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Senza libero arbitrio

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Roma. Roberto entra in un negozio per comprare delle camicie e conosce Lara, la titolare. Fra di loro scatta subito qualcosa. Lei nasconde un passato in cui ha perso un bambino, lui un presente di sacrifici di cui vuole tenere tutti all’oscuro. Nonostante i segreti celati, Roberto e Lara incominciano una relazione che si prospetta idilliaca, ma il destino, come sempre in questi casi, si mette di traverso per saggiare l’amore di entrambi. Una sconcertante e inaspettata rivelazione induce Roberto a scavare nella sua infanzia, alla ricerca, tutt’altro che semplice, della verità sulle sue origini. Lara, invece, con più di una prova in mano, sospetta che lui ami un’altra donna e non è disposta a soffrire di nuovo.

Prologo

Ok, Lara, è il momento di andare. Non continuare a fare resistenza. Sei sfinita e il tuo corpo è già devastato da tempo. Ti rendi conto che non riesci a muovere un dito?! Non vedi che ti si chiudono gli occhi per la spossatezza?! È tutto così pesante, eccessivamente pesante: la tua situazione familiare, sociale, la tua inguardabile magrezza, i tuoi sensi di colpa e l’assenza totale di amore nella tua esistenza. Tutta la tua vita è un macigno insopportabile. Abbandonati, Lara… È il momento di riposarsi e di dire basta a tutto questo. Arrenditi, Lara… e sarai libera.

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Ormai da un bel po’ questa voce risuonava vivida e chiara nella sua testa. Le scavava l’anima con le sue unghie affilate, fino a farla sanguinare. E sanguinava dolore, denso e viscoso come liquame tossico che, lento ma costante, le invadeva le viscere. Lo sentiva riempire il suo corpo, avvolgere tutti i suoi organi, a uno a uno, fino a risalire su per la gola. Quella percezione era così palpabile da causarle una tosse persistente che le toglieva il respiro e, infine, le provocava il vomito. Ne seguiva un pianto disperato e urlato, fino alla sensazione che le si spezzassero le corde vocali, per quel pozzo profondo e buio dove l’aveva scagliata il suo destino: il pozzo del nulla. 

Era sempre riuscita a sfuggire, ma alla luce degli ultimi avvenimenti, adesso, quella voce, da flebile e insicura, era divenuta assordante e autoritaria. E ora stava per vincere su di lei. 

Si guardò attorno. Le pareti si deformarono, era come se le stesse osservando da dietro una finestra nel pieno di un temporale. Usò l’avambraccio per soffocare quel telo di lacrime e, un istante dopo, la sua attenzione si posò sulla piccola scrivania su cui vi era quel grosso tagliacarte che aveva scelto da tempo. Sbarrò gli occhi e, a un tratto, vide dissolversi le mura attorno a lei. Tutto fu inghiottito dall’oscurità, a eccezione di quella specie di coltello che, invece, vedeva ben illuminato. In uno stato quasi ipnotico, vi si diresse. Lo impugnò e con un dito ne verificò la punta. Sentì un pizzico sul polpastrello. Ebbe una perversa e inconscia soddisfazione del fatto che fosse ben acuminata. Si voltò e, lentamente, si diresse verso il letto, su cui si sdraiò supina. Alzò fiera quell’oggetto che stringeva nella mano scheletrica. Lo frappose tra gli occhi e il lampadario. Lo roteò in ogni direzione e lo vide luccicare. Le sembrò bellissimo. Lo avvolse con le mani, lo puntò verso di sé e lo accompagnò fino a permettere alla punta di lambire il ventre, a due centimetri dal suo ombelico. Sorrise, ma non era un sentimento di felicità, bensì di compiacimento, per quel malessere che aveva deciso di assassinare, a costo della sua stessa vita. Chiuse gli occhi e una lacrima spontanea le sfuggì, frettolosa di andare a tuffarsi sul cuscino. 

Tre anni prima…

1. L’asola e il suo bottone

Il centro di Roma a mezzogiorno in punto era niente di meno di un formicaio umano, affollato, come durante il resto della giornata, tra l’altro. Da molti anni le campane delle numerose chiese disseminate là attorno si erano arrese alla competizione con il frastuono. Di fatti, non riuscivano più a scandire i loro rintocchi, puntualmente soffocati dalla tirannia dell’inquinamento acustico. Roberto vagava con passo deciso per le stradine storiche invase dai molti turisti e dai pochi autoctoni. Nonostante i suoi trentatré anni, aveva un vissuto già degno di nota. Si guardava attorno, sbirciando le insegne e le vetrine dei negozi d’abbigliamento. Fare shopping era la cosa che odiava maggiormente, ma in quel caso si trattava più di una necessità che di soddisfare la sua vanità. Gli servivano solo un paio di camicie da indossare al lavoro. Percorse parte di via del Corso, e il suo budget personale gli fece evitare come la peste via dei Condotti. Appena giunto davanti alla piccola scalinata della chiesa di Gesù e Maria, notò la presenza di uno dei numerosi mendicanti che punteggiavano la città. Appariva smunto dalla fame e con il viso color giallo cirrosi epatica, probabilmente a causa dall’abuso di quel vino a basso costo contenuto nella bottiglia che reggeva in una mano. Roberto trasse una monetina dalla tasca e la depositò nel contenitore in cartone ai piedi di quell’esile uomo. Era una vecchia scatola di scarpe dell’Adidas che un tempo doveva essere stata rosso fuoco, ma che adesso era decisamente in deficit di almeno cinque tonalità. Il barbone lo ringraziò, mostrando la solitudine del suo incisivo traballante. Appena si girò, si accorse di una piccola viuzza che non aveva mai notato prima; vi lanciò lo sguardo e notò un’insegna colorata e luminosa: Camicizia. Il gioco di parole gli strappò un sorriso e lo convinse a imboccare l’uscio del negozio, non prima, però, di aver favorito l’uscita di una coppia di mezza età che lo ringraziò cordialmente. Non vi erano altri clienti in quel momento. Iniziò a sbirciare tra le mensole e gli appendiabiti, passando la mano sui vari capi attaccati alle grucce. 

«Buongiorno signore, posso esserle utile?» L’acuto stridulo di una ragazza da dietro il bancone quasi lo fece saltare. Questa ridacchiava simpaticamente seguendo la punteggiatura della sua frase. Era un tipo particolarissimo: capelli lisci e rossicci con riga in mezzo e due piccole trecce; carnagione chiara con viso paffutello puntellato di lentiggini e girovita decisamente abbondante. Sembrava esattamente la versione oversize di Pippi Calzelunghe. Sprizzava gioia e simpatia da rubare un immediato sorriso. Alle orecchie aveva delle cuffiette vintage collegate a un filo che le scendeva fino a sparire dentro a una tasca. Le staccò con entrambe le mani e le adagiò sul collo per sentire la risposta di Roberto. 

«Oh… buongiorno a lei. Vedo che siete fornitissimi. Se permette do un’occhiata in giro.»

«Ma certo, faccia pure. Il reparto uomo è alla sua sinistra, da quello scaffale in legno fino alla porta antincendio in fondo.» Lo disse allungando il braccio verso la direzione descritta e lanciando un sorriso ammiccante al suo nuovo cliente.

«Ok, allora… ehm… vado» rispose imbarazzato il ragazzo.

«Prego, vada pure. Ma stia attento a non perdersi, visto che è abbastanza grande, là dietro. Vuole lasciarmi il numero di telefono per sicurezza?» Ridacchiò, prima di precisare: «Tranquillo, sto scherzando». Ed enfatizzò un occhiolino.

Roberto si grattò la testa e tirò un sorriso, per poi rispondere: «Sì, certo. Ovvio. Lei è molto simpatica, davvero. Allora… ehm… vado» ripeté, tentennando un passo laterale.

«E mi raccomando, mi chiami se le serve una mano. Io sono qua dietro a sistemare un po’ di roba» lo avvisò, salutandolo con lo sfarfallio delle sue dita e rimettendo le cuffie sulle orecchie.

Roberto, in risposta, alzò il pollice, anche se rimase abbastanza perplesso su come lei avrebbe fatto a sentirlo con la musica sparata nelle orecchie.

Mentre ancora ripensava divertito a quella singolare scenetta, passò a tastare i tessuti e a districarsi fra i vari modelli. In quell’istante sentì la porta aprirsi e, subito dopo, una voce femminile che chiamava con tono deciso. «Giorgia! Giorgia, ci sei?… Giorgia!»

Pensò che potesse essere qualche cliente abituale che cercava la commessa. Si eresse sulla punta dei piedi e alzò il mento per scavalcare lo scaffale con lo sguardo e, quindi, appagare la sua curiosità. Percepì appena una sagoma dirigersi spedita verso di lui. Tornò immediatamente con gli occhi sulle camicie simulando indifferenza. Quella donna arrivò sparata, come se conoscesse benissimo il posto e pensando che non ci fosse nessuno. Queste due sicurezze le fecero calare la soglia dell’attenzione e, appena svoltò l’angolo dello scaffale, sbatté il naso sul petto di Roberto. «Ahia!» Fu l’acuto doloroso lanciato nella sorpresa.

«Mi scusi, signora. Si è fatta male?» 

Lei si portò la mano sul naso e alzò la visuale di quei quindici centimetri che le consentirono di avere un contatto visivo col suo attentatore. Ci fu un attimo di impasse. Roberto era stato investito, oltre che dalla fisicità della donna, anche dal profumo che indossava, dagli occhi grandi e vispi e dalla sensualità che emanava. Sì sentì avvolgere da un’intensa e piacevole bolla di sensazioni. 

Lei, dal suo canto, ebbe un sussulto interiore che le bloccò la favella e che non riuscì a decifrare. Poi, d’un tratto, si destò e fece una smorfia beffarda. «Il “signora” mi ha fatto più male della botta al naso…»

Roberto fu colto di sorpresa e si sentì bacchettato per una probabile gaffe. Così, nella difficoltà di trovare una giusta risposta, iniziò a balbettare vocali, fino a quando lei scoppiò a ridere di gusto. 

«Ma dai, ti sto solo prendendo in giro. Però, pure tu, ti prego… Se vuoi rimanere vivo ancora a lungo, evita di dare della “signora” a una ragazza di appena ventisette anni.»

Lui colse finalmente l’umorismo e, dopo aver constatato che già adorava quella risata, rise anche lui. «Ok, vedrò di ricordarlo. Ho ancora tante cose da fare prima di lasciare questa terra.»

«Bravo! Non ti preoccupare, non ringraziarmi per questa lezione… vitale. Comunque, visto che sei tutto impostato, devo per forza prendere le redini della situazione. Piacere, io sono la “signora” Lara Mariani, ma puoi chiamarmi solo Lara, se ce la fai a non darmi della signora!» esclamò sarcastica, tendendogli la mano.

L’esuberanza e la loquacità di quella giovane davanti a lui minarono pesantemente i suoi tempi di reazione. Per ricambiare velocemente la presa, incagliò con goffaggine la mano fra le camicie vicine, facendone cadere una manciata. 

Lara lo vide imbarazzarsi e poi lanciarsi alla raccolta dei capi dal pavimento. Rise, quindi si chinò anche lei, andandogli in aiuto.

«Roberto! Mi chiamo Roberto. Scusami. Di solito non sono così imbranato.» E si voltò circospetto, prima di esternare la sua preoccupazione. «Speriamo non lo venga a sapere il proprietario.» 

Lei lo fissò, arricciò le labbra e gli diede una brutta notizia, godendosi la sua faccia. «È troppo tardi. Mi sa che lo sa già!»

Lui si guardò attorno e sorrise per l’improbabilità di quella affermazione. Stava proprio per chiederle come il proprietario avrebbe potuto saperlo, se non fosse arrivata Giorgia a chiarire tutto. Infatti, si mise sull’attenti e fece il saluto militare a Lara. «Buongiorno, capo. Oggi sei in ritardo. Siamo a otto camicie e tre cravatte vendute, ed è solo mezzogiorno e mezzo!» Fu il bollettino di guerra positivo recitato come un marine americano. «Sono stata brava? Che dici? Che dici?» aggiunse, con le solite risatine.

«Sì, Giorgia sei stata la solita guerriera, quella che amo. Però, bella de’ zia, togliti quelle cuffie, almeno quando sei nel retrobottega.»

«Quindi questo negozio è tuo?» chiese Roberto, strabuzzando gli occhi e guardandosi nuovamente attorno.

«E già! È tutto mio e solo mio. Se vuoi, puoi tornare a darmi del “lei”.» Sorrise.

«Allora doppie scuse. Oggi è una cascata di figuracce. Perdonami.»

«“Scusami”, “perdonami”… Oh! Rilassati, Roberto! Sembri un vecchio di settant’anni. Il pavimento è sempre pulito e le camicie non si sono né strappate né rovinate. Dammi tregua, ti prego. Come si dice fra noi giovani: scialla!» esclamò, toccandosi il petto, a sottolineare il pronome usato.

Roberto, ridendo, alzò le mani e ripeté più volte di aver capito. Fu la resa incondizionata all’uragano Lara, che riuscì a travolgerlo rendendogli tutto più leggero. 

«Capo, stamattina il corriere ha portato la nuova collezione. Stavo appunto controllando che ci fosse tutto. Vuoi andare a controllare anche tu? Così magari io faccio provare qualcosa a questo figaccione

Roberto avvertì il tepore scalargli il viso, e continuava a sorridere come un ebete mentre alternava lo sguardo tra le due ragazze. 

Lara capì la situazione e decise di mettere un freno ai simpatici bollori della sua dipendente. «Giorgia, come devo fare con te?!» disse, portandosi una mano sulla fronte. «Continua a spuntare la merce, che al figaccione ci penso io.» 

«Peccato!» Ridacchiò. «Torno a contare camicie che non strapperò mai di dosso a qualcuno. A dopo, ragazzacci!» E rifece a ritroso il percorso, dondolando per equilibrare le sue “abbondanze”.

«Scusala, è fatta così. Le piace giocare e non sa resistere al fascino del genere maschile» intervenne Lara, adoperandosi a sistemare un capo sulla gruccia.

«E tu, invece? Sei immune al fascino maschile?» osò Roberto.

La ragazza lo guardò di sbieco, poi si voltò verso di lui. «E che è ’sta botta di coraggio? Mica ci starai provando, mister Mi Dispiace?»

«Ehm… sì. Cioè… Può darsi… Oddio, no… volevo dire: assolutamente no! Scusami, non volevo essere invadente. Intendevo… in generale…» si giustificò annaspando. 

A quel punto, lei lo squadrò da capo a piedi. Gli mise le mani sui deltoidi e le lasciò scivolare fino alla sommità delle spalle. 

Roberto, impreparato a quel contatto inaspettato, si irrigidì e la sua respirazione si accorciò. Non riusciva a staccare gli occhi da quelle labbra carnose e lucide che aveva a mezzo metro di distanza. Per un attimo pensò che stesse per succedere qualcosa di bellissimo, da film. 

Lei, intanto, continuando, arrivò a posargli i palmi sul collo e gli si avvicinò pericolosamente, tanto da fargli percepire persino l’odore della sua pelle. 

Roberto sentì un fremito andarsene a spasso per le terminazioni nervose. Chiuse gli occhi e schiuse le labbra, pronto ad accoglierla. 

Lara lo osservò un attimo e fece un mezzo sorriso. Poi, rapida, sfilò una camicia da un supporto e gliela poggiò decisa sul viso. «Prova questa nera, dovrebbe andare bene come misura. Poi scegliamo il colore, se questo non ti piace» asserì con finta risolutezza.

Quella frustata di cotone in faccia risucchiò immediatamente Roberto dal breve sogno che stava vivendo. In un attimo vide svanire la scena madre del film che si era fatto in testa. «Ah, ok… Sì, certo… la provo subito.» E iniziò a sbottonarsi quella che indossava.

«Ma che fai? Anche se sono giovane, sono pur sempre una signora. Là ci sono dei bei camerini spaziosi e illuminati.»

«Oh, sì… Che stupido… Ovvio. Allora vado in quei bei camerini… spaziosi e illuminati» affermò, mentre lei, con le braccia conserte, continuava ad annuire lentamente.

Appena fu dentro, si sfilò la camicia di jeans e si ritrovò a petto nudo, riflesso nell’ampio specchio. Notò l’affiorare delle leggere maniglie dell’amore dovute alla mancanza di tempo per una costante attività sportiva. Si ricordò del fisico perfetto di un po’ di anni prima, quando faceva jogging regolarmente per le stradine di Londra. Tirò indietro la pancia per rendere più vivido quel ricordo.

«Quanto ci vuole per indossare una stupida camicia? Non voglio diventare vecchia fuori da un camerino!»

Quell’appunto perentorio lo destò dai suoi pensieri. «Quasi fatto! Arrivo subito!» rispose a tono alto e ridendo in silenzio per lo strano potere che aveva Lara nel metterlo a disagio. Indossò il capo ancora odorante di imballaggio e spostò il fastidioso cartellino che gli segava il collo. Tirò su il colletto e giù i lembi inferiori. Diede uno sguardo ai due profili per verificare la vestibilità, e un’aggiustata ai ciuffetti castano scuro per la presentabilità, quindi uscì in pompa magna dal camerino. «Eccomi! Che ne dici?»

Quel capo gli stava a pennello, sembrava che glielo avessero cucito addosso. Il colore si sposava con la barbetta incolta, con i capelli e con gli occhi scuri e sinceri. Per un attimo, Lara rimase colpita da quel piacevole e armonioso colpo d’occhio. La spontaneità la tradì e articolò sottovoce: «Sei bellissimo».

Roberto fece una smorfia di smarrimento. «È strettissimo? Scusa, non ho capito. Non va bene?»

Lei, in quel momento, rinsavì. Poi scosse la testa, schiarì la voce e divagò. «Ehm… Ho detto che è perfettissimo. Questo capo è perfettissimo. Sì, ti sta proprio bene.»

«Ah, ok. Allora vada per questa, ne prendo due, però bianche. Al lavoro mi serv…» 

«No! Almeno una la devi prendere di questo colore.» Lo bloccò lei, categorica.

Il ragazzo, preso in contropiede da quell’inattesa imposizione, indietreggiò un secondo col viso. Poi, amareggiato, manifestò la sua necessità. «Ma a me servono bianche, davvero.»

«Allora questa te la regalo io. Sì, facciamo così! Però non lo dire in giro. Non vorrei che i miei clienti storici venissero a battere cassa. Mi piace troppo come ti sta addosso.» 

Roberto rise, e lei, per la prima volta, gli tolse il monopolio dell’imbarazzo.

Si incamminarono verso la cassa, e lui, che la seguiva, si concesse di sbirciare per un frangente tra le cuciture dei jeans attillati di lei.

Non ci furono altri suoni oltre allo scampanellio del registratore di cassa e al gracidare della fuoriuscita dello scontrino. La piacevole tensione che si era creata dava spazio solo a sorrisini accennati e a occhi che si incrociavano a tratti mentre saltellavano, a caso, in punti imprecisati del negozio. 

«Ecco qua. Hai fatto un affare, oggi. Hai trovato qualcosa di veramente bello e che fa proprio per te!» commentò Lara, rompendo il silenzio e porgendogli la busta.

«Già, lo penso anche io. Però, pure le camicie sono belle» rispose lui, facendola arrossire.

«Ok, ok. Basta così, per favore. Adesso devo proprio andare a dare una mano a Giorgia.»

Roberto alzò le mani in segno di resa. «Per carità, non vorrei sottrarle del tempo prezioso, signora Lara. Sparisco subito!» proferì in tono scherzoso.

«Ecco. Bravo, signor Roberto “Copperfield”. Sparisci che è meglio» sottolineò lei indicando l’uscita.

Lui la salutò e fece per uscire, accompagnato dallo sguardo di Lara. Appena aprì la porta, lei gli riservò un’ultima battuta: «Comunque anche Copperfield ricompare sempre, prima o poi. Anche se spero che tu non sia un illusionista come lui».

Roberto la guardò da sopra una spalla e lasciò intravedere il suo compiacimento. Annuì, prima di svanire, fagocitato da un gruppo di giapponesi di passaggio.

La ragazza rimase a fissare la porta, ma i suoi pensieri ripercorrevano tutta la scaletta del loro incontro e ogni parola scambiata con quello sconosciuto. Le aveva lasciato un turbamento dentro e non si capacitava di come fosse riuscito a farla arrossire, proprio lei che aveva sempre avuto un carattere forte e una faccia tosta come poche. 

«Oddio! Ti stai innamorando, ti stai innamorando!» Fu l’urlo lacerante di Giorgia che frantumò in mille pezzi quelle sensazioni, facendo letteralmente sobbalzare Lara sul posto. 

Quest’ultima si portò la mano al petto e inspirò a bocca aperta. «Giorgia! Dannazione! Mi vuoi far venire un infarto?!»

«Vi ho spiato tutto il tempo. State benissimo insieme. Lui è un figaccione da paura: è dolce, timido, faccia da bravo ragazzo… Te lo meriti proprio un uomo così! Siete fatti l’una per l’altro, secondo me. E poi…»

«Per favore, placati, figlia del romanticismo cosmico! È solo un cliente con cui sono stata carina. Tu riusciresti a leggere una storia d’amore anche negli ingredienti di una scatola di biscotti.» 

Giorgia iniziò a ridere nel suo modo pittoresco e a roteare su se stessa stringendosi nelle spalle con le mani giunte sotto il mento. Nemmeno Lara, a quella scena, poté trattenere le risate mentre scuoteva la testa a giudizio dell’equilibrio mentale della sua amica. 

Questa, a un tratto, si fermò e le si mise a dieci centimetri dal naso. Si fece seria come un prete a un funerale. «Non ci provare con me. L’hai detto tu: io sono la figlia del romanticismo cosmico. E ci puoi giurare che lo sono, cavolo! E come tale, puoi ingannare chi ti pare, persino te stessa se vuoi, ma non puoi fregare me, capo! Io quegli occhi li conosco.»

Lara non sapeva dove guardare per sfuggire a quelle considerazioni che, in fondo, non trovava così azzardate. «E va bene, piccola strega, diciamo che mi ha fatto una buona impressione. Sembra carino, sì…»

«Ah! Sentitela, “sembra carino”. Tu lo trovi molto carino e anche di più.»

«Vabbè, tanto sono tutti uguali gli uomini: cercano sempre di essere gentili e dare la migliore impressione di sé; poi, appena gli mostri il cuore, te lo accoltellano.»

«Certo, può darsi. Ma non sono tutti uguali. Le tue sono solo stupide generalizzazioni prese in prestito da una vecchia zitella che ha deciso la strada più comoda che, però, è anche la più triste. Se questo cuore non lo mostriamo mai, come facciamo a sapere se sarà accoltellato? Vale la pena rischiare qualche taglietto sul petto per la felicità infinita? Rispondimi! Per me, assolutamente sì!»

Lara sostituì la sua risposta con il lungo sospiro che la riflessione su quel discorso aveva alimentato. «Ok, saggia e matta amica mia. Alzo bandiera bianca, mi arrendo. Andiamo a sistemare quelle benedette camicie.»

«Subito, capo! Ma non prima di un lungo abbraccio coccoloso.» E così l’avvolse con la sua morbidezza.

La busta con la scritta “Camicizia” oscillava al ritmo dell’andatura di Roberto, mentre questi si dirigeva verso il suo scooter parcheggiato nei pressi di Piazza del Popolo. Lo riconobbe subito dalla plastica gialla che avvolgeva la possente catena antifurto. Il suo vecchio Yamaha X-Max di seconda mano era solo uno fra le molte decine di ciclomotori e motocicli ammassati a ridosso dell’ingresso della fermata Flaminio della metropolitana. In primavera, in una metropoli come Roma, dove nel traffico ci si poteva persino invecchiare, germogliavano più mezzi a due ruote che fiori. Era quasi vitale possederne uno. Roberto sistemò il suo involucro nel bauletto posteriore, indossò il casco e, come un fiero cowboy, cavalcò il suo destriero. Durante il tragitto verso casa, quell’elmetto gli fece da diga all’evaporazione dei suoi pensieri, e uno in particolare cominciò a scorrere in loop, come un criceto sulla ruota. Roberto premette su rewind e lasciò scorrere i momenti trascorsi circa un’ora prima: quel negozio di camicie seminascosto, quella folcloristica commessa e poi lei, Lara: vispa, spigliata, intelligente, con una forte personalità e dalla risposta sempre pronta. Sarebbe già bastato questo per fargli scattare tutti gli allarmi interiori, se non fosse che la trovava anche terribilmente attraente. E ciò era un grosso problema perché, già da qualche anno, aveva promesso fedeltà assoluta a un’altra. Si era imposto che niente e nessuno lo avrebbe mai distratto dal suo impegno d’amore.

2021-06-19

Aggiornamento

Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno creduto nel mio romanzo pre-ordinando una o piú copie del libro e, quindi, portandolo a centrare il primo obiettivo della campagna: 200 copie. E ringrazio, anticipatamente, anche tutti gli altri che, sono certo, si appassioneranno alla storia di Lara e Roberto e pre-ordineranno, a breve, la loro copia. La campagna continua verso il secondo obiettivo: 250 copie. Grazie ancora a tutti... Non fermatevi: parlatene ai vostri contatti, soprattutto se lo avete già letto in bozza, e sostenetemi con lo stesso entusiasmo che mi avete manifestato fino a ora. Il romanzo è anche vostro perchè senza i vostri pre-ordini non esisterebbe. GRAZIE! 🙏🏽❤️

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Vincenzo Cancemi
nasce a Siracusa il 4 luglio 1972. Dopo aver terminato gli studi dell’obbligo e aver conseguito il diploma in ragioneria si iscrive all’Università di Catania, facoltà di Economia e Commercio. Abbandona poco dopo gli studi perché si arruola nel Corpo della Guardia di Finanza. Dal 1997 vive e lavora a Roma e nell’ottobre del 2005 si laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione presso l’Università di Torino. Esordisce con "Sarò sempre con te" (bookabook, 2019). "Senza libero arbitrio" è il suo secondo romanzo.
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