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Storia di un liutaio - Le vicende di Giuseppe Rocca

Storia di un liutaio - Le vicende di Giuseppe Rocca
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Dopo la morte della moglie, nel 1834 Giuseppe Rocca abbandona la figlioletta Teresina ad Alba deciso a rifarsi una vita a Torino. In poco tempo, grazie all’aiuto di Giovanni Pressenda, scopre il proprio talento nell’arte della liuteria e apre una propria bottega. Il successo del liutaio non è indifferente alla concorrenza, che comincia a nutrire una feroce invidia verso di lui.

Tra le città di Torino e Genova, flagellate da focolai di colera e proteste, Giuseppe Rocca vive brevi idilli e profonde inquietudini. Presto l’alcool diventerà un compagno a cui appoggiarsi per sopportare le delusioni professionali e una vita familiare burrascosa. Il 27 gennaio 1865, il corpo di Giuseppe viene rinvenuto in un pozzo. Sarà il figlio Enrico Rocca a comprendere cosa si celi dietro la morte del padre. Giuseppe Rocca, personaggio eccezionale e irrequieto, è oggi unanimemente riconosciuto come uno dei migliori liutai italiani dell’Ottocento. Al suo stile si sono ispirate generazioni di liutai.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo un personaggio da romanzare, sono inciampata nella storia di Giuseppe Rocca per caso e ne sono rimasta folgorata. Era il protagonista perfetto: irrequieto, incompreso, talentuoso. La sua vita sentimentale fu così intricata che ho dovuto operare delle scelte. La sua morte, poi, fu tanto oscura quanto irrisolta. E il periodo storico in cui visse, resta uno dei più appassionanti della nostra penisola. Ecco perché ho scritto questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE II

Dal 1834 al 1842

A Torino le classi dirigenti sono preoccupate che possa esserci una ripresa delle spinte rivoluzionarie. Carlo Alberto introduce delle riforme per ammodernare lo Stato: permette ai borghesi di ricoprire alte cariche, promuove le arti, le scienze, le scuole. Torino si amplia, attira commercianti, artigiani, professionisti, militari. Aumenta il numero di industrie manifatturiere. Tutto questo, però, non basta. Il popolo sbarca il lunario con espedienti, elemosine, furti e prostituzione e, disgraziatamente, la città viene colpita dal colera.

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§

Nel suo studio di contrada Teatro d’Angennes, Giovanni Pressenda levigava un violino con un foglietto di equiseto. Ad ogni passaggio il legno acquisiva una lucentezza maggiore. Il giorno successivo lo avrebbe verniciato, poi lo avrebbe lasciato riposare per alcune settimane e, finalmente, lo avrebbe consegnato al committente.

«Questo violino sarà il regalo di un padre a sua figlia.», confidò il liutaio a Giuseppe Rocca. «Credo ne sarà felicissima. Anche io ricevetti il mio primo violino in regalo da mio padre. Seppure fosse un povero contadino, non si può dire che non cercò di assecondare i miei interessi…» Guardò Giuseppe e provò una sincera compassione verso di lui. Comprendeva bene cosa significasse la morte di una moglie. Non volle tornare su quell’argomento. «Sai, Giuseppe, ogni strumento ha una storia da raccontare. Il mio primo violino era di fattura francese, pensa che passò dalle mani di uno dei soldati di Napoleone alle mie.»

«Sai anche suonare?» chiese incuriosito Giuseppe.

«Sì, certo. Fu grazie alla chiesa che imparai. Mi piaceva molto strimpellare per le strade di Alba…»

«E come cominciasti, invece, a costruirli, i violini?», chiese ancora Giuseppe.

«Ricordo ancora bene il giorno in cui ebbi l’intuizione che fare il liutaio sarebbe stato il mio lavoro. I miei genitori erano contadini e da ragazzo, come loro, passavo le giornate con la schiena china a zappare la terra del noccioleto. Un giorno, mi fermai a osservare la radice di una pianta che fuoriusciva dal terreno, ne seguii il percorso e arrivai a guardare il tronco dell’albero. Lo avevano tagliato alla base per farlo crescere più vigoroso. Osservai i cerchi concentrici della sezione e mi misi a calcolarne l’età. Quelle venature mi fecero pensare al violino che tenevo a casa e all’albero che, a quel violino, aveva dato corpo. Immaginai la mano che aveva scelto un pezzo di legno, lo aveva smussato e levigato per ricavarne una creatura unica, e sonora.» Prese fiato. «Fu quello il momento in cui intuii che avrei abbandonato zappa e nocciole per intraprendere la strada della liuteria. Poco dopo, mi trasferii a Torino e cominciai il mio apprendistato nella bottega del francese Lete-Pillement. Per vent’anni rimasi sotto padrone…Venti lunghi anni…» Tossì. «Gente oppressiva, i francesi, sai? I napoleonici diedero fine ai fasti della corte reale, a tutta la vita musicale. Ma poi, quando Vittorio Emanuele I rientrò a corte, desiderò ridare serenità alla città: fece restaurare la Cappella Regia, avviò la Società Filarmonica, chiamò strumentisti e compositori in città. Fu quel vigore culturale a spingermi a lasciare Lete-Pillement e ad aprire questa mia bottega. Le opere teatrali e la lirica rendevano questa via un andirivieni di musicisti ed era facile che si fermassero qui per rifornirsi di corde armoniche e accessori.»

Pressenda, da allora, era riuscito a farsi una buona reputazione a Torino. I suoi violini mescolavano l’arte francese a quella italiana e i violinisti li apprezzavano. I soldi in tasca, però, non erano mai stati molti. Aveva sempre vissuto una vita modesta, senza pretese. Aveva sempre amato condividere ciò che aveva coi suoi apprendisti. Dopo che François Martin se ne era andato, da alcuni mesi lavorava con lui Pierre Lacroix, un giovane di Nizza. Pressenda era un insegnante paziente. La sua barba grigia, gli occhi rassicuranti, la corporatura possente, lo facevano apparire ai suoi alunni come un solido pilastro al quale appoggiarsi.

«Se vuoi restare qui da me, dovrai imparare il mestiere per mantenerti, Giuseppe caro», disse Pressenda.

Giuseppe, finalmente, sorrise. «Non chiedo di meglio. E non vedo l’ora di cominciare… Posso chiamarti Maestro?»

§

«…e così, bagnando un pochetto queste fasce perimetrali di legno e scaldandole con questo ferro tondo devi riuscire a dar loro la forma di una C. È una fase delicata, devi stare molto attento al calore del ferro. Se è poco caldo non riuscirai a piegarle, se è troppo caldo brucerai il legno.», disse Pressenda a Giuseppe.

«Un fornaio come te dovrebbe sapere regolare bene un fuoco, o sbaglio?» Pierre Lacroix si intromise tra Pressenda e Giuseppe, senza riuscire a nascondere un leggero sarcasmo.

«Già. Voglio fare un violino buono come il pane, amico. Cotto al punto giusto. Fuori una crosta dorata e dentro un suono morbido come la mollica.», rispose Giuseppe senza dare troppo peso allo scherno.

Pressenda tornò a dare istruzioni al suo nuovo allievo. «Quando finirai di dare la forma alle fasce, le metterai in posizione sulla sagoma e le stringerai con questi anelli per creare il perimetro del tuo violino. Poi faremo lo stesso lavoro con le controfasce e i listelli di legno.» concluse.

«Se ne avremo il tempo, Maestro. È arrivato ciò che temevamo da anni. Il colera asiatico è tra noi.» Le parole di Pierre gelarono Pressenda e Giuseppe. Di quella malattia si sapeva che dalla Russia, in quasi dieci anni, era gradualmente arrivata in Francia. Ma erano stati presi dei provvedimenti per evitare che attraversasse le Alpi. Come potevano aver fallito?

«Che notizia ci porti, Pierre? Come sai che è vera?», replicò Pressenda con un misto di sospetto e paura.

«Quello che dico io è sempre vero… Ieri è morto un barcaiolo del borgo del Moschino. Era giovane e sano. È passato a miglior vita in due giorni. Credetemi, il colera ha proseguito la sua marcia fino a noi. E con quale facilità ha preso per il naso i guardiani dei confini, non trovate?» Pierre scosse la testa con disapprovazione.

«Ma… se hanno bloccato i commerci, messo in quarantena le navi… Come è possibile che sia entrato?» Pressenda aveva visto morire molti uomini e donne di malattia, ma ancora non se ne faceva una ragione.

«Sapete cosa penso? Che i nostri governanti vogliono darcela a bere con queste quarantene. Se usiamo la ragione, comprendiamo bene che spargere il malanno è il modo perfetto per farci chiudere in casa dalla paura e soffocare i nostri risentimenti.» Pierre sbottò. Cercava negli altri sostegno e approvazione, ma presto si disilluse.

«O forse è una punizione di Dio per i nostri peccati.», si inserì Giuseppe. Pensava all’abbandono di Teresina e al suo povero padre, in piedi dalle prime ore della notte per fare il pane e si sentì in colpa. Non era l’unico a pensare che il colera era la pena inflitta a chi aveva compiuto gesti peccaminosi.

Pressenda lo interruppe. «Sciocchezze! Quale maleficio o punizione divina. Deve arrivare dalle correnti atmosferiche, il colera. Avete mai visto un governante fermare il vento? Certo che no! Contro la natura, certe volte, si è impotenti. E ora, piuttosto che pensare a complotti e maledizioni, dovremmo dare una bella pulita a questo laboratorio. Pierre, pensaci tu! Dai una ramazzata a questa stanza. E compra della calce. La butteremo sulle pareti.»

Pierre sgranò gli occhi. Pressenda aveva dato a lui l’ordine di passare la ramazza e quel Rocca, appena arrivato in bottega, poteva così continuare a piegare le fasce e dedicarsi al suo violino. Chi era mai questo Giuseppe Rocca per godere di quei favoritismi? Che comportamento era mai quello del Maestro? L’umiliazione gli fece ardere le guance. Non riuscì a proferire parole, a contestare. Deglutì.

Poi, a testa bassa, afferrò il manico della scopa e cominciò a raccogliere trucioli e polvere dal pavimento.

§

Per Giuseppe, le settimane scorrevano una dopo l’altra come note su uno spartito. Si era applicato seriamente e ormai aveva imparato tutti i passaggi per produrre da sé i suoi strumenti.

Seduto sul suo sgabello, smontò dal morsetto un fondo di violino. Era molto difficile e costoso trovare un pezzo di legno abbastanza grande per ricavarne un fondo unico. Così, Pressenda gli aveva insegnato un rimedio che gli era parso geniale: incollare due tavole a vena invertita. Il risultato era davvero sorprendente. Osservò la sua tavola. Era finalmente solida, pronta per essere lavorata. Sgorbiata dopo sgorbiata, avrebbe rimosso il legno in eccesso, fino a dare rotondità alla scultura. Solo allora la marezzatura avrebbe preso vita.

Giuseppe si sentiva gratificato dal suo lavoro come mai prima di allora. Nel momento in cui apponeva un’etichetta col suo nome all’interno dei violini si sentiva come se stesse deponendo un mattone per diventare qualcuno nel mondo. Amava sognare il suo successo. I suoi violini avrebbero potuto portare la loro voce nel regno e magari in tutta Italia e poi, chissà dove. In Brasile, in Argentina? Perché no. I violini gli parevano creature eterne e perfette. Erano il balsamo che alleviava i suoi sensi di colpa.

Ogni tanto riceveva delle lettere dal padre. Puzzavano di zolfo e aceto. La trattavano così, i postini, la corrispondenza. Dicevano servisse per sterilizzarla dal colera. Le lettere di Nino gli raccontavano che Teresina cresceva sana e bella, una piccola panettiera. Così Giuseppe si rincuorava. Suo padre conosceva bene l’animo fragile del figlio e non avrebbe mai voluto dargli delle preoccupazioni. Pregava spesso per lui e sperava che una volta passata la turbolenza per la morte di sua nuora, Giuseppe sarebbe tornato alle sue sicurezze, dalla sua bambina, al forno di famiglia. E tutto sarebbe finito bene.

§

Torino si svegliava presto. Alle dieci i commercianti avevano già sbaraccato e lasciato a terra gli scarti delle loro merci. Sangue, foglie e grani si mostravano mescolati sul selciato. I più poveri accorrevano per selezionare il commestibile e poi tornavano ai loro borghi, al Moschino, alla Vanchiglia, al ghetto ebraico. Tutti borghi che purgavano malati e grumi di miseria. Barcaioli, tintori di seta, carrettieri e lavandaie vi vivevano ammassati, in un coaugulo di sporcizia ed escrementi. I carri funebri sfilavano davanti alle loro case carichi di bare. I becchini ignoravano gli sguardi delle donne di ogni età che sedevano davanti alle porte e sulle scale in attesa di offrire i loro servizi a qualche cliente. Erano quelle stesse donne che organizzavano processioni religiose e facevano voti a san Domenico perché si portasse via il colera. Le autorità facevano ripulire i cortili, i vicoli angusti e le scale sudice. Ma gli scoli di acque putride e i canali, come letamai, non smettevano di maleodorare l’aria e di creare colonie di insetti brulicanti. La polizia aveva preso di mira anche le fabbriche di seta. Vennero additati i loro scarichi fetidi perché finivano negli abbeveratoi del bestiame. Si ordinò di canalizzare le acque sporche fuori dagli abitati e di coprirle bene, o sanzioni pesanti sarebbero gravate sui proprietari. Così, questi ultimi avevano minacciato di chiudere, di licenziare gli operai, di ingrassare le fila dei mendicanti. E i poveri protestavano. La disoccupazione era letale più del colera, dicevano.

Quella sera, un forte temporale colpì Torino. La pioggia scrosciava e le raffiche di vento ululavano tra le fronde. Pressenda, Pierre e Giuseppe si presero una pausa e si avvicinarono al camino del laboratorio. Cominciarono a sorseggiare un malvasia di Sardegna. Lo avevano arricchito con china, rabarbaro e assenzio. Si diceva che tenesse alla larga il colera.

«È morto un mio conoscente di Nizza, ieri. Si era fermato al San Salvario per dormire e si è sentito male. Crampi all’addome. Era blu quando l’hanno ricoverato. In due giorni se ne è andato all’altro mondo.» disse Pierre a Pressenda e Giuseppe, con un velo di tristezza sul viso.

«È davvero terribile… Sono morte anche due donne ieri, una aveva solo quattordici anni. Povere anime, spero che abbiano avuto almeno il conforto della religione.» aggiunse Giuseppe.

Pierre gli diede un’occhiataccia. «Ma a voi sembra possibile?» chiese rivolgendosi a entrambi.

«Cosa, Pierre?» risposero in coro Giuseppe e Pressenda.

«Che i dottori non siano stati in grado di curarlo! …Non se ne saranno sbarazzati? Si dice che mettano veleno nelle medicine…»

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Flavia Vighini
Flavia Vighini nasce e vive a Cremona, città della musica e capitale mondiale del violino. Per vent’anni frequenta case di liutai, che da tutto il mondo arrivano nella sua città a studiare per imparare l’arte di Stradivari. Respira il profumo delle loro vernici, ascolta il rumore dei loro attrezzi e si lascia avvolgere dalla musica dei loro strumenti ad arco. È così che si aprirà per sempre all’internazionale. Parafrasando Frida Kahlo, da allora per lei non esisteranno più confini, ma solo orizzonti. Storia di un liutaio è il suo primo romanzo.
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