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Sulla cima del mondo

Sulla cima del mondo
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Consegna prevista Novembre 2021
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Giovanna è una giovane donna che, con impegno e determinazione, è riuscita a fare della sua passione un lavoro. Trascorre la sua giornata a scuola, circondata da bambini stranieri. Quando dal Marocco arriva un nuovo scolaro, spaesato e impaurito, la giovane percepisce che è suo dovere aiutare il bambino a integrarsi a pieno nella nuova realtà nella quale è stato catapultato. Mentre la donna si prende cura del bambino, tra i due si instaura, giorno dopo giorno, un rapporto solido e profondo che affonda le sue radici nel passato dell’insegnante e genera linfa vitale e indispensabile per il presente di entrambi, andando oltre al semplice legame tra educatore e alunno e trasformandoli in una sorta di famiglia. Sarà grazie all’affetto che muove le scelte di Giovanna se il piccolo Aziz riuscirà a vivere momenti spensierati ed esperienze importanti, che lo arricchiranno come persona e lo faranno sentire un cittadino del mondo.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di questo libro nasce dalla mia esperienza come insegnante di italiano per bambini stranieri.
A scuola, nel contatto quotidiano con questi alunni, ho vissuto e appreso il concetto di “Incontro”.
Ho sentito l’urgenza di raccontare la meraviglia che si crea quando culture diverse si avvicinano, si ascoltano ed entrano in un vero dialogo, mantenendo peraltro ciascuno la propria identità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Aziz sbatte la porta di casa, attraversa il cortile e si nasconde nella stalla. Si siede in un angolo con le ginocchia strette al petto, la testa tra le gambe, e libera le lacrime che aveva represso fino ad ora. È scosso dai singulti e l’asinello alza la testa per guardarlo, poi continua a mangiare la paglia. Dopo qualche minuto l’animale emette un lungo raglio, Aziz si asciuga il volto con la manica della felpa e si sdraia sul fieno.
Le ombre del tramonto scendono sull’albero dell’argan, le capre si arrampicano sulla sua chioma, spinosa e disordinata, per mangiare i suoi frutti dolci.

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Il nonno entra nella stalla, vede il bambino rannicchiato che dorme e si siede di fianco a lui. Aziz si stropiccia gli occhi e bisbiglia: “Io non voglio andare”.
“Così è stato deciso, sia fatta la volontà di Allah.”
“Non voglio, non voglio, non voglio.”
“Adesso basta” dice risoluto il nonno.
Aziz conosce quel tono di voce impassibile e lo sguardo severo, stringe i pugni e caccia la paura in fondo allo stomaco. Il nonno si alza con fatica, aggrappandosi a un gancio nel muro, si sistema la jellaba e, prima di uscire dalla stalla, dice: “Da oggi farai tu il padrone del tè” con un sorriso dolce e placido. Aziz aspetta che esca, si piega in avanti e vomita.Il bambino, dopo cena, assaggia per primo la bevanda e la versa nei bicchieri dall’alto inclinando la teiera di metallo. Il tè fa la schiuma e sprigiona il suo profumo di menta.

Prima parte – La scuola

Capitolo 1

L’aereo sorvolava lo stretto di Gibilterra: Aziz vide l’hostess che stava arrivando con il carrellino delle vivande e poi guardò il passeggero seduto di fianco a lui, era un uomo alto e grosso, con la pelle pallida, che occupava anche il suo bracciolo; aveva la cravatta allentata e dormiva con la bocca leggermente aperta. Il bambino cercò di allontanarlo con il gomito, ma l’uomo non si mosse. La signorina chiese ad Aziz cosa volesse e lui rispose, senza voltarsi, che preferiva il succo all’arancia e lo bevve senza mai staccare lo sguardo dal finestrino. Le fertili pianure della costa si erano allontanate velocemente, i monti dell’Atlante, visti da quella prospettiva, non erano più dei giganti irraggiungibili e il deserto del Sahara sembrava un’immensa piscina di sabbia dorata.
Avvistò le coste italiane, e cercò un muro di frontiera, ma non lo trovò. I campi arati visti dall’alto si presentavano con forme geometriche irregolari e le montagne, più avanti, erano innevate. Arrivò la pianura con gli agglomerati di case e gli intrichi di strade. Riconobbe le auto che, come lente formichine, si muovevano una dietro all’altra.
Il segnale di allacciare le cinture iniziò a lampeggiare e strinse forte i braccioli del sedile, come aveva fatto per il decollo; chiuse gli occhi, ma subito li riaprì. L’aeroporto era vicino e la grande aquila di metallo aveva iniziato a planare, poi, con un sobbalzo fu a terra. I passeggeri liberarono un applauso e il bambino fece un profondo respiro.
Il viaggio era terminato, ma la sua avventura stava per iniziare.
All’uscita, un gruppo di persone attendeva l’arrivo dei passeggeri. Un uomo andò incontro a una bambina, la prese in braccio e la riempì di baci, poi salutò con un sorriso la donna che la accompagnava.
Per Aziz non c’era nessuno. Si mise ad aspettare seduto a cavalcioni sul suo borsone, mentre l’hostess che lo scortava era in piedi di fianco a lui, e sbuffava guardando spesso l’orologio.
Dal bar di fronte arrivava il rumore di tazzine e cucchiaini smossi e l’altoparlante diffondeva annunci in diverse lingue. Passarono tre ragazzi, ognuno di loro aveva un grosso zaino sulle spalle. Una donna anziana veniva portata in carrozzina da un addetto dell’aeroporto che indossava una pettorina fosforescente. Un uomo in giacca e cravatta parlava da solo, con un auricolare nell’orecchio. Transitò anche una famiglia composta da padre, madre e due bambini, il più piccolo era seduto nel passeggino e aveva un orso di peluche in grembo. La maggior parte delle persone camminava trascinando il proprio trolley.
Aziz seguì con lo sguardo la linea gialla in rialzo, posta lungo il corridoio, che portava fino alle porte automatiche e, finalmente, vide suo padre entrare. Si alzò, ma rimase immobile. L’ultima volta lo aveva incontrato l’estate precedente. Mohammed indossava pantaloni lisi, un giubbotto sporco di calce e aveva la barba trasandata. L’uomo si avvicinò al figlio, rimase qualche attimo indeciso su cosa fare, poi lo salutò con una vigorosa stretta di mano; diede i documenti all’impiegata delle compagnie aeree e prese la valigia.
Il Malpensa Express arrivò dopo pochi minuti di attesa, la locomotiva era bordeaux, le porte automatiche verdi scuro e le carrozze color panna. All’interno, i sedili blu sembravano non essere mai stati usati. Si sedettero in uno scomparto dove c’erano due uomini vestiti di nero e una donna con un cappotto color cammello, che non portava l’Hijab.
Una pioggia ghiacciata colpiva i finestrini di sbieco e fuori iniziava a fare buio. Scesero alla terza fermata. Aziz chiuse la giacca fino al collo, indossando il berretto e la sciarpa che gli aveva fatto sua madre. Si sentiva una cicogna che aveva perso l’orientamento e, invece di migrare al sud, aveva sbagliato rotta ed era andata dritta verso il nord. Si domandò se in futuro sarebbe riuscito a ritornare nel suo nido.
Mentre il padre toglieva il lucchetto al motorino, Aziz vide una Mercedes passare: notò che la stella a tre punte non era sul cofano, come di solito la vedeva in Marocco, ma era attaccata al radiatore. Lasciarono il centro della città con le strade addobbate di lucine colorate, del Natale appena trascorso, e raggiunsero un buio quartiere di periferia. Arrivarono davanti a un palazzo grigio con le scritte nere sui muri e parcheggiarono il motorino in cortile. L’ascensore era rotto e dovettero fare quattro piani di scale a piedi. L’aria era pervasa da un odore pungente di cipolla, mischiato a quello dell’aglio, dello zenzero e di altre spezie, forse c’era del cardamomo e del tamarindo, ma Aziz non riusciva a distinguerle con esattezza, perché era una miscela diversa da quella usata in Marocco. Udiva il rumore delle televisioni accese a tutto volume negli appartamenti, fra le urla dei genitori e dei figli. In casa le tapparelle erano ancora sollevate e, dalle finestre, arrivavano le luci gialle dei lampioni. Aziz era seduto al tavolo della cucina, aveva le mani ancora livide dal freddo, strette intorno a una tazza di latte caldo e due lacrime ci caddero dentro. Immaginò i suoi fratellini giocare a mala. Adam era più abile a lanciare i sassolini in aria e a riprenderli, Karim invece li faceva cadere sempre. Aziz ripensò alla favola del ladro di galline, che il fratellino avrebbe voluto sentire diverse volte prima di cedere al sonno. In particolare, si immaginò la scena finale della storia, quando il vecchio saggio del villaggio riunisce tutti gli abitanti per comunicare loro che aveva trovato il furfante. Sorrise tra sé, immaginando gli abitanti guardarsi intorno alla ricerca del colpevole. Il bambino conosceva il finale della storia e vide mentalmente l’uomo che, diventato rosso di vergogna, si tastava il capo alla ricerca della piuma, ottenendo solo il risultato di farsi scoprire.
Dalla televisione arrivò una musica di chitarre e violini e il bambino alzò lo sguardo e si asciugò le lacrime. Suo padre tornò dal bagno, gli disse che il giorno dopo lo avrebbe portato a scuola, spense la sigaretta e andò a dormire. Aziz si mise con la sedia davanti alla televisione e guardò un telefilm. Un uomo con la barba rossa indossava un cappello nero da cowboy e portava una stella d’argento che luccicava sul petto. L’uomo entrò in un bar e la cameriera trovò una bomba sotto il bancone. Il ranger la prese e corse fuori dal locale, la chiuse in un cassonetto dell’immondizia, ma riuscì a fare solo pochi passi e venne travolto dall’esplosione. Il suo cappello nero a falde larghe volò a due metri di distanza, mentre lui era sdraiato per terra con le mani sul viso. In ospedale un medico gli tolse le bende dagli occhi, ma lui riusciva a vedere solo le ombre. Tornò nel suo ranch con la sua compagna Alexandra, una donna con i capelli colore del grano maturo e gli occhi blu come il mare. L’uomo passava le giornate seduto su una sedia in veranda a bere birra. Alexandra, preoccupata, lo portò da Aquila Bianca, un uomo anziano e saggio che indossava un copricapo di piume. Lo sciamano accese un fuoco, suonò il tamburo, cantò e infine recitò delle formule magiche per Walker.
Il bambino si toccò il ciondolo che aveva al collo: glielo aveva dato un gnawa, nel cuore del souk di Marrakech, in piazza Rhaba Kadima. Gli aveva anche fatto bere una pozione con acqua ed erbe, cosparso il capo con cenere di lucertola e, mentre recitava versetti del Corano, gli aveva messo al collo la mano di Fatima con l’occhio di Allah, dicendogli di non toglierselo mai. Lui non credeva nella magia ma non se lo levava, perché era stata sua madre a volerlo portare dai gnawa, prima che partisse per l’Italia. Era preoccupata per suo figlio e sperava che questo rito diventasse uno scudo efficace contro i pericoli.
Il ranger, tornato al suo ranch, si rimise la spilla al petto. Una notte sentì un furgone avvicinarsi alla sua tenuta, chiamò subito il suo collega Trivet per dirgli di venire in suo aiuto e, intanto, si preparò, impugnando un lungo bastone di legno. I sicari, arrivati per terminare il lavoro della bomba, erano due. Walker, grazie ad abili mosse di karate, riuscì a far volar via le loro pistole, ad atterrarli e a legarli. Alla fine della puntata, Walker riacquistò anche la vista.

Aziz spense la televisione e andò a coricarsi. Si rannicchiò nel piccolo spazio che rimaneva del letto; suo padre stava russando, si accorse della sua presenza e si spostò, borbottando qualcosa di incomprensibile ma, dopo pochi istanti, ricominciò a respirare rumorosamente. Aziz era abituato a dividere il giaciglio con suo fratello Karim, che gli stava sempre attaccato. Il fratellino, quasi ogni notte, faceva la pipì a letto. Aziz lo cambiava, toglieva le lenzuola bagnate e metteva quelle asciutte.
Dalle fessure delle tapparelle filtrava la luce gialla dei lampioni. Non c’era la chiamata alla preghiera del muezzin, ma si sentivano i forti rintocchi delle campane. Sognò di atterrare al Polo Nord. Sul pack c’erano migliaia di foche che emettevano latrati assordanti. Aziz chiese a una di esse dove si trovasse la scuola e quella, con il muso, gli indicò l’iceberg, grande come una montagna, che stava di fronte a loro, ma per arrivarci si doveva attraversare il mare. All’improvviso tutte le foche iniziarono a scivolare in modo goffo sulla neve ma, dopo essersi tuffate in acqua, sembravano volare. Il bambino si girò e vide un orso polare avvicinarsi a grandi balzi. Rimase per qualche secondo immobile, poi si gettò anche lui in mare e gli mancò il respiro per il freddo. Sprofondava e poi riemergeva, stava per affogare quando arrivò in suo soccorso un narvalo che gli porse, come appiglio, il suo lungo corno e lo trascinò fino all’iceberg.
Si svegliò di soprassalto, le campane suonavano ancora e si coprì la testa con il cuscino, fino a quando i sette rintocchi terminarono. Il profumo del caffè era mischiato a quello sgradevole di tabacco. Si alzò, si infilò il maglione più pesante che aveva e andò in cucina a prepararsi il tè, immaginando sua madre che impastava l’acqua e la farina per fare i msemen.
Lui e il padre uscirono di casa quando era ancora buio. Mohammed tolse il telo che copriva il motorino, prese a calci la pedivella diverse volte e il motore iniziò a borbottare. Lungo la strada non c’erano carretti trainati da asini, che sembravano dover perdere il loro carico. Non vide nemmeno greggi di pecore guidate dai loro pastori, né bambini che camminavano in fila per andare a scuola.
Il tedio della pianura coperta di brina venne interrotto quando svoltarono su uno stradone. Era trafficato, ma le macchine tenevano le loro corsie, senza fare sorpassi azzardati. Aziz contò tre BMW con lo stemma a spicchi bianco e blu, due Audi con i quattro anelli uniti e una Mercedes con la stella a tre punte davanti al cofano, come quella del giorno prima. Avvistò solo due losanghe della Renault, ma perse il conto delle FIAT, che erano più di venti. Fecero un pezzo di strada dietro a un enorme camion della nettezza urbana. Su di loro incombeva il portellone trita rifiuti, che emanava un fetore acido, si tappò il naso e si chiese quanta immondizia producessero in quel paese per avere bisogno di giganti come quello.
Mohammed parcheggiò davanti a una recinzione in ferro battuto. Disse al bambino che erano arrivati e di aspettarlo mentre lui andava dal tabaccaio. Aziz scivolò in avanti sulla sella, al posto del guidatore, sterzò il manubrio e si guardò nello specchietto retrovisore, ma l’immagine era divisa da una crepa. Oltre il cancello c’era un piazzale, il pavimento era un mosaico di mattonelle di cemento, con al centro un fazzoletto di terra dove si ergeva alto e obliquo un abete spennacchiato, ricoperto di fiocchi rossi. Pensò al rigoglioso arancio posto all’entrata della sua scuola in Marocco e gli sembrò di sentire il profumo zuccherino e fresco delle zagare.

2021-02-22

Aggiornamento

A meno di un mese dall'inizio della campagna di crowdfunding, siamo arrivati al conto alla rovescia 🤍 ➖🔟 copie all'obiettivo! 🙏
2021-02-08

Aggiornamento

"Si sentiva una cicogna che aveva perso l'orientamento e, invece di migrare al sud, aveva sbagliato rotta ed era andata dritta verso il nord. Si domandò se in futuro sarebbe riuscito a ritornare nel suo nido". A due settimane dal lancio "Sulla cima del mondo" è stato preordinato 178 volte 🙏 Manca poco al primo grande obiettivo! 💪
2021-02-05

Aggiornamento

Oggi sono a colloquio con Emanuela Raciti di All you can write - servizi editoriali. Trovate domande e risposte sui miei profili Facebook e Instagram! Andate a curiosare 💛
2021-01-30

Evento

Instagram Vi aspetto sabato 30 gennaio alle 17:00 sul mio profilo Instagram, per parlare di scrittura con Maria Rosaria Memoli mia compagna alla scuola Holden di Torino.
2021-01-26

Aggiornamento

"Il troppo di una cosa buona può essere meraviglioso". La campagna è stata lanciata e molti hanno già risposto. 💚

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    IL LIBRO MI E’ PIACIUTO MOLTO, SCORREVOLE, ARGOMENTI ATTUALI, DRAMMATICO E NELLO STESSO TEMPO COMMOVENTE. TANTI COMPLIMENTI A SILVIA. LO CONSIGLIO PER LEGGERLO.

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Silvia Elena De Bernardi
Classe 1978, mi laureo in Scienze dell’Educazione nel 2003 e intanto inizio a lavorare nelle Scuole Primarie e Secondarie come insegnante di italiano per alunni stranieri. Ho un passato da giocoliera che mi ha fatto apprendere l’arte di far stare in equilibrio dinamico, non solo tre palline, ma anche i miei impegni, che comprendono due figli e il lavoro di maestra elementare. Nel tempo libero do e ricevo informazioni sui libri, attraverso il mio profilo Instagram.
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