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Chi ha rubato l'aria al kite

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Consegna prevista Aprile 2020

Tensioni e apnee, tipiche di alcune pratiche sportive, si alternano all’indagine originata da un insolito ritrovamento. Sullo sfondo un lago. Zeno e il commissario Francesca affrontano questa nuova avventura senza negarsi un bagno di sentimenti, vivendo le angosce crescenti legate alla ricerca di spiegazioni per ciò che è accaduto. Zed, Nia e Robin sono i fedeli amici a quattro zampe, che si trovano a partecipare attivamente. Colpi di scena si alternano a momenti di suspance in un crescendo continuo.

Perché ho scritto questo libro?

L’ho scritto perchè è semplicemente accaduto. Ho iniziato un viaggio senza accorgermene e per strada mi sono reso conto di quanto stessi bene. Dare vita a storie e poterle condividere genera gioia in me. Amo raccontare di sport, quindi perchè non ambientare un giallo-thriller immerso nel mondo del kitesurf, senza scordare una dimensione intimista dei personaggi, coi loro fedeli amici a quattro zampe.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La luce del tramonto è strana, sembra debole, ma a guardarla nel suo centro fa male agli occhi. La serenità di questo momento è unica, sarà per la consapevolezza che durerà poco. Assorto, aspetto il buio. Lo sguardo cade a valle, in lontananza, sullo specchio d’acqua del grande lago, un puntino bianco si muove lento, credo sia una barca, è così lontana che un senso di isolamento mi corre lungo la schiena, direi un brivido. Mi fa capire quanto io sia solo, lontano da qualunque contatto, da qualunque contatto umano, di come un paradiso simile mi avvicini alla natura primordiale. Ora che sono solo non riesco a spiegare la sensazione che provo, come stessi galleggiando in una bolla d’aria, forse semplicemente mi sento più vulnerabile. È strano perché sono consapevole di essere il più forte in famiglia, tuttavia essere solo mi rende un po’ meno sicuro di me. Rita è andata in paese da diverse ore con Nia. I ragazzi sono dai nonni. Il sole ormai basso rende la vista meno acuta, le ombre cominciano a prendere il sopravvento. Non si muove un filo d’aria e il caldo si fa sentire, mi siedo sull’erba, è asciutta, e non tolgo lo sguardo dal lago, il puntino bianco si è perso nella striscia di lava che taglia in due l’acqua, non lo vedo più. L’erba, più che asciutta, è talmente secca che punge, mi prude, sposto le chiappe sul terreno a cercare sollievo. Un rumore sordo accompagnato dal fragore di un ramo che si spacca mi fa saltare in piedi. Cos’è stato? Giro solo la testa, verso il bosco, ormai regno delle grandi ombre. Non vedo nulla, la casa, distante quaranta passi, è silenziosa, tutto è spento, senza vita. Le finestre, diventate specchi, mostrano scorci del panorama esterno. Il bosco le arriva addosso sul lato corto, verso sud. Mi giro, lo faccio lentamente, rivolto al bosco, teso come la corda di un arco. Porto le orecchie in direzione degli alberi come antenne di radar. Penso per un attimo di correre in casa, ma non è così vicina, meglio capire. Respiro silenziosamente, non voglio confondere eventuali suoni. Sussulto quando percepisco un rumore di sfregamento, vicino alla casa. Sforzo gli occhi e vedo un pino muoversi, coordinato al rumore. Non è un albero basso, ma ha il tronco ancora abbastanza sottile, comunque non può certo essere uno scoiattolo a muovere un pino come un legnetto. A questo punto vorrei rifugiarmi in casa, ma quel maledetto albero è decisamente più vicino di me alla porta, come un guardiano all’ingresso. Ora che la sua luce mi servirebbe più che mai, il sole mi sta abbandonando, e come se non bastasse al crepuscolo vedo davvero male. L’unica informazione che ho è che c’è qualcosa o qualcuno di grosso a pochi metri da me, riesce a spostare un albero ma io non lo vedo. La cosa non mi fa stare bene. Gran parte del terreno che ho alle spalle finisce su pareti rocciose a picco per diversi metri, non è una scelta sensata andare in quella direzione. Penso non mi abbia visto. Mi sposto lento e subito ho la netta sensazione che ora mi stia fissando. Mi ha individuato. Intravedo qualcosa di lucido, grosso, che sporge dal cespuglio di mirtilli vicino al pino, sembra una palla con due fori: è un naso ed è avvitato a un cranio enorme. Un orso. Avanza, rende impossibile la ritirata in casa, neanche se mi lanciassi a tutta velocità nella porticina bassa, la basculante per cani, riuscirei nell’impresa. So che è aperta, ma non è una grande idea sfrecciare davanti al muso di un orso, e men che meno a quello di un’orsa nel periodo in cui probabilmente ha dei cuccioli con sé. La testa gigantesca mi fissa e balla da destra a sinistra come un pendolo, non penso sia un buon segno, avanza di qualche passo ed è una certezza: mi ha visto e mi sta puntando. Non ho alternative, mi muovo cauto, verso la mia sinistra, le mostro il fianco, non distolgo lo sguardo, ho abbassato il mento, incurvato il collo. I quadricipiti si sono caricati a molla, pronti, l’adrenalina ha chiuso ogni vaso superfluo e il sangue potente arriva ai muscoli più grossi.

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   Devo affrontare un gigante e non ho altro che me stesso. L’unico vantaggio che ho è di conoscere ogni cespuglio, albero e anfratto dei dintorni, sono a casa. Scatto in avanti, mi allontano tracciando un semicerchio, e rientro più veloce che posso all’altezza delle zampe posteriori della bestiona, azzanno con timore, mollo e salto dalla parte opposta, ha funzionato, lei urla di rabbia e dolore, bramisce, i suoi colpi sono andati a vuoto. Ha funzionato, ripeto, mi sento fiero del mio pelo alto sulla schiena. Ho perso il controllo, è battaglia, la aggredisco, mordo e scappo. Funziona. Il sapore di sangue mi rinvigorisce, esagero e affondo un morso, un morso potente, come un lupo, spingo 200 kg per ogni centimetro di dente. Le ho concesso due secondi di troppo e vengo travolto dalle unghie lunghe e affilate, rotolo a terra uggiolando, l’odore del mio sangue si mischia al suo. Lei si alza sulle zampe mostrando la potenza del suo genere, unica, spaventosa. Mi rialzo, dolorante, con grande affanno. Il pelo folto e grigio imbrattato di sangue, terra e foglie mi conferisce un aspetto poco elegante. Qualcosa distrae la mia avversaria, ancora alta su due zampe emette un bramito diverso, acuto, sta chiamando i suoi cuccioli, che rispondono, sono vicini. Si gira e lenta se ne va, ha vinto. Non potevo sperare in meglio. Annuso l’aria e velocemente infilo la porticina, mi rifugio in casa, vado in cuccia e cerco di leccarmi le ferite. La fuoriuscita del sangue è rallentata dall’impasto, dallo sporco. Non riesco a calmare il respiro, mi pare di essere in un forno, respiro a bocca spalancata.

Capitolo 2

La piazza di Arco è un posto rumoroso. Affollata di stranieri, turisti, bikers, climbers, velisti d’ogni genere. Aspetto Rita, l’idea è quella di una seratina romantica, iniziando con un aperitivo, senza figli. Seduto al bar di fronte alla chiesa grande respiro aria di festa, turismo ad ogni tavolo, volti diversi tra loro per cultura, atteggiamento.

Resto stupefatto dalla quantità di suoni, non riesco a sentire la voce dei miei vicini di tavolo, distanti poco più d’un palmo di mano. Le casse del pub più vicino spingono su classici rock anni Novanta. Due pub più in là un concertino, dall’aspetto scolaresco, invade lo spazio circostante, pianola, basi registrate e improbabile voce che tenta di imitare colossi del melodico italiano anni Settanta. Ho scelto il terzo bar proprio perché più lontano dalla great compilation of sounds che gli altri offrono. Mentre rifletto su tutto questo casino vengo investito da un bilione di decibel campanari. Come ormai accade in molte piazze italiane il suono è invadente, penetrante. Le campane in bella vista sono immobili, centinaia di chili di bronzo inutilmente fermi. Vantano solo la loro bellezza, la voce è in playback. Forse per questa festa il regista, eccezionalmente, decide di andare avanti per alcuni minuti, trasformando la piazza in un mare in tempesta sonora, frastornante. Be’, non male, per fortuna sono ancora solo. Torna la pace relativa dei precedenti inquinanti sonori, orrendamente mischiati fra loro, privati reciprocamente della grazia loro concessa, almeno quella che gli riconoscerei ascoltati uno per volta. Rita con il suo passo elegante e il portamento deciso attraversa il piazzale, al suo fianco Nia. Fiero lupo cecoslovacco. Sono una coppia che fa alzare gli sguardi di tutti, belle e signorili. Rita spazia con lo sguardo cercandomi. Alzo un braccio, mi vede, mi viene incontro e ci baciamo. Tempo di chiedere come sia andato il pomeriggio e un rullio di tamburi prende il sopravvento sugli altri rumori. Tre ragazzotti con grancasse arrivano dritti verso di noi. Hanno visi seri, costumi antichi, non paiono divertiti, pestano come fabbri sulla pelle bianca e usurata. Uno di loro è in difficoltà e continua ad andare fuori tempo, sarà l’ansia da pubblico. Nia si spaventa, abbassa la coda, si ritrae, cerca un riparo inesistente fra le mie gambe. Tutto sommato questo mix di suoni ha una certa coerenza col resto dell’invasione barbarica precedente. Girano l’angolo e penso d’aver visto tutto. In lontananza si continua a sentire il rullio e nel giro di pochi minuti è di nuovo vicinissimo, eccoli. Ora, se non altro, sono seguiti da un lungo corteo di coppie, anch’esse in costume, rappresentanti tutte le casate nobiliari dei dintorni, suppongo. Penso fino a qua tutto bene, e sussurro “aperitivo super romantico” mentre mi sento precipitare esattamente come nel film L’odio. Sprofondo negli occhi di Rita che mi ha letto il labiale e ridiamo, non riusciamo a sentire neanche le nostre parole, mimando ci comunichiamo che prima o poi riusciremo a conversare.

Ci conosciamo da dieci anni e da nove abbiamo dato vita a Pietro. Dubbiosi della squadra a tre abbiamo ottenuto Gaia, che ora ha sei anni.

Non riuscendo a comunicare con lei il cervello viaggia tra considerazioni e ricordi. Stasera i ragazzi sono a casa dei nonni, Rita ha portato Nia con sé a lavoro per farle fare un’ecografia e delle radiografie, aspetta cinque cuccioli. Amiamo questi animali dall’aspetto così selvatico, paiono lupi a tutti gli effetti, spesso vengono usati in film, documentari e pubblicità. Recitano. Noi godiamo del solo piacere di vivere con loro. Il carattere è schivo e sono molto sensibili al rumore, l’abbiamo portata nel posto giusto stasera, mi dico. La fiducia che ha in noi è totale e questo le permette di affrontare le sue debolezze e paure, siamo il suo branco.

Decidiamo di cambiare aria e tipo di colonna sonora. Saliti in macchina ci avviamo per la valle, in direzione di Trento, abbiamo optato per una banale pizza, in un contesto silenzioso e meno mondano.

31 luglio 2019

La Lomellina

Parlano di Chi ha rubato l'aria al kite nella sezione cultura di "La Lomellina".
29 luglio 2019

Aggiornamento

25 luglio 2019

Aggiornamento

Le storie di Zeno
nel nuovo libro
di Paolo Morabito
La scrittura come unica forma di evasione dai ritmi frenetici del lavoro. Paolo Morabito (nella foto), 50enne vigevanese, da più di 20 anni neurochirurgo e ortopedico per cani e gatti, ha già pronto il suo nuovo romanzo. S’intitola “Chi ha rubato l’aria al kite”. Ma di questi tempi per stamparlo ci vogliono i crowdfunding, le raccolte di denaro su internet. «L’editore, Bookabook - spiega Morabito - propone una nuova forma di talent scout, basata sulla capacità di trovare dei sostenitori che acquistino il libro o l’ebook in anticipo. Il primo obiettivo è arrivare a 200 copie affinché l’editore proceda alla realizzazione della copertina e alla stampa del manoscritto, oltre alla promozione. Al momento sono passati 25 giorni su 120 disponibili e ho avuto 100 pre iscrizioni, a quanto pare un bel numero». Il protagonista della storia è sempre lui, Zeno....

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    letto tutto di un fiato, coinvolgente, diretto e veramente descrittivo nei particolari dei principali attori, delle loro paure ed emozioni. Una linea di noir ben tracciata dal primo capitolo che conduce tutto il libro con un piacevole intreccio dedicato ai 4 zampe tanto amati dal veterinario / scrittore Paolo. Complimenti Paolo, mi hai stupito ancora – libro sicuramente consigliato per una lettura estiva e rilassante

  2. (proprietario verificato)

    La storia conquista da subito e ti costringe a voler leggere il libro tutto d’un fiato. Gli ambienti e i personaggi sono vivi e te li ritrovi a muoversi e ad agire davanti al tuo sguardo, mentre gli occhi corrono tra le pagine grazie a uno stile fluido e vivace, che non solo rende vivo quel che accade ma che si fa fatica ad abbandonare quando le esigenze di tempo ti costringono a sospendere la lettura.
    Gli avvenimenti si sviluppano su piani apparentemente paralleli, attraverso la voce di più personaggi, per poi legarsi e intrecciarsi fino ad arrivare alla risoluzione della vicenda. La base dell’intreccio è tinteggiata di “giallo” e quindi non si può rivelare più di tanto, semplicemente va letta.
    Ho conosciuto il Paolo Morabito scrittore da poco tempo ed è stata una vera scoperta. Non sono parole dette tanto per dire o per compiacere l’autore, provate a immergervi nella storia e lo giudicherete da voi stessi. Io ve lo consiglio.

  3. (proprietario verificato)

    La narrazione è fluida e coinvolgente. Si ha l’impressione che una videocamera si sposti nei luoghi dove la storia si svolge. La piattaforma “noir” si sostiene grazie ad una elegante e profonda definizione dei personaggi (anche di quelli a quattro zampe!). Abbiamo letto opere peggiori firmate da autori blasonati.

  4. (proprietario verificato)

    Piacevole commistione di elementi narrativi ritornano in questo scritto come nel primo, fornendo una genuina e personale impronta dell’autore. Abile e sentita la descrizione degli spazi, dei luoghi: facile esserne trasportati.buona lettura, dunque…

  5. (proprietario verificato)

    Leggendo il libro, il lettore crea una scenografia di luoghi e fatti tutta sua. I personaggi sono ben strutturati, e la storia intriga da subito. Leggiamo della “comunità” dei kiters dove tutti centrano con tutto… Non manca un pizzico di amore travagliato, e la saggezza di un pelosotto. Romanzo completo di tutto il necessario per appassionare.

  6. (proprietario verificato)

    Il primissimo è stato Il volo di Anna, poi ritirato.Attualmente L’aria di sonia è in finale al torneo letterario “Ioscrittore”….. e in tutti il protagonista è Zeno, ovviamente anche in quest’ultimo…. buona lettura

  7. attenzione, il primo lavoro di Paolo si intitola “il volo di Anna” non l’aria di Sonia

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Paolo Morabito
Paolo Giuseppe Maria Morabito, nato a Milano nel 1968, è un Medico Veterinario. Nella sua vita ha scritto su quotidiani locali, parlando di salute ortopedica di cani e gatti. Per quanto riguarda la sua attività di romanziere, il suo libro "Chi ha rubato l’aria al kite" è in crowdfunding con bookabook, mentre l'altre sua opera, "L’aria di Sonia", è attualmente in finale al torneo letterario “Ioscrittore”. Appassionato di montagna, pratica attivamente arrampicata sportiva, alpinismo, sci alpino e kite surf. Attualmente è referente ortopedico per diversi centri veterinari nel nord Italia e titolare del centro veterinario CTO di Vigevano.
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