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Solitudini
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Consegna prevista Maggio 2022
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Tredici racconti, un unico filo conduttore: essere soli. Protagonisti o semplici spettatori di questo stato fisico e mentale che è la Solitudine.
I personaggi a volte la rincorrono come ultima speranza di salvezza, altre ne sono vittime inconsapevoli o la subiscono per colpa di una società sospettosa che li emargina in quanto diversi, malati o semplicemente vecchi. Mariti che non si arrendono alla perdita delle mogli o che al contrario cercano di fuggirne, uomini discriminati per le proprie tendenze sessuali o per il mestiere che svolgono, altri che osservano e riflettono sul significato della vita.
Storie semplici, reali, a volte crude, in cui ognuno di noi può immergersi e in qualche caso riconoscersi

Perché ho scritto questo libro?

Il tema della solitudine mi ha sempre incuriosito in tutte le sue diverse sfumature. D’istinto ci appare come un concetto negativo, ma non sempre è così. Ho affrontato questi aspetti così diversi calandomi nella mente dei personaggi e raccontandone i sentimenti, cercando di riconoscerne le paure e i dubbi per trovare risposte alle loro domande. L’obiettivo è incuriosire il lettore portandolo a fare altrettanto, identificandosi nei protagonisti o affezionandosi a loro condividendone il cammino

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il calore di una mano

(la solitudine che verrà)

La prima volta me ne accorsi al supermercato. Eravamo in fila alla cassa automatica e un ragazzino, senza volerlo, le urtò lievemente un fianco. Marta ebbe un sussulto e una smorfia le si disegnò sul viso. Mi parve una reazione esagerata, ma non dissi nulla. Quella mattina avevamo avuto una piccola discussione per una cosa senza importanza, non volevo darle modo di rispondermi in modo sgarbato.

Da un po’ di tempo avevo notato in lei un nervosismo crescente. Eravamo sposati da dieci anni dopo un fidanzamento cominciato tra i banchi di scuola. Posso dire che eravamo proprio una bella coppia. Interessi comuni, pochi amici fidati, tanta voglia di viaggiare. Stare insieme ci faceva sentire completi, non saprei come spiegare meglio. Parlavamo molto, era stato sempre così. Condividevamo tutto, gioie e paure. La curiosità dell’altro ci accompagnava nello scorrere dei giorni. Eravamo felici, semplicemente.

Quante volte mi svegliavo la notte e nella penombra la guardavo dormire. Quel suo respiro regolare mi restituiva la pace che perdevo di giorno in ufficio, intrappolato in un mestiere che non amavo. Due anni prima ci dissero che non avremmo mai potuto avere dei figli. Eravamo stati bravi a superare lo shock e a trasformare l’inevitabile delusione in un momento di crescita. Ne uscimmo fortificati e uniti come non mai…

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La milanese

(la solitudine della discriminazione)

Il garzone del negozio di alimentari arrancava sotto il sole impietoso di fine luglio, respirando a fatica e fermandosi più volte per riprendere fiato. Percorreva quel tragitto due volte a settimana, più o meno sempre alla stessa ora. La strada era priva di alberi e di qualsiasi riparo. Più che la distanza il problema era la salita. Di fatto erano meno di ottocento metri, sufficienti in quella stagione per inzupparlo di sudore dalla testa ai piedi.

La Panda che di solito utilizzava per le consegne era dal meccanico e ci sarebbe rimasta per un bel pezzo. Qualche volta aveva usato la bicicletta, ma il risultato non era cambiato, anzi, aveva dovuto ultimare a piedi l’ultimo tratto, il più duro, sopportando oltre al peso delle buste della spesa anche le due ruote.

Le tre sorelle abitavano nel punto più alto della città, vicino all’antico Castello, simbolo del paese, in una casa vecchia e malandata che apparteneva alla famiglia da quasi due secoli. Avevano da tempo superato gli ottanta e a parte Vincenzina, costretta a letto per dei seri problemi reumatici, godevano di ottima salute. Assunta, la più anziana delle tre, era diventata vedova una decina di anni prima, più o meno nello stesso periodo di Vincenzina e, come quest’ultima, non aveva figli. Maria, l’altra sorella,

non si era mai sposata scegliendo di dedicarsi totalmente alla cura del padre, piccolo proprietario terriero che aveva fatto una discreta fortuna durante il ventennio. D’altronde in un paese come il loro – dove la gente pensava e agiva secondo vecchi e immutabili schemi, dove vigeva una mentalità fortemente radicata in valori millenari – sarebbe stato impensabile che la figlia zitella non si fosse dedicata anima e corpo al genitore pur sapendo di sacrificare la propria vita…

Il progetto

(la solitudine desiderata)

Sedicimilaseicentoquarantaquattro euro e ottanta centesimi. “Non male” pensò mentre avvolgeva le banconote con un elastico e le riponeva in una busta. Posizionò la sedia sotto la porta e vi saltò sopra, non senza aver prima origliato se dal piano inferiore qualcuno stesse salendo in camera. Tolse la grata di areazione e nascose l’involucro.

Si guardò allo specchio compiaciuto. Il suo obiettivo era raggiungere i ventimila euro e continuando di questo passo ci sarebbe arrivato intorno a metà dicembre, poco prima di Natale. Periodo perfetto. In fondo mancavano solo tre mesi.

L’idea gli era balzata in mente poco più di un anno prima. Era in spiaggia, leggeva distrattamente la cronaca locale. Sua moglie prendeva il sole distesa sul lettino a strisce azzurre e arancioni dello stabilimento “Oscar” dove si recavano a passare gli ultimi quindici giorni di agosto. Loro due e i gemelli, così da anni. Aveva abbassato il giornale e l’aveva fissata. Lui le stava dietro, seduto su una poltroncina più o meno a un metro di distanza, rigorosamente all’ombra. Lei da ore in pieno sole, supina, con le braccia e le gambe leggermente aperte, la testa appena sollevata, gli occhiali da sole scuri, il cordoncino del reggiseno del costume – quello che solitamente si annoda dietro al collo – slacciato per non rovinare l’abbronzatura. Mentre la fissava, gli occhi erano andati su uno sbaffo di crema solare, in corrispondenza di una smagliatura della coscia. Ecco, era stato questo particolare, senza apparente significato, che gli aveva fatto scattare la molla. Non tanto la smagliatura, di per sé solo un segno del tempo che passava – condizione del tutto naturale e non governabile – ma ciò che l’aveva colpito era quella specie di pennellata astratta non adeguatamente assorbita. In quel momento gli era sembrata una dimenticanza ingiustificabile, una trasandatezza abnorme. Chiaramente, riflettendoci in seguito da persona razionale quale era, non poteva essere stato questo il motivo della sua decisione. Forse era il millesimo elemento che si aggiungeva agli altri novecentonovantanove che, più o meno inconsciamente, aveva accumulato e tollerato da quando erano sposati. Ad ogni modo, il progetto gli si materializzò chiaro in mente….

È per il tuo bene

(la solitudine dell’abbandono)

Mercoledì 4 ottobre

La mia vita è fatta di silenzi. Di lunghe ore passate a guardare l’orizzonte fuori dalla finestra. La mia dà sul mare. È una vista bellissima, l’acqua rifrange sugli scogli e gli schizzi arrivano in alto, mille e mille gocce che ricadono anonime sulla superficie spumeggiante. La spiaggia è così vicina che ho la sensazione di toccarla solo appoggiando la mano al vetro.

Ma anche la bellezza è relativa. Dipende tutto dallo stato d’animo. Due innamorati che guardano questo panorama ne possono trarre solo sensazioni positive. A me accentua la malinconia.

Parlavamo di silenzi. Il momento più amaro per le persone come me, il silenzio peggiore è quello di chi ti sta davanti e non ha niente da dirti. Di chi non vede l’ora di uscire dalla stanza, di ritornare al “mondo normale”, a quello che c’è fuori di qui. E se questo qualcuno è tuo figlio il quadro della tragedia è completo.

Proprio oggi sono sei mesi che vivo in una residenza per anziani. Lo scorso Natale ho perso mia moglie, di dieci anni più giovane, con la quale abitavo in una piccola villetta appena fuori città. La sua perdita è stata un duro colpo perché inaspettata. Ha sempre goduto di ottima salute, come me del resto. Semplicemente una mattina non si è svegliata.

Da quel momento la mia visione del futuro è cambiata. Non che prima non fossi cosciente della mia età, ampiamente al di sopra della media statistica di sopravvivenza di un maschio italiano, ma la sua vicinanza e le tante cose che facevamo insieme anestetizzavano la realtà dei numeri. Una specie di ibernazione del tempo.

Siamo stati insieme a lungo. Sono pochissimi i ricordi in cui, in qualche modo, non vi sia anche lei. È impossibile condensare in poche righe ciò che per me questo rapporto ha significato.

Dopo poco tempo si rese necessario capire cosa farne di me. Questa frase è un po’ dura, lo so. È più adatta ad un oggetto, un vecchio armadio, una poltrona ingiallita dal tempo o a un animale domestico. Da giovane ho ripetuto tante di quelle volte a mio figlio che, da vecchio, non volevo creare problemi e che avrei preferito essere lasciato in un istituto piuttosto che “disturbare” in casa sua. Regolarmente mia moglie replicava scherzosa “di che ti lamenti…. vedrai che muoio prima io” e altrettanto regolarmente mio figlio ci assicurava che si sarebbe preso cura di tutti e due.

Mi pento di aver pronunciato quelle parole. Vivrei volentieri da lui, me ne starei in un angolino tranquillo, senza “disturbare”, ma pare che questo non sia possibile. C’è nella mente dei giovani di oggi la convinzione che noi vecchi siamo del tutto inutili, ingombranti, un peso.

La frase più ricorrente è “ma se ti succede qualcosa mentre non ci siamo?” a cui si aggiunge quella più drammatica, più crudele, pronunciata nel momento in cui si palesa il trasferimento in istituto: “è per il tuo bene… ”.

L’impiegato del Ministero

(la solitudine come salvezza)

Nel momento in cui accaddero i fatti che stiamo per raccontare, VZ lavorava al Ministero per la Salute e la Prosperità del Popolo da circa dieci anni. Aveva ottenuto quel posto grazie ai buoni uffici di uno zio materno, piccolo funzionario locale di partito con buone conoscenze presso il collettivo regionale. Questa raccomandazione aveva turbato molto VZ, così come aveva turbato suo padre: entrambi appartenevano a quel genere di persone che preferisce rimanere nell’ombra piuttosto che chiedere ad altri di poter vedere la luce. Il pessimo stato economico della famiglia e una madre che, al contrario, non si faceva tali scrupoli, li aveva costretti ad accettare quella che per loro due non era altro che una insopportabile umiliazione.

Ottenuta la certezza del posto erano passati alcuni giorni prima che VZ prendesse ufficialmente servizio. Notti insonni durante le quali immaginava con terrore l’incontro con il Capo Ufficio. Gli era stato riferito che questi era una persona spregevole, figlio di un potente commerciante della zona che aveva fatto fortuna grazie ai favori che la moglie elargiva con generosità ai dirigenti del partito. C’era una sola cosa che lo confortava e gli dava coraggio, ovvero che tutti i colleghi indistintamente avevano ottenuto l’assunzione per raccomandazione….

La sbronza

(la solitudine dei cioccolatini)

Come dici, amico? Mi stai chiedendo perché sono qui? Beh, immagino sia per lo stesso motivo per cui ci sei tu, dimenticare qualcuno o qualcosa. Non mi freghi, la barba lunga, quella macchia di unto sul bavero della giacca… ti ho già inquadrato. Sei come me…

Sei stato mollato? O ti ha buttato i vestiti per strada dopo che ha scoperto quel lungo capello biondo nel posto dove non doveva essere, lei che è mora, nera più della pece… o mentre ti infilavi sotto le coperte, a notte fonda, ha sentito quell’odore di femmina che non era il suo… Ridi? Allora ho indovinato… dai, bevi con me, offro io, raccontami la tua storia…

Mi chiedi di raccontarti prima la mia? Come vuoi… io non ho segreti e questa sera, lo avrai capito, mi sento in vena di chiacchiere. Ti avviso però… la mia storia non ha un lieto fine, ma in fondo io e te siamo così, siamo nati per non avere storie a lieto fine…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro molto toccante che affronta una tematica attuale…
    Leggendolo si ha la sensazione di essere all’interno della storia.
    Lo consiglio fortemente.

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Giuseppe Bianchini
Ho 59 anni, nella vita reale sono un dirigente d’azienda, ma vorrei definirmi musicista e scrittore. Musicista lo sono davvero grazie al Diploma di Pianoforte conseguito in gioventù, scrittore vorrei diventarlo. Ho una moglie e un figlio adolescente, i miei primi lettori e critici letterari. Mi sono avvicinato alla scrittura proprio grazie a mio figlio, avido lettore di romanzi d’avventura, che mi ha spinto ad autopubblicare un libro per ragazzi, “Pirati e misteri”, ancora disponibile nelle maggiori piattaforme online. Da lì ho iniziato a scrivere racconti, alcuni dei quali, legati da uno stesso filo conduttore, ho racchiuso in una raccolta intitolata “Solitudini”. Al momento sono alle prese con il mio primo romanzo, una storia che ripercorre i settant’anni di vita del protagonista trascorsi tra l’Italia del dopoguerra, l’America degli Hippies e della psichedelia fino ai giorni nostri
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