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Storia di una vecchia rivoluzione reazionaria

Storia di una vecchia rivoluzione reazionaria
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Consegna prevista Agosto 2022

Siamo nella capitale del millenario e così soprannominato “Glorioso Impero”. Questo mondo è destinato a crollare. All’improvvisa morte dell’Imperatore e all’incoronazione di una ragazzina, sua nipote Massimilla, segue l’immediata rivolta della cittadinanza, l’occupazione del palazzo e la fine dell’Impero. Trovatosi coinvolto nella rivoluzione, il cinico protagonista e narratore assiste al lento disfacimento delle istituzioni imperiali e all’inizio di una guerra senza quartiere contro i nemici esterni ed interni del nuovo regime. Ben presto il protagonista viene incaricato di contribuire all’ “educazione” dell’Imperatrice imprigionata. Massimilla si rivelerà una mente controversa, affascinante ed ardentemente reazionaria, totalmente ostile alla rivoluzione, e sarà così in grado di influenzare il proprio insegnante, rivelando al protagonista il punto di vista degli “sconfitti”.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo nasce dalla rielaborazione di un gioco – giocavamo alla guerra con alcuni amici, e il nostro gruppo si chiamava, come nel romanzo, la “Freccia d’Oro” – al quale ho voluto attribuire una valenza filosofica, quale simbolo delle contraddizioni e delle incongruenze insite in ogni processo rivoluzionario e in ogni idea di progresso. L’Impero che diviene Westenia rappresenta l’Occidente all’avvento della spettacolarizzazione della sua politica e della sua vita sociale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo X

Come il giardino, anche il palazzo si era profondamente trasformato, fino a non assomigliare in nulla alla sfarzosa residenza del Maximus. L’ingresso era un insistere di mattonelle grigie o nere, impolverate, circoscritte da una serie di piloni d’emergenza montati per l’occasione in modo da mantenere in piedi la struttura anche in caso di bombardamento. Ciò che mi colpiva di più, era soprattutto la scarsa luce. Sembrava che l’oscurità avesse qui costruito il proprio impero. Vicino ad una porta posta in fondo a destra, si trovava una pila di piatti, di pentole e di bottiglie, residui dei pasti per la ragazzina di cui Canemuto e Samuele si erano prodigati per alcuni mesi.

Per il resto era tutto vuoto. I leader avevano destinato probabilmente buona parte degli oggetti e delle ricchezze del palazzo verso le esigenze attuali del nostro Impero impegnato nella guerra. Sentivo di stare perdendo tempo. A questo punto iniziai a pensare di aver sbagliato ad accettare l’incarico proposto. Mi sarei trovato probabilmente di fronte a qualche cosa di folle, di selvaggio, di incontrollabile. Inoltre sentivo di non essere in grado di sopportare a lungo l’angosciosa pressione di quelle stanze.

Mi decisi a bussare alla porta dopo qualche secondo di riflessione e dopo aver accuratamente scostato tutti quanti i piatti e le posate che ostruivano il passaggio.

Non ricevetti alcuna risposta e la porta rimase chiusa. Bussai nuovamente e ancora una volta tutto tacque. A quel punto sarei stato propenso ad andarmene, a ritornare in un secondo momento, oppure a spingere perché la ragazzina fosse semplicemente lasciata a sé stessa. Invece presi la decisione opposta: aprii la porta cautamente.

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Un bagliore mi accecò. Quasi abituato alle tenebre e alla semioscurità della precedente stanza mi sorpresi nel ritrovarmi immerso in una stanza luminosissima, coloratissima, piena di pupazzi, di bambole, di scodelle e pentole finte, di casette giocattolo e di peluche. C’era un lettino dalle coperte gialle e rosa e anche la carta da parati era dello stesso colore.

Il pavimento era bianco e perfettamente pulito, come se qualcuno si fosse adoperato quotidianamente affinché fosse semplicemente perfetto. Era così pulito da potercisi specchiare. Me ne resi conto quando vidi la mia immagine riflettersi in una miriade di piccoli scacchi, tante quante erano le mattonelle che componevano lo scintillante mosaico della pavimentazione di quella camera.

La ragazzina però non c’era. La stanza era silenziosa. Sembrava che nessuno vi avesse mai abitato. Sembrava una stanza arredata e mai vissuta. Eppure i piatti fuori dalla porta suggerivano tutt’altro e, come se non bastasse, tutte le bambole, i giocattoli e persino i mobili erano… firmati.

La firma era indecifrabile, ma presumibilmente era tutto quanto opera della ragazzina, la quale aveva curiosamente manifestato il proprio dominio terreno su quegli esseri inanimati con la scrittura.

Improvvisamente sentii dei passi leggeri alle mie spalle. Mi voltai e non vidi nulla. Mi guardai intorno. Ancora dei passi alle mie spalle, seguiti da una risatina. Quando mi voltai, due dei tre peluche presenti sul letto erano scomparsi:

– Non ti farò del male, vieni fuori. –

Lei non rispose. Ma sentii un’altra risatina, stavolta più sommessa. Deglutii e mi immobilizzai. Tutto questo aveva assunto i contorni di uno strano e perverso gioco di ruolo in cui la vincitrice per il momento era la ragazzina o chi per lei.

Guardai sul pavimento. Fu lì che la vidi per la prima volta. Migliaia di volte il suo agile corpicino si materializzò sul bianco a specchio del pavimento.

– Ti ho vista. – Mormorai. La vidi ricomparire. Fu un istante: mi voltai di scatto. Lei gridò e si gettò all’indietro sul letto. Mi avvicinai, ma lei senza neppure guardarmi si infilò sotto le coperte.

– Esci fuori. –

La ragazzina non rispose.

– Non ti farò del male. Avanti, esci fuori. –

Non puoi vedermi. – Sussurrò una vocina da sotto le coperte.

Fu una risposta per certi versi sbalorditiva. Mi rendevo conto che in fondo non si trattava d’altro che di un gioco. Era evidente che la ragazzina soffriva di una tale carenza di compagnia da aver scorto per la prima volta un potenziale compagno di giochi in me. Ragionai un pochino tra me e me. Poi ebbi un’idea: – Chissà dove ti sarai nascosta? È un gran peccato, ti ho portato un regalo. E se non ti vedo non posso dartelo. –

– Bugiardo! Ma per chi mi hai preso? Non puoi sapere che sono nascosta, non puoi vedermi e basta!–

Mi lasciò a dir poco sconcertato la sua risposta. Riformulai, con voce incerta, quanto avevo detto:

– Non vedo nessuno qui, allora sarà meglio che me ne vada. –

No!

Un gridò acutissimo, seguito da un pianto straziante e la ragazzina fuoriuscì come impazzita dalle coperte e mi si gettò addosso.

– Non andartene! Non andartene, hai capito? Non devi andartene!

Non c’era niente di supplichevole, niente di fanciullesco nella sua voce. Sembrava carica di rabbia e di delusione. Mi guardava con disprezzo e le sue lacrime erano più intenzionate a minacciarmi che a commuovermi.

Inoltre, a ben guardarla, in lei non c’era quasi più nulla della ragazzina. Vestita di una logora camicetta nera e una gonna a fiori, i capelli neri con due lunghi ciuffi colorati per metà oro e per metà rosso. Gli occhi neri ma con uno strano bagliore di verde a delineare un volto perlopiù tratteggiato da un trucco mezzo scolato e dal pallore cadaverico della sua pelle.

In tre anni era diventata irriconoscibile. Fisicamente sembrava quasi una donna adulta, per quanto di bassissima statura e molto molto magra.

– Calmati, non me ne vado. –

Dissi, sorridendole. Lei si tranquillizzò e scoppiò a ridere.

Capitolo XI

– Devo dire che iniziavi a diventare inquietante.

Lei continuava a ridere all’impazzata. Si gettò sul letto, rotolandosi e gettando per terra le coperte e le bambole, senza curarsi di nulla.

– Far sparire i peluche poi è stata una trovata molto divertente. – Dissi, mentendo.

Alle mie parole però lei tacque di colpo. Si raddrizzò sedendosi sul bordo del letto e mi guardò sorridendo e chinando da un lato la testa. Non scorderò mai quel volto e quelle parole.

– Quali peluche?

Mi grattai la testa.

– I tuoi peluche.

– I miei peluche?

– Sto parlando con te.

– Lo so, lo so bene. Ma io non possiedo nessun peluche.

Ero sicuro di aver visto quei peluche sul suo letto almeno una decina di minuti prima che lei li facesse sparire. Per cui incominciai a spazientirmi:

– Erano lì! Sul tuo letto! Non sono i tuoi peluche?

– Sono di mia sorella forse.

– Almeno ammetti di avere dei peluch…aspetta: tua sorella?! Quale sorella?!

Dissi sempre più insicuro. Lei rimase calmissima e sempre con quello stesso sorriso mi disse:

– Lei me li ruba sempre. Io non posso mai giocarci perché lei me li prende e li tiene per sé. A dire il vero qui tutti i giocattoli sono i suoi. Ma almeno ogni tanto posso giocarci.

Ripensai al contesto. Ripensai a ciò che aveva passato la ragazzina. Ripensai anche a quanto accaduto in precedenza. Al fatto che solo lei, solo la ragazzina, avesse potuto spostare i peluche. Che poi non ricordasse di aver fatto tutto questo, era un altro discorso.

Decisi di lasciar correre. Annuii e mi avvicinai. Mi sedetti accanto alla ragazzina. Lei rimase immobile, le mani sulle gambine dondolanti, gli occhi fissi a guardare un punto di fronte a lei.

– Sai chi sono io? –

Fece cenno di no con la testa.

– D’ora in avanti sarò il tuo maestro.

Lei sorrise, ma non disse nulla. Mi resi conto del lungo lavoro che mi attendeva.

– Maestro –

Disse lei.

– Dimmi. –

– Anche loro sono i miei maestri. –

– Loro chi? –

La ragazzina mi indicò due bambole vicine all’armadio, alla destra del letto.

– Sono loro che mi hanno insegnato a parlare e a scrivere. – Disse con soddisfazione.

Tutto questo non aveva senso. Tutti i miei sospetti si erano tramutati in realtà, dal momento che la ragazzina sembrava ripetere perfettamente gli schemi mentali di una persona disturbata. Avrebbe avuto bisogno di tantissime cure, di tante persone intorno. Lei però parve leggermi nel pensiero, giacché in un sorriso spento mi disse:

– Non ho bisogno di nulla.

Si alzò dal letto e senza attendere che io replicassi si diresse verso una porticina alla mia sinistra, la aprì ed entrò. Sentii il rumore dell’acqua che scorreva seguito dal rumore di uno spazzolino da denti.

– Perché ti stai lavando i denti? – Cercai di non caricare di troppa importanza le mie parole; tentai di aprire un dialogo, un dialogo che, per quanto la ragazzina mi avesse pregato di non andarmene per nessun motivo, non si era ancora instaurato. Giacevamo entrambi in una sorta di limbo, in cui nessuno dei due sembrava in grado di imparare a conoscere a fondo l’altro. Lei non mi rispose.

Continuava a spazzolarsi. Sospirando mi sedetti sul letto, praticamente sfinito. Avrei potuto uscire e andarmene in qualunque momento; invece attesi, ansioso, che lei finisse di lavarsi i denti.

La ragazzina rientrò dopo pochi minuti. Mi osservò, domandandomi poi con voce gelida:

– Dove vorresti dormire? –

Feci spallucce. Non aveva granché importanza per me. Lei proseguì: – Ho un materasso. Se vuoi puoi dormire ai piedi del mio letto. –

– Oppure, se non hai bisogno di nulla, potrei anche…–

– No! – Gridò. Iniziò a piangere:

– Ho detto solo che non voglio un maestro! Non voglio un maestro! Voglio solo… solo una persona!

Sorridendo, mi accostai a lei:

– Allora sarò la tua persona.

Capitolo XII

Per la prima volta, da quando mi ero trasferito nella Capitale, non dormii nel mio letto.

Mi sistemai in una sorta di sacco a pelo rialzato sotto una pila di cuscini e di coperte che avrebbero dovuto rendere più morbido il contatto con il terreno. Purtroppo però dormii solo qualche ora nel corso di tutta la notte.

Aprendo gli occhi mi resi conto che di lei non c’era traccia. Il suo letto era perfettamente in ordine, come anche il resto della sua stanza.

Alle prime luci del giorno la carta da parati, il pavimento e persino i mobili e le bambole scintillavano di una bellezza perversa, artificiale, una manifestazione di splendore che nascondeva la rudezza di un passato da dimenticare.

Di maestri la ragazzina ne aveva avuti per tre anni. In tre anni però avrebbero dovuto trasformarla in un suddito docile ed accondiscendente. Questo non era avvenuto.

Eppure il modo di parlare, tutto quanto nella ragazzina indicava una certa cultura, ricevuta ed ottenuta attraverso delle vie anche secondarie, che non potevano essere stati i tanto noti maestri.

Girovagando per la sua stanza da letto scoprii che nascondeva alcuni libri, perlopiù libri di storia, di matematica, di biologia.

C’erano alcuni romanzi, soprattutto grandi classici. Sfogliandone uno mi resi conto che erano pieni di appunti e di annotazioni, di critiche, di accuse rivolte allo scrittore e all’idea che traspariva dalle sue parole.

Nel cassetto del comodino c’erano anche alcuni scritti di filosofia, segnati da scritte ingiuriose, da disegni, da parole intrise di violento sarcasmo.

Ma c’erano anche belle parole. Intravedevo una sorta di gentilezza. Era come se sdoppiandosi si sdoppiasse anche nel modo di vedere e di leggere tra le righe di uno scritto.

Le altre stanze erano estremamente spoglie, pulite, intatte nel loro antico splendore di stanze regali, quasi che nessuno avesse osato intaccarle per decenni.

Lei mi comparve davanti agli occhi proprio quando ritornai nella sua camera da letto. La vidi sdraiata a pancia in giù sul suo letto, con un libro appoggiato sul cuscino, gli occhi pensierosi e la testa appoggiata sulle braccia conserte. Non riuscivo a scorgere l’identità del libro.

Massimilla quasi si rese conto delle mie difficoltà e si scansò. Notai che i suoi vestiti erano gli stessi ma di un altro colore: erano rossi per le parti superiori, arancioni per quelle inferiori.

Senza nemmeno voltarsi mi disse: – Tutte stronzate. –

Finsi di non aver capito bene e domandai: – Che cosa? –

Lei ridacchiò: – Tutto questo, tutto questo. Tutto ciò che è stato scritto, che viene scritto e che verrà scritto, sono tutte stronzate. –

Si voltò e si mise a pancia in su, il libro poggiato sulla faccia, le braccia conserte dietro la testa a mo’ di cuscino e le gambe accavallate. Mi dovetti riguardare dal considerare come fisicamente fosse già una donna. Cercai di non guardarla per niente. Girai a vuoto nella stanza e cautamente replicai:

– Dipende, ci sono testi buoni, altri meno… –

– No! – Rispose lei come una furia, scaraventando il libro da una parte.

Si mise in piedi e mi si avvicinò rapidissima, senza osare guardarmi negli occhi:

– Parole. Si tratta sempre e soltanto di parole. Tutte queste persone che parlano, che parlano, che si esprimono, che dicono come la pensano su tutto; che scrivono, infine, nella concreta volontà di espandere il proprio io egoistico sulle altre persone. Ci influenzano, ci influenzano di continuo, ci influenziamo di continuo! Di continuo! Di continuo! – Gridava come in preda alla follia.

Si gettò verso la sua sinistra, correndo verso la porta. E sbattendola alle sue spalle. Sentii il rumore di unghie strofinate contro il muro o la carta da parati. Rumori di vetri rotti.

Infine un sospiro. E un pianto.

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Massimiliano Vino
Classe 1995, si è laureato in Storia a Macerata e ha intrapreso la carriera da insegnante di storia e filosofia. Da un paio di anni è impiegato come docente di sostegno. Scrive articoli divulgativi in collaborazione con riviste online come “L’intellettuale dissidente”, “Contrasti” e “Il Chiasmo”, magazine della Treccani. Ha rivestito il ruolo di guida turistica presso il museo di Casa Leopardi di Recanati. Ama i classici e i saggi storici e filosofici. Da quando è stato in grado di scrivere, ha riportato su carta i mondi che già da bambino aveva incominciato ad ideare e che trovano nel suo romanzo d’esordio la loro prima realizzazione. Val la pena di aggiungere che molto di ciò che ha scritto è nato in seno ad un gruppo letterario di grandi amici ed ex colleghi universitari, “Il Simposio”, senza il quale probabilmente questo romanzo d’esordio non sarebbe mai arrivato a maturazione.
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