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Lucia Sassi è un magistrato di successo. Stimata dai colleghi, ha una vita privata felice e una salute invidiabile.
La carriera e la gioia di vivere la portano sempre in giro per l’Italia, fra le visite alla madre, la casa al mare, le escursioni in montagna e gli impegni lavorativi. Le sue giornate sono piene di energia e di colori, finché un terribile evento non le sconvolge l’esistenza perfetta.
Senza alcun preavviso, senza che si possa fare qualcosa per evitarlo, un ictus la confina in una parziale immobilità che solo il tempo e la fisioterapia potranno lentamente ammorbidire.
Lucia non ha scelta. Indietro non può tornare, e davanti a lei la strada è tutta in salita, ma le difficoltà e il dolore non le impediranno di continuare a fare ciò che ha sempre fatto: andare avanti.

PREFAZIONE
Le pagine che state per leggere sono state scritte a quattro mani.
Due (anzi, una sola) hanno suggerito la storia; altre due l’hanno scritta.
Si parte dalla medicina narrativa che racconta la fatica della malattia e, aiutando a superarla, prova a trasmettere ad altri la stessa forza.
Nella vicenda del libro, come nella vita, c’è un giudice che non si arrende a una sentenza sfavorevole della scienza medica e sceglie di ricorrere in appello e in Cassazione.
Il racconto ha dunque spunto autobiografico, ma in realtà nella figura della protagonista, Lucia Sassi, c’è la sintesi della psicologia di due persone diverse, amici da una vita.
Anna Canepa e Pierpaolo Vargiu si sono incontrati da bambini mentre erano in vacanza in montagna e si sono riconosciuti simili.
È nata un’amicizia speciale, a prova di labirinto della vita.
Hanno fatto percorsi diversi e hanno sempre vissuto in città lontane tra loro, eppure “per caso” non si sono persi mai.
Forse, non solo per caso.

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CAPITOLO 1
Lucia Sassi, con il passo nervoso, misurava ancora una volta il perimetro della sua stanza al secondo piano del Palazzo di Giustizia.
Fuori, Milano si svegliava nell’alba: i turnisti della notte stavano rientrando a casa, mentre i bar sollevavano le prime saracinesche e proponevano tazze di caffè fumante.
A quest’ora il Palazzo sarà quasi deserto, pensava tra sé Lucia. Quelli della scorta mi avranno maledetto anche oggi per la levataccia.
Aveva sorriso, perché sapeva che non era vero.
In fondo, i suoi “angeli custodi” preferivano la sua normalità eccessivamente mattiniera rispetto ai tic, alle manie, al rapporto rigido e povero di umanità di qualche suo collega.
E Lucia iniziava volentieri a lavorare presto.
Le piaceva uscire di casa di primo mattino, godendosi la luce soffusa e tenue d’inizio giornata che, pian piano, spegneva i lampioni della notte.
Scivolava silenziosa e puntuale dentro l’auto che l’aspettava sotto casa e, scambiato il saluto con gli agenti, si immergeva nei suoi pensieri mentre la vettura filava veloce a destinazione.
Il Palazzo di Giustizia l’aspettava brutto e maestoso, un mostro del tutto familiare.
Lucia entrava da uno degli ingressi secondari e raggiungeva la sua stanza, il loculo dove spesso rimaneva tumulata sino a sera, sommersa dalle scartoffie che erano la parte meno affascinante della giustizia.
Eh sì, magari qualcuno fuori si immaginava i giudici con la spada sguainata, pronti per punire l’ingiustizia. Oppure li vagheggiava calati dentro improbabili panni investigativi da telefilm americano.
Forse (non se lo ricordava bene neppure lei), quello era stato anche il suo storytelling, mentre studiava come una matta per preparare l’esame per la magistratura, un secolo prima.
Ora invece sapeva bene come funzionava: il tempo non le aveva tolto la passione, ma aveva smantellato ogni romanticismo. Fare il magistrato era un lavoro di sacrificio.
Procedure, cavilli e codicilli, più che confronti all’americana e intuizioni geniali dei RIS.
Dovunque girasse lo sguardo, faldoni facevano bella mostra di sé in ogni angolo della stanza, insinuando nel cervello di Lucia un sottile senso di inquietudine.
Ma dove mai troverò il tempo?
Aveva misurato nuovamente la stanza.
Cinque passi dalla scrivania alla finestra. Come il giorno prima e quello prima ancora…
I suoi occhi avevano cercato la città, fuori dall’ampia vetrata.
Milano si svegliava e lei doveva prendere decisioni per il suo lavoro.
Decisioni importanti?
Meglio non gonfiarsi troppo il petto. Meglio non sentirsi al centro dell’universo, meglio non provare neppure per un istante quel brivido di onnipotenza che era il rischio e la rovina della sua professione.
Quante volte lo aveva ripetuto nei convegni?
“Noi magistrati siamo strumenti intelligenti della giustizia, non giustizieri.”
Quanto dista da qui la caserma Poggi di Lambrate?
Poco più di un chilometro, ma nella testa di Lucia il Palazzo di Giustizia e la caserma Poggi quasi si sovrapponevano. Quanti interrogatori… quanti sopralluoghi… quanta pressione psicologica…
A lei e al suo collega Alessandro era capitata una parte difficile: insieme, avevano dovuto sostenere l’accusa contro i no global per i disordini della TAV, con un processo che a qualcuno era sembrato troppo veloce, troppo esemplare, troppo tutto.
Dai, non esageriamo con le ansie. Alla fine è un processo difficile come tanti altri. In questo caso si tratta soltanto di far avere la giusta pena a quegli scalmanati che hanno messo a ferro e fuoco la città.
Lucia aveva scosso la testa.
Non era affatto così semplice.
In quei disordini erano morte due ragazze poco più che ventenni, ed era in corso un’inchiesta che aveva ormai accertato gravi episodi di violenza da parte della polizia nei confronti dei fermati alla caserma Poggi.
L’opinione pubblica si era spaccata in due: per qualcuno la polizia aveva infierito nei confronti di un branco di ragazzi più chiassosi che violenti. Altri, all’opposto, chiedevano il massimo rigore contro i pericolosi delinquenti.
Insomma, da entrambe le parti si chiedeva giustizia esemplare, che quando è esemplare rischia di non essere più giusta, e di diventare anzi politica…
È inutile che mi improvvisi sociologa, ed è ancora più stupido che pensi di essere l’arbitro di una sfida tra tifoserie. Non devo farmi tirare la giacca, ma solo applicare la legge, come se vivessimo in un Paese normale.
Già. Chissà se mi capiterà mai di vivere in un Paese normale, dove ci sia una via di mezzo tra i giudici eroi e quelli azzeccagarbugli.
Basta. Devo decidere.
Di scatto, aveva afferrato la cartella colma di fogli dove aveva annotato minuziosamente gli elementi più importanti dell’indagine e si era seduta alla scrivania, davanti al computer acceso.
Aveva lanciato l’ennesimo sguardo svogliato sugli appunti troppo fitti e, improvvisamente, le era venuto in mente che, da tempo ormai immemorabile, aveva smesso di scrivere a mano.
La sua grafia era sempre stata pulita, elegante, arrotondata.
Non le piaceva quel tratto, le sembrava troppo banale, troppo da ragazzina.
I computer l’avevano tolta dall’imbarazzo.
Aveva da anni buttato via l’ultima Bic con il cappuccio rosicchiato e si era abituata a picchiettare la tastiera con le dita magre e sottili.
Uffa, mi sto di nuovo distraendo. Smettiamola con i diversivi.
Aveva preso in mano la prima pagina del malloppo per rileggerla ancora una volta.
Ma non ce n’era bisogno, conosceva a memoria il contenuto di quella e delle pagine seguenti.
Ora c’era soltanto da prendere la decisione, quella giusta.
Mica roba da poco.

28 Dicembre 2019

Il Secolo XIX

Su Il Secolo XIX di Genova si parla della campagna di crowdfunding Sana come un pesce di Pierpaolo Vargiu e Anna Canepa.  

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Pierpaolo Vargiu e Anna Canepa
Pierpaolo Vargiu è nato a Cagliari nel 1957. Vive a Cagliari. Fa il medico e si occupa di politica. È stato consigliere regionale e parlamentare. Aveva due fratelli, entrambi morti prematuramente. È convinto che la parte migliore debba ancora venire.

Anna Canepa è nata a Sanremo nel 1959. Vive tra Genova e Roma. È un magistrato della Direzione Nazionale Antimafia. È stata ai vertici associativi della sua professione. Nel 2015 ha avuto un ictus. Sta cercando di convincersi che la parte migliore debba ancora venire.
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