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tuttoattaccato

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Consegna prevista Aprile 2021
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tuttoattaccato è un romanzo che scandaglia i rapporti umani. Con i genitori, i figli, i coniugi, gli amanti, gli amici. E ancora, il rapporto che ognuno dei personaggi ha con se stesso. Con le sue paure. Con quei dolori antichi ammucchiati fra le ossa che tornano a fare male quando cambia il tempo.
Le protagoniste sono 4 donne. Sandra è una donna insicura e visionaria. A quarant’anni realizza il sogno di aprire la Puteca, in cui contrabbanda favole e vestiti usati. Serena è tanto bella. Sua madre le stampò addosso i suoi lineamenti perfetti e poi la abbandonò quando aveva solo 5 anni. Beatrice è una professoressa di arte. Due figli, un marito, un amante e una grande rabbia nel petto. Alessandra è una dietista irreprensibile, sembra non azzeccarci tanto con le altre, e invece.
La madre l’amicizia l’amore i disastri familiari le mancanze le canzoni il senso di colpa gli sbagli gli sbandamenti la felicità la buona fede il compromesso le risate salvifiche. La madre. tuttoattaccato.

Perché ho scritto questo libro?

Piangeva, non voleva fare il bagno a mare. Eppure quella stessa bambina l’estate prima era serena. Diversa. Dov ’era sua madre? Sua madre l’aveva abbandonata. Quel giorno ebbi una visione: quella piccolina che cresceva con questo scippo sul cuore. La vidi fare sbagli, porvi rimedio. Sentii l’urgenza di scrivere di lei e subito arrivò qualcuno che la prese per mano. Poche pagine ancora e le mani intrecciate divennero otto: la mia bambina non era più sola, perché la vita toglie, ma poi restituisce.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quest’anno non sei come ti aspettavo, Maggio. Sei troppo caldo e troppo affollato. Sei già estate e io non la voglio già, l’estate. Voglio la felicità dell’attesa dell’estate. L’abbrivio. Rivendico il tempo di illudermi di farcela ancora a rimettermi in forma. 

Ho pensieri che non capisco, che non sopporto, che non voglio avere. Di quelli che si piazzano proprio al centro della testa e non se ne vanno via manco con le mazzate. Pensieri che non so condividere con nessuno. Neanche con le amiche o con la signora Elvira. E allora, io sai che faccio, Maggio? Prendo questi pensieri e vengo a sciacquarli qui, nell’acqua del mio mare. Non vorrei tenermi più niente, vorrei dire tutto. Vorrei chiamare le persone della mia vita e buttargli in faccia le cose che nessuna di loro vorrebbe sentire, anche se sono parole che sanno a memoria, ma che fanno finta di non ricordare. Io non ho scordato. Mai nulla. Papà. Elena. Giulio.

Qualcuno, una volta, mi ha detto che mi lascio andare troppo. Che anche le emozioni, le devi saper gestire. Che la purezza non è sempre una cosa buona. Che incontaminato per tutta la vita comunque non ci puoi restare. Che devi sporcarti. Di fango. Di peccati. Di sbagli. Che devi piegarti perché il compromesso è una santa cosa. E io invece non sono mai voluta scendere a compromessi con nessuno. Anche se, a pensarci bene, nemmeno io sono così cristallina come professo. Io che mi sono messa con l’uomo di un’altra donna, ma manco sono stata capace di portarglielo via. Io che ho fatto l’amante che se ne sta buona nel suo cantuccio e aspetta e spera che arrivi il giorno che. Il cono di luce su di me non si è mai acceso. Il mio turno non è mai arrivato; ma il compromesso, io l’avevo accettato, eccome se l’avevo accettato. 

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Non sono migliore degli altri, sono come tutti. Ho fatto la comica nella storia con Giulio, più che l’amante. Sempre pronta a mettergli in faccia un sorriso. Ma i comici, non so se lo sai, Maggio, sono persone tristi da morire. Far ridere gli altri gli costa tante lacrime che bevono in silenzio quando nessuno li può vedere. Sì, lui mi ha vista sempre come un pagliaccio, è questa la verità. Avrei dovuto mostrargli che sapevo piangere anch’io. Scoperchiarmi il cuore e presentargli tutto: le linee di fragilità. I battiti ammucchiati. La debolezza di un muscolo non allenato a ricevere amore. Avrei dovuto urlargli con tutta la convinzione che sanno tirare fuori solo le donne: “Non te ne andare. Io non ci so stare senza di te. Io sono niente senza di te”. Non l’ho detto, e lui avrà pensato che ce l’avrei fatta anche da sola. Forse non ci siamo presi mai troppo sul serio. Anche il nostro amore era comico. Anche il nostro sentimento piangeva solo di nascosto.

“Quando mi vieni in mente tu si tratta sempre di un pensiero color mare”, mi conquistava lui, sempre un po’ di più. Però ora il mare io ce l’ho negli occhi e Giulio è altrove, lontano. Affianco a me c’è un ragazzo che scrive fitto fitto su un taccuino. Sono sempre curiosa, quando vedo qualcuno che scrive, di sapere quali pensieri sta mettendo in parole. È un giovane uomo, non avrà manco trent’anni, ed è pure strano che scriva con la penna: le generazioni successive alla mia scrivono solo sulla tastiera del telefono. 

Siamo gli unici da soli sulla spiaggia, io e il mio amico che scrive; chissà, forse lui sta componendo una lettera d’amore per una ragazza che l’ha lasciato. Forse pure lui come me sta soffrendo. Forse pure lui ha fatto il comico per la sua bella, e adesso è venuto qui a piangere in silenzio in faccia al mare. Lacrime che non riempiono gli occhi, ma un piccolo quaderno con la copertina blu. Lacrime che diventano parole che forse qualcuno poi canterà. Oltre a noi, ci sono tante comitive. Adolescenti che hanno fatto sega a scuola che tanto siamo a maggio e quello che è fatto è fatto. E ancora, famiglie che hanno portato i bambini a godere dell’aria buona che trascinano a riva le onde. Secchielli e palette in una mano, e nell’altra la convinzione di essere dalla parte dei vincenti, di quelli che ce l’hanno fatta. E poi, certo, non mancano i fidanzatini, allacciati senza pudore, perché a 18 anni i sentimenti hanno il diritto di essere sfrontati. 

Maggio, quanta luce e quanta aria dolce. Maggio che mi profumi addosso, e adesso che faccio? Come la risolvo con questo mio stupido comico cuore che non ne vuole sapere di guarire? Aspetto che passi. Sì, aspetterò. Passerà. Butterò la testa nell’acqua del mio mare e aspetterò. Lì sotto i pensieri diventeranno rarefatti e poi liquidi. Il mare mi sanerà. Il mare mi ha sempre sanata. Maggio, mi salverai tu. Con la cerimonia della vita che si rinnova, che torna fertile, che torna forte al tal punto che non la può spezzare uno stupido comico amore. 

Maggio che mi stampi sulle braccia bianche un sole forte che mi ricorda che devo mettere la crema solare, sennò andrò via da questa spiaggia rossa come un pomodoro. Tiro fuori la protezione dallo zaino. Cerco le istruzioni, non le trovo. Mi fa incazzare davvero tanto il fatto che uno compra una crema in una farmacia italiana e la scritta grande sulla confezione la trovi riportata in inglese. In cinese. In russo, in arabo e in tutte le possibili lingue del mondo, e mai in italiano. Le istruzioni in italiano le devi andare a pescare in mezzo a tanti altri idiomi sconosciuti, stampate con caratteri talmente minuscoli che ci vuole la lente d’ingrandimento per decifrarle. Cara Sandra, che cavolo vuoi trovarci scritto di diverso su questa benedetta scatoletta? Qualunque sia l’idioma che usa, dirà le solite cose: di mettere la crema dopo ogni bagno e di non esporsi nelle ore più calde come stai facendo tu. 

Maggio, quest’anno ti aspettavo come si aspetta un figlio che sta per nascere. Maggio che alla sera accumuli sulle tue spalle per poi restituirmelo, lo stesso odore di quell’uomo che era mio. Maggio che mi hai camminato nelle vene mentre io fiduciosa attendevo i giorni tuoi per stare abbracciata a lui, a letto, con la finestra aperta, così che il gelsomino potesse riempirmi la stanza col suo profumo. Ma lui non ti ha aspettato assieme a me, se ne è andato che era ancora marzo. Ancora inverno. Ancora freddo. Pure se lascio il balcone aperto, non entra aria buona a pizzicarmi il naso. Il profumo del gelsomino senza di lui è affogato nel puzzo dello scarico delle macchine. E allora ho provato a strappare un fiorellino e ad annusarlo, ma non è servito: non sapeva di niente, mi si è spampanato in mano, come la mia vita. 

Maggio, che peccato, stai passando così in fretta. C’erano gite e corse che volevo fare con lui e con te. Noi tre. A febbraio avevo comprato pure un cestino da picnic, bianco latte, in quel centro commerciale di Innsbruck. Che sciccheria. Lo aprimmo assieme, io e lui. Dentro c’erano due calici per il vino. Due piatti fondi, due piatti piani. Due piatti per il dolce. Perché di sicuro chi aveva progettato un articolo tanto romantico aveva immaginato che lo avrebbero comprato due scemi innamorati. E allora, certo che avrebbero voluto anche il dolce.

– Lo voglio! – strillai con il mio incontenibile entusiasmo da bambina. 

– Prendiamolo al ritorno. Non possiamo mica girare per tutta Innsbruck co’ ‘sto coso in mano! – replicò lui.  – E se poi finiscono? – obiettai.

 –Come fanno a finire? Ce ne saranno dieci solo esposti! E sta piovendo. Chi cavolo vuoi che abbia urgenza di comprare un cesto da picnic proprio oggi, in un mercoledì di febbraio che piove e fa freddo? –

Allora io prima lo guardai perplessa e dopo due secondi scoppiai a ridere. Comunque lo comprai subito. E mi girai tutta Innsbruck col cesto in mano, felice. 

–Dammi qua, lo porto un po’ io – si offrì lui, ma non glielo cedetti: ero io che sentivo l’urgenza di stringere quel cesto fra le mie braccia, in quel mercoledì di febbraio che pioveva e faceva freddo. Sentire la sua consistenza ondulata e dura sotto le mie dita mi assicurava che non stavo sognando. Quel fagotto prometteva corse al mare. Brindisi sull’erba. E tutta la felicità che noi avremmo infilato e poi tirato fuori da i due piatti fondi, i due piatti piani e quelli per il dolce. Chissà se lui se lo ricorda, quel giorno. Il cesto con le posate avvolte nel cellofan che non è stato mai usato. E se ne sta lì, sopra una mensola in salotto. Una reliquia. In bellavista. Che non smette di guardarmi e di sfottermi. Di rammentarmi quanto sono stupida. 

Maggio, magari se rallenti un po’ la corsa lui torna da me e facciamo ancora in tempo a salire, al volo, in groppa alle tue giornate che si stanno allungando. Ma no, lui non tornerà a reclamarmi. Per non sbagliare, per non restarci più male, non voglio aspettarmi più niente da nessuno. Ma sì, sono adulta da un pezzo! È stato sfiancante, logorante e terribile vivere soffrendo per tutto quello che è andato storto. Mia madre che è morta troppo presto. Mia sorella con cui non ho nessun rapporto. Mio padre che ha ancora il potere di farmi sentire roba da poco nella sua vita. E poi Giulio, certo. Giulio. Il mio uomo che manco era mio che se ne è andato. Perché adesso la sua assenza è il centro della mia sofferenza, e tutti gli altri mali si innestano e si allargano su questo dolore, su questa ingiustizia. Questo malessere maledetto mi frantuma pure la pienezza di ricordi che, ne sono sicura, erano belli, veri che li potevo annusare e toccare. E adesso non li sento più. Non li trovo più.  Se vado a casa e spacco per terra i piatti e i bicchieri che se ne stanno tranquilli nel cesto, sono sicura che sfracassandosi sul pavimento non farebbero alcun rumore.

Mi sento come una che non ha mai preso bene le misure con niente. Come quando ti resta del cibo nella pentola. Dai un’occhiata veloce e scegli quale contenitore usare per conservarlo in frigo. Ne scegli uno in cui ci vada la roba che ti è avanzata, ma cerchi comunque di non prenderlo troppo grande, che non vuoi che un morso di mangiare ti occupi mezzo frigo. Ecco, io non ho mai saputo scegliere il contenitore giusto. Quando il cibo era poco io lo travasavo in recipienti enorme che si perdeva. Altre volte gli avanzi erano abbondanti e io pretendevo di chiuderli in scatolette minuscole. 

Maggio di fioretti mai veramente mantenuti, è andata così. Ma poi, proprio nel momento in cui la mia vita mi è apparsa uno schifo in cui più niente mi teneva a galla, neanche l’acqua del mio mare, è arrivata una maestra con una scolaresca e si son messi a cantare: Azzurro/ il pomeriggio è troppo azzurro/ e lungo per me/ mi accorgo/ di non avere più risorse/ senza di te/ e allora/ io quasi quasi prendo il treno/ e vengo, vengo da te/ ma il treno dei desideri/ nei miei pensieri all’incontrario va… E allora io mi son messa a piangere. Ho pensato che arriva sempre qualcosa o qualcuno che si tinge di azzurro e viene a salvarti, come questa maestra coi suoi alunni. Questa donna che come tutti avrà dei problemi ad attenderla a casa, appena metterà la chiave nella toppa, però. Qui. Ora. In mezzo ai suoi bambini. Canta. E ride.

Alessandra mi ci chiamava solo mia madre. Per tutti gli altri sono sempre stata Sandra. 

Sandra a scuola che faceva la versione di latino e la passava a tutti. Sandra mentre consolava una sorella piagnucolosa nelle occasioni in cui veniva mollata dai fidanzati. Sandra che vedeva cose che gli altri non vedevano. Sandra ogni volta che pareva amore, e, invece, trovava ad attenderla in quel punto preciso qualcosa di struggente che rassomigliava a un addio. Sandra che accennava fra la tosse le parole che avrebbe dovuto urlare. 

Quando ho compiuto quarant’anni mi son detta: “Pure che andasse proprio bene e campassi fino a cent’ anni, sono quasi a metà strada: è ora di buttarmi”. Così ho mollato il lavoro di scrivana dall’avvocato azzeccagarbugli e ho fatto quello che avevo sempre desiderato: ho aperto uno specialissimo emporio in un posto che amo, Marina di Vietri. Una meravigliosa Puteca che profuma di mare, lavanda e vecchi jeans. Erano anni che corteggiavo una saracinesca abbassata nella piazzetta di fronte al mare, in un pizzo laterale, dietro ai tavolini dei ristoranti che devi proprio farci caso. Io ci avevo fatto caso. Mi fermavo davanti a quella saracinesca arrugginita e la toccavo per sentire che consistenza avesse un sogno. Ruvida. Solida. Calda d’estate e fredda d’inverno. Ci poggiavo sopra le mani e sentivo voci che mi chiamavano dall’interno. Infilavo gli occhi nei buchi e mi si palesavano visioni che mi piacevano. Un giorno ho preso per mano il coraggio che non sapevo di avere e sono entrata nel bar lì vicino per chiedere di chi fosse quel locale chiuso. Mi piace ricordare che il barista mi rispose: “È tuo, Sandra. È la tua Puteca che ti sta aspettando”. Forse mi offrì solo un caffè, un sorriso e un numero di telefono, tutto al piccolo prezzo di un euro. E comunque conta solo che una settimana dopo io e don Luigi, il proprietario del posto mio, tiravamo su quella serranda dalla voce arrochita assieme a due muratori volenterosi, pronti a seguire le mie indicazioni per disegnare la faccia della mia bottega. Tenevo pochi soldini da investire, me li feci bastare. Quaranta giorni di lavoro e la Puteca prendeva forma e colore, ed era esattamente come io la conoscevo già. Una graziosa aiuola con i tulipani viola all’ingresso e il portoncino verde pistacchio. Gli scarabocchi turchese alle pareti. Il libro della casa, il giradischi e i miei LP sul tavolino shabby in mezzo ai divani blu. Il comò della nonna Filomena. La libreria di noce attaccata alla parete a destra, nell’incavo del muro. La scaletta a chiocciola che porta. E poi i vestiti, certo, perché la Puteca è soprattutto un negozio di abiti di seconda mano. Li vado a prendere nei mercatini dell’usato. Li scelgo con cura, tirandoli fuori dall’intrico di stoffe che si arruffano sulle bancarelle. Prendo cose di cui mi innamoro, controllo che siano in buono stato. Prendo cose che mi convincono al primo sguardo che hanno una bella storia da raccontare. Mi lascio ammaliare da borse che più vintage non si potrebbe, e centrini fatti all’uncinetto da chissà quali sapienti mani. Collane che svelano al tocco una malìa. Chi entra nella mia boutique può vedere gli outfit danzare. Tiraggi dal soffitto tengono su i miei particolarissimi manichini. Sì! Nella stanza più interna della Puteca si può godere del balletto delle mie bambole di pezza. Delle loro risate. Dei bisticci da bambine e dei battibecchi da vecchie comari. Il vento che viene dal mare smuove i loro capelli di seta brillante, solleva gonne leggere come nuvole. S’incapriccia su camicette sbottonate a lasciar intuire mammelle di cotone. Le conchiglie raccolte sulla spiaggia qui davanti le ho infilate nell’invisibile nylon fra bastoncini di legno: son diventate le tintinnabula che suonano la magia di questo luogo abitato anche quando non ci sono persone. Un posto in cui tutto ciò che è sognato diventa vero, se ci credi. Se sei capace di infilarti in un vestito appartenuto a qualcun altro. Se hai il cuore di accogliere su di te la storia, la gioia e il dolore di cui le stoffe hanno memoria…

2020-09-17

Le Cronache

Tanti fiori, tanti complimenti, tanti biglietti accorati, tanti baci soffiati sulla punta delle dita, tanti abbracci veri anche se solo immaginati, tanto entusiasmo, tanta partecipazione, tanta commozione, tanta ospitalità, tanto tifo, tanto tanto bene. Mi sono piovuti addosso durante la prima presentazione del mio romanzo. E, ieri, il quotidiano Le Cronache ha dedicato la pagina della cultura al mio tuttoattaccato! tuttoassieme. tuttoattaccato. La presentazione del mio primo romanzo è diventata una sorta di celebrazione. Ho raccolto a piene mani i frutti seminati con costanza durante la mia vita. Come figlia sorella moglie mamma amica giornalista scrittrice di storie vere. Come donna. "Non cambiare mai!" la cosa bella che mi sento dire spesso. Non ci penso proprio: sono 43 anni che rivendico il diritto di essere così! #bookabook #tuttoattaccato #emozioni #soddisfazioni #gratitudine
2020-09-09

Evento

Nocera Superiore, Salerno La prima presentazione del mio primo romanzo è stata talmente piena di cose belle che non so racchiuderla in un solo aggettivo. Le storie del mio libro sono uscite dalle pagine e son diventate vere, grazie alle interpretazioni magistrali di Guido Mastroianni, Serena Rispoli e Carla Raimondi dei Saranno Vietresi - Arte in Movimento e Giovanni Marra. Essere tenuta a battesimo dalla giornalista Patrizia Sereno è stato per me un onore e un piacere: Patrizia è sì una grande professionista, ma è anche una donna sensibile, capace di emozionarsi, di cogliere tutto il sentimento che può impigliarsi in una mantella color mare in lontananza. E partendo con questa avventura dal ristorante Famiglia Principe 1968 di Lorenzo Principe mi sono sentita assolutamente a Casa mia❤ Grazie a Salvatore Campitiello e Pasquale Cuofano per le bellissime parole che mi hanno dedicato. Grazie a Telenuova per essersi interessata all'evento. Grazie a Nunzio Ferrentino e La Vale per foto e riprese. Grazie a chi con entusiasmo ha preso parte alla prima festa di tuttoattaccato, fisicamente e virtualmente❤ Grazie grazie grazie. Mi sento come una che ha già vinto tutto quello che c'era da vincere. #tuttoattaccato #famigliaprincipe1968 #sarannovietresi #bookabook #romanzo
20 agosto 2020

Aggiornamento

Stanno arrivando le prime recensioni di "tuttoattaccato". Che magia, arrivare al cuore di chi sta leggendo il mio romanzo! Mi emoziono, strabuzzo gli occhi e ringrazio. E proprio ieri che il cerchietto blu si è colorato tutto, mi hanno attraversato il viso - come una carezza - le parole di Pinuccia.
04 agosto 2020

Confidenze, Stile Italia Edizioni

Sono onoratissima di essere questa settimana sul " mio" Confidenze (n.33), per la prima volta, da intervistata! Vi racconto come è nato "tuttoattaccato" il mio primo romanzo e perché ho scelto di pubblicarlo con bookabook.

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Giovanna Sica
Sono nata il 4 marzo, come Lucio Dalla.
Sono campana. Vivo con Christian, Lorenzo, Isabel e Bianca (Marito, figli e cane).
Sono una giornalista e un’autrice di storie vere che pubblico su Confidenze, da 9 anni, da 5 ho delle rubriche sulla stessa rivista (La Locanda di Giò, La Curiosa e Parole in musica).
Prima che scrivere diventasse il mio mestiere ho fatto l’operaia in una fabbrica di pomodori per 10 estati. Ho lavorato nei ristoranti, nei supermercati.
All’ università scelsi la Facoltà di Giurisprudenza: mai scelta poteva essere più distante dal mio mondo visionario. Mollai quando mi mancavano solo un ultimo esame e la tesi. Poi, però, 5 anni fa raccolsi le storie di famiglie autistiche e sognai la mia tesi: “Autismi: sogni, bisogni e diritti”: la vita vera e il mio mondo visionario che sovrastano quello delle leggi, non più viceversa.
"tuttoattaccato" è il mio primo romanzo.
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