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Il sole inizia per G

Il sole inizia per G
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Consegna prevista Luglio 2022

Ginevra e Claudia sono due sorelle, diciassette anni a dividerle e un amore sconfinato ad unirle. Claudia, studentessa liceale prima, e infermiera di ematologia poi, ha sempre desiderato un fratello. E, finalmente, dopo anni come figlia unica, il 24 luglio 2011 arriva lei: Ginevra, il miglior regalo che la vita potesse concederle. La vita, però, sa essere tanto generosa quanto tremendamente crudele. Ginny nasce con dei difetti congeniti, che costringono l’intera famiglia ad affrontare una sfida dopo l’altra. In un dialogo diretto di emozioni e ricordi, Claudia ripercorre i passi della sorellina in un mondo che l’ha messa alla prova dall’inizio, un mondo che si è rivelato più spietato di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Eppure, Ginevra supera ogni limite, sempre pronta a sorridere. È una bimba travolgente, esuberante, con una forza e un’intelligenza fuori dal comune. Una bambina di nove anni con una marcia in più, che ama la vita fino in fondo, fino all’ultimo respiro…

Perché ho scritto questo libro?

Per far vivere Ginevra non solo nei ricordi di chi l’ha conosciuta, ma anche nei pensieri di chi non ha avuto modo di imbattersi nel suo sorriso e nel suo coraggio. Lei è un simbolo, è l’emblema di chi lotta contro una vita fatta di dolore e sfide continue. È il baluardo della vita stessa. E così ho deciso di raccontarla, per farla brillare, luminosa ed eterna, e per farla arrivare alle orecchie e al cuore di coloro che ogni giorno si scontrano con la parola malattia e tutte le sue conseguenze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando decidi di fare un tatuaggio, decidi di marcare sulla pelle un pezzo di vita. Parla di te, come se il corpo fosse un libro e ogni tatuaggio una pagina fondamentale della tua storia. Spezzoni cruciali di cui vuoi tenere vivido il ricordo, momenti preziosi che una penna un po’ speciale può conservare intatti e incancellabili. Nella maggior parte dei casi, da quell’ago prende forma un disegno che non è fatto solo di inchiostro, è fatto di istanti che vuoi rendere eterni. Le gocce di colore si mescolano con esperienze, amore, sentimenti e restano sospese, tra le cellule della carne, in un per sempre solo nostro. Un per sempre che resta marchiato dentro, ben oltre l’epidermide, ben oltre le apparenze, dritto in profondità.

È accaduto proprio così, quella mattina di novembre in cui ho deciso di imprimerti in modo indelebile sul mio braccio, esattamente come lo eri già nel mio cuore.

Ginevra.

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1

Ginevra.

Ricordo benissimo il giorno in cui ho saputo del tuo arrivo. Era una sera di fine gennaio, rientravo da un allenamento di pallavolo. Avevo sedici anni e la vita era più facile, anche se a me, liceale impegnata e pensierosa, sembrava tutto decisamente più complicato di quanto in realtà non fosse.

Solo molto più avanti, con quel famoso e realmente esistente senno di poi, si impara a cogliere la bellezza di quell’inconsapevole e invidiabile ingenuità di un’età di passaggio dove le uniche preoccupazioni erano la scuola, le partite e qualche cottarella adolescenziale.

Quella sera sono tornata a casa affamata e stanca come ogni lunedì, concentrata sul match del weekend e sulla pila di compiti da fare nel frattempo. Ho salutato mamma e papà distrattamente e quasi non ho notato nemmeno quel pezzo di carta grigiastro vicino al mio piatto sul tavolo. Mi sono lavata le mani sovrappensiero, chiedendomi di cosa potesse trattarsi. Mi sembrava strano che sulla tavola apparecchiata ci fosse qualcosa di diverso da cibo, stoviglie o tovaglioli. Mamma è sempre stata molto precisa e attenta a queste cose. Forse si trattava di un biglietto o qualcosa arrivata per posta a nome mio.

A distanza di anni, sempre grazie a quella consapevolezza che la vita ti porta a maturare, penso a quanto sia stato bello trovare già tutto pronto al ritorno dagli allenamenti. Spesso erano estenuanti, finivano tardi, ma al mio ritorno la cena era lì per me, calda e appetitosa, i miei erano lì, per me, non importa quanto la loro giornata fosse stata lunga o stancante, mi aspettavano sempre per mangiare insieme.

Ed è meraviglioso rendersi conto di quanto amore si celi dietro a questi semplici gesti per nulla scontati. È un errore comune dare per scontato che alcune cose vengano fatte o ci vengano date, soprattutto se una certa azione reiterata nel tempo diventa abitudine. E non le si dà più peso, perché diventa normale, consueta, certa. La verità è che non bisognerebbe smettere mai di cogliere l’essenza di certi momenti, di viverli davvero, di esserne grati.

A quel tempo, però, ero alle prese con futili apprensioni, ero troppo occupata a risolvere articolati problemi di fisica e a tradurre difficili versioni di greco, per dare valore a questi dettagli.

Ad ogni modo, mi sono seduta e ho osservato con attenzione l’immagine stampata sul foglio grigio vicino alla mia forchetta.

Non era un biglietto, no.

L’ho afferrato con mani tremanti e ho rivolto lo sguardo verso i miei, incredula. Non sapevo bene come mettere insieme le parole, mi sembrava quasi uno scherzo, ma quella gioia incontenibile che sentivo affiorare dentro sperava davvero che fosse tutto vero. E la mamma ha annuito, papà non smetteva di sorridere e io sono scattata in piedi con un salto di pura gioia, completamente dimentica di tutto il resto.

Perché il resto non conta, se tra le mani stringi la prima foto di quello che sarà il miglior regalo della tua vita.

Lo sapevo già, lo sentivo dentro, quell’amore sconfinato.

Erano anni che desideravo un fratellino o una sorellina, da sempre. Da piccola avrei voluto un compagno di avventure, con cui litigare fino alle lacrime e, un minuto dopo, fare la pace come se niente fosse. Un amico sempre presente con il quale inventare i giochi più articolati e divertenti, saltare fino allo stremo nelle pozzanghere sotto la pioggia e ridere senza la minima ragione. Una persona speciale con cui condividere la merenda e la vita.

Quando sono nata io, i miei erano giovanissimi, appena ventenni. Per svariati motivi, hanno deciso di limitarsi a me per un bel po’, ma niente lasciava intendere che non volessero altri figli. Così, ad ogni Natale, la mia richiesta era sempre la stessa.

Raggiunti ormai i sedici anni, però, avevo accantonato l’idea. Mi ero rassegnata al fatto che sarei rimasta figlia unica, che non avrei avuto nessuno con cui spartire gioie, oneri e tristezze.

Per questo mi è difficile spiegare quanto mi sentissi viva e felice quella sera. Una di quelle sere che ti cambiano la vita per sempre, che si fissano così saldamente nella memoria da sembrare sempre recenti e altrettanto meravigliose. Una di quelle sere che ricordi e non puoi fare a meno di sorridere. Quella sera ho saputo della tua esistenza e ho capito cosa volesse dire l’espressione “avere il cuore gonfio di gioia”. Ho saputo che eri lì, a pochi passi da me, rannicchiata nella pancia di mamma, ed è una cosa indescrivibile, talmente grande da farmi sentire completamente sopraffatta. Ricordo che avrei voluto gridare al mondo che ti stavamo aspettando, che finalmente avrei avuto un piccoletto da coccolare, da crescere, da vivere.

Lo ammetto, inizialmente ti immaginavo un maschietto. 

Poi, il 24 luglio 2011 sei arrivata tu.

Ginevra.

Ricordo bene anche quel giorno. Faceva freddo, sembrava una giornata d’autunno e pioveva come se anche il cielo si fosse commosso per un evento tanto importante.

Ginevra.

Il mio nome preferito da sempre e che mamma e papà mi hanno dato la possibilità di scegliere per te. Qualche mese prima della tua nascita hanno comprato un libro dei nomi, una raccolta delle origini, delle definizioni e delle curiosità legate a ciascun nome proprio. Dopo diverso tempo, varie sottolineature e annotazioni, ne hanno scelti due e hanno deciso di affidare a me il compito di stabilire quale sarebbe stata la scelta finale. Ero semplicemente elettrizzata da una simile possibilità.

Il nome è un biglietto da visita che ci presenta alla vita e al mondo, è la prima cosa che si chiede a una persona per conoscerla, sta in cima ad ogni documento, ad ogni progetto, ad ogni compito. È una sorta di cornice della persona, una concisa presentazione del quadro al suo interno. E, per quanto sia ripetibile, ogni nome resta unico. Molte delle persone che conosciamo hanno lo stesso nome, ma ognuna è identificata in modo diverso. Le lettere possono essere le stesse, ma il significato profondo che portano con sé è molto più intrinseco e radicato, rendendo ogni nome, ogni individuo con quel nome, unico e fondamentalmente irripetibile.

L’alternativa che avevo a disposizione era Sofia, ma che saresti stata saggia, forse, lo sapevo già. Allora ho optato per Ginevra, il nome di una regina. Secondo le antiche leggende, era una fanciulla di estrema bellezza e grande generosità. Significa “spirito libero tra gli elfi”. E io ho sempre amato le leggende, il fantasy, sapevo che la nostra magia saresti stata tu.

Ginevra.

Sette lettere in cui è racchiusa una storia meravigliosa. Sette lettere come il mio nome, una casualità, un dettaglio che pochi noterebbero, ma è così, siamo un intreccio perfetto di una sola essenza.

In fondo, una sorella minore è un pezzo consistente della tua anima che se ne va in giro per il mondo senza il tuo controllo, che non puoi trattenere, che non puoi sempre avere con te, un pezzo di anima che vorresti custodire e proteggere in eterno.

E così, per fissarti un po’ più vicino al cuore, ho affidato questi sette caratteri a un tatuatore che li ha resi bellissimi.

2

Mi passo una mano sul braccio, strofinando più volte il punto in cui sei impressa a fondo nella pelle e guardo fuori dal finestrino della macchina. Fa caldo, sì, ma quando hai freddo dentro, nessuna temperatura può davvero scaldarti. Osservo lo scenario della strada con attenzione, come una sequenza di scatti a cui cerco disperatamente di dare un significato.

Ma niente, niente sembra avere senso.

Cerco di ignorare quella fitta lacerante in mezzo al petto e provo a scacciare le lacrime che minacciano di traboccare come gli argini di un fiume messo alla prova dalle intemperie.

Lungo la Catania-Messina il paesaggio è brullo e secco, segnato dal sole di un’estate ormai giunta al termine.  Le uniche macchie di colore sono le piante di fichi d’india disseminate qua e là, come disegni realizzati distrattamente su una tela sbiadita dal tempo. Sono un tipo di vegetazione particolare, si inerpicano ovunque, nei posti più disparati, come a voler sfidare la gravità e l’ordine delle cose. I loro frutti sono interamente ricoperti di spine, dolci e succulenti solo dopo averli privati di ogni protezione. Hanno imparato a difendersi. Perché la vita, spesso, è un campo incolto dove devi imparare a mettere radici.

È il 4 settembre 2020.

Tre giorni prima tu, mia piccola Gin, mamma e papà siete partiti per le ferie. Settembre è il mese prediletto per le vacanze, quasi ogni anno è questo il periodo in cui ci salutiamo e, per un paio di settimane prima dell’inizio della scuola, andate a rilassarvi da qualche parte, lontani dal lavoro, dai compiti e dalle preoccupazioni quotidiane. Quest’anno avete deciso di trascorrere questi giorni di pausa in Sicilia, la nostra patria natìa, quel posto normalmente così accogliente e assolato che ha fatto da sfondo a una parte della mia infanzia.

Ho passato i miei primi nove anni alle pendici dell’Etna, lunghe estati calde e inverni miti, la pioggia era sempre una piacevole, sporadica sorpresa fra le strade trafficate di Catania.

Nel 2004, il trasferimento in Friuli-Venezia-Giulia, dall’altro capo dell’Italia, a 1700 chilometri di distanza, esattamente agli antipodi della Trinacria e non solo da un punto di vista geografico. Il Friuli è una regione bellissima, dai paesaggi suggestivi e variegati, dove freddo e precipitazioni, però, sono tutt’altro che eventi rari.

Proprio come quella sera di luglio in cui sei arrivata tu, Ginny. Da quel giorno il ticchettio della pioggia sui tetti di Udine ha un suono diverso, come una dolce musichetta che mi ricorda la trepida attesa di vederti per la prima volta.

Pur essendo nata in Friuli, hai sempre vantato con orgoglio le tue origini siciliane e hai sempre amato le ferie con i cugini a mangiare prelibatezze di ogni tipo e a correre sulla spiaggia fino a tardi. Il condominio degli zii è a duecento metri dal mare, basta percorrere il cortile sul retro e attraversare la strada per raggiungerlo. In Friuli, invece, le giornate al mare devono essere programmate. Dal punto in cui viviamo, per poter ammirare cielo e acqua che si toccano e sentire la sabbia sotto i piedi, bisogna prendere la macchina e fare una settantina di chilometri.

Il mare è una di quelle cose di cui senti subito la mancanza quando ti trasferisci in un posto dove, per arrivarci, devi attraversare un terzo di regione.

E così, come ogni settembre, siete partiti per le tanto meritate ferie, il sorriso sulle labbra, con quella sensazione di libertà e benessere che precede e accompagna ogni viaggio.

Ancor di più in un anno talmente difficile come il 2020. L’anno del Covid-19, l’anno delle chiusure totali, delle restrizioni, delle rinunce. A inizio marzo il lockdown ha fermato il mondo come mai era accaduto prima e ci ha costrette a rimanere lontane. Più che mai.

Sono passati sette anni da quando ho deciso di trasferirmi da sola a Udine. Ho avuto la possibilità di prendere un appartamento in condivisione con altre ragazze, vicino al lavoro e poco distante dall’università. E ho intrapreso questa avventura, tu avevi solo tre anni e io diciannove quando ho lasciato la nostra casetta ai piedi del monte Faeit, calda, confortevole, piena d’amore, che mamma e papà hanno preso dopo il trasloco in Friuli. Mi hai sempre rinfacciato questa scelta, un giorno mi hai persino detto che avrei potuto pagare l’affitto a mamma e papà e tornare indietro. Sapevi delle coinquiline in affitto da me a Udine e hai pensato che fosse una buona soluzione. Ci hai fatto ridere di gusto, come sempre.

Siamo due sorelle atipiche. Ti ho aspettata per un sacco di tempo e, per di più, non siamo cresciute insieme ogni giorno, sotto lo stesso tetto. I diciassette anni che ci separano e questa opportunità di andare via da casa piuttosto presto hanno reso il nostro legame semplicemente unico, diverso da ogni tipo di relazione tra fratelli comunemente conosciuto.

Sì, perché due fratelli con pochi anni di differenza sviluppano un certo tipo di rapporto, fondato su confronti e litigi quotidiani, imparano a volersi bene con il tempo, crescendo, tra un dispetto e l’altro, magari tirandosi i capelli e contendendosi le attenzioni dei genitori. In alcune famiglie numerose accade che il divario d’età tra il più grande e il più piccolo dei figli sia tale da avere una generazione di mezzo. Nel frattempo, però, il fratello maggiore in questione ha vissuto la sua infanzia avendo al suo fianco altri fratelli o sorelle poco più piccoli con cui condividere la propria strada. Fratelli o sorelle di cui essere gelosi, con cui spartire a malincuore i giocattoli, a cui passare i vestiti dismessi ormai troppo stretti.

Per noi due è stato differente. Quando sei venuta al mondo io ero già al terzo anno di liceo, di certo non ancora adulta, ma abbastanza grande da vederti solo come una benedizione. Non so come ti avrei aspettata se alla notizia del tuo imminente arrivo avessi avuto quattro o sei o dieci anni. Forse con lo stesso entusiasmo incontrollabile di un bimbo che attende il suo regalo tanto richiesto per Natale. Sei sempre stata tu il mio regalo tanto richiesto per Natale, in fondo. Un bambino, però, si distrae facilmente. Una volta scartato il regalo, può perderne l’interesse, concentrarsi su altro, tendenzialmente su se stesso e sulla ricerca di altre cose da desiderare.

A quasi diciassette anni, invece, le cose sono diverse. Non è più un capriccio o una cosa di cui puoi non essere più coinvolto. Ricordo perfettamente quanto grande, stupefacente e totalizzante sia stata quella consapevolezza di averti già parte integrante e imprescindibile della mia vita nell’esatto istante in cui ho scoperto che avrei avuto una sorella.

Sorella.

Sor-ella. Abbiamo sempre trovato divertente giocare con le parole, scomporle in più parti e andare alla ricerca di mille associazioni. Sor-ella. Ella sor-ride con te quando sei felice e ti fa sorridere quando pensi di aver perso ogni motivo per farlo. Sor-seggia con te una buona bevanda per condividere segreti e momenti, ti sor-prende per ricordarti che lo stupore è come zucchero nei giorni più amari. Ti sor-regge quando vacilli, quando credi che l’unica soluzione sia lasciarsi cadere e mollare.

2021-10-26

Aggiornamento

E anche l'overgoal è stato raggiunto! In poco tempo e in tantissimi. Immensamente grazie per aver creduto e credere con me in questo progetto. Grazie per aver permesso a questa luce di diventare un fuoco inestinguibile. Il sole inizia per G e non ci sarà mai un tramonto grazie a ognuno di voi. Il libro è ancora preordinabile sul sito per tutti coloro che vorranno far crescere ancora questa iniziativa. Grazie, con ogni fibra di cuore.
2021-10-25

Aggiornamento

Mancano solo 11 copie al raggiungimento dell'ultimo obiettivo! Sono commossa e immensamente grata per il vostro sostegno. Affettuosi e numerosi state rendendo un sogno una realtà meravigliosa. Grazie di cuore a ognuno di voi.
2021-10-23

Aggiornamento

Grazie al vostro prezioso sostegno il libro ha già raggiunto i primi due obiettivi e procede verso il terzo! Non so davvero come ringraziarvi! L'affetto e il sostegno dimostrati permettono a questo progetto di brillare radioso e "Il sole inizia per G" nasce proprio con questo intento: illuminare gli angoli più oscuri con la luce immensa della piccola Ginny. Ci piace pensare che il sole possa iniziare per G in ogni luogo del mondo... Grazie davvero per rendere possibile tutto questo!

Commenti

  1. Francesca Corso

    (proprietario verificato)

    L’obbiettivo è farlo arrivare ovunque, grazie Ale sei un “grande”.

  2. Claudia Lizzio

    Grazie di cuore Alessandro!

  3. Alessandro Cafà

    (proprietario verificato)

    Solo leggendo l’anteprima ho avuto i brividi… non vedo l’ora che arrivi il libro. Un bacio a Claudia e Francesca

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Claudia Corso Lizzio
Ho 27 anni, sono nata a Catania, ma vivo in Friuli da ormai una vita. Lavoro come infermiera presso il reparto di Ematologia dell’ospedale di Udine. È merito di Ginevra, la mia sorellina, se mi sono interessata all’ambito medico ed è sempre grazie a lei se ho ripreso a scrivere. Sin da bambina, scrivevo fiumi di parole, ogni quaderno finiva sistematicamente ricoperto di inchiostro da cima a fondo. Gli studi, però, hanno sottratto molto tempo a questa grande passione, che, per anni, ho messo da parte. Da settembre 2020, mi sono riavvicinata alla scrittura, anzi mi ci sono buttata a capofitto. Ho ricominciato, di getto, con il cuore fra le mani, per dare voce alle laceranti emozioni che hanno segnato quest’ultimo periodo. Dopo una perdita che niente può colmare, non mi resta che raccontare, per andare avanti, per non perdere di vista il bello delle cose, il bello di ciò che è rimasto.
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