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Tango Calcistico

Tango Calcistico
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Consegna prevista Settembre 2021

In Argentina esiste un proverbio estremamente romantico: i messicani discendono dagli Aztechi, i peruviani dagli Incas, gli argentini dalle navi. Non esiste nel mondo un porto accogliente come l’Argentina. Proprio nel porto di Buenos Aires infatti, nasce il tango e arriva il primo pallone trasportato da una nave inglese.
Tango Calcistico è la storia di tre uomini che, con la loro vita e i loro talenti, hanno ricordato al mondo questa verità: ci sarà sempre un porto in cui sentirsi meno soli, ovunque una chitarra suona le note di un tango e ovunque un bambino calcia un pallone.
I tanghi urbani di Carlos Gardel, i tunnel di Diego Armando Maradona, le palabras di Victor Hugo Morales.
Tango Calcistico è tutti loro, uniti da intrecci politici, storie d’amore mancate, difficoltà e vittorie.

Perché ho scritto questo libro?

Io vivo con una convinzione profonda: lo sport e la musica sono due linguaggi universali. Raccontano la storia, la cultura, le tradizioni e le paure degli uomini, meglio di tanti archivi polverosi.
Nella mia vita lo sport è stato sempre uno sprone, un’ispirazione, uno stimolo a migliorare e a posizionare l’asticella sempre un po’ più su. La musica mi ha riconciliato con il mondo. Sono volato in Argentina, ho incontrato Morales, mi sono innamorato de La Boca e Tango Calcistico è la conseguenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO XI

“Cinco y baile”

Alfredo scappa via dall’Argentina una notte di luglio, in aereo, senza guardarsi indietro. Scappa quasi da fuggitivo, salutando poche persone, non spendendo nessuna parola.

La Maquina è un ricordo lontano.

Bogotà la destinazione.

Si dice che la primavera colombiana duri più di quella argentina e per Alfredo non è difficile da credere.

Nel River ha conosciuto il freddo della tribuna, ha vissuto panchine punitive per essere stato il volto di uno sciopero che non gli ha portato nessun beneficio, se non la stima degli altri calciatori. Al River non avrebbe messo più piede in un campo. Ma Alfredo ha solo ventitré anni. Non è pronto per abbandonare il calcio. Non vuole smettere di segnare. Non può semplicemente stare seduto a guardare.

Alfredo Di Stefano non è l’unico a scegliere la primavera colombiana. A volar via verso i campi colombiani ci sono anche i calciatori della generazione del tango.

Bernabé Ferreyra è il primo grande idolo della generazione del tango. Osvaldo Pugliese, uno dei più importanti cantori del tango, parlerà di lui in Sueño del Pibe. Anibal Pichuco Troilo, uno dei più grandi bandoneonisti di sempre, dirà:

“C’è un solo Gardel, un solo Fangio, un solo Bernabé Ferreyra”.

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Proprio Don Carlos Gardel quando lo incontra gli chiede spiegazioni sul suo soprannome.

“Così tu saresti La Belva?”

No Maestro, la Belva è lei quando inizia a cantare!”

Nel River Plate de la Maquina, Bernabè Ferreyra non è il solo ad amare il tango.

José Manuel Moreno, detto el Charro per il suo aspetto da bello del cinema messicano, nonostante venga dalle campagne di Buenos Aires, è uno dei più amati giocatori de La Maquina. Gode nel depistare gli avversari. Le sue gambe si lanciano a destra e sinistra e se guarda il palo destro, fa gol sul sinistro.

Quando un avversario lo stende con un calcio, Moreno si rialza senza protestare e continua a giocare anche infortunato. È un orgoglioso, un Don Giovanni e un passionale. Può trovarsi coinvolto in una rissa con la tifoseria avversaria o con la propria.

Amante della milonga e protagonista abituale  delle lunghe notti di Buenos Aires, con i gomiti appoggiati ad un bancone e un bicchiere, più facile che sia mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno, non c’è alba che non abbia aspettato.

Le domeniche a mezzogiorno, prima di ogni partita, divora bife de chorizo accompagnato da salsa chimichurri e svuota un numero pari di bottiglie di vino e superiore a due.

I dirigenti del River gli ordinano di smettere con quella vita indegna per un professionista. Lui fa il possibile. Non esce la notte per una settimana, beve solo latte e gioca la sua peggior partita di sempre.

Nel 1961, ormai ritiratosi, sceglie la Colombia, per fare il direttore tecnico. La leggenda vuole che durante un Medellin-Boca Juniors che i colombiani non riescono a sbloccare, Moreno, che ha quarantacinque anni, si spoglia, entra in campo e segna due gol. Il Medellin vince così.

“Il tango è il miglior allenamento: tieni il ritmo, lo cambi in corsa, lavori di bacino e di gambe.” diceva il più bohemien degli argentini del River ai suoi giocatori colombiani.

“Il calcio non è disordinato. Voi non state facendo calcio, state solo correndo tanto, male e inutilmente”.

“Alfredo ma cosa dici?”

“Dico che bisogna capire che ruolo si ha in campo. Quali sono i movimenti giusti da fare e con quali tempi. La palla va giocata di prima, che è il modo migliore per disorientare gli avversari. Voi la tenete troppo nei piedi. Giochiamo più veloce”.

Quando uomini con una tale consapevolezza del gioco incontrano semplici calciatori, in quel momento nasce il mito. Il calciatore normale ha bisogno di allenamento e fatica per vedere quello che il campione vede in modo naturale.

La vera difficoltà di Alfredo però è capire che non tutti hanno la sua visione del calcio. Cioè il modo di pensare del suo cervello all’interno del campo non è uguale a quello degli altri. Sembra logica pura, quasi banale. Ma per Alfredo non è così. Per tutti i campioni non è così. Sono così abituati a pensare ed analizzare le situazioni di gioco in quella specifica maniera, con una tale semplicità, che si straniscono al solo pensiero che gli altri non possano riuscirci.

Quando i Millonarios di Bogotà scendono in campo con Alfredo Di Stefano si muovono come in una coreografia. Per chi guarda la partita dagli spalti tutto sembra diretto e orchestrato come in un balletto e non ci vuole molto per trasformare quella caratteristica in un nome, nella terra del realismo magico. Così il ballet azul diventa la squadra più temuta di tutta la Colombia. E spesso, dopo la goleada, i calciatori ballano in campo.

“Non stiamo giocando per i numeri ragazzi, però i numeri contano. Abbiamo vinto sedici partite consecutive e io non ho nessuna voglia di fermarmi ora. Facciamo quello che sappiamo fare meglio: giocare a calcio come una squadra, con armonia ed eleganza. Giusto Adolfo?”

“Si Alfredo. Questo è il nostro primo anno e possiamo vincere fin da subito il campionato. Alfredo è vicino a vincere il titolo di capocannoniere del torneo, se gli arrivano buoni palloni fa gol di sicuro. Quindi giochiamo tranquilli e portiamo a casa il risultato, poi andremo a giocarci il campionato”.

Alfredo Di Stefano e Adolfo Pedernera indossano la maglia azzurra l’uno di fianco all’altro, negli spogliatoi come nel campo, poi entrano insieme e vanno ad occupare la posizione più avanzata. Come una volta, la delantera è pronta.

Quando inizia la partita Alfredo scatta subito in profondità, riceve una palla sporca che addomestica con semplicità con la punta del piede, muove le gambe per fintare il lato del dribbling e far cadere il difensore nella trappola per fargli compiere un passo che gli farà perdere il tempo di recupero, poi Alfredo mette la freccia e lo sorpassa al doppio della velocità. Rientra sul destro, il suo piede naturale, e calcia con il mezzo collo interno un pallone velenoso che sfiora il palo.

La partita continua con il dominio calcistico del ballet azul che mantiene il possesso del pallone, grazie a veloci triangolazioni giocate ad un tocco.

Quando conquistano campo e arrivano fino in fondo, sui cross tesi e pericolosi, arriva per prima la testa di Pedernera e al terzo tentativo, il colpo di testa dell’attaccante argentino porta i Millonarios di Bogotà in vantaggio.

Di Stefano si aggiunge al tabellino dei marcatori solo per il terzo gol, nel primo tempo.

Nel secondo tempo il copione della partita resta invariato. Non c’è nessun tipo di tensione cinematografica che fa pensare che qualcosa possa cambiare. L’unico momento degno di nota è quando Alfredo illumina il campo con un lampo di genialità calcistica e di esuberanza caratteriale.

Conquista la vieja, il pallone nella sua lingua romantica, a centrocampo, recuperando trenta metri al regista avversario. Mentre la suola del suo piede destro addormenta il pallone, Alfredo alza la testa e si guarda intorno abbastanza per capire che nessun compagno segue il suo movimento offensivo. Allora decide di attaccare in solitudine. Doppio passo a centrocampo. Fuori uno. Dalla difesa esce il primo uomo incaricato di colpire palla o gambe di Alfredo. La Saeta rubia arriva in velocità e lo salta senza procrastinare. Esce il secondo difensore. Alfredo si sposta il pallone sul destro, si prepara a calciare, il difensore allunga il piede e ruota il busto per evitare l’impatto con il tiro, Alfredo controlla di suola e lascia sul posto anche il secondo difensore. Finta il tiro con il sinistro, si porta nuovamente palla sul suo piede preferito e stavolta calcia con tutta la forza che ha in corpo. Il pallone esce dal piede di Alfredo teso e senza parabola. Il portiere non ci arriva ma la vieja si scontra con la traversa e il suono del legno anticipa il dolore dei tifosi. Il pallone rimbalza fino a centrocampo. Alfredo ripete i trenta metri di corsa per recuperarlo, fa a spallate con il centrocampista e si riprende la pelota.

È di nuovo solo a centrocampo. I compagni sono rimasti a guardare la scena e a recuperare ossigeno. Nessuno lo segue e lui, testardo e orgoglioso, ci riprova. Supera il centrocampista con un gioco di gambe, restando praticamente fermo sul posto. Avanza ondeggiando verso la difesa, supera il primo difensore, sfruttando il suo scatto per prenderlo in controtempo e anticipa il tempo del tiro per evitare la difesa. Questa volta nemmeno i legni della porta possono cambiare il finale. La squadra abbraccia Di Stefano e inizia a muoversi a centrocampo a passi di danza. Pedernera si avvicina al compagno con il volto preoccupato e stupito.

“Adolfo, cinco y baile!”

“Alfredo, no olvides que esto es nuestro pan”.

Nella frase di Pedernera c’è un umiltà egoista. Non dimenticare che questo è il nostro pane, non va confusa con il tentativo di difesa degli avversari da un’umiliazione. Anzi, Pedernera sta dicendo ad Alfredo che non può far sembrare normale cose così speciali. Pedernera sta chiedendo a Di Stefano di limitarsi, perché altrimenti gli altri si sarebbero dovuti adeguare ad un livello troppo alto.

In Colombia però Alfredo Di Stefano non si ferma.

Tre titoli nazionali per i Millonarios di Bogotà.

Due volte capocannoniere con trentuno e diciannove gol.

Nel 1951 la squadra segna novantotto gol in trentaquattro partite di cui ventotto vinte.

Alfredo invece segna centocinquantasette gol in centottantadue partite coi Millonarios di Bogotà.

Nel 1952 i Millonarios sono invitati in Spagna, a Madrid, perché il Real festeggia i cinquant’anni dalla sua fondazione.

La partita è stata organizzata da Santiago Bernabeu, perché ha sentito parlar bene di Pederneira. A fianco a lui c’è il suo fidatissimo consigliere di mercato, che dopo venti minuti dal fischio d’inizio, sgomita perché ha visto qualcosa che gli piace. Non è Pederneira, è Di Stefano.

Il Real ci prova subito a far indossare ad Alfredo la camiseta dei Galacticos, ma i rivali di sempre, i blaugrana del Barcellona, sono arrivati per primi.

I catalani hanno offerto duecento milioni al River Plate, l’ultima squadra titolare del cartellino di Alfredo; i madrileni intanto lo acquistano dai Millonarios di Bogotà.

Ė un rompecabeza di mercato che viene gestito da Francisco Franco e dai suoi uomini. La proposta è: i primi due anni al Real Madrid, gli altri due al Barcellona.

Il Barcellona non ci sta e Di Stefano firma con il Real Madrid.

A Madrid Di Stefano distilla calcio ad ogni allenamento. In quel momento al Real interessa più vincere che giocare un bel gioco e ad Alfredo non sta bene.

Sale in cattedra ed è lectio magistralis di calcio: niente più palle lunghe ma palla a terra e gestione della partita.

Con lui il Real Madrid vincerà tutto e come segno di rispetto al nome di Di Stefano si aggiungerà il prefisso Don, così com’era stato per Gardel.

Don Alfredo, così come Don Carlos, cammina un passo avanti alla storia. Di Stefano sa fare tutto bene, dai gol ai recuperi difensivi, agli assist, e lo fa con una naturalezza prodigiosa, gioca un calcio di chiarezza cartesiana.

Chiama la palla la vieja, letteralmente la mamma, perché la vieja non ti abbandona e ti restituisce quello che gli dai.

In allenamento ripete sempre:

“se tratti male la vieja, sei una cattiva persona.”

Lo aveva imparato nella calle, tra le difficoltà, dove il futbol è un’esigenza.

Alfredo è uno di quegli Argentini che è andato via dalla sua terra, eppure la sua terra non è mai andata via da lui.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Costantino Levote
Cuore calabrese adottato dalla Torino creativa. Nasce come giornalista sportivo: uno di quelli che trovi sulle tribune dei campi di provincia, la domenica mattina, con una moleskine nera riempita di schemi e soprannomi. Frequenta il corso di Reporting alla Scuola Holden. Intanto si imbuca anche alle lezioni di Cinema e di Marketing. Dopo aver intervistato Victor Hugo Morales, il telecronista che commentò l’Argentina di Maradona, scrive “Tango Calcistico”. Produce “Fame”, cortometraggio che ottiene selezioni in diversi festival internazionali. Scrive e produce “Reading” e “I Cantastorie”, due podcast distribuiti da webradio indipendenti. Oggi si definisce un narratore liquido: uno di quelli che ha la necessità di raccontare storie, miscelando competenze e passioni.
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