Accedi

Sapidi strappi strattonati

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
76% Completato
48 Copie all´obiettivoi
Al raggiungimento dell’obiettivo il libro verrà pubblicato
13 Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Marzo 2020
Bozze disponibilii
Se pre-ordini il libro, potrai cominciare a leggere subito le bozze del manoscritto

Forse da qualche parte ci sono emozioni calibrate troppo alte, che scoppiano in maniera esagerata, amplificate spesso da menti e corpi instabili. Ge, Mito, Mo e Derno sono quattro ragazzi, giovani troppo o troppo poco, ma mai abbastanza. Intrecciano le mani e le vite, per scrivere un romanzo di sensazioni, che parli del dolore profondo e felicissimo di vivere. Sono il Gemito moderno di esistenze che deragliano, colpite in faccia troppo forte dalla vita. Annodando le forze cercano di raddrizzarsi, con la consapevolezza che le storture sono dolcissime, quando non fanno male. A spostare i binari delle proprie ferme certezze non si rischiano impatti distruttivi. A volte a impattare si cresce, si piange e si ride più liberi, più solidi si va alla deriva.

Perché ho scritto questo libro?

«E perché parliamo di noi, sentiamo? Delle nostre vite scalze, che ogni passo gli fa male?». In momenti precisi, più o meno ricorrenti della vita, batte forte l’esigenza di scrivere. E ogni parola è veicolo di sé, di quello che si è e del vibrante processo di trasformazione in atto. Le parole definiscono il modo, il tono, lo scopo di ogni piccola esistenza. Volevo un romanzo per capire, me e tutti quelli che in pezzi sparsi e non completi di me si rispecchiano, con parole simili ma toni diversi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A seguire il filo di un pensiero alle volte si perde l’equilibrio di qua o di là. E non è come mettere il piede in fallo sulla slackline. Non è un perdersi, ma un ritrovarsi altrove. È un deviare che arricchisce, come sempre fa il lasciarsi trasportare dalla casualità. Il lasciarsi filtrare dagli eventi. Un filtrare all’inverso, che non tempera ma impregna.

Pensa al significato dell’imparare, a quanto possa insaporire la vita. A quanto possa marcire in un mero senso di colpa.Fatti non foste, ma per dovere o per piacere? Traiamo contentezza nel calcare la terra con convinzione, mente fresca e recettiva? O è uno sforzo a cui non ci acclimatiamo mai, e lo facciamo solamente perché s’ha da fare?

Continua a leggere

Le viene in mente che alle superiori studiava sempre come una matta. Leggeva e ripeteva, e capiva, ma non sentiva. Non passava e ripassava le parole sulla lingua, succhiandone la sostanza zuccherina. C’era troppo sovraccarico sulle sue spalle, e ogni nozione in più era semplice collezionismo, che s’aggiungeva al fardello e poi pesava ancor più sul respiro. Mancava il gusto lento delle cose belle, delle felicità che allargano gli occhi ed estendono la mente. Un sapere accumulato così, non resta né adesso né poi. È sordo e scarico, sterile e afono. Non è godibile adesso, e non sarà terra seminata in futuro.

Un sapere diverso è possibile, è possibile una diversa ricerca della conoscenza. Più narcisista, più zen forse. Uno spalmarsela, questa domanda continua, questo nugolo di interrogativi inesauribili, e inestinguibili. Uno spalmarsela addosso, a godersi la sensazione vibrante della pelle che scorre. Dell’atto in sé, che rende, per lo sforzo e la determinazione che l’ha partorito, mille volte significativa la risposta che si scova. Qualunque essa sia. È un trovare la risposta nel mondo, ma attraverso di sé, nella prospettiva unica ma non privilegiata del proprio essere e stare esattamente in quel punto in quel momento. È rendersela indossabile, e inciderla sottopelle. È questa la conoscenza che resta, magari leggermente sotto la superficie, ma che ha fatto vibrare i nervi del cuore, e che da qualche parte rimane. È questa la conoscenza che vale, forse questa quella che si sente cantilenare alle vecchine di ottant’anni sulla sedia a dondolo dell’ospizio.

O, perlomeno, questa sembra. Ma sarà così? E se fosse invece che, decontestualizzata, questa ricchezza non esiste? Se fosse che vive nell’attimo e nel posto, e che scolora delocalizzata? Avrebbe allora ancora questo senso intimo ma radicale, che giustifica indubbio senza parlare la sua stessa esistenza? Varrebbe il fatto che crea piacere il suo solo vivere in quel momento? E se poi non venisse più reimbarcato, che importerebbe? Se per ogni minuto della nostra vita potessimo vivere un’esperienza di conoscenza, diversa, a che varrebbe poterle poi recuperare? Alla nostra felicità no, perché inutile e dannoso sarebbe sovraccaricare l’istante di piacere conoscitivo. All’utilità di un qualche fine, solo, forse.

Capita a volte che non si capisca se si stia meglio a muoversi convulsamente, o a star fermi piantati per terra. Se si sia in pace a docciarsi di stimoli continui, a far girare sempre gli ingranaggi in testa. O se ci si senta più appagati a scavare a cercar radici, e star tranquilli dove si è scoperto di essere comodi. E lasciarsi solo sfiorare dal mondo. Beati in quello che si sa, essere il proprio posto. Forti di quelle che sono e sempre saranno buone convinzioni. Probabile che l’equilibrio sia a mezza via, come sempre. Tra roccia e vento, tra stabile e labile, tra serio e faceto, ora fragile, ora inattaccabile.

È difficile decretare senza possibilità di appello, o riesame, se a essere felici siano più gli sfiorati, i lontani, i sognatori, o i semplici, materialisti, terreni. Se stiano meglio i pazzi, i bugiardi o i santi. O se ciascuno debba cercarsi l’abito che addosso gli stia meno scomodo. O se, a seconda del momento della vita e della Storia, personale e del mondo, si debba passare dall’essere razionali al non esserlo, dall’essere silenziosi all’essere rumorosi all’essere selvaggi al fare i pazzi.

Ieri Ge pensava al senso di colpa, al quanto sia logorante vivere inchiodati. È una catena che corrobora la pelle piano piano, ma scava profondo e fa vibrare le ossa nel cuore. È un modus vivendi piantato da piccoli, che poi riceve martellate su martellate con il tempo che passa. E diventa armatura, che è schermo impenetrabile alle esperienze della vita.

Qui più che altrove chi non ha provato non sa. Non sa cosa vuol dire svegliarsi con il cuore che batte e l’ansia che preme le tempie. Avere lo sguardo che corre, che fugge, su tutte le cose, perché chi si ferma perde. Tempo, occasioni, possibilità di consumare degnamente le proprie energie. Ma è uno sfiorare inconsistente le cose in quota, senza toccarle, senza porsi nella loro stessa prospettiva. È un toccarle e dimenticarle, senza entrare in empatia, senza fissarle, senza intrecciarvisi.

Ge e Mito stanno reimparando, daccapo, a muoversi nel mondo. Si svegliano la mattina senza programmi per la giornata. Semplicemente seguono il tracciato del farsi quotidiano. Vivono la fatica del solo momentaneo esistere. Partecipano, senza mai perdere enthousiasmos, alla manutenzione della propria persona. Pezzo pezzo, passo passo. Per ora va bene. Hanno affittato una casetta in un paesino, da qualche parte, scegliendolo a caso sulla cartina. Anche le cose più semplici sono tanto pregne, se le si vive dettaglio su dettaglio. C’è infinita complessità nella semplicità. E alle volte coltiva l’eccitazione più l’imbracciare un microscopio, che un cannocchiale.

C’è un fiume vicino al paese. Non è conosciuto, ma vissuto quotidianamente dagli abitanti del loro paese. I bambini ci sguazzano facendo i matti, i vecchi ci pescano, i ragazzi che si amano, si schizzano. È un’entità che ha quasi uno spirito, che è amata, di quell’amore che sanno quelli che condividono bellezza. E lì, nel paesino di chissàdove, di comune silenzioso accordo, ben radicato sta il panteismo, un loro unico credo.

Le religioni più vere sono quelle che vivono nelle cose del mondo, senza essere stigmatizzate dalle vedute ristrette degli uomini. Dal loro sapere parziale, dal punto di vista relativo. Sono quelle che emergono, con una solenne fatalità, dall’inerpicarsi degli eventi sulla realtà, che assumono forme definite in base alla forma mentis del soggetto guardante.

Ge e Mito vanno al fiume tutti i giorni, come a omaggiare un dio grande. Ma non c’è deferenza o timore nel rapporto con quella bella anima, anzi, amano pasticciarsi con lui. Si bagnano, si strizzano gli occhi nella luce crescente o calante del sole. Aprono il giornale sulle sue rive, inumidendolo tutto con ditate bagnate. Pescano, nei silenzi lunghissimi di giornate che non tramontano. Si rovesciano addosso briciole di pane, e si untano di succo di pomodoro. Le giornate al fiume sono le più terrose, le più vive. Le più modellate nella materia intrisa di spirito. Sono giornate che fanno venire fame, quando a consumare tutta quell’energia, non è che la felicità.

Batte sulla pelle un sole di fuoco

Che pizzica, arrossa, colora

Che disegna una lentezza viva, che consola.

Scorre l’acqua nel fiume che cresce

Che lava via sensazioni di cose passate

Amarezze drammi delusioni

Che forse non sono mai stat i

Voglio cantare una canzone struggente

Con voce cedente, impertinente

Voglio piangere momenti che non ho vissuto

E credere ancora, che me li potranno regalare

Voglio sapere a che vale, non smettere di sperare

Disegniamoci smorfie con i pastelli a cera

A materializzare un filo di malinconia

Che corre triste triste per la via

Inforcando sempre una casa, che è la mia

Lo so che un giorno passerà, questa costante infelicità

Forse sarà proprio il fiume a portarmela via

Vorrei essere stato un bambino felice

Di quelli fuoco di brace

Che si buttano nell’acqua e sguazzano e urlano forte

Non di quelli tristi, che stanno bene da soli

E che già ci pensano, alla paura della morte.

Ti infilerei il fango nelle orecchie

Per farti fare, senza pensare, le piroette.

Ci sono luoghi dismessi del mondo e delle coscienze. Posti che per starci sotto, per starci dentro, devi tenere il caschetto sulla testa, a scansare il piovere di lavatrici. A volte dentro si sta come fuori, un deserto di cartacce che volano sotto i pilastroni di un palazzo scolorito. Ci sono refoli di aria che sussurrano tutto intorno. Parole bisbigliate di cose passate, che non ritornano. Ci sono mondi che esistevano quando eri bambino, che appiccicavano emozioni forti e dense e pasticciate, su libri stracciati, che oggi fanno la polvere. Granelli di apatia rotolano su pavimenti zozzi e sbriciolati e si appiccicano addosso come zecche. Come sanguisughe succhiano il sangue e il colore di una vita che diventa diversa. È la seconda stella a destra, ma chissà come, adesso, i miei occhi non la vedono più.

Tutto intorno sono case di cemento, gatti, stracci, vecchi pazzi e la cantilena sorda e assordante, di gente che andava al lavoro, e che va ancora, oppure non ci va più.

Sono i paesaggi dei vecchi, o degli adulti che si riscoprono non più bambini. Sono gli orizzonti di un mondo che finisce con la vista, e che dice all’uomo quanto poco, davvero, è importante. I retrogusti aspri di verdi nastri che transennano passi che un tempo potevano, e oggi non possono più.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Sapidi strappi strattonati”

Francesca Leali
Mi piacciono i numeri e le lettere, e i modi in cui questi si impastano a solleticare sensazioni. Ho una formazione prevalentemente umanistica, che deraglia da binari un po' costruiti su nozioni scientifiche. Ho studiato in posti diversi, ma sono appassionatamente alla ricerca di una casa, e al caotico scompiglio metropolitano sostituisco volentieri la pace di un posto aperto, verde, romanticamente fermo.
Francesca Leali on sabinstagramFrancesca Leali on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie