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Un colpevole perfetto

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Consegna prevista Marzo 2021
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Quando il cadavere di una giovane donna viene trovato semicarbonizzato su un sentiero di montagna, i sospetti si appuntano naturalmente sull’uomo ospite della struttura dove la donna lavorava, che ha trascorso anni in manicomio criminale per un delitto simile e che non sa dire dove fosse al momento dell’omicidio. È il colpevole perfetto, solo la primaria psichiatra di Aosta è convinta della sua innocenza e chiede al dott. Manzilli di aiutarla a dimostrarlo. Il medico di base, che ha lavorato nella Polizia Scientifica e già in passato ha aiutato la Questura, comincia a indagare con l’aiuto della fidanzata Elisa, abile informatica. Ma la polizia vuole tenersi il suo sospettato e lui è distratto dall’arrivo da Roma della figlia ventenne di una sua ex fidanzata e che potrebbe forse anche essere figlia sua.

Perché ho scritto questo libro?

Mi sono affezionato al medico con un passato nella Polizia Scientifica che incontra pazienti, cura malattie e risolve misteri. La Valle d’Aosta è simile a tante altre periferie d’Italia e attraverso il noir si possono raccontare molti aspetti della realtà: abitudini di vita, rapporti sociali e naturalmente crimini. In questo romanzo il protagonista incontra la malattia mentale nei suoi vari aspetti, chi ne soffre, chi ne è etichettato e chi invece la manifesta in modi più subdoli.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mercoledì pomeriggio

Quando il dottor Francesco Manzilli uscì dalla villetta della signora Petroz, il cielo si stava rabbuiando e i tuoni iniziavano a scuotere l’aria.
Il medico pensò che l’anziana signora affetta da un morbo di Parkinson ormai gravemente invalidante era la sua ultima visita domiciliare, e per oggi aveva finito e poteva rientrare a casa. Certo, se avesse potuto prescrivere la cannabis forse le contratture muscolari e i tremori della donna sarebbero diminuiti e la sua visita sarebbe stata meno inutile, ma l’uso della sostanza per fini terapeutici non era ancora autorizzato, nonostante vi fossero ormai molte prove scientifiche della sua efficacia. Sorrise tra sé pensando l’effetto che avrebbe fatto la notizia di un ex medico della Polizia scientifica di Roma che in Valle d’Aosta curava i suoi pazienti prescrivendo e somministrando loro stupefacenti. Nel recente passato aveva avuto guai con i giornali e con l’Ordine dei Medici, per molto meno. Eppure, nonostante il cambio radicale di ambiente e di tipo di lavoro, non era affatto pentito della scelta fatta pochi anni prima, di venire a fare il medico di assistenza primaria a Saint Germain la Doire, un piccolo paese sulla riva sinistra della Dora Baltea.

Inoltre in quel periodo poteva godersi la regione in uno dei suoi momenti migliori, la stagione estiva, quando il clima era mite, il sole risplendeva illuminando le cime ancora innevate, separando il verde dei prati dell’azzurro del cielo. Lo pensavano anche i numerosi turisti che in quei giorni riempivano gli alberghi, le seconde case e persino i rifugi di alta quota, per vivere almeno una breve esperienza in un ambiente sano, lontano dal rumore e dell’inquinamento delle grandi città.
I turisti sembravano essere dappertutto, sui sentieri che salivano al Mont Niveau e verso le Alte Vie, nel piccolo centro storico di Saint Germain, nel castello che dominava il Borgo e il corso del fiume, nei boschi che circondavano i centri abitati sparsi sul fianco della montagna.

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Ma oggi in giro non c’era nessuno. Si capiva che stava per scatenarsi uno di quei temporali torrenziali che in pochi minuti rendevano la valle alpina simile a un paese tropicale. Forse i turisti si erano dedicati a visitare i musei o i castelli della Valle o più probabilmente ancora erano sciamati ad acquistare cose inutili e costose nei supermercati di Aosta.

Un paio di lampi si stagliarono sullo sfondo delle nuvole nere e poi iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia.
Giovedì mattina

«Sono appena le 6 del mattino, Paolo, dove vai a quest’ora?»
«Mamma, pensavo dormissi ancora.. è già chiaro e ho voglia di fare una passeggiata, prima che faccia caldo»
«Vai da solo? Fai attenzione, mi raccomando!»
«Si mamma, stai tranquilla…. Poi nel pomeriggio vado ad allenarmi con Jean Marc…»

Paolo De Petris avanzava con passo svelto e regolare nelle prime luci del mattino, seguendo la strada sterrata che lo avrebbe portato dove iniziava il sentiero che conduceva sulla Mont Niveau. Sarebbe arrivato in cima entro un paio d’ore, se avesse continuato di questo passo.
L’aria del mattino era fresca, la pioggia della sera precedente aveva rinfrescato l’ambiente e gli alberi sembravano ancora carichi di tutta l’acqua che era scesa. Lateralmente alla strada sterrata si aprivano larghe e profonde pozzanghere, che il sole di agosto avrebbe presto svuotato. Il bosco intorno sembrava ancora addormentato, si udivano pochi rumori e il silenzio regnava incontrastato.

Non per tutti i nati In Valle d’Aosta la montagna è amica, sorella, casa. Per lui lo era, anche quando come oggi aveva un sacco di preoccupazioni in testa, sentiva il bisogno di uscire a camminare da solo. Niente arrampicate o gesti eclatanti, giusto il camminare immerso nella natura.
Non poteva certo avere paura, forte dei suoi sedici anni e in quei posti che conosceva così bene. Eppure quella mattina in mezzo ai suoi pensieri sentiva una strana apprensione, come un’ansia di andare avanti e il bisogno di scoprire qualcosa. Dietro la prossima curva o magari dentro sé stesso.

Non ce l’avrebbe fatta a rimanere in casa ancora una volta, e gli capitava sempre più spesso.

Sua madre stava morendo, ormai lo aveva capito anche lui, nonostante tutti e soprattutto lei, cercassero di fargli credere il contrario, che stava meglio, che non doveva preoccuparsi, che tutto si sarebbe risolto per il meglio. No, lei stava morendo, aveva un cancro di quelli che non perdonano e tra poco se ne sarebbe andata e lo avrebbe lasciato da solo. In teoria c’era sempre suo padre, quello che se ne era andato anni prima, che abitava a Milano o da qualche parte lì vicino, ma a parte che ormai lo vedeva due volte all’anno e non sapeva mai che cosa dire, non aveva voglia di vedere l’altra famiglia, quelle due figlie piccole e rompiscatole, le sue sorellastre tutte gnè gné come la loro madre e non voleva proprio pensarci a dover andare a vivere con loro.
Quando la mamma sarebbe morta, lui avrebbe dovuto lasciare la scuola di Aosta per trasferirsi dal padre, lasciare i suo compagni e soprattutto Chantal. O forse soprattutto Jean Marc e le gare dei carretti.
A pensarci bene non sapeva cosa gli pesasse di più tra l’idea di lasciare Chantal e quella delle gare, in ogni caso entrambi i pensieri lo facevano arrabbiare ancora di più, come se già le altre cose non fossero bastate a rovinargli la giornata.
Iniziò a prendere a calci le pietre che incontrava e rallentò, cercando le più grandi che trovava sulla strada, calciandole e seguendo la loro traiettoria in mezzo agli alberi o verso la scarpata.
Aveva lasciato la parte larga e sterrata del percorso, quella che si poteva percorrere con le auto, almeno con i fuoristrada visto che qualunque altra macchina avrebbe rotto i semi assi se si fosse avventurata su quel percorso.
C’erano dei macchinari e anche un capanno di attrezzi, probabilmente della Forestale, che stavano facendo dei lavori di sistemazione della strada e anche di contenimento della montagna perché era un tratto molto franoso.
Chissà come sarebbe stato scendere con il suo carretto, lui e il suo amico Jean Marc da quella discesa, probabilmente si sarebbero divertiti un sacco, se fossero riusciti a non spaccarsi la testa. Ma in fondo a cosa serviva fare attenzione, se tanto le cose succedevano lo stesso?

Proprio mentre stava pensando a quello, e alla prossima gara che sarebbe stata proprio li a Saint Germain la Doire, il paese dove abitavano loro, vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Era semi nascosto dalle rocce, quasi invisibile dalla strada, subito prima che la stessa finisse e si trasformasse in un sentiero percorribile solo a piedi, in mezzo agli arbusti.
Da lontano non si capiva bene cosa fosse quel fagotto, ma avvicinandosi incuriosito Paolo pensò che sembrava proprio fosse un corpo. Immobile. Forse morto.
Giovedì pomeriggio

ll dottor Francesco Manzilli aveva appena terminato la sua quotidiana passeggiata tra i boschi che dalle cime innevate delle Alpi scendevano a circondare il paese di Saint Germain la Doire. La giornata estiva prometteva di essere calda e lui nelle mattine in cui non aveva ambulatorio partiva presto e si metteva a seguire un paio di sentieri prima di iniziare la giornata di lavoro.
Ora camminava veloce, mentre l’immancabile Ligabue gli faceva compagnia
«…Sono vivo abbastanza / sono vivo abbastanza / per di qua / comunque vada / sempre sulla mia strada / C’è chi mi vuole più me stesso / e più profondo, più maledetto / e bravo padre e bravo a letto / c’è chi mi vuole perfetto ..»

Dovette fermare l’Iphone prima di entrare nell’Hotel de Ville, la sede del comune dove si trovava il suo ambulatorio perché Beppe, il messo comunale, lo aveva intercettato.
« Bondzor dottore, hai sentito cosa capitou?»
«Sentito cosa? No…»
«Hanno trovato un corpo mezzo bruciato questa mattina sul sentiero alto, quello che porta al Mont Niveau. Sai ben qual è no?»
«Sì, sì lo conosco…»
«Pare si tratti di una donna, una jeune femena…»
«….»
«L’ha trovata un ragazzo che stava andando a fare un’escursione, una gita. Capace che conosci anche lui, è il giovane De Petris, Paolo, il figlio della signora Dupont. La signora Ilaria che è qui di Saint Germain e abita in quella casa a Eaux Rousses, quella che ha sposato un ingegnere di Milano che l’ha lasciata un paio di anni fa qui sola col figlio e adesso dicono che lei ha un brutto tumore e non le rimane tanto da vivere, ma tu lo sai ben no, che sei un dottore?»
«Alla faccia della privacy…» Pensò il medico, continuando a non dire nulla.
D’altra parte, in quei piccoli paesi era difficile che ciascuno non sapesse tutto di tutti gli altri. Bastava un giro al bar per essere informati sui fatti passati e presenti di residenti e villeggianti. Anche se non bisognava mai credere a tutto.
«Va beh, però la ragazza non si sa ancora chi è…»
Il suo interlocutore era ansioso di raccontargli i particolari ma anche di tenere viva l’attenzione, invece Francesco si stava spazientendo.
«Quindi?….»
«Ci penserà la Polizia a scoprire chi era, è ben il loro lavoro quello! Di sicuro si sa che l’hanno uccisa e poi le hanno dato fuoco. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi e gli è andata male! Ieri pomeriggio c’è stato un temporalone e il corpo non è bruciato del tutto.»
«Si sanno già le cause della morte?»
Non si sarebbe stupito se l’uomo gli avesse rivelato gli esiti di un’autopsia ancora di là da venire.
«Dottore, a me lo chiedi?…»
La sensazione era che non avesse ancora detto tutto ciò che sapeva.
«Però mio cugino Camillo, quello che lavora nella forestale, ha detto che ha sentito il medico legale dire che potrebbero averla strangolata. Ma sai ben che devono aspettare l’autopsia…»

L’ambulatorio era scivolato via in fretta. I suoi pazienti non venivano quasi mai a fargli perdere tempo e d’estate ancora meno. Solo quelli davvero malati si presentavano ed era un lavoro che continuava a piacergli, anche se fino a pochi anni prima aveva fatto tutt’altro.

Il suo assistito Sandro Laversa insisteva per avere qualche benzodiazepina perché sosteneva di non riuscire a dormire.
«Dottore lei mi deve aiutare, io soffro il caldo e con l’estate non riesco proprio a dormire.»
«Signor Laversa, qui non siamo in una città della pianura, di sera la temperatura scende tantissimo, non mi può certo venire a dire che non riesce a dormire per il caldo!»
«Eppure è così dottore glielo giuro. Nemmeno la televisione mi fa dormire, che sia un documentario o un programma di cucina, io sto con gli occhi sbarrati fino a notte fonda.»
«Senta perché non prova a uscire un po’ di casa, a cercarsi degli interessi, a frequentare qualche amico…»
Da pochi mesi lo avevano messo in mobilità (licenziato) per ristrutturazione del personale, la moglie lo aveva lasciato e lui passava tutto il tempo a cercare una nuova occupazione e magari anche una nuova compagna, con nessuna fortuna in entrambi i campi.
La discussione proseguì a lungo, il paziente aveva visto su internet la segnalazione di farmaci che avevano un potere quasi miracoloso e nessun effetto collaterale. Il medico invece sapeva bene che il problema non era la mancanza di sonno. Alla fine trovarono un compromesso in un sedativo molto blando, che aveva soprattutto un effetto placebo, o almeno così Francesco sperava.

La ragazza che entrò doveva avere poco più di vent’anni. Alta, con i capelli rossi ricci che le cadevano sulle spalle, non gli sembrava una sua paziente. Eppure, gli ricordava qualcosa di noto, nonostante non sapesse assolutamente dove collocare il ricordo. Ma evocava momenti lontani. Sempre più, negli ultimi anni, si irritava con se stesso per non riuscire a riconoscere subito i volti e attribuire loro un nome e una biografia, lui che si era sempre vantato di riconoscere chiunque avesse visto anche solo una volta. I suoi cinquantaquattro anni cominciavano a pesargli e ora riusciva a malapena a provare una sensazione di “deja vu”.
«Buongiorno, tu nun me conosci. Io sono Valentina, Valentina Pellegrini e so’ de Roma.»
Quest’ultima affermazione era del tutto superflua, visto che il suo accento non poteva certo sfuggire a chi a Roma era vissuto quasi tutta una vita.
«Piacere. Francesco Manzilli. Io a Roma molti anni fa conoscevo una donna che si chiamava Pellegrini, Daniela Pellegrini. »
«È mi madre.»
«Ah! E come mai è qui? È venuta in vacanza in Valle d’Aosta?»
«No. Sono venuta qui a llavora’. E oggi cercavo propio a te!»

Il medico rimase in silenzio. Ora ricordava perfettamente la madre della ragazza e capiva anche da dove veniva quella sensazione di averla già incontrata: con qualche minima differenza era la fotocopia della donna che lui aveva conosciuto e anche amato, per un breve ma intenso periodo, alcuni anni prima. Più o meno venti, a pensarci bene.
«Questo non spiega ancora nulla. Non sono un’attrazione turistica e nemmeno un’agenzia di collocamento. E non mi sembra di avere dei debiti con sua madre. »
«Sei propio come t’ha descritto mi madre. Diretto, diffidente, ironico… e pure belloccio aggiungo io per l’età che c’hai! M’aveva detto che ‘n te saresti accontentato de nessuna spiegazione e m’ha detto de datte questa…»
Gli stava porgendo una busta bianca su cui era scritto semplicemente «Per Francesco»
«Non sarebbe meglio se me lo spiegasse lei?»
«Mamma ha detto che è mejo se cominci a legge’ quella. Dice che te conosce molto bbene. Daje!»
Senza aggiungere altro, il medico estrasse dalla busta un foglio scritto fittamente con una tipica grafia femminile piccola e arrotondata; solo alcune lettere sembravano essere sfuggite alla penna, come se l’autrice non fosse riuscita in quel momento a controllare l’ansia, che emergeva comunque dal contenuto.
«Ciao Francesco, scusa se mi faccio viva dopo così tanti anni ma è una situazione particolare e credo che tu sia oggi l’unica persona che mi può aiutare.
Ho allevato Valentina da sola per tutti questi anni, lei non ha mai conosciuto suo padre e lui nemmeno sa della sua esistenza, infatti porta il mio cognome. Con il mio lavoro non le ho mai fatto mancare nulla, e pur con tutte le difficoltà che ci sono nella vita, mi sembra di averla cresciuta bene.
Ma se anche non hai avuto figli, sai che a una certa età non c’è niente che vada bene, devono per forza mettersi contro la propria famiglia, se vogliono crescere e diventare grandi. Valentina ha cominciato a frequentare delle compagnie non proprio bellissime e per un certo periodo di tempo si è anche messa a bere. Alcolici, un po’ troppi per la sua età, anche se ormai pare che sia diventata una cosa comune. Non parliamo poi del fumo, che per una ragazza è come dire che si è emancipata.
A un certo punto, ha conosciuto un ragazzo, un po’ più grande di lei, che studia all’università. Sembrava un bravo ragazzo, forse un po’ timido però sensibile e determinato. Per qualche mese è andato tutto bene, non era il primo ragazzo di Valentina ma il primo con cui potesse costruire una storia seria. E lei era migliorata. Basta compagnie, bevute notturne, ridotte le sigarette e ripreso un po’ a studiare fino ad arrivare alla maturità. Non è mai stata un genio ma almeno alla sufficienza arrivava in tutte le materie. Poi è successo qualcosa, io non lo so, hanno cominciato a litigare, un po’ di tira e molla e si sono lasciati.
A lei è crollato il mondo addosso, puoi immaginare come si sente una ragazza di diciannove anni quando finisce il primo amore! Come prima cosa ha ricominciato a vedere le vecchie compagnie, con tutto quello che si portano dietro. E io non posso stare ferma a guardare mia figlia mentre si rovina e del resto credo sia la persona che lei ascolta meno al mondo, in questo momento. Così ho pensato di mandarla via da Roma e dalle compagnie di qui, e mi sei venuto in mente tu. Tramite delle conoscenze, sono riuscita a trovarle un lavoro stagionale in una edicola / tabaccaio che d’estate aumenta le ore di apertura, e poi vediamo. Però avrei anche bisogno di qualcuno che me la guardi e non riesco a immaginare nessuno meglio di te.
Ci sono anche altre cose che ti devo dire, ma quello lo farò di persona.
So di chiederti molto e conoscendoti so anche che ti farai in quattro per aiutarci.
Questo è il mio numero di cellulare 345 *****12
Grazie con affetto Daniela.»

2020-10-29

Corriere della Valle

Il medico con la passione della scrittura
2020-10-26

La Sentinella del Canavese

Una nuova indagine del medico investigatore in Valle d'Aosta
2020-09-04

Aggiornamento

Video intervista del giornalista Corrado Ferrarese con l'autore https://www.facebook.com/107470691062358/posts/123384269471000/
02 settembre 2020

Aggiornamento

Trailer di "Un colpevole perfetto" sceneggiatura e regia di Elio Sessa https://youtu.be/CPlUkxJw8Qk
15 agosto 2020

Aggiornamento

SCRIVERE PER SALVARSI LA VITA. Ma poi se non raccontassi in qualche modo le infinite vite che mi appaiono in testa, sarei come Remo, o un altro degli ospiti del Bouquetin Blanc... forse un buono ma dissociato dalla realtà, fino a quando questa ti compare davanti e ti presenta il conto. E così in ogni personaggio c'è un pezzo di me, magari incollato sopra la vita di qualcun altro, in modo che ciascuno diventa qualcosa di nuovo e vive una vita che non vivrebbe mai, sia pure per la breve durata di un romanzo.
29 luglio 2020

Aggiornamento

Romanzo noir: romanzo caratterizzato da una componente sociologica che diventa prevalente rispetto alla stessa risoluzione del crimine e nel quale il finale non è quasi mai consolatorio ma lascia aperti problemi e interrogativi, pur arrivando alla scoperta del colpevole. È la versione poliziesca del romanzo verista italiano. Una sua ulteriore variante è il romanzo noir mediterraneo (esempi, Montalban, Camilleri, Izzo, Markaris….) in cui alla bellezza del luogo è contrapposta l'efferatezza dei crimini. [Liberamente adattato da https://noiritaliano.wordpress.com/2012/06/29/facciamo-chiarezza-sul-noir/] Romanzo distopico: romanzo ambientato in una società immaginaria, spesso nel tempo futuro, in cui elementi negativi attuali sociali, politici o tecnologici sono portati all'estremo rendendo la società altamente violenta e poco vivibile, per cui obiettivo diventa fuggire o cambiarla. Il termine distopia è stato coniato da John Stuart Mill nel 1868, come opposto di utopia. Tra i più famosi autori di romanzi distopico, George Orwell, Aldous Huxley, Philip K. Dick. [tratto dal blog quattro passi sulle nuvole http://quattropassisullenuvole.blogspot.com/2015/07/cose-un-romanzo-distopico.html]. Ora, se nella Valle d'Aosta di fantasia dove si svolge "UN COLPEVOLE PERFETTO" si racconta, tra le altre cose, di malavita organizzata infiltrata, stalker liberi di muoversi e medici corrotti, possiamo dire di trovarci in un romanzo noir o in un romanzo distopico?
15 luglio 2020

Aggiornamento

PERSONAGGI DE #UNCOLPEVOLEPERFETTO -1 Ma lui (Francesco Manzilli) restava un medico, anche se aveva lavorato alla Polizia Scientifica, e cominciava sempre a interrogarsi sulle vittime, prima ancora di cercare di capire cosa era loro successo. La malattia e la morte erano per lui come virus che infettavano l’organismo sociale e il suo compito era quello di scoprirne il meccanismi per fermarne la diffusione. Non aveva alcun interesse nella punizione dei colpevoli, anzi spesso provava una umana simpatia per loro. Lei (Laura Barbero) era ormai da parecchi anni responsabile del servizio di Psichiatria dell'Ospedale di Aosta, e per questo molto nota e stimata in Valle, dove era arrivata, più di trent'anni prima, direttamente dall'Università di Torino, e aveva imparato a farsi apprezzare per competenza e umanità. Con il suo caschetto di capelli grigi e gli eleganti tailleur che si intravedevano sotto il camice, era una figura quasi leggendaria e tutti temevano il momento, di lì a pochi mesi, in cui sarebbe andata in pensione per sopraggiunti limiti di età.
07 luglio 2020

Aggiornamento

I rapporti tra Un colpevole perfetto e la Regione Valle d'Aosta in un video su Facebook
https://www.facebook.com/lafabbricadelfango/videos/917274292108436/

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Silvio Giono-Calvetto
Medico anestesista rianimatore, nato a Torino nel 1959, ha lavorato per 33 anni nel servizio sanitario della Valle d'Aosta e oggi lavora in cure palliative domiciliari con la Samot ad Agrigento. Si è occupato di rianimazione, centrale operativa 118, soccorso sanitario, formazione dei volontari del soccorso e dei medici di emergenza territoriale, direzione del distretto sanitario e HTA. Ha fatto esperienze di volontariato con l'OFTAL (trasporto ammalati a Lourdes) e l'Operazione Mato Grosso (Ande peruviane).
Si interessa a tutto ciò che riguarda la sanità, la salute e la letteratura, specialmente poliziesca. Ama la Valle d'Aosta, il Canavese, Roma e la Sicilia.
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