ombre dei nostri corpi avvinghiati riflesse sul prato, erano perfette in quel mare di piccoli fiori. (…)

06 marzo 2019

Aggiornamento

E il tuo ricordo sarà mio per sempre
06 marzo 2019

Aggiornamento

Giornale di Monza

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Paolino Guerriero
Paolino Guerriero nasce a Nola, in provincia di Napoli, il 10 ottobre del 1974.
Dopo essersi diplomato in ragioneria si laurea in Economia e Commercio a Napoli.
Nel 2006 si trasferisce a Milano, dove attualmente lavora in un’importante multinazionale della grande distribuzione.
Sposato, ha un figlio di sette anni.
“E il tuo ricordo sarà mio per sempre” è il suo primo romanzo.
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