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Variazioni Goldberg - Un viaggio tra sé e se

Variazioni Goldberg - Un viaggio tra sé e se

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Gennaio 2022
Bozze disponibili

Marco vive in un bell’appartamento, ha buoni amici ed è sposato con Ginevra, la donna perfetta. Nonostante questo, l’uomo odia non aver terminato il suo romanzo, detesta il suo squallido lavoro e non sopporta che la moglie guadagni più di lui. Così, un freddo Lunedì di Gennaio, dopo un’umiliazione da parte del capo e un litigio con la bella Ginevra, Marco si getta dal ponte vicino casa. Il protagonista non si rende conto di cosa stia accadendo, ma presto capirà di essere intrappolato in una sorta di loop temporale in cui vivrà le variazioni di uno stesso lunedì. Variazioni come i brani delle “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach, che accompagneranno Marco alla scoperta di come sarebbe stata la sua vita se solo fosse andata diversamente, immergendosi in realtà sempre più diverse e lasciandosi alle spalle ciò che, forse, non avrebbe dovuto perdere. “Variazioni Goldberg” è una fiaba contemporanea sulle difficoltà nell’accettarsi e su come le piccole variazioni di ogni giorno ci rendano unici.

Perché ho scritto questo libro?

Il primo capitolo in realtà è stato scritto di getto durante un periodo molto brutto della mia vita. Dopo un anno però decisi di dare una motivazione al gesto estremo di Marco, così iniziai a pensare a delle alternative e da lì è nata tutta l’idea. Inoltre ho voluto aggiungere un pizzico di magia per cercare di descrivere l’epilessia: i ricordi offuscati, il sentirsi indecisi, il ritrovarsi in posti senza sapere come ci si è arrivati credo che descrivano molto bene una crisi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Fanno sempre così!»

Sobbalzo, voltandomi di scatto verso un’anziana signora seduta proprio accanto a me.

«Scrivono problemi tecnici per tentare di giustificare ritardi interminabili. Ma poi che scusa è problemi tecnici? Che vuol dire?!»

La fisso perplesso, domandandomi da dove diavolo sia comparsa. «Già…» Le annuisco.

«Che poi che cavolo stanno a scrivere gli orari, allora? Tanto vale non metterli!» Prosegue: «ai miei tempi non c’erano gli orari, ma sapevi che tutto funzionava e che i mezzi sarebbero passati puntuali».

«Ma se non c’erano gli orari», domando, «come facevate a sapere che passavano puntuali?»

«Perché noi volevamo che fosse così!» Spiega con tono spazientito.

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«Non capisco».

«Perché lei è stupido!» Mi rimprovera.

Io sorrido e non mi sorprendo neanche più di tanto di quella sua risposta, in fondo, questa è davvero una strana giornata.

«Ai miei tempi non ci facevamo problemi», chiarisce, «non sapevamo quando arrivava il mezzo, ma eravamo certi che sarebbe arrivato, e quando arrivava non ci si stupiva mica. Era arrivato e basta! Esattamente come e quando ci si aspettava che lo facesse». Detto questo la nonnina si dà un pugnetto sulla gamba e annuisce, dando forza al suo discorso e convincendomi a pieno.

Il mio sguardo s’illumina di fronte a tutta quella saggezza. Mi chiedo se anche io un giorno avrò la possibilità di raccontare a qualcuno quanto si stesse bene ai miei tempi. Con un piccolo sorrisino che mi storce il naso, in silenzio, mi rispondo che, per il momento, di questi miei tempi non vorrei più raccontare nulla neanche a me stesso. D’improvviso la signora si fa seria e guardando fisso di fronte a sé, dice:

«ormai non si fa altro che aspettare che le cose avvengano esattamente in un preciso momento. Tutti hanno orologi luminosi e cellulari e scatoline tecnologiche che gli dicono quando e come fare le cose. Un tempo il passato te lo ricordavi attraverso foto sbiadite e riuscivi a renderlo più bello di come non fosse, il presente lo vivevi come un dono e il futuro te lo predicevano le streghe!

Oggi del passato non importa più nulla a nessuno e il presente è un illusione scandagliata da video e immaginette che in realtà non fanno neanche parte del tempo che stai vivendo. Dal futuro invece ci si aspetta troppo e si pretende troppo», dice, tornando a sorridere e dandomi delle veloci pacche sulla gamba. «Tutti sanno dove andare e cosa fare e tutti credono di sapere esattamente quando e dove avverrà quello che si aspettano succederà nel futuro e tutto questo solo perché un coso luminoso glielo dice. Ma vede», mi fa, alzando un dolcissimo ditino tozzo verso l’alto e iniziando a scuoterlo, «la verità è che i treni continuano ad arrivare in ritardo e che la gente di oggi vive nell’illusione che il nostro futuro, non solo sia prevedibile, ma che sia anche facilmente raggiungibile».

«Forse però è un bene che sia così», le dico, «organizzando il proprio futuro e creandosi delle mete prestabilite, con delle date prestabilite e orai e tutto il resto, la gente è più felice».

«Ma che felice e felice?!» Mi sgrida, dandomi uno spintone. Io sorrido imbarazzato. «Anche la felicità è un’illusione», fa, «la felicità è bella perché è momentanea ed è vera solo quando arriva e tu non te lo aspetti. Se stai ad aspettare la felicità questa non arriverà mai e poi le vedremo le facce di tutti quelli che si aspettavano il treno delle nove che arriva in ritardo. Cosa fa in quel momento la gente, eh?» Mi spinge di nuovo, ed io mantengo l’equilibrio e continuo ad ascoltarla. «Te lo dico io cosa fa: si deprime! La delusione è così forte che si arrabbia; se la prende con lo schermo perché li ha presi in giro; piagnucoleranno perché la giornata che si erano programmati andrà storta. Perso il treno delle nove, non potrò andare alla cena delle dieci, diranno, non andrò allo spettacolo delle undici, mi perderò i fuochi d’artificio di mezzanotte. Staranno lì a rimuginarci su come idioti e intanto lo sa cosa succede?» Lei fa una piccola pausa, io faccio no con la testa. «Si perdono il presente, caro mio. Oggi come oggi, mio caro ragazzo, si pensa così poco al presente che non si riesce a vivere mai

bene la propria vita. Ai miei tempi, giovanotto», mi dà un altro colpo sulla gamba, «si viveva il presente consapevoli che, in qualsiasi momento, si sarebbe anche potuti morire. Con questa consapevolezza, figliolo, non si ha più il tempo di organizzarsi la vita, ma la si vive e basta».

Proprio quell’istante mi vibra il cellulare in tasca. Lo spavento è tale da farmi balzare in piedi. Mi calmo un attimo e prendo il cellulare.

È Luca, quello stronzo del mio capo.

«Dove sei?!» Neanche saluta.

«Ohi, Luca, ti ho invita un messaggio. C’è un problema con la metro…»

«Non me ne frega nulla, Marco!» Interrompe. «Adesso dove sei?!»

«Sono ancora qui», dico, «passerà tra un quarto d’ora».

«Ne hai sempre una», sbraita, «non ce la faccio più!» Certo, lui non ce la fa più. «Questa non è professionalità! Ma poi sono già le nove e mezzo, quando ti sei alzato?!»

«Luca senti…» cerco di spiegare.

«Adesso non ho tempo!» Mi interrompe di nuovo. «Vedi di sbrigarti! Se non arrivi entro le dieci, non presentarti proprio! Chiederò a Fabio di fare gli straordinari al posto tuo, poi darai delle spiegazioni a lui!» Riaggancia.

«Ma vaffanculo!!» Urlo verso il cellulare.

Faccio un respiro profondo. Adesso il mio nuovo problema è solo lui. Ovvio: dirà a Fabio che non sono voluto venire a lavoro e quel poveretto dovrà lavorare dodici ore. Come se nove ore al giorno già non fossero abbastanza. Ma che ci rimanesse lui ore in più invece di ordinarlo ad uno di noi!

Quella bestia chiamata senso di colpa si muove tra le mie viscere come un verme solitario.

Mi volto in cerca dello sguardo saggio della signora. Spero che mi dia dello stupido un’altra volta.

Ma lei non c’è.

La panchina è vuota, eppure un secondo fa era seduta lì.

Mi guardo in giro, cercando di capire dove possa essere.

La ritrovo seduta sulla panchina del binario opposto, oltre le due file di strade ferrate. Mi sta fissando con sguardo spento e spettrale. Dietro di lei, nascosto nell’ombra un uomo con in dosso un lungo cappotto nero la osserva. Non riesco a vedere il suo volto, è come annebbiato. Mi terrorizza. Strizzo gli occhi, cercando di mettere a fuoco. L’uomo si avvicina alla nonnina e con violenza l’afferra da dietro stringendole il collo con un braccio.

Che cazzo sta succedendo?!

Mi precipito verso il sottopassaggio che unisce i due binari. Agile come un gatto scendo i gradini tre alla volta. Raggiungo velocemente l’altra rampa di scale. Salgo. Ho il fiatone. Sono terrorizzato. Corro verso la panchina. Rallento.

Non c’è nessuno…

Ancora una volta guardo in ogni direzione.

Li rivedo oltre i binari.

Non è possibile. Sto impazzendo! Sono impazzito!

Lui la trascina tirandola per i capelli. La sua faccia è strana. Forse ha la pelle scura, forse ha i capelli neri. Non lo capisco, e come se si muovesse troppo velocemente. La nonnina mi fissa disperata, si agita, cerca di urlare, ma la sua bocca non emette alcun suono. Mi sembra tutto così strano, ma non posso permettermi di stare a riflettere: con un balzo scendo sui binari, supero agilmente le strade ferrate, salto e scavalco di nuovo.

Loro sono già lontani. Lui la trascina verso la strada. Mi metto a correre. Mentre mi avvicino sento l’urlo di lei che si fa sempre più forte, come quando si aumenta col telecomando il volume della televisione. Un labrador bianco, abbaiando, viene verso di me e mi salta addosso.

Cado a terra, il cane mi morde il viso.

Sto urlando. Sono dentro la metro e tutti mi fissano.

Mi volto spaventato verso la dolce nonnina che con veemenza mi strattona.

Cerco di riprendere fiato.

«Tutto bene?» Mi chiede la nonnina, preoccupata.

Lei sta benissimo. Non ha nulla. Nessuno le ha fatto del male.

Eppure io l’ho visto.

L’ho visto…

«Non capisco».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Diego Dragna

    (proprietario verificato)

    Spettacolo!!! Non vedo l’ora che mi arrivi la copia!!!

  2. (proprietario verificato)

    Un libro che riesce a travolgerti e catapultarti al suo interno. Descritto bene in ogni minimo dettaglio, ti coinvolge e ti senti parte della storia, arrivando a percepire l’emozioni del protagonista. Lo consiglio a chi ha voglia di fare un viaggio dentro se stesso e chi ama le storie cariche di emozioni e colpi di scena. Complimenti Dario!

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Dario Dragna
Dario Dragna nasce a Palermo nel 1990 e nel 2009 ha la prima crisi epilettica. Nonostante le difficoltà causate dalla patologia, finiti gli studi, Dario frequenta i primi due anni di Scienze della Comunicazioni. Nel 2015 decide, insieme all’uomo che sarebbe divenuto suo marito, di trasferirsi in Germania in cerca di fortuna. Vivere lontano dagli affetti familiari e l’essere costretti a lavorare in ambienti poco appaganti causano a Dario un aumento delle crisi epilettiche e un conseguente peggioramento del suo stato di salute psico-fisico, ma è proprio durante questi duri anni che Dario riesce a ritrovare nella scrittura un buon metodo per esorcizzare le paure e le ansie che l’opprimono, spingendolo così a scrivere “Variazioni Goldberg”, avendo come scopo quello di voler dar voce a tutte quelle persone che, come lui, si sentono costrette a vivere una vita che non gli appartiene.
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