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Tommaso Panieri, per tutti Tommy, è innamorato di Debora sin dai tempi delle elementari; entrambi vivono nel quartiere Casoretto a Milano. Insieme partecipano ai funerali di Fausto e Iaio, uno degli omicidi che insanguina la città alla fine degli anni Settanta, sullo sfondo dell’avvento delle nuove droghe e delle prime morti per l’eroina.
L’impressione per la morte assurda dei due ragazzi e un’azione terribile commessa adombrano la vita del protagonista, che anni dopo, ormai solo, si ritrova a fare i conti con le proprie colpe e con le svolte dell’esistenza che lo hanno privato della figura di riferimento del padre e della possibilità di studiare: insieme ad altri compagni di strada disillusi come lui dalla Storia (le stragi senza colpevoli; il tradimento della politica e l’edonismo degli anni Ottanta; la scomparsa dell’etica del lavoro) e segnati dalle vicende personali, e grazie all’incontro con una vecchia conoscenza, Tommaso troverà finalmente il coraggio di compiere scelte per una possibile pacificazione con se stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Ero poco più di un bambino quando appresi dell’uccisione di Fausto e Iaio. All’epoca abitavo a molti chilometri da Milano e ricordo lo sguardo di mia madre davanti allo schermo per un omicidio tanto insensato quanto efferato.Tutto è stato già scritto sul fatto di cronaca: per me è stato solo un punto di partenza per raccontare, da quell’anno, la parabola di un ragazzo, fino all’orlo dell’abisso e poi a una possibile pacificazione nel finale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

If you can’t remember how I died remember how I lived
and if you can find it in your heart to forgive know that the piece of brain that had to fall never affected my love for you at all
I’m gonna play this thing ‘till they find a cure
Woody Guthrie

Nessuna bellezza di primavera,
nessuna bellezza estiva ha la grazia che ho visto in un volto autunnale
John Donne

P R O L O G O

Il giorno in cui la mia infanzia terminò, il bidello arrivò in classe con una faccia triste come non gliel’avevamo vista mai, che da grande avrei imparato a chiamare a lutto; sussurrò qualcosa all’orecchio della maestra e si allontanò dall’aula.
L’insegnante era la supplente del doposcuola, perché la maestra di ruolo era ammalata: si chiamava Nora Salvetti ed era bellissima, anche se non come Debora. La signorina Nora ci aveva appena letto una poesia di Gianni Rodari, quella sugli odori dei mestieri.

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Io so gli odori dei mestieri: di noce moscata sanno i droghieri, sa d’olio la tuta dell’operaio, di farina sa il fornaio, sanno di terra i contadini, di vernice gli imbianchini, sul camice bianco del dottore di medicine c’è buon odore. I fannulloni, strano però, non sanno di nulla e puzzano un po’.
Ci spiegò che ogni mestiere, anche il più umile, è importante perché produce qualcosa di buono per tutti: pensai al lavoro di mio padre in fabbrica, e a quando tornava a casa con l’odore di olio addosso, e mi parlava di pezzi da montare, di turni di notte, di assemblee e di diritti negati dai ‘padroni’.
Poi la signorina Nora si schiarì la voce in gola e ci esortò ad avviarci fuori dall’edificio scolastico, disposti in fila indiana.
Mentre mi accodavo silenzioso a centinaia di bambini e bambine, pregustavo la torta di compleanno che mamma mi avrebbe fatto trovare al ritorno a casa. Era il 22 marzo del 1978.

TANTO TEMPO FA
UNO

Il cielo di Milano all’uscita dalla scuola di viale Lombardia si presenta limpido, come l’avrei visto poche volte negli anni successivi. Noi bambini ci teniamo le mani strette gli uni agli altri, impauriti: una folla enorme, sembrano un milione di persone, ci aspetta, spaventosamente silenziosa. Ci sono le emittenti televisive, le radio libere, i giornalisti; un signore dall’aria triste recita una cronaca dentro un microfono, affacciato alla finestra di una casa situata lungo il percorso che compiono le scolaresche, composte: un mare di grembiuli azzurri e neri, verso via Teodosio, a qualche centinaia di metri da dove abito.
Non capisco cosa sta succedendo, tutta questa gente mi fa paura, e al tempo stesso m’incuriosisce. So per certo che una torta ai mirtilli mi sta aspettando a pochi isolati di distanza: potrei invitare i miei compagni di classe a salire a casa per festeggiare, ma non ci starebbero tutti, e soprattutto il passaggio verso il portone del palazzo è ostruito da una barriera umana. Donne che piangono, ragazzi con i pugni alzati, uomini in tuta, distinti signori in giacca e cravatta: decine, centinaia di persone diverse nell’aspetto e nell’abbigliamento, ma con l’espressione identica, così triste, la maggior parte con gli occhi umidi.
Arrivano due furgoni, accostano al marciapiede; ne scendono alcuni uomini con l’aria cupa, aprono gli sportelli e tirano fuori qualcosa, non riesco a vedere tanta è la gente tutt’intorno. Ai due furgoni poi si avvicinano alcuni ragazzi con i capelli lunghi, altri li attorniano tenendo la mano sinistra alta e stretta nel pugno.
Dal piazzale del deposito dell’azienda dei trasporti municipali di via Teodosio i lavoratori sciamano a gruppi verso la strada, unendosi ad altre migliaia di persone: anche loro salutano a pugno chiuso le bare che sfilano portate in spalla. Noi bambini seguiamo quel serpente umano fino al sagrato della chiesa di Santa Maria Bianca, pieno di fiori rossi. La mano di Debora è avvinghiata alla mia, per la paura di perdersi in mezzo a tutta quella folla e perché abbiamo ormai realizzato che è accaduta una cosa molto brutta che ha provocato tanta tristezza a tutte quelle persone.
Di fronte alla chiesa, in un angolo di piazza San Materno, c’è un capannello di giovani attorno a un frate con gli occhiali da sole e i capelli lunghi, che calza stivaletti come quelli che ho visto indosso a qualche cantante alla televisione. Alcuni ragazzi che sembrano muoversi al rallentatore si stringono intorno a lui, hanno visi scuri e occhiaie profonde. Qualcuno fuma mentre si passa il dorso della mano sugli occhi.
Piangono in tanti, donne e uomini, piangono alcuni dei ragazzi con i pugni alzati fuori ad aspettare, probabilmente che finisca la messa che si sta celebrando all’interno dell’abbazia del
Casoretto; e allora cominciamo a piangere anche noi bambini. La maestra pure ha le lacrime agli occhi, senza dire una parola ci ricompone in fila, questa volta a coppie.
Stringo ancora più forte la mano a Debora, quella mano liscia e sempre profumata, anche quando giocavamo con il DAS per ore intere; però adesso ho paura, e le nostre mani sono scivolose come anguille per via del sudore.
Ci accodiamo a centinaia di persone che continuano a camminare; allora penso che noi bambini stiamo per ritornare in classe. Invece la signorina Nora ci fa deviare in via Mancinelli, ci conduce fino a un marciapiede: è tappezzato di fiori che lo rendono interamente rosso, come il mantello di un cavaliere delle favole che alcune volte abbiamo letto in classe. Intorno c’è solo silenzio.

All’ora di pranzo trovai a casa anche papà. Pensavo che fosse tornato prima per il mio compleanno; invece mi disse che i padroni della fabbrica di Lambrate dove lavorava l’avevano fatto uscire prima della fine del suo turno alla catena di montaggio “per la storia dei due ragazzi”.
Mia madre aveva gli occhi lucidi, e mi baciò sulle guance e mi strofinò i capelli sulla nuca più volte di quanto facesse di solito. Avevo capito che c’era un collegamento tra i giovani di cui parlava mio padre e quella folla oceanica che aveva riempito tutto il quartiere, da via Leoncavallo passando per piazza Durante, il Casoretto, e via Pordenone fino a piazzale Udine. Ma i miei si lasciarono scappare solo quanto fossero addolorati per i genitori dei due giovani che si chiamavano Lorenzo e Fausto.
La torta mi rese meno triste quei momenti. Poi, alla fine del pranzo, mentre papà si accendeva l’ennesima Alfa, mamma tagliò un pezzo del dolce perché lo portassi a mio cugino Giovanni, che abitava a qualche isolato di distanza. Mi richiusi la porta di casa alle spalle, con l’eco della tosse rauca di mio padre che m’inseguiva mentre imboccavo le scale verso l’uscita.
– Sta’ attento alle macchine – raccomandò la mamma.
In strada mi invase una brezza gradevole, come se qualcuno avesse aperto la finestra in una stanza rimasta chiusa per troppo tempo: nella mattinata la folla aveva saturato l’aria, e adesso che era sciamata per fare ritorno a casa, il vento aveva trasportato via gli odori delle persone che avevano preso parte all’evento.
Mentre salivo le scale per andare da Giovanni, me lo figuravo come l’avevo visto l’ultima volta: pallido, il volto emaciato, faceva la spola tra il letto e il divano. Quando si alzava in piedi, faticava a stare dritto nel suo metro e ottanta; era uno scheletro che camminava.
Mi accolse affettuoso come sempre, era per me il fratello che avrei voluto avere. Lui aveva già due sorelle e due fratelli, ma diceva che io ero il suo preferito. Quel pomeriggio a fargli
compagnia c’era solo la madre, zia Sofia. Il padre era andato al bar, e i fratelli – entrambi più grandi di lui – erano al centro sociale Leoncavallo; le sorelle, due gemelle di dodici anni, facevano i compiti a casa di un’amica.
Lo trovai con due cuscini dietro la schiena, sdraiato sul letto nella sua camera; da quando si era ammalato dormiva da solo in una stanza che la madre aveva ricavato vicino al bagno di servizio, e i fratelli gli avevano sistemato un giradischi sopra un tavolo.
Stava facendo suonare qualcosa di infernale.
Ehi ometto, fatti abbracciare, dieci sono tanti. Mi avvicinai al letto.
Mi attirò verso di sé per stringermi, e le sue braccia mi cinsero il collo con lo stesso peso di uno scialle.
Abbassa pure il volume – disse indicandomi una manopola del giradischi.
Eseguii. Poi scartai la torta dal pacchetto che mamma aveva preparato per lui; mia zia la tagliò in numerosi pezzetti, che sarebbero potuti servire per imbeccare un uccello.
Ti ho preso un regalino, è lì sul tavolo.
In un tubo di cartone era ripiegato un poster; lo tirai fuori dal cilindro e lo srotolai come una pergamena: il ritratto di un giovane calciatore, con i capelli lunghi fino alle spalle, indosso pantaloncini bianchi e una maglietta bianca a strisce celesti. Lessi la didascalia: Mario Alberto Kempes – nazionale Argentina.
Questo è l’attaccante più forte del mondo, vedrai ai Mondiali quest’anno – gli si illuminarono gli occhi. – Li guarderemo insieme, se… be’ insomma, se starò meglio per alzarmi e potermi sdraiare sul divano.
Non avevo mai sentito nominare quel calciatore. Papà non era un grande appassionato di calcio, e comunque per me fino a quel momento i campioni erano Gigi Riva, Zoff e Rivera, e poi conoscevo qualche altro giocatore del Milan, la squadra per cui mio padre simpatizzava. Però ammiravo Giancarlo Antognoni da quando mi aveva fatto vincere un piccolo malloppo di figurine Panini, con quella sua maglia viola della Fiorentina, a maschio e femmina, in uno degli innumerevoli duelli a colpi di fotogrammi di calciatori che consumavamo a scuola durante la ricreazione o all’uscita prima del rientro a casa.
Mio padre diceva che Antognoni era un calciatore di mezza tacca, e che era stato solo fortunato a indossare la maglia numero 10 dell’Italia perché c’era stata la disfatta dei Mondiali di Germania, a cui era seguito l’allontanamento dalla nazionale azzurra dei vari Rivera e Mazzola.
Ci ero rimasto male per il giudizio di papà, e ogni tanto, chiuso in camera, sfogliavo le pagine dell’album dei calciatori riservate alla Fiorentina, oppure mi rigiravo tra le mani la figurina
di quel giocatore con i boccoli e la fossetta sul mento: se avesse giocato ai prossimi mondiali avrei fatto il tifo per lui. E ora anche per Mario Kempes, ovviamente.

Grazie – dissi mentre con delicatezza cercavo di riavvolgere il poster – me lo attaccherò in camera.
Il volto di Giovanni si era fatto cupo nel frattempo.
Siete usciti anche voi oggi dalla scuola, per i funerali? Annuii.
– Fascisti di merda! – disse. – Bastardi fascisti – riprese, quasi con vigore – Hanno ammazzato Lorenzo, un ragazzo della mia età. Sai che abbiamo fatto le medie insieme? Il suo amico Fausto, invece, lo conoscevo appena.
Prese da sopra un tavolino un giornale abbondantemente sgualcito. Lo aprì in corrispondenza di una pagina e mi invitò a leggerlo:
È stata un’esecuzione allucinante. Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli, entrambi di 19 anni, simpatizzanti della sinistra extraparlamentare, stanno andando al loro centro sociale, il Leoncavallo, uno dei tanti circoli giovanili spuntati nella periferia urbana. C’è un concerto di jazz, gli amici li aspettano. Si avvicinano tre persone con l’impermeabile beige. Poche parole, forse un diverbio, poi i colpi di pistola. Lorenzo Iannucci, detto ‘Iaio’, muore sul colpo: un proiettile gli trapassa la gola. Fausto Tinelli cade poco distante, raggiunto da 7 colpi. Una donna dà l’allarme. Un sacerdote accorre per l’estrema unzione. Poi arrivano le autoambulanze, la polizia, i passanti. I corpi dei due giovani vengono portati via. Per terra rimane un libro insanguinato di Kerouac, lo scrittore della ‘beat generation’, ed è fin troppo facile ricordare quelle illusioni e guardare il presente.
Era una pagina del “Corriere della Sera” di lunedì 20 marzo 1978.
Ora cominciava a delinearsi il quadro completo dei vari pezzi che mi si erano presentati sotto gli occhi in quel mattino surreale: per la morte evidentemente inconcepibile di quei due giovani il dolore aveva inondato tutto il quartiere, straripando poi in mille rivoli che avevano raggiunto ogni via della città; e si faceva sentire anche in questa stanza dove un loro coetaneo lottava contro un’altra incombente morte assurda.
Trascorremmo una ventina di minuti insieme, durante i quali continuò a parlarmi dei ragazzi del parco Lambro, di come gli sarebbe piaciuto ancora partecipare ai pomeriggi con la chitarra e le ragazze, e fare altre cose che avrei capito ‘quando sarei stato più grande’.
Mi raccontò che i suoi fratelli, qualche anno prima, l’avevano portato con loro al Festival del Re Nudo proprio al parco, e mi elencò alcuni nomi di artisti che avrei imparato a conoscere negli anni successivi come Eugenio Finardi e gli Area.
Una festa che era durata quattro giorni, durante i quali lui aveva avuto accesso solo al mattino per via della minore età. E in ogni caso aveva fatto in tempo a vedere ‘cose inenarrabili’: cantanti famosi, giovani che si iniettavano siringhe, ragazzi e ragazze che fumavano spinelli, tonnellate di rifiuti sul prato, ma soprattutto tante donne nude.
Disse, abbassando il tono di voce quasi in un sussurro, che alcune gli avevano persino preso la mano e se l’erano passata sui seni scoperti: non capii cosa volesse significare, ma confessò che la sensazione gradevole, quell’emozione che gli aveva quasi fatto scoppiare il pomo di Adamo mentre accarezzava quelle ‘mele acerbe’, ogni tanto da quando si era ammalato gli esplodeva improvvisamente nelle sue serate solitarie, durante le quali di solito si lasciava invece intristire dal buio della notte che avrebbe anche potuto condurlo in direzione opposta alla luce del mattino successivo. I ricordi delle carezze di parco Lambro allora gli tenevano compagnia, accendendo le sue fantasie sessuali che nessuna maledetta malattia poteva tenere a freno.

Zia Sofia dopo qualche minuto entrò in camera raschiandosi la gola, e mi fece l’occhiolino, come già altre volte, per farmi capire che era il caso di lasciarlo riposare.
Stavo per andare via, ma Giovanni mi fece segno di aspettare. Si allontanò per qualche
minuto.
Rimasto solo nella stanza, iniziai a guardarmi intorno, con curiosità ma anche con la
sensazione – evidentemente assurda – di essere osservato; alle pareti di fronte a me era addossata una libreria sui cui ripiani erano ammucchiati decine di volumi, sia in pile orizzontali che in file verticali. La costola di un libro sporgeva come se fosse stato appena riposto; lo sfilai e lo poggiai sul tavolino, accanto allo stereo. Titolo: “La gioia armata”, autore Alfredo M. Bonanno. Lessi l’inizio: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca? Certo sarebbe stato meglio. Più vendicativo e più cupo. Azzoppare una bestia come quella può anche avere un lato più profondo e significativo, oltre quello della vendetta, della punizione per le responsabilità di Montanelli, fascista e servo dei padroni. Ma azzopparlo significa costringerlo a claudicare, farglielo ricordare.
Giovanni rientrò con alcuni dischi in mano. Li reggeva come se fossero stati un blocco di
marmo.
Ah, quello stupido libretto… E’ dei miei fratelli, si bevono queste cose… per me sono
solo 500 lire buttate al vento.
Adagiò i dischi sul letto, uno di fianco all’altro.
Questo è il mio gruppo preferito, sono inglesi, si chiamano Ù – marcò il suono della vocale in maniera quasi gutturale. Erano 33 giri con copertine piene di disegni colorati e foto stranissime, che per la maggior parte ritraevano un gruppo di quattro ragazzi con l’espressione scanzonata e i capelli lunghi. ‘Quadrophenia’, ‘Tommy’ e altri LP.
Devi sentire che roba, altro che quelle fighette dei Beatles! Mi piacerebbe che li prendessi tu i miei dischi, e che un giorno gli Who possano diventare il tuo complesso preferito.
Abbassai la testa in senso affermativo, anche se mi metteva tristezza quella specie di passaggio di consegne.
OK, grazie. Papà mi ha promesso che per la cresima mi regalerà il giradischi.
Lo riabbracciai, diedi un bacio sulla guancia a mia zia e scappai via prima di mettermi a piangere.

C’era un po’ di strada da fare fino a casa di Debora, dove mi aveva invitato per offrirmi un gelato. A mano a mano che mi avvicinavo al palazzo, il cuore aumentava i battiti, come quando rimanevo qualche minuto da solo con lei durante la ricreazione, lontani dal chiasso del resto della scolaresca e degli alunni delle altre classi.
La madre, la signora Silvana, mi accolse con il solito largo sorriso, e il profumo del suo collo mi avvolse quando si chinò per baciarmi, appena attutito dall’odore di fumo della bocca per via delle Multifilter perennemente tra le dita: era l’unica persona che conoscevo che fumasse più di mio padre.
Mamma diceva sempre che Silvana era una ‘vera signora’ – magari un po’ viziata e piena di soldi. Peccato per quel marito che se n’era andato chissà dove, lasciandola sola con una bambina di pochi anni…
Le gambe ebbero un tremito quando vidi Debora venirmi incontro con un pacchetto in mano. Mi diede un bacio sulla guancia.
Questo è il mio regalino per te, buon compleanno!
Grazie – presi il pacchetto con le mani sudaticce e lo tenni premuto contro le cosce per sciogliere il nastro che lo legava.
Non senza fatica riuscii finalmente a scartarlo. Era un libro di Gianni Rodari: Il palazzo di gelato e altre otto favole al telefono.
Lessi il titolo e il nome dell’autore a mezza voce, e venni ripreso per aver pronunciato Ròdari. – Rodàri – mi corresse la signora Silvana, e aggiunse: – A proposito di gelato, ora ci mangiamo un cornetto al cioccolato, mi ha detto Debora che è il tuo preferito, vero?
Risposi di sì, mentre guardavo gli occhi verdi della figlia. Rimanevo immobilizzato dal suo sguardo, come aveva fatto quella lepre che papà e io avevamo incontrato una notte vicino al parco Lambro: aveva dovuto inchiodare la Cinquecento per non investirla, ma l’animale impaurito non ne voleva sapere di spostarsi, abbagliato dai fari dell’auto. Alla fine per farlo scappare papà aveva dovuto spegnere i fari e suonare ripetutamente il clacson.
Dopo il gelato, ringraziai la signora Silvana per il regalo e dissi che dovevo tornare a casa, dove mi aspettavano mia madre e i compiti per il giorno dopo. Debora mi stampò un bacio sulla guancia destra, e percorsi il tratto di strada fino al portone della mia abitazione toccandomi in continuazione il punto dove lei aveva poggiato la bocca; di tanto in tanto mi fermavo ad annusare le dita per cercare di immagazzinare il profumo fino alla volta successiva in cui l’avrei rivista.

Quella sera non riuscivo a prender sonno, troppe emozioni in un giorno solo. Mamma era già venuta nella cameretta per il bacio della buonanotte, mentre mio padre in sala beveva il suo bicchierino di liquore e fumava sigarette guardando la TV.
Mi alzai dal letto e, in punta di piedi per non farmi sentire dai miei genitori, accostai la porta della camera, in modo che la luce della lampada accanto al letto non filtrasse a tradire la mia insonnia.
Aprii il libro di Rodari in una pagina a caso, e mi imbattei nella favola A inventare i numeri.
Rimasi incantato leggendo di numeri straordinari come lo stramilione o il meraviglione, o dell’esistenza di tabelline come tre per tre latte e caffè. Lessi anche che si può misurare il peso di una lacrima, e che “quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”.
Contrariamente a quanto avveniva di solito ogni volta che leggevo a letto, mi addormentai solo dopo molte pagine, tormentato dal pensiero del peso immenso delle lacrime di una madre che perde il proprio figlio.

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Recensisci per primo “Silenzio”

Raffaele Palmieri
Lavoro in un istituto di credito e da circa vent’anni mi occupo di scrittura. Alla fine degli anni Novanta ho frequentato alcune edizioni del corso "Prima e dopo le parole" presso la Casa della Cultura di Milano, partecipando poi a diversi seminari di scrittura. Dal 2008 al 2013 sono stato docente di un laboratorio di scrittura creativa presso la “Società Umanitaria” di Milano. Ho pubblicato racconti su varie riviste di narrativa, tra le quali, in particolare, la Writers Magazine Italia, Inchiostro e Prospektiva; miei racconti sono apparsi nelle antologie “Il Corto letterario”, (“Il Cavedio” Varese 2007) e in quelle della VI edizione del Premio letterario ‘IOScrivo’ - G. Perrone editore.
Nel 2009 ho pubblicato “Terzo tempo”, il mio primo romanzo (A. Sacco Editore, Roma); nel 2016 “La stanza di Hopper” per Caosfera Edizioni.

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