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Senza libero arbitrio

Senza libero arbitrio
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Roma. Roberto entra in un negozio di camicie di cui Lara è la proprietaria. Fra loro scatta subito qualcosa, ma lei è bloccata dalle paure del passato e lui da quelle del presente. Lara si porta dietro una profonda cicatrice nel cuore; Roberto ha una vita parallela, a Wickford, un paesino vicino Londra, dove ha lasciato qualcuno: una presenza così importante da giurare a se stesso che niente e nessuno lo potrà mai distogliere dal suo voto d’amore.
Le vite dei due si intrecciano in una tumultuosa altalena di felicità, tra i segreti, le mezze verità di Roberto e i sospetti di Lara. Nel frattempo, una sconcertante e inaspettata rivelazione sulla sua vera identità induce Roberto a scavare nella sua infanzia alla ricerca della verità.
Proprio quando il rapporto fra i due ragazzi sembra trovare il giusto equilibrio, un tragico evento riapre quella vecchia ferita in mezzo al petto di Lara e, stavolta, niente e nessuno la può rimarginare… tanto che la ragazza decide di farla finita.

Perché ho scritto questo libro?

Il desiderio, la “necessità” di scrivere, di raccontare una storia, le emozioni e i sentimenti degli esseri umani (e non solo), mi prende e devo farlo. Parto sempre da un’immagine, che mi appare in sogno o che, semplicemente, attraversa la strada della mia mente e, infine, trova posto nel cuore. In Senza libero arbitrio, ho visto Lara che stava male, a tal punto da volersi togliere la vita. Mi sono detto: “Perché ‘sta ragazza sta così male?” Da qui la storia si è scritta da sola.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Prologo

Ok, Lara, è il momento di andare. Non continuare a fare resistenza. Sei sfinita e il tuo corpo è già devastato da tempo. Ti rendi conto che non riesci a muovere un dito?! Non vedi che ti si chiudono gli occhi per la spossatezza?! È tutto così pesante, eccessivamente pesante: la tua situazione familiare, sociale, la tua inguardabile magrezza, i tuoi sensi di colpa, l’assenza totale di amore nella tua esistenza. Tutta la tua vita è un macigno insopportabile. Abbandonati Lara… è il momento di riposarsi e dire basta a tutto questo. Arrenditi Lara… e sarai libera.

Da tempo ormai questa voce risuonava vivida e chiara nella sua testa. Le scavava l’anima con le sue unghie affilate, fino a farla sanguinare. E sanguinava dolore, denso e viscoso come liquame tossico che, lento ma costante, le invadeva le viscere. Lo sentiva riempire il suo corpo, avvolgere tutti i suoi organi, uno a uno, fino a risalire su per la gola. Quella sensazione era così palpabile che, ogni volta, tossiva fino a straziare le pareti esofagee e, infine, vomitava. Ne seguiva un pianto disperato e urlato, fino a lesionare le corde vocali, per quel pozzo profondo e buio dove l’aveva scagliata il suo destino: il pozzo del nulla.

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Era sempre riuscita a sfuggire, ma alla luce degli ultimi avvenimenti, adesso, quella voce, da flebile e insicura, era divenuta assordante e autoritaria. E ora stava per vincere su di lei.

Si guardò attorno. Le pareti si deformarono, come se le osservasse da dietro una finestra nel pieno di un temporale. Usò l’avambraccio per soffocare quel telo di lacrime e, un istante dopo, la sua attenzione si posò sulla piccola scrivania dove vi era quel grosso tagliacarte che aveva adocchiato da tempo. Sbarrò gli occhi e, a un tratto, vide dissolversi le mura attorno a lei. Tutto fu inghiottito dall’oscurità, a eccezione di quella specie di arma che, invece, vedeva ben illuminata. In uno stato quasi ipnotico si diresse verso di essa. La impugnò e con un dito ne verificò la punta. Sentì il pizzico sul polpastrello. Ebbe una perversa e inconscia soddisfazione sul fatto che fosse ben acuminata. Si voltò e, lentamente, si diresse verso il suo letto dove si sdraiò supina. Alzò fiera quell’oggetto che stringeva nella sua mano scheletrica. Lo frappose tra i suoi occhi e la lampada sul soffitto. Lo roteò in ogni direzione e lo vide luccicare. Le sembrò bellissimo. Poi lo avvolse con entrambi le mani, lo puntò verso di sé e lo accompagnò fino a permettere alla punta di lambirle il ventre, a due centimetri dal suo ombelico. Sorrise, ma non era un sentimento di felicità bensì di compiacimento, per quel malessere che aveva deciso di assassinare, a costo della sua stessa vita. Chiuse gli occhi e una lacrima spontanea le sfuggì, frettolosa di andare a tuffarsi sul cuscino.

Tre anni prima…

2. L’asola e il suo bottone.

Il centro di Roma a mezzogiorno in punto era niente di meno di un formicaio umano, perennemente affollato come, tra l’altro, nel resto della giornata. Da molti anni ormai, le campane delle numerose chiese disseminate si erano arrese alla competizione con il frastuono. Di fatti non riuscivano più a scandire i loro tocchi, puntualmente soffocati dalla tirannia dell’inquinamento acustico. Roberto vagava con passo deciso per le stradine storiche invase dai molti turisti e dai pochi autoctoni. Nonostante i suoi trentatré anni aveva un vissuto già degno di nota. Si guardava attorno, sbirciando le insegne e quindi le vetrine dei negozi d’abbigliamento. Fare shopping era la cosa che odiava maggiormente, ma in quel caso si trattava più di una necessità che di soddisfare la sua vanità. Gli servivano solo un paio di camicie da indossare al lavoro. Percorse parte di via del Corso e il suo budget personale gli fece evitare come la peste via dei Condotti. Appena giunto davanti la piccola scalinata della chiesa di Gesù e Maria, notò la presenza di uno dei numerosi mendicanti che punteggiavano la città. Questi appariva smunto dalla fame, con il viso color giallo cirrosi epatica, probabilmente a causa dall’abuso di quel vino a basso costo contenuto nella bottiglia che reggeva in una mano. Roberto trasse una monetina dalla tasca e la depositò nel contenitore in cartone ai piedi di quell’esile uomo. Era una vecchia scatola di scarpe dell’Adidas che un tempo doveva essere rosso fuoco, ma che adesso era andata decisamente in deficit di almeno cinque tonalità. Il barbone lo ringraziò, mostrando la solitudine del suo incisivo traballante. Appena nuovamente si girò, si accorse di una piccola viuzza che non aveva mai notato prima pur essendo in pieno centro. Lanciò lo sguardo e notò un’insegna colorata e luminosa: Camicizia. Il gioco di parole gli strappò un sorriso e lo convinse a imboccare l’uscio di quel negozio. Fu dentro, non prima di aver favorito l’uscita di una coppia di mezza età che lo ringraziò cordialmente. Non vi erano altri clienti in quel momento. Iniziò a sbirciare tra le mensole e gli appendiabiti passando la mano fra i vari capi attaccati alle grucce.

«Buongiorno signore, posso esserle utile?» fu l’acuto stridulo di una ragazza da dietro il bancone che quasi lo fece saltare. Questa ridacchiava simpaticamente seguendo la punteggiatura delle sue frasi. Era un tipo particolarissimo: capelli lisci e rossicci con riga in mezzo e due piccole trecce; carnagione chiara con viso paffutello puntellato di lentiggini e girovita decisamente abbondante. Sembrava esattamente la versione oversize di Pippi calzelunghe. Sprizzava gioia e simpatia da rubare un immediato sorriso. Alle orecchie aveva delle cuffiette vintage collegate a un filo che le scendeva fino a sparire dentro a una tasca. Le staccò con entrambe le mani e le adagiò sul collo per sentire la risposta di Roberto.

«Oh… buongiorno a lei. Vedo che siete fornitissimi. Se permette do un’occhiata in giro.»

«Ma certo, faccia pure. Il reparto uomo è alla sua sinistra, da quello scaffale in legno fino alla porta antincendio in fondo.»

Lo disse allungando il braccio verso la direzione descritta e lanciando un sorriso ammiccante al suo nuovo cliente.

«Ok, allora… ehm… vado» rispose imbarazzato il ragazzo.

«Prego, vada pure. Ma non si perda visto che è abbastanza grande là dietro. Vuole lasciarmi il numero di telefono per sicurezza?» ridacchiò prima di precisare. «Tranquillo, sto scherzando» e fece un occhiolino.

Roberto si grattò la testa e tirò un sorriso prima di rispondere.

«Sì, certo. Era ovvio. Lei è molto simpatica, davvero. Allora… ehm… vado» ripeté, tentennando un passo laterale.

«E mi raccomando, mi chiami se le serve una mano. Io sono qua dietro a sistemare un po’ di roba» ribadì, salutandolo con lo sfarfallio delle sue dita e rimettendo le cuffie sulle orecchie.

Roberto, come risposta, alzò il pollice dal suo pugno.

Mentre ancora ripensava divertito a quella singolare scenetta di poco prima, passò a tastare i tessuti e a districarsi fra i vari modelli. In quell’istante sentì la porta aprirsi e, subito dopo, una voce femminile che chiamava con tono deciso.

«Giorgia! Giorgia ci sei? Giorgia…»

Pensò che potesse essere qualche cliente abituale che chiamava la commessa. Si eresse sulla punta dei piedi e alzò il mento per appagare la sua curiosità e verificare di chi si trattasse. Ne percepì appena la sagoma che si stava dirigendo spedita verso di lui. Tornò immediatamente con lo sguardo sulle camicie simulando indifferenza. Quella donna arrivò sparata, come se conoscesse benissimo quel posto e pensando non ci fosse nessuno. Queste due sicurezze le fecero calare la soglia di attenzione e, appena svoltò l’angolo di quello stesso scaffale che vedeva trincerato Roberto, sbatté il naso sul petto di quello sconosciuto.

«Ahia!» fu l’acuto doloroso lanciato nella sorpresa.

«Mi scusi, signora. Si è fatta male?»

Lei si portò la mano sul naso e alzò lo guardò di quei quindici centimetri che le consentirono di avere un contatto visivo col suo attentatore. Ci fu un attimo di impasse. Roberto era stato investito, oltre che dalla fisicità di quella donna, anche dal profumo che indossava, dagli occhi grandi e vispi e dalla sensualità che emanava. Sì sentì avvolgere da un’energia positiva che lo adulava. Lei, dal suo canto, ebbe un sussulto interiore che non riuscì a decifrare. Poi fece una smorfia beffarda.

«Non so se mi fa irritare di più la mia sbadataggine, il dolore al naso o, quel che è più grave, il fatto che qualcuno mi chiami “signora”?!».

Roberto fu colto di sorpresa e si sentì bacchettato per una probabile gaffe. Così, nella difficoltà di trovare una giusta risposta, iniziò a balbettare vocali, fino a quando lei scoppiò a ridere di gusto.

«Ma dai, ti sto solo prendendo in giro. Però pure tu, ti prego… Se vuoi rimanere vivo ancora a lungo, evita di dare della “signora” a una ragazza di appena ventisette anni.»

Lui colse finalmente l’umorismo e dopo aver constatato che già adorava quella risata, rise anche lui.

«Ok, vedrò di ricordarlo. Ho ancora tante cose da fare prima di lasciare questa terra.»

«Bravo! Non ti preoccupare, non ringraziarmi per questa lezione… vitale. Comunque, visto che sei tutto impostato, devo per forza prendere le redini della situazione. Piacere, io sono Lara!» esclamò, tendendogli una mano.

L’esuberanza e la loquacità di quella giovane davanti a lui minava pesantemente i suoi tempi di reazione. Per stringere velocemente quella mano, incagliò goffamente la sua fra le camicie vicine, facendone cadere una manciata. Lara lo vide imbarazzarsi e poi lanciarsi alla raccolta di quei capi dal pavimento. Rise, e poi si chinò anche lei, andandogli in aiuto.

«Roberto! Mi chiamo Roberto. Scusami. Di solito non sono così imbranato» e si voltò circospetto prima di esternare la sua preoccupazione. «Speriamo non lo venga a sapere il proprietario.»

Lei lo guardò, arricciò le labbra e gli diede una brutta notizia, godendosi la faccia di quel ragazzo.

«È troppo tardi. Mi sa che lo sa già!»

Lui si guardò attorno e poi sorrise per l’improbabilità di quella affermazione. Stava proprio per chiederle come il proprietario avrebbe potuto saperlo, se non fosse arrivata Giorgia a chiarire tutto. Infatti si mise sugli attenti e fece il saluto militare verso Lara.

«Buongiorno capo, oggi sei in ritardo. Siamo a otto camicie e tre cravatte vendute, ed è solo mezzogiorno e mezza!» fu il bollettino di guerra positivo recitato come un marine americano. «Sono stata brava? Che dici? Che dici?» aggiunse, con le solite risatine.

«Sì, Giorgia sei stata la solita guerriera, quella che amo. Però, bella de’ zia, togliti quelle cuffie, almeno quando sei nel retrobottega.»

«Quindi questo posto è tuo?» chiese Roberto strabuzzando gli occhi.

«E già! È tutto mio e solo mio. Se vuoi, puoi tornare a darmi del “lei”» sorrise.

«Allora doppie scuse. Oggi è una cascata di figuracce. Perdonami.»

«“Scusami”… “perdonami”… Oh, rilassati Roberto. Sembri un vecchio di settant’anni. Il pavimento è sempre pulito e le camicie non si sono né strappate né rovinate. Dammi tregua, ti prego. Come si dice fra, “noi” giovani: scialla!» esclamò, toccandosi il petto a sottolineare il pronome usato.

Roberto, ridendo, alzò le mani e ripeté più volte di aver capito. Fu la resa incondizionata all’uragano Lara che riusciva a travolgerlo rendendogli tutto più leggero.

«Capo, il corriere ha portato la nuova collezione. Stavo appunto controllando che ci fosse tutto. Vuoi andare a controllare tu? Così magari io faccio provare qualcosa a questo figaccione?»

Roberto avvertì il tepore scalargli il viso, e continuava a sorridere come un ebete mentre alternava gli occhi tra le due ragazze. Lara capì la situazione e decise di mettere un freno ai simpatici bollori della sua dipendente.

«Giorgia, come devo fare con te?!» disse, portandosi una mano sulla fronte. «Continua a spuntare la merce che al “figaccione” ci penso io.»

«Peccato!» ridacchiò. «Torno a contare camicie che non strapperò mai da dosso a qualcuno. A dopo ragazzacci» e rifece a ritroso il percorso, dondolando per equilibrare le sue strabordanze.

«Scusala, è fatta così. Le piace giocare e non sa resistere al fascino del genere maschile» intervenne, Lara, adoperandosi a sistemare un capo sulla gruccia.

«E tu invece? Sei immune al fascino maschile?» osò Roberto.

La ragazza lo guardò di sbieco, poi si voltò verso di lui.

«E che è ‘sta botta di coraggio? Mica ci starai provando, mister “mi dispiace”?»

«Ehm…sì, cioè… può darsi. Oddio, no… volevo dire assolutamente no! Scusami, non volevo essere invadente. Intendevo… in generale» si giustificò goffamente. A quel punto lei lo guardò da capo a piedi. Gli mise le mani sui deltoidi e le lasciò scivolare fin sulla sommità delle spalle. Roberto non riusciva a staccare gli occhi da quelle labbra carnose e lucide che aveva a mezzo metro. Per un attimo pensò che stesse per succedere qualcosa di bellissimo, da film. Lei, intanto, continuando, era arrivata a posargli i palmi sul collo e avvicinandosi

“pericolosamente”, tanto da fargli percepire persino l’odore della pelle. Roberto sentì un fremito andarsene a spasso per le sue terminazioni nervose. Chiuse gli occhi e staccò le labbra, pronto ad accoglierla. Lara lo osservò un attimo e alzò un angolo della bocca. Poi, rapida, sfilò una camicia dal suo supporto e gliela poggiò decisa sul viso.

«Prova questa nera, dovrebbe andare bene come misura. Poi scegliamo il colore, se questo non ti piace.» asserì con un sorrisetto furbo.

Quella frustata di cotone in faccia lo risucchiò immediatamente da quel breve sogno e vide svanire la scena madre del film che si era fatto in testa.

«Ah, ok… sì, certo… la provo subito» e iniziò a sbottonarsi quella che indossava.

«Ma che fai? Anche se sono giovane, sono pur sempre una donna. Là ci sono dei bei camerini spaziosi e illuminati».

«Oh, sì… Che stupido… Ovvio. Allora vado in quei bei camerini… spaziosi e illuminati» affermò, mentre lei, con le braccia conserte continuava ad annuire lentamente.

Appena fu dentro, si tolse la camicia di jeans che indossava e si ritrovò nell’ampio specchio. Notò l’affiorare delle sue leggere maniglie dell’amore dovute alla mancanza di tempo per una costante attività sportiva. Si ricordò del fisico perfetto di un po’ di anni prima, quando faceva jogging regolarmente per le stradine di Londra. Tirò indietro la pancia per rendere più vivido quel ricordo.

«Quanto ci vuole per indossare una stupida camicia? Non voglio diventare vecchia fuori un camerino!»

Quell’appunto perentorio lo destò dai suoi pensieri.

«Quasi fatto! Arrivo subito!» rispose a tono alto e ridendo in silenzio per quello strano potere che aveva Lara nel metterlo a disagio.

Indossò quel capo ancora odorante di imballaggio e spostò il fastidioso cartellino che gli stava segando il collo. Tirò su il colletto e in giù i lembi inferiori. Uno sguardo sui due profili, per verificare la vestibilità, e un’aggiustata ai suoi ciuffetti castano scuro, per la presentabilità, precedettero la sua uscita in pompa magna dal quel ripostiglio di prova.

«Eccomi! Che ne dici?»

2021-06-19

Aggiornamento

Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno creduto nel mio romanzo pre-ordinando una o piú copie del libro e, quindi, portandolo a centrare il primo obiettivo della campagna: 200 copie. E ringrazio, anticipatamente, anche tutti gli altri che, sono certo, si appassioneranno alla storia di Lara e Roberto e pre-ordineranno, a breve, la loro copia. La campagna continua verso il secondo obiettivo: 250 copie. Grazie ancora a tutti... Non fermatevi: parlatene ai vostri contatti, soprattutto se lo avete già letto in bozza, e sostenetemi con lo stesso entusiasmo che mi avete manifestato fino a ora. Il romanzo è anche vostro perchè senza i vostri pre-ordini non esisterebbe. GRAZIE! 🙏🏽❤️

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Vincenzo Cancemi
Vincenzo Cancemi nasce a Siracusa il 4 luglio 1972. Figlio di un ragioniere e di un’insegnante di educazione artistica, dopo aver conseguito il diploma in ragioneria, si iscrive all’Università di Catania, Facoltà di Economia e Commercio. Abbandona dopo poco gli studi perché si arruola nel Corpo della Guardia di Finanza. Dal 1997 vive e lavora a Roma e nell’ottobre del 2005 si laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione presso l’Università di Torino. Nonostante le sue basi cattoliche, da sette anni circa ha abbracciato anche la pratica del Buddismo, che sente molto vicina alla sua filosofia di vita e come fonte di energia interiore. L’ironia è una delle cose che ritiene fra le più importanti in una relazione, di qualsiasi tipo essa sia. Esordisce nel 2019 con “Sarò sempre con te” (ed. Bookabook).
“Senza libero arbitrio” è il suo secondo romanzo.
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