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Sette apprendisti per la torre di ghiaccio

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Consegna prevista Luglio 2020

“Ci sono parecchie cose che ancora non sappiamo: qual è la vera identità del cavaliere nero? Qual è la vera identità di Leogan? Chi è veramente Far? Cosa stanno tramando le fratellanze? Ebbene, al momento io non ho la risposta a nessuna di queste domande. Anzi, ne porrò un’altra: dopo tutto quello che avete visto e sentito, chi di voi se la sente di continuare fino alla torre di ghiaccio e di scoprire cosa c’è dietro la settima porta?”

Un’antica profezia. Fantasmi che tornano dal passato. Bande spietate pronte ad un bagno di sangue. Il martoriato Hjartlant ritroverà mai la pace? Ignari di tutto questo, sette giovani dotati di capacità sorprendenti (Eyra, Stilla, Fleog, Makian, Akilia, Vea, e un ragazzo senza nome in seguito chiamato Golog) sono spinti verso una lunga e pericolosa ricerca. Fino all’imprevedibile e scoppiettante finale che muterà radicalmente le loro vite.

Perché ho scritto questo libro?

Un’idea fissa, quasi un tarlo. Una storia e dei personaggi cresciuti in barba a tutto il lavoro preparatorio. La voglia di raccontare un’avventura di cui mi sarebbe piaciuto essere protagonista. La passione per i “viaggi” (Verne e i suoi Voyages extraordinaires, tra le mie prime letture giovanili) e i mondi immaginari ma coerenti (Tolkien). Il gusto per la contaminazione dei generi e per gli intrecci “aggrovigliati”. Forse, l’esigenza personale di riflettere attraverso la scrittura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Alcuni vecchi maestri sussurravano che la crescita disordinata del fabbricato nord non fosse il frutto della miope iniziativa dei loro predecessori, né del mediocre ingegno di avventizi architetti. Era stato l’edificio stesso, sostenevano, adeguandosi alle esigenze di un’accresciuta studentesca, a far valere la sua facoltà di crescere e riprodursi.
Chi vi si avventurava per la prima volta riceveva probabilmente la stessa impressione di un essere umano scaraventato nel caos primordiale.
Bui corridoi partivano da usci seminascosti, s’incrociavano, ripartivano, s’incurvavano, arrestandosi solo davanti ad ardite rampe, e facendo sembrare la loro lunghezza incompatibile con le dimensioni dell’intero fabbricato. In alternativa ai corridoi, il passaggio tra sezioni e aule avveniva attraverso sequele di stretti e bassi ambienti, suscitando nello già spaesato visitatore accessi di claustrofobia. Quasi a compensare queste angustie, l’edificio allora prodigava imprevedibilmente i volumi, destando opposti ma altrettanto ossessivi timori.
La difficoltà a orientarsi era accresciuta dalla diversa disposizione degli spazi tra un piano e l’altro, senza contare la presenza di piani intermedi, derivanti dalla riduzione in altezza di ambienti più grandi.
Come spiegò il sorvegliante incaricato di accompagnarli, era stato introdotto un sistema di lettere e numeri per identificare in modo semplice, immediato e preciso ogni angolo della fabbrica. Fleog si convinse che solo una diuturna frequentazione e una raffinata mnemotecnica potevano impedire al visitatore di finire inghiottito dall’edificio.Continua a leggere
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Dopo qualche tempo il sorvegliante annunciò l’arrivo di Sepek. L’ingresso del maestro fu assai meno cerimonioso di quello mattutino nell’aula grande. Sepek, semplicemente, varcò la soglia dell’aula e tutti chinarono il capo.
Il grande maestro strinse la mano a Skadak.
“Allora, ottimo Skadak, vogliamo conoscere meglio questi giovani?”
“Certo!”
Skadak fece disporre gli aspiranti di Thriborg l’uno di fianco all’altro.
“Questo è Makian, il mio assistente!”
Sepek gli rivolse uno sguardo che Fleog trovò quasi sprezzante. Makian arrossì leggermente.
“Hai qualcosa da dire, assistente Makian?”
Questa domanda giunse del tutto inaspettata, e lo stesso Makian restò interdetto. Skadak gettò sull’assistente uno sguardo vagamente interrogativo.
“Sì… illustre maestro!”
Makian deglutì la saliva.
“Per la gloria del nobile emblema delle sette spade e per il bene degli aspiranti chiedo di essere illuminato sull’antica fortezza della Confraternita dei saggi, la torre di ghiaccio, detta anche Isroch, e sui suoi simboli!”
A Makian sembrò di aver fatto una fatica immane. Fleog tirò un sospiro: ecco, è fatta, adesso Sepek dovrà darci la tanto desiderata risposta…
Un’espressione indefinibile si dipinse sul viso di Skadak, mentre tra gli aspiranti sembrava prevalere la perplessità. Il grande maestro per un istante fissò Makian, quasi abbozzando un sorriso, poi se ne rimase in silenzio, mentre il suo sguardo vagava indefinitamente. Quando rispose la sua voce suonò stentorea sotto la bassa volta.
“E cosa sarebbe questa… Isroch? Ammettiamo che sia esistita una torre – così la chiami tu! – con questo nome, di proprietà della Confraternita. Per il bene di chi dovremmo discettare di vecchi ruderi? E per la gloria di quale emblema? Possono un cumulo di rovine e stinti simboli tributare nuovi onori a un emblema che è più antico delle più antiche leggende e che sopravvivrà a esse?”
Qualcuno tra gli aspiranti sorrise.
“Trascurate le fole, lasciatele alle donne e agli anziani: se ne gioveranno le une per cullare i bambini riottosi al sonno, gli altri per rallegrare le loro veglie nelle osterie! Cercate piuttosto di trovare risposte a domande come: quando è stata costruita la Scuola Grande? Da chi? Con quali scopi? Ecco… in questo modo avrete tutta la storia necessaria e sufficiente! Il resto è un lusso che solo i reietti e i perditempo possono permettersi!”
Makian chinò nuovamente il capo, pensando che non lo avrebbe mai più rialzato. Fleog invece strinse rabbiosamente i pugni. Il suo sdegno era cresciuto a ogni parola del maestro, e ancor più notando la condiscendenza con cui aveva risposto alle domande degli altri giovani.
Sepek fece una riflessione conclusiva, e Skadak invitò gli aspiranti a ringraziarlo e salutarlo. Vedendo Makian in disparte come un cane bastonato e Buhlek visibilmente raggiante, Fleog non riuscì più a trattenersi.
“Maestro Sepek! Io avrei ancora una domanda!”
Makian sollevò uno sguardo di rimprovero, anche se aveva l’aria di uno che se lo aspettava. Tutti gli altri fissarono allibiti l’ardito aspirante. Sepek, nonostante l’evidente infrazione del regolamento, non batté ciglio, spronando implicitamente Fleog a proseguire.
“È bene premiare chi è passato dalla parte del torto, lasciando a chi l’ha subito la beffa di un merito non riconosciuto?”
Sepek lo fissò per qualche istante senza parlare. Skadak corrugò la fronte.
“Cos’è «bene», giovane Fleog? Cos’è «male»? Sei forse tu a deciderlo? È chi subisce un torto a stabilire dalla misura del torto stesso quella del bene che gli è dovuto? Se subite un torto non misuratelo, perché non su questo sarà calcolato il bene che meritate, ma sul perdono che saprete opporre al torto medesimo! Non nutrite rancori, non covate l’odio, non rafforzate le divisioni. Perdonate e non limitate in alcun modo il riconoscimento che chi vi perseguita potrà ricevere!”
Nella sala si era creata una strana atmosfera d’attesa, gli aspiranti sembravano confusi. Skadak espresse finalmente il suo ringraziamento al maestro seguito a sua volta dal saluto collettivo dei giovani.

“Questo Sepek io proprio non lo capisco!”
Fleog e Makian erano ritornati nella loro stanza. Makian aveva comprato un pezzo di focaccia e del formaggio, e ne aveva offerto a un Fleog piuttosto nervoso, che aveva rifiutato.
“Isroch una leggenda, i simboli una sciocchezza… e il cavaliere nero? Ce ne siamo forse dimenticati?”
“Sei stato avventato a formulare quella domanda, Fleog… ma devo dire che in un certo senso hai fatto bene. Adesso vedo più chiaramente. Quella di Sepek era una dichiarazione in favore di Buhlek! Non l’hai capito? Il bene… il male… è evidente che Skadak gli ha parlato dei nostri recenti contrasti… e il gran maestro giù con il suo predicozzo! Dimentichiamo Thriborg, Fleog, dimentichiamo il nostro piccolo borgo!”
“E il tuo matrimonio con Julia?”
“Ah, certo, Julia! Credevi non sapessi che mi voleva sposare solo perché avevo la prospettiva di diventare maestro?”
“Oh, non fare così, Makian… ancora non hai risposto alla mia domanda! Abbiamo visto entrambi il cavaliere nero… e poi la vecchia gobba… il mendicante… i nostri sogni… vogliamo parlare di questo?”
“Fleog… Fleog… ragioni proprio come un bambino! Ancora non capisci? Siamo stati vittime di uno scherzo atroce, e sappiamo benissimo chi ringraziare! Voleva che ci sbilanciassimo e la nostra reazione deve aver superato persino le sue più rosee aspettative! Adesso siamo stati screditati agli occhi di Sepek, di Skadak e dell’intero gruppo di aspiranti… oh, Fleog, è tutta colpa mia! Ma un futuro tu ce l’hai ancora… devi vincere il torneo di domani! Devi farlo per te, per me, e per farla vedere a Buhlek!”
Fleog sorrise in modo forzato. Una lacrima gli solcò il viso.
“Makian…”
“Che c’è?”
“Non hai sentito? Dei rumori! Qualcuno ha bussato!”
“Ah… saranno gli altri assistenti! Vorranno portarci a fare bisboccia… va… va tu, digli che non mi sento bene… insomma, inventa una scusa!”
Fleog tornò quasi subito con un’aria perplessa.
“Chi era?”
“Non lo so… ma ho trovato questo pezzo di carta piegato sotto la porta…”
“Fa’ vedere!”
Makian aprì il foglio e lo lesse corrugando la fronte. Quando ebbe finito sbiancò e lo lasciò cadere per terra. Fleog lo raccolse e lo lesse a sua volta.

“assistente Makian
giovane Fleog

Il mio ruolo e i miei uffici mi obbligano a ricorrere a questo espediente. Credo di dovervi delle spiegazioni su argomenti della massima importanza che vi toccano assai da vicino. Vi posso concedere udienza solo questa notte. Il cancello sul lato nord, che ben conoscete, sarà aperto. Bussate alla porta dell’alloggio, Hirkuk verrà ad aprirvi. Il vostro comportamento si ispiri in massimo grado alla tempestività e alla discrezione. Il minimo errore potrà avere conseguenze fatali!

m. Sepek

PS: per la sicurezza vostra e mia distruggete questo biglietto subito dopo averlo letto!”

I due si fissarono a lungo senza parlare. Fu Makian a rompere il silenzio. Stava facendo un terribile sforzo per controllare l’emozione.
“Conosco bene questa scrittura…” disse esaminando il foglio alla luce della candela.
“Persino la carta non è di quelle che si vendono nelle normali botteghe. Hai visto questa filigrana e il simbolo raffigurato? Solo una persona può aver scritto questo messaggio!”
“E adesso cosa facciamo?”
“Lo sai benissimo! Apri lentamente la porta… controlla se c’è qualcuno in vista. E togliti le scarpe! Non dobbiamo far rumore scendendo. Intanto io brucio questo foglio!”

13 novembre 2019

Evento

Sala Consiliare, Via Bruno Brandellero 46, Valli del Pasubio (VI)
Incontro con l'autore Andrea Tessaro
Sette apprendisti per la torre di ghiaccio
Presentazione del libro in crowdfunding su booabook
Carla Urban - moderatrice Loreta Dell'Otto - voce narrante Paolo Greco - musiche
 
29 ottobre 2019

Aggiornamento

I temi del romanzo
“Stilla provò un leggero brivido. Non si era del tutto abituata a quelle misteriose coincidenze.” (Quattordicesimo giorno)
“Con la sua abile oratoria persuase il popolo che gli antichi libri stavano correndo gravi rischi, ed ebbe il consenso per tenerli nascosti.” (Ventiseiesimo giorno)
“Ho instillato in voi la curiosità, inducendovi addirittura a detestare Hjartun e la Scuola Grande” (Il cavaliere bianco)
Di cosa parla questo romanzo? In altre parole: quali temi tratta? Per rispondere a questa domanda vorrei partire dalla struttura e dalle funzioni narrative adottate. Sette giovani iniziano un viaggio durante il quale superano varie prove fino al raggiungimento dell’obiettivo per cui erano partiti (oltre ai protagonisti occorre mettere in conto un discreto numero di antagonisti ed aiutanti, e il ricevimento di doni “magici”). Evidente l’analogia con la struttura della fiaba secondo l’analisi di Propp (non c’è, in senso stretto, il danneggiamento o mancanza che determina la partenza ma, come vedremo, questa funzione è svolta in qualche modo da altri elementi presenti nella storia). Racconto di iniziazione, dunque, ma solo in parte: il vero motore della storia è il bisogno di far emergere e chiarire aspetti profondi dell’inconscio. Interrogativi esistenziali, in altre parole, rappresentati nella storia dalla singolare coincidenza dei sogni di alcuni dei protagonisti (un bisogno di sapere che è indice di “danneggiamento”, in un mondo che mette al primo posto l’efficienza lavorativa, quindi economica, e che conferisce agli eventi una valenza soprannaturale più che magica).
Questo aspetto indirizza direttamente all’altro tema portante della storia: la conoscenza come strumento di potere. Per un personaggio essa diventa strumento di ascesa e soprattutto di controllo, e per raggiungerla non esita a macchiarsi di crimini orrendi. Per chi vuole leggerlo, un riferimento non tanto occulto al valore dei dati personali nell’era digitale.
I temi della “forza” dei sogni e del potere della conoscenza sono quindi fondanti, ma in un romanzo di questa lunghezza molte storie e molte idee inevitabilmente si intrecciano e si rincorrono. Un interrogativo che percorre tutto il romanzo riguarda ad esempio la presenza del male, e il suo formarsi e crescere nell’animo umano, presenza frequentemente esplicitata con l’opposizione luce / tenebre (un esplicito riferimento al prologo del Vangelo di Giovanni).
Le vicende dello Hjartlant vedono spesso la nascita e la fine (mai indolore) di dittature: tema quanto mai attuale, in cui il citazionismo aspira ad una dimensione atemporale (i sostenitori di uno dei dittatori di turno sono infatti chiamati “collaborazionisti”).
Un altro asse tematico che si snoda dall’inizio alla fine del romanzo è legato al suo luogo forse più importante: la Scuola Grande. Il mondo scolastico, quindi, in tutte le sue sfaccettature, senza escludere la didattica e, più in particolare, il rapporto docente / discente.
Il tutto senza la pretesa, ovviamente, di affermare verità assolute. Solo la volontà di proporre semplici spunti di riflessione.
20 ottobre 2019

Aggiornamento

Le origini del romanzo
“Dimmi un’ultima cosa, Fleog… come accidenti hai fatto a salire sul tetto del dormitorio?”
(Terzo giorno)
Vide una figura avanzare con decisione da una porticina sul lato destro. Teneva il capo leggermente chino, ciò nonostante la sua figura giganteggiava nel vasto emiciclo. Aveva i capelli corti, lisci, appena argentati. Doveva essere piuttosto avanti con gli anni, eppure il suo portamento palesava un notevole vigore.
Si fermò dietro a un podio coperto da un piccolo parapetto al centro dell’esedra. Tutti i presenti trattennero il fiato. Fleog poté finalmente osservare il volto di Sepek. I suoi occhi si muovevano tanto rapidamente quanto imprevedibilmente, dando la sensazione di controllare ogni singolo membro dell’assemblea.
(Nono giorno)
Prese un foglio bianco e una grossa penna che intinse nell’inchiostro, e cominciò vergare una lista di nomi. La cancellò, la riscrisse di nuovo, infine si decise ad abbozzare il testo.
“No…” mormorò.
Guardò attraverso l’alta vetrata e, quasi indispettito, strappò il foglio.
(Le sette porte)
Da piccolo ero fermamente convinto di poter volare. Non si trattava - come si potrebbe facilmente supporre - di un’utopia mutuata dalle varie galassie “supereroistiche”. Era, piuttosto, una personale rivisitazione della legge di gravità: sapevo che potevo restare sospeso in aria, magari aiutandomi con una breve rincorsa, librandomi per brevi tratti ma senza mai alzarmi troppo dal suolo (soffro di vertigini…).
Questa assurda idea infantile è il nocciolo attorno a cui è stato costruito il romanzo, che in estrema sintesi è la storia di un gruppo di giovani dotati di capacità fuori dal comune (per quanto possa sembrare strano, all’epoca non conoscevo gli X-Men: in ambito fumettistico leggevo quasi esclusivamente Walt Disney…). Uno di essi, per inciso, ha la facoltà di volare, seppur in maniera metaforica (dei personaggi parlerò approfonditamente in un altro post).
Legato saldamente a questo è uno spunto narrativo che risale invece alla mia “adolescenza”: un personaggio (“maestro”, scrittore, musicista, insomma “tuttologo” per vocazione) attraversa varie “storie” assumendo differenti identità. Come un vero e proprio deus ex machina, dopo aver disseminato indizi e ordito intrighi risolve infine la situazione (la mia predilezione per i “maestri” in qualsiasi ambito - dalla musica alle arti marziali - deriva forse dal fascino che hanno spesso esercitato su di me i miei insegnanti, nei vari ordini e gradi scolastici).
L’elenco degli autori che sono stati fonte di ispirazione è lungo (e potrebbe diventare anch'esso argomento per un futuro post). Oltre all'ovvio Tolkien, vorrei ricordare per il momento almeno Jules Verne (i “viaggi straordinari”) e Agatha Christie (il giallo, obviously). E ancora: la figura di Golog - uno dei “sette” - viene dal Libro di Giobbe, il labirinto di Isroch da "La biblioteca di Babele" di Borges…
Le idee dunque non mancavano: il vero scoglio era la scrittura. All'epoca ero convinto di poter scrivere storie semplici e accattivanti (nelle aule scolastiche, durante le ore di narrativa, la noia regnava sovrana…). Non tardai a capire quanto fosse difficile! Dopo essermi cimentato in racconti e romanzi brevi di ogni genere (tutti inediti), mi fermai a riflettere. Capii che dovevo procedere in modo più rigoroso. Serviva un lavoro preparatorio piuttosto meticoloso, che prendesse in considerazione tutta una serie di elementi, dalle coordinate spazio-temporali alla caratterizzazione dei personaggi. Scelsi di partire dall'idea infantile del “volo”. La figura del “maestro” ricomparve magicamente nella medesima storia.
Fu così che iniziai a scrivere il romanzo Sette apprendisti per la torre di ghiaccio.
15 ottobre 2019

Aggiornamento

“La storia è bella, piena di idee, a volte così tante che l’autore non le sviluppa in tutto il loro potenziale e sembra avere fretta di passare da un’avventura a quella successiva. Appassionante."
(Comitato di Lettura dell'Edizione XXVIII del Premio Italo Calvino)
Questo è stato il primo giudizio autorevole sull'opera: mi ha fornito indicazioni per migliorarla e mi ha spinto a presentarla ad un pubblico più ampio.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ambientazioni coinvolgenti e ‘suspence’ sono gli ingredienti principali di questo ottimo romanzo fantasy. Il lettore si trova catapultato in un affascinante mondo fittizio e vi si muove inizialmente con circospezione e difficoltà ma, a mano a mano che la narrazione procede, si sente sempre più coinvolto nelle vicende dei personaggi, fino ad immedesimarsi nelle loro situazioni, che si susseguono secondo la tecnica dell'”entrelacement”. La tensione del racconto è sapientemente costruita in un crescendo che tiene fino alla fine, tra vicende che si intrecciano, colpi di scena, misteri, intrighi e difficoltà. Merita un plauso anche la scrittura, che in una prosa equilibrata e armoniosa, non rifugge il termine raro e specialistico. Cosa assai apprezzabile e rara, di questi tempi. Un romanzo che merita attenzione, la cui lettura è consigliatissima, sia agli appassionati del genere, sia a chi desidera farsi trasportare in una dimensione fantastica, sia a chi ama la bella scrittura.

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Andrea Tessaro
Andrea Tessaro, nato nel 1969, ha compiuto studi musicali e umanistici. Diplomato in flauto dolce (1994) e organo e composizione organistica (1996) presso il Conservatorio “C. Pollini” di Padova, ha svolto attività concertistica sia come flautista sia come organista. Docente di lettere, ha pubblicato su “Rassegna Veneta di Studi Musicali” articoli di ricerca musicologica, tra cui uno studio su un inedito manoscritto ottocentesco di musica organistica.
Fotografo per passione, tiene regolarmente corsi di base di fotografia e collabora nella realizzazione di cataloghi di mostre.
Pur avendo sempre coltivato la scrittura, questo romanzo è il suo primo lavoro di un certo impegno.
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