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A Rose To Remember

A rose to remember
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Consegna prevista Aprile 2021
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Nel 1996, a Buttercup City, città umida e dal fascino decadente, opera un’agenzia funebre chiamata A Rose To Remember, la quale si occupa anche di svolgere omicidi su commissione.
La morte di Clint Rose, capo e fondatore dell’agenzia, porta a tumulti e lotte interne per impossessarsi del comando, coinvolgendo anche individui che apparentemente sono estranei a una realtà simile e riportando a galla storie nascoste tra le pieghe del tempo.
Una donna a disagio con il ruolo che è costretta a ricoprire, un vecchio con le mani tremanti e un passato misterioso, un soldato fuggito dall’esercito perché accusato di crimini di guerra, un’assassina che uccide per amore, un detective privato che ha perso tutto sono solo alcuni dei personaggi che intrecciano le loro storie tra le pagine di questo romanzo noir, in cui la morte è un semplice business e viene adornata con fiori variopinti, che attraversano tutta la storia come spettatori e, in alcuni casi, come veri e propri protagonisti.

Perché ho scritto questo libro?

Per esorcizzare la morte e sfogare la rabbia. Perché desideravo raccontare una storia e mettere un po’ di me stesso in ogni personaggio, frammentando il mio essere. Perché sentivo il bisogno di creare qualcosa e distruggerlo. Perché è nato come un esercizio di scrittura creativa ed è germogliato come un fiore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I

RUDBECKIA

1.

Se c’era un posto in cui Clint Rose si sentiva al sicuro e privo di preoccupazioni era la sua serra, la quale si ergeva a poche decine di metri dalla sfarzosa villa di sua proprietà, posizionata su una piccola collinetta non troppo distante da Buttercup City.

Clint, distinto signore calvo afroamericano, era vestito, come di consuetudine, con uno dei suoi costosissimi abiti eleganti e guardava la pioggia battere insistente sulle vetrate della struttura. Amava stare lì con le sue piante, sentirsi parte di una natura così pura e innocente e poter guardare il mondo attraverso le pareti trasparenti tenute insieme da uno scheletro in ferro battuto. Con il dovuto distacco.

Inebriato dalle fragranze più disparate, poteva vedere, in lontananza, la silhouette della città nella quale era nato, quella Buttercup City dal fascino malinconico, in cui i giorni annuali senza pioggia si potevano contare con le dita di una mano. Fissava i grattacieli che si ergevano nel centro della città, come se in quei primi anni Settanta la modernità fosse fiorita come un germoglio su una strada asfaltata, dal momento che intorno c’erano solo piccole case e ruderi, carcasse di un passato ormai lontano e decadente. Nelle zone periferiche della città, invece, c’erano fabbriche che sbuffavano fumi che percorrevano tutte le gradazioni di colore che andavano dal nero al grigio e campi inquinati, dove, nelle migliori delle ipotesi, nascevano frutti velenosi. Il tutto, cosa ancor meno accettabile per Clint, era aggregato senza il minimo senso estetico.

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Il signor Rose aveva sempre visto quella città per quello che era: un cadavere in putrefazione sulle rive del Mississippi. Immaginava i suoi abitanti come piccoli vermi che scavavano nelle cavità del suddetto corpo, cercando di masticare fino all’ultimo millimetro di pelle commestibile rimasta, ma che, inevitabilmente, si sarebbero estinti quando sarebbero rimaste solo le ossa.

Le gocce di pioggia, che formavano qualcosa di simile alle macchie di Rorschach sulle vetrate della serra, riportarono Clint al presente. Uno sguardo al fiume, che procedeva la sua corsa noncurante delle sorti degli umani, per poi voltarsi verso il tubo di gomma che era arrotolato in modo ordinato al centro della serra. Si tolse la giacca del completo elegante e la poggiò sulla spalliera di una sedia, anch’essa in ferro battuto, posta lì vicino. Si arrotolò lentamente le maniche della camicia, coperta da un panciotto, con lo zelo di chi prende un semplice gesto come un rituale da completare alla perfezione.

Quando le maniche giunsero alla metà dell’avambraccio, estrasse la pistola che teneva incastrata nella parte posteriore dei pantaloni e la posò sul tavolino posto vicino la sedia, poi prese con la mano sinistra l’estremità del tubo di gomma e con l’altra ruotò il rubinetto.

Cominciò allora a dare acqua alle sue amate piante e ai suoi amati fiori.

Visto dall’esterno, quell’uomo che innaffiava le sue piante, emanava un senso di pace. Sembrava veramente che Clint Rose conoscesse il segreto della felicità e ne fosse ormai padrone, perché in quei momenti tutte le tare della vita erano solo echi distanti che sbattevano sui vetri della serra, esattamente come le gocce della pioggia di Buttercup City.

Quel giorno, però, qualcosa lo turbò all’improvviso.

Il rumore di un vaso che andava in frantumi interruppe il suo rituale sacro. Clint Rose si voltò immediatamente e scattò verso il tavolo dove riposava la sua pistola. Prima che potesse raggiungerla, però, vide una piccola sagoma fuoriuscire da un nascondiglio di fortuna: dei pianali che sostenevano vari vasi, dove c’era uno spazio vuoto lasciato da quello caduto a terra.

Clint riacquistò immediatamente la calma. Prese la pistola e la nascose rapidamente dietro i pantaloni.

La sagoma fuoriuscì dalla zona d’ombra.

Una bambina dalla carnagione poco più chiara della sua lo guardava dal basso con gli occhi gonfi di lacrime.

«Scusa, papà» dissero le labbra tremanti di quella creatura innocente.

Clint abbozzò un sorriso e poggiò un ginocchio a terra per arrivare con il volto alla stessa altezza dello sguardo di sua figlia, la quale indossava una salopette rosa e aveva i capelli neri e crespi raccolti in due crocchie.

«Che ci fai qui, Monica? Giocavi a nascondino con Tim?» domandando ciò, Clint posò una mano sulla spalla della bambina e si rese conto che era bagnata.

«No, papà…» rispose mortificata Monica, che abbassò lo sguardo e nascose gli occhi dietro i pugni. Le sue guance vennero rigate da delle lacrime.

Clint si alzò per un momento e prese la sua giacca, che poi poggiò sulle spalle della figlia.

«Sei buffa con la mia giacca addosso» disse allora Clint, cercando di far calmare la figlia.

Monica, invece, senza smettere di singhiozzare, continuò la frase che aveva iniziato in precedenza.

«Non stavo giocando a nascondino con Tim. Ti stavo spiando».

«Perché mi spiavi?» domandò sorpreso Clint.

Monica, allora, si stropicciò gli occhi e cercò di asciugarsi le lacrime il più possibile con le maniche fuorimisura della giacca, poi alzò di nuovo lo sguardo, incrociandolo con quello amorevole del padre e disse:

«Perché mi piace ascoltarti quando parli con i fiori».

2.

In quel mercoledì di ottobre del ‘96 sembrava che Buttercup City volesse dare una tregua a tutti i suoi cittadini, probabile contrappeso per la tristezza che già aleggiava nell’aria. Il cielo era nuvoloso e cupo, ma ancora nessuna goccia di pioggia aveva bagnato la città. Le lacrime, al contrario, erano già scese copiose.

La chiesa era gremita di persone eleganti vestite di nero. 

Il prete si ergeva al centro della navata e declamava le solite formule che accompagnano l’ultimo viaggio di qualunque mortale verso il regno dei cieli.

Monica era seduta in prima fila.

Alla sua destra c’era suo fratello Tim, con gli occhi lucidi e un’espressione di vacua rabbia disegnata sul suo volto.

Alla sua sinistra c’era sua madre, Vera Johnson Rose, la quale era disperata e piangeva in modo rumoroso, nascondendo il volto straziato dal dolore in un fazzoletto di seta bianco. La sorreggeva Darius Finnegan, socio di lunga data del compianto Clint Rose, che, nonostante si fosse pettinato e avesse indossato un vestito nero elegante, evitando così di indossare il suo solito cappello a tesa larga consunto e i vestiti sgualciti, aveva sempre l’aria di un clochard.

Tutti gli altri individui presenti nella chiesa piangevano o guardavano verso il basso con espressioni piene di tristezza.

C’erano molte personalità importanti della città: politici, poliziotti, ricchi imprenditori. Erano tutti accorsi a presenziare al funerale.

Monica, fino a quel momento, era riuscita a mantenere il contegno e a non sciogliersi in mille lacrime. Sembrava una figura angelica: gli zigomi sporgenti, gli occhi color nocciola che guardavano fissi verso una posizione indefinita nello spazio, le labbra carnose, i capelli rasati che lasciavano trasparire la forma perfetta della sua testa che si collegava a un collo esile e slanciato. Dalle orecchie pendevano due grandissimi orecchini dorati di forma circolare, che davano colore a quella sala immersa nel grigiore. 

Quando il prete terminò il suo sermone, la invitò a salire sul podio e a dire qualche parola. Solo lei avrebbe parlato durante il rito, era stato già deciso in precedenza. Il suo discorso era stato preascoltato da sua madre Vera ed era stato corretto insieme a Darius. Monica estrasse il foglio stropicciato da una tasca del suo abito nero e si diresse verso il microfono.

Nella chiesa regnava il silenzio. Risuonava solo l’eco dei colpi secchi dei tacchi di Monica sul pavimento freddo. Nel percorso, la ragazza, passò vicino alla bara di legno pregiato, adagiata poco sotto l’altare, e prese una delle rose del bouquet che era posato sopra di essa.

Salì lentamente le scale, cercando di mantenere ancora una dignitosa compostezza.

Una volta arrivata sul podio, evitò in un primo momento di guardare la folla e usò tutta la sua concentrazione per stendere il foglio sul leggio.

Diede due colpetti sulla membrana del microfono, il quale emanò un sibilo leggero. La ragazza sentì addosso il peso degli sguardi di tutti i presenti, ma si impegnò a cercare l’unico che la faceva sentire sicura, mentre carezzava delicatamente uno dei suoi orecchini.

Gli occhi verdi di una persona distante, poggiata a una parete vicino all’uscita della chiesa, le diedero sicurezza, tanto che riuscì ad abbassare di nuovo lo sguardo e a leggere il suo discorso.

La prima parola fu simile a un tappo simbolico, perché dopo di essa, la ragazza dalla pelle dello stesso colore del bronzo cominciò a piangere sommessamente, cercando di mantenere la compostezza che ci si aspettava da lei.

«Conoscevate tutti mio padre, Clint Rose…».

Le parole di Monica riecheggiarono nella chiesa sotto forma di onde sonore che rimbalzavano da una parete di marmo all’altra.

«Siete tutti a conoscenza del suo grande cuore, di come fosse sempre pronto ad aiutare il prossimo, di quanto abbia fatto per la comunità e per la città…».

Ci fu una pausa.

Monica sentiva il peso di ogni parola che fuoriusciva dalla sua bocca, come se stesse vomitando piombo.

Nel silenzio della chiesa si sentì l’urlo di dolore di Vera Johnson Rose, la quale poggiò ancora di più il suo peso sul corpo vecchio di Darius Finnegan.

Monica si fece forza e ricominciò.

«È difficile dire le parole giuste in momenti del genere. Ciò che ha colpito la mia famiglia è stata una vera disgrazia e Dio solo sa quanto io, mia madre e mio fratello siamo grati a tutti voi di essere presenti qui oggi a ricordare Clint, un grande uomo, un amorevole marito e un padre modello. Clint ha lasciato in tutti noi un ricordo indelebile, ma ci ha insegnato anche che il ricordo da solo non basta».

Monica fece un’altra pausa. Prese una rosa da un mazzo di fiori che era posto poco lontano dall’altare. La osservò e si asciugò le lacrime con un fazzoletto. Poi riprese.

«Come tutti saprete, papà amava i fiori e le piante, amava il loro profumo, il loro colore, ma più di ogni altra cosa, amava il loro significato. Ricordo che, da bambina, il mio passatempo preferito era spiarlo mentre innaffiava assorto nella sua serra, perché intavolava veri e propri discorsi con i suoi amati fiori. Una volta, avevo all’incirca sei anni, mentre ero nascosta a osservarlo… ahimé, feci cadere a terra un vaso di gerbere. Ero terrorizzata, perché pensavo che si sarebbe arrabbiato e mi avrebbe sgridata, invece si inginocchiò di fronte a me e disse che le gerbere simboleggiano l’allegria e che se facevo bene attenzione potevo sentire la loro voce che mi pregava di non piangere. Ci ho provato per tutti questi anni, ma io non sono mai stata in grado di sentire la voce dei fiori.

«Clint Rose sosteneva che noi umani abbiamo bisogno di simboli, di simulacri che rappresentino delle idee, dei sentimenti, delle emozioni. Era convinto che i fiori esistono per un motivo, che sono il mezzo che porta con sé queste idee, questi sentimenti, queste emozioni…».

Monica fece un’altra pausa. Annusò la rosa che teneva tra le mani e la strinse fino a farsi male con le spine.

«Ricordate mio padre come se fosse un fiore. Date un senso a quello che ha rappresentato per voi quest’uomo di nome Clint Rose, e conservate il ricordo della sua presenza nelle vostre vite come si accudisce un fiore in un vaso, curatelo, dategli l’acqua, coltivatelo, e ricordate il significato che porta con sé. Grazie di nuovo a tutti per essere qui a condividere questo dolore con noi».

Monica, finito quel discorso, prese il foglio stropicciato da sopra il leggio, macchiandolo con il sangue che fuoriusciva dai piccoli tagli aperti dalle spine della rosa.

Il cimitero di Buttercup City era un luogo che i Rose frequentavano molto spesso, dato il loro lavoro nel business delle cerimonie funebri, ma quel giorno fu più difficile del solito vedere la bara scendere nella fossa, posizionata, come da desiderio di Clint, in uno spiazzo isolato, circondato da alti e folti cipressi.

Monica fu la prima a gettare una rosa all’interno di quel baratro verso l’oblio, per poi allontanarsi senza voltarsi.

Quando fu distante qualche decina di metri dalla calca di persone accorse a dare l’ultimo saluto a suo padre, fu finalmente libera di piangere disperata. Cadde in ginocchio sull’erba umida. Cominciò a prendere a pugni il terreno e a ringhiare piena di rabbia, mentre le foglioline solitamente colpite dalle gocce di pioggia, venivano bagnate dalle sue lacrime.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Piacevolmente stupita da un genere letterario che di solito non preferisco! È proprio vero che allargare il proprio orizzonte e punto di vista non fa che arricchirci! Ecco perché consiglio questa lettura travolgente a chiunque desideri “semplicemente” un bel libro! I personaggi e, insieme i dettagli che li caratterizzano, non li scorderete facilmente!

  2. (proprietario verificato)

    Storia avvincente e ben scritta. Molto scorrevole, un racconto che ti proietta all’interno della vicenda…una storia diversa da tante altre! Intrecci e intrighi che tengono sulle spine il lettore.
    Personalmente, ha stimolato diversi spunti di riflessione su un argomento che molti tendono ad esorcizzare, particolare e azzeccato il simbolismo legato ai fiori. Lo consiglio!

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Lele Giacomi
Nato a Roma il 9 settembre del 1990, Emanuele Giacomi ama le storie, in ogni loro forma. Questa sua passione è quella che l’ha spinto a laurearsi in Lettere e a partecipare al corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Roma.
Coltiva tantissime passioni: pratica il Brazilian Jiu Jitsu, suona il basso elettrico e compone canzoni inedite, si diletta nel disegno, divora serie tv, libri e fumetti e appena ha la possibilità riempie la valigia e parte.
Quando non può viaggiare, lavora in un negozio di elettronica e ascolta le storie di persone provenienti da ogni parte del mondo.
È co-fondatore del Collettivo Effequattro, con il quale pubblica online brevi storie grottesche a capitoli da maggio 2020.
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