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Il tempo dei rimedi

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Consegna prevista Giugno 2020

Dopo anni di transizione il Cambiamento è ormai una realtà: nuovi paradigmi sociali ed economici hanno rivoluzionato la società in direzione sostenibile e solidaristica, cambiando radicalmente la vita delle persone e invertendo una rotta che si preannunciava disastrosa. Remedios è la figlia di un uomo che ha diffuso e sostenuto gli ideali di trasformazione fin dall’inizio, tuttavia, da quando il padre ha deciso di ritirarsi dalla vita pubblica e isolarsi, preferisce celare questo legame.
La nuova umanità, però, ha bisogno di costruirsi un’identità, ha bisogno di una storia, e Remedios è una testimone diretta delle radici in cui questa storia affonda. In virtù delle sue origini viene suo malgrado coinvolta in un gruppo di studio che si propone di scrivere e diffondere la storia degli ultimi decenni. Giunge cosè per lei il momento di fare i conti con la figura ingombrante del padre e con i suoi ideali.

Perché ho scritto questo libro?

Camminavo per Hyde Park, era febbraio. Pioveva, il vento freddo entrava nelle ossa. Quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata d’inverno londinese sembrava atipica in una stagione che era stata straordinariamente mite. Quel clima mi infastidiva: ero ormai abituato ai Cambiamenti Climatici. Ho scritto alcuni pensieri. Volevo condividere quelle pagine ma non avevano una forma facilmente fruibile. Il romanzo è balenato come un’illuminazione, dall’inizio alla fine, è nato già compiuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Finita la riunione, nel corridoio dell’università, vengo fermata da un uomo di mezza età, grigio nella capigliatura scompigliata e nella barba mediamente ordinata, il volto, benevolo nei tratti, mi sembra familiare, ma sinceramente non ricordo proprio dove l’abbia visto.
-Remedios vero?
-Sì, sono io, ci conosciamo?
-Sono Bartolomeo De Marcellis, responsabile del corso di storia contemporanea qui a Tor Vergata. Ci siamo incrociati diverse volte negli orti ma credo sia la prima volta che ci parliamo. Ti posso invitare a pranzo? Vivo qui dietro, in una delle palazzine del campus.Continua a leggere
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Guardo l’orologio, sono le due, oggi non ho nessun impegno definito, accetto l’invito. Camminiamo per una ventina di minuti nei viali di ghiaia del campus, gli alberi piantati una decina di anni fa in seguito alla decementificazione iniziano ad essere abbastanza grandi da fornire un discreto riparo dai caldi raggi solari, sono per lo più giovani tigli, scelti per l’alto assorbimento di anidride carbonica. Durante il tragitto mi chiede come procede il mio lavoro di coordinatore del corso di orticoltura, inizio le mie solite spiegazioni sull’agricoltura sinergica, di come la stessa, in passato praticata principalmente in ambiti “alternativi”, stia man mano diventando una scienza a tutti gli effetti, soprattutto grazie agli studenti delle università ed al loro lavoro di ricerca multidisciplinare. I suoi commenti riguardano principalmente l’evoluzione degli atenei verso il raggiungimento di obiettivi tangibili, venti o trent’anni fa serviva pubblicare per far carriera in ambito accademico, oggi si lavora per migliorare il mondo e verso questo comune obiettivo si delineano i percorsi professionali. Credo che questo discorso si sposi perfettamente con quanto stia accadendo con le scienze agricole, in passato la carriera personale era legata alla capacità di generare profitto, in tal senso gli investimenti finanziavano la ricerca volta a migliorare uno sfruttamento intensivo del territorio, oggi si lavora per la qualità dei prodotti ed il rispetto dell’ambiente, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Arriviamo al condominio ove vive Bartolomeo, una vecchia palazzina di cinque piani che fa gruppo con altri tre edifici identici, classico esempio di ciò che prima era un blocco di cemento in mezzo all’asfaltico deserto. Oggi tra le quattro palazzine ed intorno ad esse sorge un piccolo frutteto, soprattutto peschi ed albicocchi che proprio in questo periodo danno i loro frutti, tra un albero e l’altro si intravedono i rilievi degli orti sinergici pieni di vegetali pronti per essere raccolti. Nascosta tra gli alberi, al centro del quadrato formato dalle quattro palazzine, si intravede una grande cisterna di raccolta delle acque piovane, utilizzate verosimilmente per irrigare le piccole colture. Da ogni terrazzo le piante litigano per la luce, ovviamente i pannelli solari risplendono sui tetti. Nelle città, laddove lo spirito comunitario è più radicato, i singoli condomini o gli isolati costituiscono spesso delle piccole comunità nell’ambito di gruppi più grandi. Gli spazi verdi ricavati nel periodo della decementificazione sono stati via via trasformati in piccole aree di produzione agricola, le stesse, seppur non sufficienti per una piena autonomia alimentare, costituiscono un importante fonte di sostentamento per gli abitanti. L’attenta e leale suddivisione dei compiti tra i condomini permette di ottimizzare la manodopera rendendola spesso una piacevole attività di gruppo.
Bartolomeo mi invita ad entrare, saliamo le scale fino al terzo piano. Il suo appartamento è arredato in modo molto essenziale, pareti bianche, pochi mobili, il tutto conferisce un’atmosfera di ariosità e luminosità. Ci sono alcune foto esposte, per lo più lo ritraggono con una donna.
Mi invita ad accomodarmi sul divano e mi chiede cosa desidero mangiare, concordiamo un’ottima caprese con tanto di mozzarella prodotta negli allevamenti dell’università e pomodori raccolti la mattina precedente in uno degli orti del condominio.
-Allora Bartolomeo, cosa ti ha spinto ad invitarmi qui oggi, al di là del piacere di conoscerci e condividere questo ottimo pranzo?
-Sì, è giunto il momento di passare dai convenevoli alla sostanza – mi risponde sorridendo – come dipartimento di storia contemporanea vorremmo proporre una serie di conferenze sul Cambiamento. Le cose sono avvenute così velocemente negli ultimi anni che ad oggi non esistono testi in grado di sintetizzare in maniera compiuta quanto accaduto. Credo che sia doveroso, da parte nostra, lasciare una testimonianza a chi verrà dopo di noi, l’umanità è fragile e prima d’ora non era mai riuscita a migliorarsi in maniera così globale, la storia recente deve supportare l’entusiasmo delle generazioni future. Al termine di questo ciclo di conferenze vorremmo scrivere un testo di storia contemporanea che analizzi le varie fasi del Cambiamento.
-Mi sembra una bellissima idea, mi chiedo solamente quale possa essere il mio contributo. Sicuramente la controrivoluzione agricola, chiamiamola così, ha giocato un ruolo importantissimo, nello stesso tempo non sono sicura che un tecnico di un settore così specifico dell’agricoltura possa essere molto d’ aiuto.
Bartolomeo, dopo un piccolo sospiro, sorride benevolmente e mi guarda negli occhi, intensamente.
-Remedios, per quanto tu abbia sempre cercato di restare nell’anonimato in quest’ateneo sono in molti a sapere chi sia tuo padre.
Nonostante abbia sempre temuto che prima o poi avrei avuto dovuto fare i conti con la figura ingombrante di mio padre, speravo che quel momento potesse arrivare il più tardi possibile e, soprattutto, senza la necessità di dover affrontare l’argomento in un contesto pubblico.
-Non voglio essere coinvolta in un’attività di qualsivoglia genere per il solo fatto di essere figlia di mio padre, chiedetelo a lui piuttosto, anche se so per certo che non accetterà mai alcun coinvolgimento!
-Ascoltami! Quando assieme ad altri colleghi e ad alcuni studenti che si sono resi disponibili abbiamo iniziato a ragionare sulla stesura del libro, ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di trovare un filo conduttore, come dicevo le cose sono state così rapide ed eterogenee che è veramente difficile mettere assieme le idee. L’unica cosa su cui siamo sempre stati tutti d’accordo è il punto da cui iniziare, con il suo piccolo saggio tuo padre ha avuto il ruolo fondamentale di mettere insieme, in modo relativamente semplice, la soluzione alla crisi globale che si stava slatentizzando. Molti attivisti avevano già teorizzato una strada basata sulla rivoluzione dei consumi e la vita comunitaria, in fondo erano concetti banali, nello stesso tempo nessuno di loro era riuscito a raggiungere le masse, a creare l’entusiasmo necessario per agire. Da lì è iniziato il vero movimento che ha portato a cambiare tutto. L’idea è quella di scrivere il libro seguendo come scaletta “L’ Utopia nel XXI secolo”, ogni capitolo sarà oggetto di una conferenza e del contestuale dibattito. Vogliamo scrivere la storia andando a vedere come quelle parole che auspicavano un certo tipo di futuro si siano tramutate nella realtà. Quando tuo padre andava in giro a presentare il libro, a visitare le prime comunità, a creare la rete, a proporre i traguardi raggiunti dagli uni agli altri, tu e tua madre eravate sempre con lui. Tuo padre ha deciso di ritirarsi a vita privata, è diventato una sorta di personaggio misterioso, credo non rilasci una dichiarazione pubblica da almeno un decennio. La sua scelta è rispettata da tutti, sappiamo benissimo che provare a convincere lui sarebbe una guerra persa. Tu sei qui, fai parte di questa università, conosci di questi argomenti meglio di tutti noi. Pensaci un po’, non devi rispondermi ora. Ti lascio la mia e-mail e il mio numero di telefono, fammi sapere nel giro di qualche settimana.
Bartolomeo è molto dolce e tenero nel suo parlarmi. Nello stesso tempo, negli anni tutto ciò è diventato un tabù per me. Voglio fare la mia parte come tutti gli altri, non ho meriti particolari in questa storia.
Si apre la porta, entra la donna delle foto, forse ha qualche anno in meno di Bartolomeo, è bellissima, occhi verdi, capelli lisci e scuri, una carnagione chiarissima.
Bartolomeo si alza, la bacia sulle labbra.
-Ciao amore, ti presento Remedios, responsabile dei corsi di orticoltura alla facoltà di agronomia. Remedios, lei è Alina, la mia compagna, è originaria della Romania, è venuta in Italia quando era una bambina, assieme a sua madre, prima del Cambiamento. Attualmente si occupa della logistica qui all’università, in poche parole organizza i trasporti delle merci in entrata ed in uscita.
-Ciao Alina, è un piacere incontrarti. Vorrei avere un po` più di tempo per conoscerti ma ora devo proprio andare, ho bisogno di tornare a casa per sbrigare alcune faccende, spero ci saranno altre occasioni.
Guardo Bartolomeo negli occhi, ci baciamo sulle guance. Poi mi guarda di nuovo negli occhi, sorridendo.
-Ti prego, pensaci bene e decidi di aiutarci. Aspetto una tua risposta.

07 novembre 2019

Aggiornamento

Ecco il link alla mia intervista!
07 novembre 2019

Aggiornamento

Ciao a tutti, Volevo segnalarvi una mia intervista appena uscita sul blog "lego et cogito" che ringrazio infinitamente. Questo é il link.
Buona lettura!
06 ottobre 2019

Aggiornamento

In occasione del traguardo delle cento copie vendute, continuo a raccontarvi di persone che hanno ispirato alcuni dei personaggi de Il tempo dei rimedi. Piero era il figlio di Comunardo. Forse era il 2004, ero un volontario di Emergency. All'epoca Maya Marchioni lavorava per Emergency, nella sede di Roma. Un giorno mi ha chiamato per raccontarmi di un uomo dei Castelli Romani, disabile a causa di una rara malattia, l'atassia cerebellare, molto legato ad Emergency, mi lasció il suo numero chiedendomi di andarlo a conoscere. Andai a casa sua un pomeriggio, qualche giorno dopo. Conobbi il figlio di Comunardo, era poco più giovane dei miei genitori ma, consapevolmente, se li portava piuttosto bene. La sua malattia era tremenda, progressiva, limitava i movimenti, riduceva la vista. Piero invece era forte, entusiasta della vita, curioso, generoso, mai domo. Negli anni la nostra amicizia diventò un legame davvero speciale, passavo spesso a trovarlo, mi raccontava del suo passato e del suo presente, dei suoi ideali, la nostra relazione non aveva veli, le nostre parole mai filtrate. È stato un amico meraviglioso nei giorni tristi ed in quelli felici. Sempre in grado di regalare un sorriso. Ogni tanto, nonostante le sue condizioni fisiche peggiorassero di anno in anno, riuscivamo a scappare, addirittura a fare dei viaggi insieme, andammo ad Aversa a trovare un suo amico, nelle campagne pisane da una sua cugina. Indossava sempre gli occhiali da sole, mi diceva che gli servivano per sfruttare meglio quel poco di vista che gli rimaneva, la luce gli dava fastidio, in realtà penso che, a ragione, si sentisse un figo e che gli occhiali da sole accentuassero il suo irresistibile fascino. Parlava della sua malattia sorridendo, con un'accettazione che faceva quasi spavento, raramente era rabbioso per la sua condizione, in fondo sapeva benissimo che arrabbiarsi non sarebbe servito a nulla se non a star peggio, meglio poter vivere, felici, quel che si ha. Una cosa invece lo faceva arrabbiare, non sopportava le barriere, architettoniche e non solo. Piero era un grandissimo ascoltatore di radio e comunicava con le redazioni dei vari programmi tramite telefono. Con l'avvento degli SMS e delle email molte trasmissioni hanno smesso di utilizzare le segreterie telefoniche e questa cosa non gli andava giù. Era sempre alla ricerca di qualcuno che lo accompagnasse sotto la sede di radio2 a protestare. Una volta andammo insieme, con tanto di cartelloni con slogan vari. Aveva uno spiccatissimo umorismo, di quei tipi che la battuta non la capisci subito ma quando la cogli ne apprezzi la genialità e la genuinità. Era anche un grandissimo conoscitore di detti e proverbi, direi che il più rappresentativo era "più semo e più belli paremo". Quando decisi di sposarmi non ebbi molti dubbi, era stato testimone, forse più di tutti, del mio amore per Agnese. Piero era emozionato come un bambino mentre firmava il certificato di nozze. La malattia andò avanti. Quando morì io vivevo già a Londra, la fortuna ha voluto che sia successo in una delle rare settimane che passavo in Italia, sono riuscito ad andare al suo funerale per l'ultimo saluto ad un vero, grande amico. Piero mi ha insegnato che la sofferenza non é una giustificazione per l'egoismo, credo sia un concetto grande, rivoluzionario. Il tempo dei rimedi esiste anche grazie a lui.
01 ottobre 2019

Aggiornamento

Siamo al quarto giorno della campagna di crowdfunding per Il tempo dei rimedi. Ringrazio tutti coloro che mi hanno dato fiducia preordinando il libro. La speranza è che nei prossimi giorni tanti altri si aggiungeranno permettendomi di raggiungere il mio obiettivo, la pubblicazione del romanzo!
Oggi vi racconto qualcosa in più. Premetto che Il tempo dei rimedi non è un'autobiografia. D'altro canto ci sono riferimenti a persone, luoghi e fatti della mia vita reale, gli stessi non sono casuali. Inizio parlandovi di un uomo che ha rappresentato l'ispirazione non solo di un bellissimo personaggio ma anche della visione del mondo che ho voluto condividere tramite il mio libro. Ho avuto lo straordinario onore di frequentare Comunardo (nella foto l'uomo seduto su una panchina abbracciando la nipote) durante l'ultimo decennio della sua vita. Era anziano, al tramonto di una vita vissuta in campagna, nella terra, all'epoca si prendeva cura di suo figlio Piero che era purtroppo affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale, l'atassia cerebellare. Vi parlerò presto di Piero, anche lui fonte d' ispirazione. Comunardo era antifascista nell'anima, da giovane fu deportato in un campo di concentramento nazista, in Germania. Alla nascita fu registrato come Comunardo e non fu battezzato, alla morte del padre, tuttavia, sua madre, terrorizzata dal fatto che suo figlio potesse essere perseguitato dai fascisti per via del suo nome, lo fece battezzare con il nome di Giuseppe. Comunardo all'epoca aveva già 6 anni e non si girava quando lo chiamavano Giuseppe, il compromesso fu trovato in Nando, appellativo con cui a Genzano lo conoscevano tutti. Tra le altre cose Comunardo mi ha insegnato a mangiare pane, burro e alici alle 6 di mattina mentre si distilla la grappa e ad amare la vita.
Una volta ho ascoltato Moni Ovadia parlare alla commemorazione per la morte di Teresa Sarti. Raccontò la storia dei 36 saggi che per la cultura ebraica sorreggono, in ogni epoca e nell'anonimato, le sorti del mondo. Se, come probabile, Moni Ovadia aveva ragione nel ritenere di averne conosciuto uno, Teresa, io posso dire con certezza di averne conosciuti due.

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Federico Scottoni
Federico Scottoni, 35 anni, è un chirurgo pediatra. Nato a Roma, vive a Londra dal 2014 assieme a sua moglie Agnese e alla loro bambina. Volontario di Emergency dal 2002, recentemente è riuscito a coronare il suo sogno di adolescente lavorando per alcuni mesi come chirurgo nell’ospedale di Emergency di Goderich, in Sierra Leone.
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