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The Drunk Fury - Ascension Island

The Drunk Fury - Ascension Island

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Aprile 2022
Bozze disponibili

1702. La Mermaid e la Black Hunter solcano l’oceano verso Tamarit e il Golfo di Guinea: il prigioniero spagnolo deve essere trovato, Sir Regie deve essere convinto a unirsi alla Drunk Fury, ma castelli in fiamme, arrembaggi, battaglie, tifoni, giungle selvagge, vendette feroci e tradimenti attendono le due ciurme. L’obiettivo è ritrovarsi ad Ascension Island, il covo del capitano Vince, ultima tappa prima del viaggio per il tesoro dell’Huascarán, bramato anche dagli spagnoli.
1718. Jack è in prigione, aggrappato all’ultima lettera di Paul: “Fratello, veniamo a prenderti”. Queste sono le parole che lo salvano dalla follia e dalla disperazione; tuttavia, ancora non sa che le loro missive hanno messo in moto eventi che non possono controllare: Nassau e i Caraibi sono pronti a esplodere, e Charles Vane, Barbanera, Calico Jack, Anne Bonny e Mary Read non intendono rimanere esclusi.

Perché ho scritto questo libro?

“La nascita della Fratellanza” ha dato inizio alla trilogia della Drunk Fury, e “Ascension Island” ne è il secondo capitolo. Abbiamo scritto questo libro perché, alcune volte, dall’amicizia nascono storie che meritano di essere raccontate e che valgono ogni sforzo. Abbiamo cominciato questo viaggio insieme ai nostri lettori e lettrici, e vogliamo proseguirlo con loro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Il castello di Tamarit

1702, Jack Tyler

La notte era silente, accompagnata dal lieve sciabordio delle onde sul bagnasciuga.

Il Mar Mediterraneo, calmo, tiepido e così diverso dal ruggente oceano, pareva una madre premurosa che culla i propri figli. Dei Sette Mari è forse quello che più di ogni altro ha ospitato guerre e leggende, e sotto le sue acque scorrono ancora oggi le più antiche radici del Tempo. Tutto da qui partì, e tutto un giorno qui farà ritorno.

Crac!

«Fai attenzione, pendejo! Vuoi forse che ci scoprano?» la voce roca del tenente Marcelo tagliò la nebbia e il silenzio.

«Ho pestato un ramo, non ho mica danzato!» risposi. «Starò più attento, comunque. Con questo buio non vedo il mio naso, figurarsi Moha.»

«Ehi Jack, fai bravo» replicò la voce nera e cavernosa del gigante africano, pochi passi di fronte a me.

«Silencio, ci siamo quasi.» Marcelo si guardò intorno, sospettoso. «La baia è fin troppo calma.»

Una decina di ombre, da poco sbarcate via mare, si inerpicarono su un pendio impervio e ghiaioso, coperto da una fine e secca vegetazione. Sembravamo spettri emersi dalle acque nere e sgusciati come spiriti in cerca di qualcosa, o meglio, qualcuno.

«Jack, chiedi al tuo amico indiano se sa dirci qualcosa.»

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«Achak! Lui e i suoi uomini sono talmente silenziosi che mi dimentico sempre di loro.»

Mi girai e nel buio vidi la luna riflettersi negli occhi del nativo: si trattava di un vecchio amico di mio zio John ed era a capo della tribù di indios che avevamo reclutato su un isolotto poco dopo la partenza della Mermaid da Cartagena, in modo da rimpinguare le perdite subite nella battaglia al falò: un gruppo di feroci indigeni, ottimi combattenti e affamati di carne umana. In quel momento, nella notte spagnola, eravamo con sette di loro.

Feci un cenno ad Achak, che parve comprendere i nostri interrogativi. Si chinò sulla polvere, la toccò, l’assaggiò. Appoggiò l’orecchio al suolo. Fissò il nero di fronte a noi e dopo poco alzò una mano, mostrando due dita.

«Due uomini di guardia all’ingresso» tradussi a Marcelo.

Alzò lo sguardo un poco più in alto, poi rivolse al cielo altre tre dita.

«E altri tre sui torrioni occidentali, sopra la porta.»

«Molto bene, ai tre sulle torri penseranno i tuoi amici indios. Anche il vecchio Achak tira d’arco?»

Annuii.

«Benissimo. Quattro su cinque li abbiamo sistemati. L’ultima guardia, invece, la terremo in vita, e ci faremo dire dove si trova il nostro prigioniero. Tre indigeni li lasciamo a guardia della scialuppa.»

«Mi sembra un buon piano, tenente.»

«Sì, lo so. Andiamo.»

Le ombre spettrali proseguirono sul lieve crinale, come sicari attenti e silenziosi.

Poco dopo, dalla notte buia emerse la sagoma imponente di una fortezza di roccia.

«Il castello di Tamarit» sussurrai tra me e me.

Tutti fissarono i propri occhi verso quel nero nemico: il forte si ergeva ai piedi del mare, come un guardiano emerso dalle onde in un tempo remoto per proteggere la città di Tarragona dalle incursioni dei pirati.

Di giorno ci avrebbe sicuramente colpiti per la sua bellezza: un castello color sabbia, bagnato dall’acqua cristallina e sorvolato dai gabbiani; ma ora, in piena notte, come un riflesso dei nostri cupi animi, ci appariva solo come un drago pronto a proteggere il proprio tesoro sepolto tra le umide e cupe mura della sua tana.

Come anticipato da Achak, due ombre ne presidiavano l’ingresso, mentre altre tre camminavano silenti sui torrioni.

«Vado io» dissi.

«Jack, sei sicuro di volerlo fare tu?» chiese Marcelo.

«Certo, sono il più leggero fra noi tre, e gli indios ci servono con gli archi. Non mi vedranno, tranquilli.»

Non ero esattamente sicuro come davo a vedere, ma in certi casi è giusto dimostrarsi più grandi e coraggiosi di quello che si è realmente. In quel frangente, poi, la voglia di dimostrare al tenente che ero degno della principessa mi aveva dato una spinta in più;  probabilmente, mi tornò utile anche quel poco di rum che ancora mi scorreva nelle vene.

Mi acquattai tra i cespugli e strisciai fino a sbucare con il volto fuori dalla boscaglia, schiacciato al suolo. Di fronte a me, a circa dieci metri di distanza, una piccola strada sterrata conduceva all’ingresso del castello.

Mentre riflettevo su come avvicinarmi senza essere visto, il silenzio della notte fu interrotto da un rumore di zoccoli, che anticipò l’arrivo di un uomo a cavallo dal fondo della strada.

Mi passò davanti come un fulmine e approfittai di quel trambusto e della polvere alzata in aria per gettarmi in avanti, attraversare la strada e posizionarmi con la schiena contro le mura del castello.

«Qué pasa, soldado?» chiese una delle due guardie raggiunte da quello in groppa al destriero, affannato. Nel frattempo, sfruttando l’oscurità delle mura, mi ero avvicinato ed ero ormai a pochi metri dai tre uomini.

«Un barco… de piratas! Anclado en la ba…» Il soldato non poté finire la frase perché in quel preciso momento una freccia gli perforò la gola, lasciandolo penzolante dalla sella. Il cavallo ripartì al galoppo verso la radura, trascinando l’uomo con sé. In quell’istante, altre quattro frecce colpirono altrettanti uomini: i tre sui torrioni caddero al suolo come fantocci, mentre il soldato che aveva posto la domanda era steso a terra, esanime, con una freccia piantata nel petto. La pioggia di frecce era stata precisa, silenziosa e letale.

L’ultimo uomo rimasto vivo non fece in tempo a reagire che gli fui addosso da dietro, afferrandolo per il collo e tappandogli la bocca. In pochi secondi, tutti mi furono intorno.

«Gran trabajo, Jack. Y buen tiro questi indios: non ho mai visto una mira così precisa in tanti anni trascorsi tra soldati e nativi.»

«Grazie Marcelo, ma i complimenti li terrei per quando saremo con le chiappe sulla nave. Moha, vieni qui.»

Il mio amico mi raggiunse, gli occhi come due ceri luminosi nella notte.

«Sai cosa devi fare: portati dietro un indiano e manda il segnale alla Mermaid

«Va bene Jack, io va. Ehi tu, con me!» disse Moha a un indigeno, che teneva ancora stretto in pugno l’arco; i due sparirono come lepri sul crinale da cui eravamo arrivati.

«Visto com’è andata avremmo potuto anche fare a meno del diversivo.»

«Jack, sembra facile, ma dentro al forte ci sono più di cento uomini: è un posto pericoloso; la fregata è fondamentale. Ma ora passiamo al nostro nuevo amigo.»

Gli occhi del soldato spagnolo che tenevo stretto nella morsa si erano fatti due crateri di terrore, mentre Marcelo gli si avvicinava sguainando il pugnale.

«Dime, soldado: dónde mantienes oculto el prisionero español?»

Il soldato fece finta di nulla e la cosa gli costò un duro colpo alle coste con l’elsa del pugnale.

«No tenemos tiempo, solo te pregunto de nuevo: donde está escondido el sobreviviente de Huascarán?»

Finalmente, poche, flebili parole uscirono dalla bocca dello spagnolo: «Prisión en el sótano… bajo la torre este.»

«Gracias, amigo, ganaste una… muerte dulce» così dicendo Marcelo lo trafisse al cuore con il pugnale.

Fissai il tenente, mentre sentivo la vita abbandonare il corpo dello spagnolo.

«Era necessario? Potevamo anche lasciarlo stordito.»

«Non devono esserci testimoni, Jack. E poi fra non molto qui será un cementerio» disse lugubre.

In quell’istante, dalla costa orientale della baia si alzò nel cielo nero una freccia di fuoco.

«Aquí está la señal

Poco dopo, imponente come un mostro marino, dall’oscurità dell’orizzonte fece il suo ingresso la Mermaid. Insieme alla Black Hunter, la nave del capitano John Tyler era la fregata più feroce di tutti i Caraibi, ed era pronta a farsi conoscere anche nel Vecchio Continente.

Come un rombo di tuono, un primo cannoneggiamento esplose nell’aria, e duecento voci si alzarono al cielo.

Una seconda salva di cannoni esplose nell’aria mentre le urla degli spagnoli riecheggiavano per tutto il forte. Nel frattempo Moha e l’indio, dopo avere lanciato il segnale, erano tornati da noi.

«Forza, entriamo!» dissi rivolto ai miei compagni. «Troviamo le segrete e poi fuggiamo con il prigioniero, prima che si accorgano di noi» conclusi attraversando l’antico portone.

Ecco dunque il nostro piano: la Mermaid avrebbe creato un diversivo dal mare mentre io, Marcelo, Moha e la squadra di indios ci saremmo intrufolati nelle prigioni per liberare lo spagnolo reduce dalla spedizione di Vasquez. Un piano ardito, decisamente pericoloso: il migliore che avevamo trovato.

Ci gettammo così nel castello preso d’assedio, dritti in bocca al nemico, mentre intorno a noi si scatenava l’inferno. Appena entrati nel cortile fummo soffocati dalla polvere alzata dai cannoneggiamenti e dagli stivali dei soldati che si spostavano da una parte all’altra del forte.

«Dove diamine sono le segrete, cercatele!» urlò Marcelo.

«Amici, noi avere compagnia.»

La voce di Moha anticipò l’ingresso in scena di un gruppo di soldati che stavano correndo verso la torre.

«¡Intrusos!» gridò uno di quelli, e tutti si fermarono, increduli di essere stati penetrati tanto facilmente.

Non ci fu tempo per pianificare una reazione, e ci gettammo contro gli spagnoli sguainando le spade. Affrontai il primo, un soldato piccolo e abbastanza impacciato; dopo un paio di scambi riuscii a farlo cadere con uno sgambetto e a trafiggerlo una volta a terra. Con il secondo non fu altrettanto facile: era più grosso e rapido, e mi ferì di striscio alla spalla dopo avere parato il mio primo affondo. Indietreggiai, aspettando la sua prossima mossa. Nel frattempo, intorno a me gli indigeni, circondati da cinque spagnoli, si difendevano a colpi di accette e coltelli, mentre Marcelo e Moha sfondavano ossa e corazze come due furie.

Improvvisamente, una voce richiamò la mia attenzione: alla mia destra, sul lato occidentale del cortile, Achak aveva trovato l’ingresso delle prigioni. La voce dell’indigeno aveva distratto anche il mio avversario e ne approfittai per attaccarlo: dopo due affondi mancati e dopo avere schivato i suoi contrattacchi, riuscii a ferirlo alla gola, lasciandolo a terra, le mani strette intorno al collo rosso.

«Jack, recuperate il prigioniero, a questi pensiamo noi!» mi urlò Marcelo, macchiato di sangue e sudore. «Ma fate in fretta, rápido

Non potei replicare, perché una nuova esplosione ci gettò a terra. Mi rialzai, stordito e impolverato; in un lampo mi misi a correre verso Achak e insieme ci tuffammo nelle segrete del castello.

2021-09-28

Aggiornamento

Pirati e piratesse, ci siamo! Ascension Island, il secondo capitolo della trilogia della Drunk Fury, ha superato i 200 pre-ordini, e quindi è ufficiale: si torna in libreria! 🏴‍☠️ Questo risultato non è solo nostro, ma soprattutto vostro, che ancora una volta avete creduto in noi e vi siete dimostrati eccezionali, quindi...GRAZIE! Da parte nostra, vi assicuriamo che abbiamo messo tutti noi stessi in questo secondo romanzo, che abbiamo curato per oltre due anni e che, proprio per questo, vi assicuriamo che sarà ancora più avvincente del primo, parola di pirati! Ora la rotta è tracciata e non ci rimane che seguirla: nel nuovo anno Ascension Island vedrà la luce e nel frattempo noi ci ritufferemo nelle tenebre per scrivere il terzo e ultimo capitolo (non prima di esserci scolati diversi barili di rum, s'intende). In mezzo, tante altre nuove avventure, tra cui il fantastico gioco in scatola ideato da @masterpolips, nuove canzoni (@smarti) e un ricco scrigno che sveleremo a tempo debito. Avanti ciurma! "Una volta pirati, pirati per sempre!" Yo-oh, per la Drunk Fury! 🏴‍☠️
2021-06-30

Evento

Birreria Tortuga Pirati e piratesse, la scorsa settimana la #DrunkFury si è riunita alla #Tortuga – la birreria, non l’isola – per presentare il secondo #romanzo della trilogia, “Ascension Island” 🏴‍☠️🏝️ e dare il via alla campagna di #crowdfunding: ecco qui una serie di foto per immortalare questa serata, il primo evento da un anno a questa parte, con parenti, amici, lettori e lettrici. È stato stupendo, perché la forza della Drunk Fury è proprio questa, sapere mettere allo stesso tavolo (tanti tavoli) le persone più disparate e dare vita a nuove amicizie, legami, persino progetti stupendi come canzoni e giochi da tavolo! Ora, come due anni fa, sta tutto a voi: pre-ordinate il libro, scaricatevi le bozze, fateci sapere cosa ne pensate e diffondete la #Rivoluzione! ⚔️

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Paolo Andrico e Paolo Corbetta
Paolo Andrico nasce a Milano nel 1991. Laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, si appassiona di letteratura latina medievale. Oggi si occupa di editoria e comunicazione. I suoi punti di riferimento sono J. R. R. Tolkien, Herman Melville e… Vinicio Capossela. La scrittura rappresenta la sua personale caccia al Grande Leviatano.

Paolo Maria Corbetta nasce a Milano nel 1992. Fra Milano, Londra e Ginevra per lavoro e università, oggi si occupa di consulenza a Roma. Appassionato di fantasy e pirateria, fra i suoi modelli annovera Tolkien, Guareschi, Dumas, Dostoevskij e Van De Sfroos. La scrittura è la sua chiave per decifrare la realtà fra verità e fantasia.
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