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Soli nudi

Soli nudi
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Consegna prevista Agosto 2021
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Un reietto tossicodipendente, un leader sovversivo e una coraggiosa ragazza intrecciano le proprie strade all’interno della Vita, distorta comunità retta da un regime involuto e pericolosamente disumanizzato. I protagonisti di “Soli nudi” si ritroveranno a muoversi in un universo urbano sull’orlo del collasso climatico e gravato da ampie disparità, dove il tessuto umano è dominato da indifferenza e incomunicabilità: problemi camuffati, però, dalla martellante propaganda del Sole, unica sorgente di vita agli occhi di una massa ubriacata da falsità e paure irrazionali. Seppur fra mille difficoltà, l’iniziale distanza fra i tre si evolverà in un continuo colloquio di sentimenti e in un’ostinata ricerca di verità. Basteranno la forza delle loro idee e il tenace impegno civile a salvarli dal buio dell’ingiustizia e dell’alienazione collettiva?

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia nasce da un’esigenza viscerale. Un bisogno radicale di raccontare l’energia e la vivacità di un mondo che percepisco ribollirmi dentro ogni giorno. Un universo altro in cui ho cercato di dipingere la vita autentica e le emozioni pure, quelle che vorrei vedere sopraffare la paura e la cecità. Soprattutto, ho dato voce all’impellente necessità di una ribellione gentile, cosciente e alla speranza che, nel mio piccolo, a questa possano contribuire anche le mie parole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Si soffermò un istante ad osservare i fondi del caffè amaro che aveva appena terminato di sorseggiare, all’interno di un baretto di periferia decadente quanto il suo animo. Le tende color porpora sbiadito coprivano finestroni squallidi su cui s’era sedimentato il marciume di giornate annegate nel fluido indefinito dell’oblio umano.

Nel flusso viscoso, però, ben distinguibili erano le sue sei ore. Eccole lì: marchio cangiante impresso a fuoco nelle lancette ticchettanti sul polso. Alle pareti, quadri di un ocra sporco con immagini di imperatori orientali, risalenti a tempi immoti, alle fasi più antiche del vivere umano.

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Tutto era pregno dell’odore acre del disinfettante, incapace di rendere l’ambiente meno nauseabondo; anzi, persino in grado di enfatizzarlo ulteriormente. Amalgamandosi al fumo delle numerose sigarette che saliva a volute verso il soffitto, inaspriva la sgradevolezza di cui il locale traboccava. La voce squillante della donnina cinese dietro il bancone che farfugliava al telefono era la sola che si sentisse all’interno del bar. In effetti, alzati pigramente gli occhi da quella tazzina sbrecciata, che non appoggiava  saldamente sul piattino, si capacitò che oltre a sé e a quella molesta presenza non v’era anima viva. La luce fredda che penetrava attraverso i tendaggi creava una  penombra cupa, nella quale ogni oggetto sembrava rivestirsi della solennità di un bassorilievo. Rigirava il cucchiaino da caffè nel tentativo di mettere a tacere quelle irresistibili pulsioni. Il suo orologio personale segnava già sei ore. Sei ore dalla sua ultima iniezione, ed ora quelle voci rimbombavano dentro la sua testa fino a logorargli il cervello, come un martello pneumatico. Niente più in lui era paragonabile a quell’attutimento dalla mondanità inarrivabile attorno a sé, all’ovatta che aveva fatto seguito al rush, senso di euforia prorompente come effetto immediato di quel liquido. Lo percorse un brivido sottopelle, di un’irrequietezza mista ad un principio di nausea.

I cerchi disegnati dalla piccola posata argentata gli restituivano una sensazione ipnotica con la quale cercava di occupare le peregrinazioni della propria mente, sforzandosi di rimanere calmo, pur conscio che non ci sarebbe riuscito. Lo doveva sapere bene ormai…perché insistere? Cocciutaggine o stupidità? Forse mancanza di alternative? Ingannare se stesso non aveva mai sortito alcun effetto, dal momento che quelle sensazioni gli erano note. Nulla avrebbe potuto placare quel desiderio se non l’ennesima iniezione. E una volta esauriti gli effetti, avrebbe ritentato quella vana  battaglia contro la sua volontà, unicamente per ripetersi di averci quanto meno provato, di aver tentato di uscire da quella spirale di crolli continui, di eterno insensato presente e di depressione che gli risucchiava ogni briciolo residuo di forze e motivazioni. Per ricordare a se stesso di non essere lui il responsabile, ma la società. Fulminei si ripresentarono fastidiosi ricordi provenienti dalla sua vita trascorsa. I compagni delle scuole dell’obbligo e le loro facce allegre e spensierate, che poi avevano gettato nel cesso speranze non ritagliate per loro, così, quand’erano stati scaraventati nel mondo adulto. Quel liquido di morte aveva strappato loro le espressioni di beatitudine infantile e qualsiasi possibilità di reinserirsi nel tessuto sociale, dalla stessa prima. Dal principio, privati del perdono che si concede anche al cagnaccio indisciplinato. La gioia stampata sui loro volti era colata giù come trucchi su mascheroni destinati a squagliarsi al sole, pronta ad essere riciclata per i nuovi nati, secondo una tradizione ormai ben collaudata. Essa andava lasciando facce depresse, sorrisi forzati, sguardi bassi. Queste erano le direttive. E questo non era decoroso da mostrare né da celebrare, cosicché decine di ragazzi in città erano morti nel silenzio tombale che doveva seguire  eventi simili, per i quali non si pensava a funerali, né a commemorazioni né tanto meno a momenti collettivi di preghiera.  Li si gettava in delle scarpate appositamente dedicate a raccogliere i loro cadaveri sfatti dagli ultimi mesi di totale trascuratezza; nel giro di qualche ora i loro nomi non dicevano più nulla neppure ai loro familiari. Il loro destino era giustamente quello, in fondo normale: reietti sociali non meritavano alcun genere di conforto o di ricordo dalla mamma che avevano osato rinnegare. Quale utilità nel commemorare od onorare di sepoltura delle pure ombre? Avevano forse garantito qualche vantaggio per la civiltà e il suo progresso?

Gli strilli e le parole seccamente sparate in successioni indecifrabili al di là della cornetta provocarono in lui un’irritazione irrefrenabile. Una tazzina di porcellana fu scaraventata sul muro, infrangendosi in miliardi di pezzettini sul pavimento di legno chiaro, tirato a cera. Ogni singolo frammento penetrò nei suoi padiglioni auricolari, disintegrandoli. Sentì i timpani lacerarsi, il cranio scricchiolare. L’equilibrio mancare, il vomito all’altezza della gola. Un boato inerte, poi i cocci furono sciacquati via tutti insieme come da un torrente in piena: di nuovo sul pavimento. Il silenzio fu ripristinato. La proprietaria del bar lo guardò distrattamente in un primo momento, quindi riattaccò e gli intimò  di uscire, mentre metteva mano alla sua pistola, accanto ai boccali di birra da lavare. L’ordine non provocò alcuna reazione evidente nel giovane, madido di sudore e con gli occhi smarriti nel vuoto.

La tensione di quegli istanti interminabili fu attenuata dal sopraggiungere di un calpestio lento e misurato, che si udì  nel vestibolo della stanza. Il ritmo dei movimenti si era adeguato al transitare statico dei secondi nel bar, come se fosse entrata una nube che si propaga inesorabilmente, strisciante. Un cigolio fu avvertito: il cigolio della porta che si apriva grattando sotto, contro le assi lignee. Chi entrava in quel momento non espresse affatto la propria sorpresa nel ritrovarsi in un luogo così surreale da evocare le peggiori sensazioni che un uomo potesse percepire tutte insieme. L’individuo in questione si distingueva per lo sguardo, le sopracciglia eburnee ad incorniciare gli occhi foschi, indici di spiccata ambizione mista ad una strafottente spregiudicatezza. Ispezionava ogni oggetto gli capitasse a tiro con la circospezione di un felino, livellandolo superbamente sotto l’altezza del proprio mento. Portato in alto, ad ammansire perfino gli scatti sordi dell’orologio del reietto. Le pupille dilatate catturavano ogni pigmento a disposizione, immagazzinandone qualità, forma, utilità; ed ecco che subito lo arraffavano, appropriandosene. Avvicendarsi di azioni mentali espresse attraverso l’aggrottarsi della fronte in una trama di rughette che gli increspavano la pelle chiara. Tra gli occhi e i capelli la concentrazione aveva lasciato un campo arato. Procedendo  con ostentata sicurezza in direzione del bancone, strascicava a terra una pelliccia sintetica, ispirando nel ragazzo seduto, ancora tutto preso nel vortice indistinto dei suoi pensieri, un senso di rispetto ossequioso. Paura a cui non sapeva dare un nome. Quella nuova presenza, giunta immediatamente dopo la sua manifestazione di nervosismo, non aveva su di lui l’effetto di irritarlo. Eppure avrebbe potuto; meglio: avrebbe dovuto.

L’insicurezza nella quale era immerso fin dall’infanzia, cresciuta da quando aveva iniziato con la droga, cozzava con la  risoluzione stampata negli occhi e nel volto dell’uomo. Niente di tutto questo si poteva riscontrare nel suo animo, quanto meno piuttosto frastornato di fronte ad una reazione inaspettata, al di là di quell’aura di inspiegabile deferenza ispirata dallo sconosciuto. Quest’ultimo posò lo sguardo sul piattino di plastica scheggiata sul lato sinistro del bancone. Estrasse con teatrale solennità un fogliettino di carta pulito dalla tasca. Ve lo appoggiò sopra. Dall’altra tasca del pastrano verde foresta, sotto la pesante pelliccia, levò a mano piena una quantità indefinibile di monetine dorate. Le alzò, le fece cadere sul piattino e sul bancone attorno, generando una cascata sonora di tintinnii che si riverberò in un’eco metallica. Zampillando sul legno, sulle stoviglie, sui bicchieri, scosse gli altri due presenti. La stanza palpitava tremando ad ogni rintocco, ma poi, in un batter d’occhio si quietò. Terminata l’operazione, squadrò la barista, attonita, il volto divenuto un lenzuolino candido. Allora si avviò all’uscita, mettendo in mostra con una fragorosa risata la dentatura dorata.

L’epifania dell’uomo aveva smosso il giovane dal suo ristagno di insensatezza, tanto che per un interminabile istante gli era piombato sulla schiena l’insostenibile senso di colpa per aver profanato una proprietà sacra. Il desiderio folle di correre a perdifiato fuori da lì era stato vinto dall’adorazione muta delle azioni cui aveva appena assistito. Imperante era ora la curiosità per un individuo non solo così distante dalle sue abituali frequentazioni, bensì anche per la società nella quale vivevano.

Lasciò bar tremante, il volto sconvolto. Si sentiva tremendamente accaldato, ancor più di quando era entrato, per cercare un minimo di refrigerio. Grondava di sudore. L’aria tossica gli prendeva la gola come una morsa stringente. Provò una vertigine, che lo fece barcollare per un secondo, forse due, tre, fra gli sguardi indifferenti della gente: in realtà non ce n’era molta lì fuori. Di fronte al locale si apriva un piazzale assolato, attorno al quale era disposta circolarmente una serie di panchine.

Erano quelle che la nuova amministrazione locale aveva descritto come i più innovativi prodotti della tecnologia green. Esse constavano di una serie di assi di ferro battuto accostate l’una all’altra, di una cromia verde brillante a voler ricordare la finalità di protezione dell’ambiente per le quali erano state progettate, e ad esse si collegavano dei tubolari nerastri che terminavano in dei grossi serbatoi di  rame addossati alle panchine stesse. Chi vi si sedeva doveva portare alla bocca delle maschere collegate con i tubolari ed espirare all’interno tutta l’anidride carbonica. L’idea, lanciata dal Ministro alla Pubblica Salute, era stata raccolta dal vertice politico unico che stava a capo di quella città e applicata  con rigore ad ogni singola panchina, sia  del centro che delle periferie. Si trattava di un modo assolutamente futuristico – sostenevano gli esperti ingaggiati dal governo – per eludere qualsiasi emissione di gas venisse prodotta dalle persone che quotidianamente contribuivano a danneggiare insanabilmente la salubrità dell’aria pubblica con i loro atti respiratori. Era indubbiamente una  svolta rivoluzionaria, che mirava a risolvere tutti i più rilevanti problemi sorti in merito al preoccupante aumento del tasso di inquinamento nel territorio. Il ragazzo si sedette sulla panchina, ancora in preda ai fremiti dell’astinenza ma con la mente assorbita  dalla precedente epifania e dalla cascata di soldi con la quale il misterioso avventore aveva acquistato quel fatiscente esercizio pubblico. Senza incontrare nessun genere di ribellione.

La giornata  era torrida, l’aria spirava calda e  portava con sé i fumi scuri delle centrali e delle industrie che occupavano gran parte dell’area nord del centro urbano. Le industrie del Benessere: era questo il nome delle imprese di proprietà dello Stato, attive nella costante produzione di articoli per l’assistenza alle fasce più deboli della società. Nella loro gamma di prodotti, agli onori della cronaca erano recentemente assurti i giocattoli per i bambini soli, frutto di elaborazioni di ultima generazione della più sofisticata tecnologia contemporanea. E poi, soprattutto, i robot per anziani. Si trattava di automi dotati in tutto e per tutto delle fattezze di un essere umano: erano in grado di svolgere le mansioni domestiche più faticose per le persone di una certa età, ma anche di assumere stati d’animo adeguati a quelli dei loro assistiti, così da donar loro conforto e accompagnarli nel loro cammino verso una morte degna. Stette per un attimo sulla panchina e mise la maschera sulla bocca, lasciandosi percorrere da un fremito profondo.

Nausea. Nervosismo. Tensione. Cazzo, mi sento male. Non riesco nemmeno a definire tutti ‘sti stati d’animo, tutti insieme.

Nel cielo il volo di un falco dava le vertigini.

2020-11-21

CORRIERE DELLA SERA – Corriere del Veneto

Andrea Lobba, l’atleta paralimpico e il libro d’esordio sui ribelli con l’arte Iscritto al terzo anno di Lettere moderne all’Università degli studi di Verona, gareggia per Verona Swimming Team. Il romanzo si intitola «Soli nudi» Non tutto ciò che appare è come sembra. Potrebbe riassumersi così il romanzo d’esordio di Andrea Lobba, 21 anni, veronese. Andrea è iscritto al terzo anno di Lettere moderne all’Università degli studi di Verona, è un atleta paralimpico nella società Verona Swimming Team e gareggia nella Finp (Federazione Italiana Nuoto Paralimpico). Il libro d’esordio s’intitola Soli nudi (bookabook). Per ora è disponibile e scaricabile solo in pdf, ma è al centro di un crowdfunding che diventerà un libro di carta appena raggiunto un tetto minimo di preordini. Lobba, di cosa narra il romanzo? «Racconto di un futuro distopico, in cui s’intrecciano le vicende dei tre protagonisti, tre ragazzi molto diversi tra loro che, a modo loro, cercando di ribellarsi a una situazione politica che li emargina. Si chiamano Joan, Bento e il reietto. Quest’ultimo non ha nome, per sottolinearne l’alienazione dalla società. E poi c’è il “Sole”, inteso non dal punto di vista astrofisico: è un dittatore incapace, ma osannato dalla folla perché agisce sulle paure irrazionali della gente e perché adotta una propaganda efficace». Ci sono riferimenti all’attualità? «Sicuramente sì, più o meno celati. Ma non è un calco nel futuro della società di oggi. Ci sono la sala ovale, la crisi climatica, le linee guida di una propaganda virtuale, il popolo che agisce in gregge e qualcuno che alza la testa, agendo di testa propria. Bento si muove sul piano della ribellione fisica, Joan agisce a livello intellettuale, usando la scrittura, la musica e l’arte. Il reietto è un ex tossicodipendente che crede di non aver altro destino che il suo, ma si sbaglia. Il titolo Soli nudi ha una doppia valenza semantica, come aggettivo e come sostantivo». La raccolta fondi come procede? Quando manca alla stampa? «Tutto è partito il 6 novembre e siamo già a buon punto. Chi vuole, può iniziare a leggerlo in pdf, scaricandolo da bookabook.it. Alla fine del crowdfunding mancano due mesi e mezzo. Sto pensando a incontri in diretta streaming e storytelling online». Perché ha scritto questo libro? «Questa storia nasce da un’esigenza viscerale. Un bisogno radicale di raccontare l’energia e la vivacità di un mondo che percepisco ribollirmi dentro ogni giorno. Un universo altro in cui prevale la necessità di una ribellione gentile».
2020-11-19

Heraldo

“Soli nudi”, un esordio editoriale nato dal lockdown Andrea Lobba, studente all'università scaligera e campione di nuoto, debutta con un romanzo in stile distopico. Al centro il coraggio dei giovani protagonisti che vogliono cambiare il mondo con una "ribellione gentile". by Federico Martinelli Un progetto di scrittura delineatosi nel tempo e che ha progressivamente acquisito una fisionomia narrativa più strutturata, è diventato oggi Soli nudi, opera d’esordio di Andrea Lobba, autore di appena ventuno anni di Marostica che studia e vive a Verona. Abbiamo deciso di incontrarlo proprio in occasione dell’uscita del suo libro per scavare un po’ nel backstage della sua attività di giovane scrittore. «È stato più o meno verso la fine di marzo del 2019 che è nata l’idea di fondo», racconta Andrea Lobba, tentennando un po’ e ripescando nella memoria i semi del suo lavoro. Ma si sa che, quando si parla di scrittura e creatività, mettere dei paletti e scriverci sopra “inizio” e “fine” a caratteri cubitali non è operazione facile. A dirla tutta, non lo è per niente. Ciò che se ne capisce, però, è che quelle che erano inizialmente delle prose sparse, hanno fornito poi il materiale per costruire un romanzo. «In pratica ho sempre amato scrivere. I miei genitori mi raccontano che in vacanza in montagna, a cinque anni, scrivevo la cronaca della giornata trascorsa. Chi me l’avesse insegnato, questo non lo sanno neppure loro», racconta l’autore con un pizzico di sano compiacimento. «La mia fortuna è di aver trovato, durante il mio percorso scolastico, delle maestre e delle professoresse che mi hanno sempre spinto a coltivare questa inclinazione, oltre ad avermi indirizzato verso letture stimolanti. Poi sicuramente aver fatto il liceo classico mi ha dato la giusta ricchezza culturale per formarmi e convincermi a proseguire su questa strada.» Oltre allo studio anche un amore innato per l’acqua lo ha portato, fin da bambino, fra le corsie della piscina, dove ha potuto coltivare una passione e trasformarla nello sport del cuore. Grazie al nuoto, è infatti riuscito a vestire la maglia della Nazionale italiana in tre diversi Campionati europei giovanili paraolimpici, raccogliendo medaglie di tutti i metalli in ciascuna delle rassegne continentali. Oggi, a Verona, Andrea è al terzo anno di Lettere ed è anche grazie all’ateneo scaligero che è riuscito a trovare una porta importante per dare il giusto risalto al suo manoscritto. «Dopo aver ultimato la stesura durante il lockdown, mi sono messo alla ricerca di una casa editrice, proponendomi a nomi più o meno celebri, ricevendo tanti no ma anche giudizi positivi che mi hanno dato slancio. Fino a quando, attraverso il referente del corso in Editoria e giornalismo della mia università, sono giunto a bookabook». L’editore milanese è una delle realtà più significative in Italia per quanto riguarda la pubblicazione attraverso il crowdfunding, metodo che magari si associa più facilmente ad altri settori, ma che sta salendo alla ribalta anche nel mondo della carta stampata. Il crowdfunding prevede, nel concreto, la creazione di una comunità di lettori che sostenga la pubblicazione finale e l’approdo sugli scaffali delle librerie e che operi dunque una sorta di selezione aggiuntiva rispetto a quella già eseguita dalla redazione. Per contribuire alla campagna di Andrea, che è partita da poche settimane e che ha già raccolto un’entusiastica risposta, sono dunque essenziali due ingredienti: il preordine di una o più copie (è disponibile sia il formato cartaceo sia l’ebook) e il passaparola fra bibliofili e appassionati. Qui di seguito il link per poter visitare il suo profilo e i relativi contenuti di presentazione, sul sito di bookabook: https://bookabook.it/libri/soli-nudi/. L’obiettivo è dunque di amplificare l’eco mediatica puntando sulla condivisione, reale o virtuale che sia, scrivendone ad amici e conoscenti, anche dopo la lettura delle bozze, integralmente disponibili una volta effettuato il preordine. La narrazione di Soli nudi vede l’intrecciarsi delle vicende di tre giovani ragazzi all’interno della distopica comunità della Vita, dominata da un despota, il Sole, che costruisce la propria propaganda facendo leva sulle paure irrazionali della massa. Il romanzo, che attinge alla fantascienza e si arricchisce di riferimenti alla contemporaneità, con uno speciale rilievo attribuito alla crisi climatica, nasce in realtà come racconto di formazione. Ognuno dei personaggi centrali è artefice di un’evoluzione attraverso il suo rapportarsi con gli altri e la consapevolezza di sé matura fra le pagine, nei dialoghi e nei silenzi. Il tenace impegno dei ragazzi sta nella forza delle loro idee, in quella “ribellione gentile” che trova il suo fulcro nella coraggiosa Joan, e che mira alla decostruzione del potere fittizio, imperniato sullo spaventoso attecchire della menzogna fra menti disabituate al pensiero critico, in quanto assuefatte alla rapidità del virtuale. Una sorta di iconoclastia intellettuale volta all’eliminazione degli idoli. Una prosa dagli intenti ambiziosi quella di Soli nudi, che omaggia autori di riferimento per il percorso formativo di Andrea Lobba. «Quando racconto in sintesi di cosa parla il libro, molti lo accostano a 1984 di Orwell. E sì, lui è sicuramente uno dei fari ispiratori, così come lo sono anche Campanella, Huxley ed altri padri del distopico», spiega l’autore. E perché, quindi, Soli nudi? «Dietro al titolo c’è la libera citazione di una favola di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, in cui si racconta di un imperatore vanitoso che sfila senza abiti per le strade della città facendo credere al popolo di essere coperto da un leggerissimo tessuto che gli stolti non sono in grado di vedere. Tutti sono disposti a credergli, sentendosi interiormente indegni di ammirare la preziosa veste, e lo salutano ossequiosamente, fino a quando un bambino non dice le cose come stanno. E cioè che il re è nudo. Mi ha colpito poiché si descrive la voce dell’ingenuità incorrotta contro la consuetudine che schiaccia e appiattisce allo stadio di automi». Dal prosieguo della nostra chiacchierata, poi, emerge netto uno dei punti cardine del romanzo, quello dell’emergenza climatica, che trasuda in special modo dal vivido dipinto dell’ottusità della politica, incapace di ripensare il paradigma economico e di aprirsi alle voci d’allarme. «Personalmente, credo esista un grosso problema linguistico in merito – sottolinea Lobba. I problemi connessi all’ambiente e al pianeta non sono battaglie degli ecologisti. Sono e devono essere impegno collettivo di tutti, nessuno escluso. Il rapporto con la nostra casa comune è un tema culturale e sociale. Finché nel dibattito pubblico continueremo a connotarlo con questo alone di ribellione faziosa, a tratti persino caricaturale, non riusciremo mai a considerarlo quale urgenza effettiva, urlata all’unisono dalla comunità̀ scientifica e dunque indipendente dai colori di partito. La mia parola e il mio mezzo servono anche a questo, a sottolineare un desiderio di cambiamento autentico, espresso dai miei personaggi con coraggio e con una consapevolezza della necessità del sacrificio.» Inutile rimarcare la pluralità delle contaminazioni, e la polifonia delle voci che coesistono nel romanzo, che non impone un punto di vista privilegiato ma sfaccetta le situazioni, a seconda dei punti di vista. E quando infine gli si domanda se ci siano altri progetti risponde con un sorriso: «Di idee ce ne sono centinaia, ne annoto ogni giorno su quaderni, diari e fogli vari. Se ne verranno fuori racconti, poesie o romanzi, questo si vedrà, le premesse intanto ci sono.»
2020-11-15

Verona Sette

“Questa storia nasce da un'esigenza viscerale. Un bisogno radicale di raccontare l'energia e la vivacità di un mondo che percepisco ribollirmi dentro ogni giorno. Un universo altro in cui ho cercato di dipingere la vita autentica e le emozioni pure, quelle che vorrei vedere sopraffare la paura e la cecità.” Sono queste le parole con le quali Andrea Lobba decide di tratteggiare la realtà magmatica della propria interiorità, dove individua la radice profonda che lo ha portato alla scrittura del suo romanzo d'esordio, “Soli nudi”. Andrea è un giovane autore di appena ventun anni, nativo di Bassano del Grappa e residente a Marostica, ma trasferitosi a Verona per ragioni di studio e di sport: oltre a trovarsi infatti al terzo anno della facoltà di lettere nell'ateneo scaligero, è un nuotatore paraolimpico nella società del Verona Swimming Team. Un legame a doppio filo con la nostra città, dunque, che lo ha accolto permettendogli di coltivare sia il lato intellettuale che quello atletico, ma che soprattutto gli ha fornito – come afferma lui stesso – un bacino di immagini imprescindibili per la sua attività letteraria. L'occasione per incontrarlo ci viene proprio dalla recente uscita di “Soli nudi”, opera prima presa in custodia dalla casa editrice bookabook, che opera attraverso il crowdfunding. Sul suo sito, all'interno del profilo di Andrea, è infatti possibile preordinare il libro e contribuire così a formare un'attiva rete di lettori: una condizione essenziale per traghettarlo verso la pubblicazione e l'approdo nelle librerie. La narrazione, che ha ricevuto un'entusiastica risposta nel giro di pochi giorni, vede l'intrecciarsi delle vicende di tre giovani ragazzi all'interno della distopica comunità della Vita, dominata da un despota, il Sole, che costruisce la propria propaganda facendo leva sulle paure irrazionali della massa. Il romanzo, che pesca dalla fantascienza e si arricchisce di riferimenti alla contemporaneità, con uno speciale rilievo attribuito alla crisi climatica, nasce in realtà come racconto di formazione: ognuno dei personaggi centrali è artefice di un'evoluzione attraverso il suo rapportarsi con gli altri, e con una consapevolezza di sé che matura fra le pagine, nei dialoghi e nei silenzi. Il tenace impegno dei ragazzi sta nella forza delle loro idee, in quella “ribellione gentile” che trova il suo fulcro nella coraggiosa Joan, e che mira alla decostruzione del potere fittizio, imperniato sullo spaventoso attecchire della menzogna fra menti disabituate al pensiero critico, in quanto assuefatte alla rapidità del virtuale. Una sorta di iconoclastia intellettuale volta all'eliminazione degli idoli. E a tal proposito, Andrea rivela che “l'idea del titolo nasce da una favola di Andersen, dove un imperatore vanitoso sfila nudo per le strade della città, facendo credere al proprio popolo di essere in realtà coperto da un leggerissimo tessuto che gli stolti non sono in grado di vedere. Tutti sono disposti a credergli, sentendosi indegni di ammirare la preziosa veste, e lo applaudono con solennità, fino a quando un bambino non dice le cose come stanno. E cioè che il re è nudo. È la voce dell'ingenuità incorrotta, contro la consuetudine che schiaccia e appiattisce allo stadio di automi.” Nella chiacchierata che segue, non ci si può non ritrovare a parlare di acqua, con cui Andrea dichiara di aver sempre avuto un rapporto strettissimo, fin da piccolo: “È nella mia natura il sentirmi parte di questo elemento, protetto, quasi in uno stato di regressione prenatale. L'agenesia al femore destro che mi accompagna da sempre mi porta quasi a percepirmi più libero immerso nel blu che sulla terraferma.” E continua: “L'acqua in “Soli nudi” è importante, lo è in virtù della sua assenza, poiché è cancellata dalla desertificazione, oppure inquinata, in sostanza un lusso per i cittadini della Vita. La società è gerarchizzata, e chiusa in un'involuzione che si traduce in alienazione e indifferenza: solamente chi si trova ai vertici può permettersi di godere dei beni primari, mentre gli altri vivono in condizioni di indigenza progressivamente peggiori.” Un'istanza ecologista gridata, però, senza ricami retorici né enfasi di maniera, bensì osservando da diversi punti di vista la cruda realtà dell'ottusità politica e l'obbedienza muta di un popolo ubriacato da schermi e luci. Un'opera, in conclusione, che ha delle complessità di significati e di stile meritevoli di essere approfondite, e che potrebbero stupire se le si pensa uscite dalla penna di un ventunenne. Ma di fronte agli elogi Andrea si scherma: “Penso che la letteratura, l'arte, la scrittura mi abbiano salvato. Mi sento profondamente grato per avere la possibilità di arrivare a qualcuno e di poterne sollecitare le coscienze, nel mio piccolo. Il mio auspicio è che venga letto, e che ognuno ne tragga uno stimolo, uno sprono a dedicarsi alla ricerca della propria voce e alla sua espressione, in qualsiasi modo”. A cura di Federico Martinelli

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Andrea Lobba
Sono ventun anni che esisto, e potrei dire che da circa una quindicina di questi mi ritrovo spesso con una penna in mano, ora disperso a fantasticare in magici labirinti di vetro, ora insanguinato a tentare di leccarmi le ferite nelle notti scure, quelle in cui neppure le stelle riescono a regalarti un brivido. Oltre che con la scrittura, ho un rapporto d'amore incondizionato con l'acqua, anche perché fin da bambino ho imparato a destreggiarmi fra le corsie di una piscina, apprendendo col tempo quanto catartico fosse, nuotare. Credo profondamente nel valore dell'arte, della bellezza e nell'eleganza serena e onesta delle parole, motivo per il quale ho scelto di frequentare prima il liceo classico a Bassano del Grappa e poi di iscrivermi alla facoltà di Lettere all'Università di Verona, dove sto per conseguire la laurea triennale.
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