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Consegna prevista Giugno 2020

Lucia. Una posizione sociale invidiabile, tanti affetti. Una vita di corsa, ma piena di colori, felice. Iperattiva, empatica e sana come un pesce.
Certo, il mondo può cambiare in un istante, lo sappiamo bene. Vale per tutti: basta un incidente stradale, un gratta e vinci fortunato, la passione travolgente per un uomo….
Oppure un ictus, come è capitato a me, Lucia. Che ero convinta che succedesse sempre e solo agli altri. Poi, per una volta nella vita, l’altro sono stata io. Si entra in un tunnel cupo e si viaggia lenti, sempre da soli, senza certezze. Sai soltanto che indietro non si può tornare. E non sai bene come si fa ad andare avanti… anzi non sai neppure se si possa andare avanti… Eppure, quando meno te lo aspetti…

Perché ho scritto questo libro?

È più facile provare a ribaltare la domanda. Quali sono i motivi per cui sicuramente non l’abbiamo scritto? Facile: intanto non pretendiamo di diventare famosi e neppure di diventare il fenomeno-rivelazione della narrativa italiana. Però avevamo qualcosa di carino da raccontare. Ci siamo divertiti a farlo. Ora ci interesserebbe scoprire se ciò che piace a noi può piacere anche ad altri.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A Capri, dalla finestra spalancata della stanza d’albergo, si infila il profumo di limone della primavera. Dentro, lo specchio riflette una figura femminile che rifinisce con cura il proprio aspetto. Si sposa una collega e io, Lucia Sassi, magistrato in carriera, non voglio certo far brutta figura con i dettagli.

Non mi piace non essere all’altezza: forse mi porto ancora dietro le tante insicurezze di quando ero bambina. Però so che oggi non mi posso permettere sbavature. Essere una “donna di successo” obbliga a sacrifici: li accetto senza lamentele, non ci sono onori senza oneri.

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Intendiamoci: non mi sento “in carriera”, non ho traguardi speciali ancora da raggiungere, anzi, so di dover ringraziare. Intorno a me, vedo le miserie e le sofferenze del mondo e sono assolutamente consapevole delle mie fortune. A cinquantacinque anni mi sento realizzata. Ho un marito che mi adora e mi lascia libera, perché tiene alla sua libertà. Faccio il giudice con immensa convinzione, ma senza nessuna arroganza, né superiorità morale e mi sento apprezzata dai colleghi (quanto è difficile!) che mi hanno addirittura affidato il compito di rappresentarli. Certo, corro come una trottola dalla mattina alla sera, ho la mamma a Venezia, il marito a Genova, il lavoro a Roma e le conferenze in giro per lo Stivale, però, grazie a Dio, sono sana come un pesce e, ogni volta che faccio le analisi e i controlli, il mio medico ride e dice che il malocchio dei malavitosi su di me proprio non prende.

E come farebbe a prendere? Sono magra e faccio palestra. Sotto la pelle, i muscoli dell’addome disegnano un’invidiabile tartaruga. Colesterolo e zuccheri non so cosa siano. La pressione è perfetta e giro per la montagna di Sambuco, saltando come se fossi uno stambecco e persino seminando i giovanotti della scorta.

E poi, ho la Sardegna, la mia amata Sardegna. Ecco si, c’è una cosa a cui non rinuncerei per tutto l’oro del mondo ed è la mia lunga nuotata liberatoria, contro tutte le tossine dell’universo, nel mare cristallino di La Maddalena… magari a settembre quando gli invasori d’agosto se ne sono andati via….

Mi ha tradito. Mi sembra impossibile, non riesco a crederci, ma il mare di La Maddalena mi ha tradito. C’era il sole, quello un po’ basso di settembre, che gioca a carambola sul tappeto d’azzurro senza vento e io nuotavo sul fondo come un pesce, libero e felice. Poi la lama, il dolore, mi ha costretto a risalire per prendere aria. Il pelo dell’acqua era lontano, ho avuto paura di morire. Ho sentito l’aria, l’ossigeno liberatorio che entrava nei miei polmoni e mi restituiva la vita. Ma non c’erano più i colori forti di fine estate: intorno a me tutto era bianco, anche le facce degli altri bagnanti che io guardavo carica di interrogativi. Perché sono in ospedale? 

O forse stavo rientrando dalla ascesa a Cima Malpezzi, nel silenzio del verde alpino interrotto dal rumore dell’acqua che ride giù dai ghiacciai, quando il dolore per lo scarpone da trekking troppo stretto è improvvisamente esploso nella mia testa. Che faccio, mi levo lo scarpone? Avete per caso una garza medicata? State tranquilli, non ho bisogno di niente, basta un cerotto e una sosta sulla sponda del laghetto. Non ho certo bisogno di infermieri e dottori. Meno che mai di un ospedale….  

Perché sono in ospedale? 

Ictus, mi dicono, hai avuto un ictus. Ma come è possibile? Io sono sana, sono sana come un pesce! L’ictus ce l’hanno i vecchietti tremolanti prima di morire. Io invece sono giovane e forte, vi state sbagliando. È uno scherzo di cattivo gusto, è un film che non mi piace, per favore riportatemi a La Maddalena, voglio fare il bagno, sta finendo l’estate e io non ho più ferie, devo tornare al lavoro, che non può fare a meno di me.

Però è tutto strano. La gamba destra non funziona. Non obbedisce, non mi appartiene più. E anche il braccio, la stessa cosa. Forse se mi riaddormento, posso risvegliarmi dall’incubo. Che invece non passa, me ne devo fare una ragione: sono in ospedale, ho avuto una malattia degli anziani anche se sono giovane e sana. Va bene, devo provare a ragionare, non devo farmi prendere dal panico. Vediamo cosa fare per accelerare le cose: io ho fretta, devo uscire al più presto da qui, il mondo fuori non può girare senza di me.

Sono trascorsi tre mesi dentro il mio girone infernale. Ho dimenticato trucco, tacchi e tailleur. Niente televisione, né Ipad: possono causare emozioni e sbalzi di pressione. Visite con il contagocce perché non devo stancarmi. Solo fisioterapia, tanta fisioterapia, come un carcerato, mandato ai lavori forzati da innocente. Quanto tempo impiegherò per tornare come prima? Ma potrò mai tornare come prima? I miei colleghi magistrati hanno già imparato a fare a meno di me: mille pietose bugie e reticenze. Il mondo, che senza di me non è lo stesso, si è già fatto una ragione della mia malattia. Io no, sento solo rabbia e impotenza. I medici dicono che per fortuna l’ictus non ha toccato il cervello, per cui, secondo loro, penso e ragiono come prima. Ma come faccio a pensare come prima? Ma siamo sicuri che sia davvero una fortuna che l’ictus non abbia toccato il cervello?

Sono trascorsi nove mesi e sono ancora in Ospedale. Sugli alberi, nel parco dell’ospedale, stanno ricrescendo le foglie che avevo  visto cadere. La natura cambia pelle, è in continuo movimento. Io invece sono ferma. Metà del mio corpo è quasi immobile, nonostante mi sia massacrata di fisioterapia.  Mi hanno mandato a casa per le vacanze di Pasqua. Sulle mie gambe? Macché, mi hanno trasportato nella pancia di un’autoambulanza, come un invalido, come un pacco. Quasi mi vergogno del mio stato, come se l’ictus fosse una punizione divina, non una disgrazia. Lucia. Ha avuto un ictus, è viva per miracolo, ma è semiparalizzata.

Sandro fa il medico e vive a Cagliari, oltre il Tirreno. Il cellulare che squilla porta un piccolo brivido di piacere. “Da anni, non sento Paolo, il fratello della mia amica Lucia: che piacere riascoltare la sua voce, magari è in Sardegna e possiamo trascorrere qualche ora insieme!”. “Sandro, devo darti cattive notizie. Lucia ha avuto un ictus, è viva per miracolo, ma è in ospedale, semiparalizzata, un disastro”. “Ma cosa dici, Paolo? L’ho vista a Roma, stava per andare in vacanza: in tiro come sempre. Malati ne vedo ogni giorno e non mi sbaglio, lei è il ritratto della salute!”. “Sandro, è stato tutto improvviso, dobbiamo solo pregare che sopravviva e che i danni non siano irrimediabili!”

La continuità territoriale. Avete presente cosa voglia dire muoversi d’estate dalla Sardegna? E cosa significhi arrivare in capo al mondo, all’Ospedale di Chioggia? Sono in treno e rivedo il film della mia vita, l’amicizia con Lucia che è lunga quanto le rotaie per arrivare a Venezia, l’incontro della prima volta in montagna, le mille lettere tra adolescenti, la tenerezza che non ci ha abbandonato mai, gli incontri da grandi, le tante volte che ci siamo persi e ritrovati, come se un filo invisibile avesse legato due esistenze così diverse e lontane…

Neuroriabilitazione dell’Ospedale di Chioggia. Tra pochi istanti sarò nella sua stanza. Qualche minuto e mi manderanno via, non devo affaticarla. Ma devo almeno capire… se è ancora lei. Entro e il disastro mi salta addosso, quasi mi mangia vivo. Lo sguardo di Lucia sembra assente, nemmeno mi riconosce. Poi sento la voce, la sua voce, mi viene da piangere, ma devo resistere, non le serve certo la mia compassione. Mi racconta tutto, è proprio arrabbiata. Ma almeno non è arresa, meno male! Sono nuovamente in treno, torno in Sardegna, come sempre sarò lontano, non posso fare niente per Lucia. Per la mia amica di penna di quando eravamo piccoli. Chissà da quanto tempo ho smesso di scrivere a mano: dalle ricette alle perizie, ormai faccio tutto con il computer. Le sue lettere cancellavano le distanze che ci separavano. E se provassi a farle compagnia, scrivendole come un tempo?

Matto di un Sandro! Ho faticato qui in ospedale a spiegare che non era né un fidanzato, né un amante, che io ho un marito titolare che mi calza a pennello. Però mi sembra che Carla, la capo infermiera, mica ci abbia creduto sino in fondo. Sandro mi scrive quasi ogni giorno, mi racconta la sua vita, le sue gioie, i dolori in famiglia e in ospedale. Mi sembra di essere ritornata ragazzina, quando aspettavo quelle lettere come si aspetta un regalo. Mi dice di avere rimparato per me a scrivere a mano e la sua grafia, precisa e chiara che non sembra neppure quella di un medico, apre una finestra di cielo limpido verso il mondo. Grazie Sandro per la tua pazzia d’affetto grafomane.

E grazie a Piero, il mio parrucchiere, che si è materializzato nella stanza d’ospedale con tutti gli attrezzi del mestiere e, a me che non ci volevo credere, ha fatto la testa come se fossi una regina . Grazie a Filippo, mio marito. Grazie a mio fratello, alla sua famiglia. Grazie a mio cugino Giovanni, che ora è il mio angelo custode. Grazie ai medici, ai fisioterapisti. Grazie a Giovanna, la mia giovane vicina di stanza che studia Giurisprudenza ed è finita contro un palo della luce mentre andava a dare un esame. Sembrava quasi che fosse felice di essere arrivata in coma quando ha scoperto di essere vicina di stanza della famosa giudice Lucia Sassi. Grazie a Ranuzzi, il magistrato di Venezia, che  quasi non mi conosceva e ora viene trovarmi ogni sabato che Dio manda in terra. Mi ha praticamente adottato. È l’unico che mi parla delle stesse cose di prima e mi aiuta a sentirmi viva. Grazie a tutti: dentro di me sento rinascere la speranza. È passato un anno, domani mi dimettono, vado via dall’ospedale, inizia una nuova scommessa.

Che forse è già persa in partenza. Esco in sedia a rotelle e non penso più di “ritornare normale”. Ho capito che non sarà mai più come prima. Non potrò più salire nei laghetti di montagna, non potrò più correre per raggiungere la mia nipotina, non potrò più nuotare nella mia acqua della Sardegna. Non potrò più salire di corsa le scale e neppure battere le mani alla fine dell’inno nazionale. Non potrò più fare un sacco di cose. Mai più. Non so se essere grata ai medici che mi hanno salvato la vita. Forse avrebbero fatto bene a lasciarmi morire: che vita è se non puoi più fare le cose che ti piacevano? Però Sandro, il cagliaritano, insiste nelle sue lettere. Lucia, le cose più importanti non le hai fatte con il braccio e la gamba destra.  Le hai fatte con il cervello: è intatto, usalo e mettilo al servizio degli altri! Forse Sandro ha ragione, ma mio Dio, come è difficile!

Come tutti gli anziani sciancati ho una badante. È come avere una protesi: fa parte del mio corpo e non ne posso più fare a meno.  Lilli, la mia protesi, è entrata nella mia vita come se fosse una sorella gemella: respiro la sua aria dismessa, dipendo da lei come se fossi una bambina. Nella simbiosi, ho conosciuto  la sua storia umana, ho avuto la conferma che la sofferenza non conosce soltanto il mio indirizzo, ma è entrata tante volte anche nella casa degli altri. Non che non lo sapessi già, ma dentro questa pasta ci avevo messo le mani soltanto per fare filosofia. Ho scoperto che condividere il dolore altrui, attenua il proprio. Lilli è andata via ed è come se mi avessero strappato nuovamente un braccio, devo ricominciare daccapo con un’altra, è sempre più faticoso. E devo per forza ritornare alla vita sociale, ai congressi dei magistrati. Ho paura di suscitare la compassione che odio, invece del rispetto che ho sempre meritato.

L’applauso caldo del congresso dei giudici avvolge le ultime parole del mio intervento. Dopo quasi due anni, per la prima volta, mi dimentico di avere avuto l’ictus. Metà del mio corpo è malata, ma la mia testa è sana come un pesce. Lunedì rientrerò al mio lavoro, nel palazzo che sento casa mia, con i colleghi che sento la mia famiglia. Con cui litigo, come succede in famiglia. L’usciere che sta alla porta non mi vede da ventiquattro mesi: spierò la sua faccia per capire se –in queste condizioni- gli faccio pena. Mi scoccia fare pena, io sono normale, anzi non è vero, però voglio sentirmi normale ugualmente. Normale, anche se sarò costretta a salire in ascensore per superare l’invincibile barriera di quei due piani di scale che ho sempre fatto a piedi.

Altro tempo è trascorso. Non ho più bisogno della carrozzella. Uso il bastone e ho velocizzato il passo: quelli della scorta, sempre gli stessi da anni, sorridono e dicono che non riescono più a starmi dietro. Un tempo era davvero così. Ai congressi, i miei colleghi magistrati hanno ricominciato a contraddirmi senza remore. Mi trattano come se fossi normale, in cuor mio li ringrazio. Ma io non sono normale. Quando salgo sul palco dei convegni per il mio intervento, non sto pensando a cosa dire, ma sono invece attenta per non inciampare e non cadere. Se mi invitano ad un meeting a Reggio Calabria, declino con una scusa perché per me è più difficile prendere un aereo che andare in slitta al Polo Nord. Però posso lavorare al computer quasi come prima, sono solo un po’ più lenta. E faccio bene il mio lavoro, vado ai congressi, raggiungo mio marito a Genova, vado al mare in Sardegna.  E faccio il bagno, anche se nuoto meno veloce e non scendo più sul fondo a disturbare i pesci. Sto nell’acqua dove si tocca.

Se dicessi che ringrazio la malattia per le nuove sensibilità che mi ha dato, direi proprio una sciocchezza. Resto arrabbiata contro l’ictus e faccio ancora un sacco di fisioterapia per spostare di un centimetro i miei nuovi limiti. Però, una volta che l’ictus mi ha travolto contro la mia volontà, non posso negare che mi abbia insegnato tante cose. Ho imparato a gestire la sofferenza, senza farla pesare troppo a chi mi vuole bene. E anche a riconoscere la sofferenza altrui, a condividerla, a prendermene carico. A dare con altrettanta generosità agli altri tutto quello che ho ricevuto io. Sono più attenta alle sfumature e non do più niente per scontato. 

Quando ho un attimo di pausa nella mia vita diversamente frenetica, osservo nuovamente la parte destra del mio corpo, quella che in un istante si è fermata come un orologio rotto e mi viene da piangere. Penso che non ce la posso fare, che non ce la farò mai. Poi penso alla strada che ho fatto, a quante cose che mi sembravano finite per sempre e invece sono ricominciate. Penso che tutti i bicchieri mezzo vuoti, secondo come li guardi, sono anche mezzo pieni. So che il mio braccio destro non obbedirà mai più ai comandi del mio cervello. Però, alla fine, mi poteva andare anche peggio, se non fossi stata mancina.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Pierpaolo Vargiu e Anna Canepa
Pierpaolo Vargiu è nato a Cagliari nel 1957.
Vive a Cagliari.
Fa il medico e si occupa di politica.
È stato consigliere regionale e parlamentare.
Aveva due fratelli, entrambi morti prematuramente.
È convinto che la parte migliore debba ancora venire.

Anna Canepa è nata a Sanremo nel 1959.
Vive tra Genova e Roma.
È un magistrato della Direzione Nazionale Antimafia.
È stata ai vertici associativi della sua professione.
Nel 2015 ha avuto un ictus.
Sta cercando di convincersi che la parte migliore debba ancora venire.
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