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Come il vento e la pioggia

Come il vento e la pioggia
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Una storia che adesso già definiremmo “di altri tempi”, quella narrata.
Una storia di vent’anni fa, quando gli sms si pagavano e le telefonate costavano tanto.
E’ la storia di Alessandra, ragazza madre innamorata da sempre di Michele. E’ la storia di Giada, tanto bella e sfrontata quanto disillusa nonostante la sua giovane età. E’ la storia di Loretta, che sfida i pregiudizi. E’ la storia di Beatrice, che sogna il grande amore, nonostante la sua migliore amica Monica per un grande amore sia impazzita. E’ la storia di Yuri e Stefano, che si attaccano tenacemente alla musica che suonano.
Fermo immagine di un gruppo di giovani appena fuori dall’adolescenza, che giocando a fare gli adulti si scontrano con le più amare realtà della vita. Ed ecco che serate insieme, amore e droga diventano un potentissimo collante, un motore per raccontare le vicende di una serie di personaggi a cui, nonostante tutto, in fondo resterà sempre la consapevolezza di avere la loro reciproca amicizia.

Perché ho scritto questo libro?

“Come il vento e la pioggia” è “la mia storia importante”, quella più completa, mi piace dire. C’è dentro un po’ della mia adolescenza, delle persone che ho incontrato nel corso di quegli anni, e l’amicizia di cui mi sentivo circondata. E’ una sintesi di me: ogni sfaccettatura di ciò che ero e di ciò che avrei voluto essere prende vita attraverso i personaggi descritti, che ormai, per me, sono come fratelli!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Miracolo.

Beatrice aveva chiamato così quel micio minuscolo che le aveva stretto il cuore sin dal primo istante, due mesi prima. In effetti, non c’era nome più azzeccato: quando lo aveva trovato nello scatolone da traslochi vicino ad un bidone della spazzatura, in quel vicolo buio, di sicuro non aveva più che poche ore di vita. Occhi chiusi, incapace di qualunque movimento, a stento riusciva a strisciare sulla pancia; cordone ombelicale ancora attaccato, e tanta tanta voce, per pigolare così forte che la ragazza lo aveva sentito passando lungo la strada. Probabilità di sopravvivenza, praticamente zero. Nessuno a darle un briciolo di fiducia, quando lo aveva riportato a casa avvolto nella manica del suo maglione. Ma si era intestardita, Beatrice, e voleva farlo vivere a tutti i costi; si era svegliata di continuo nel cuore della notte, per almeno due settimane, per controllare che quel batuffolino spelacchiato fosse ancora vivo, per dargli il latte tiepido con il contagocce, cullarlo e stringerlo al petto come mamma gatta. Superati i primi giorni, la speranza di vederlo crescere le aveva riempito il cuore: Beatrice si era ritrovata a fare da mamma e da coperta, e il giorno in cui il micino aveva aperto i suoi occhioni ancora blu sapeva che ce l’aveva fatta. Ed era un miracolo, ne era convinta.

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E proprio così lo aveva chiamato.

Quel gattino l’aiutava a sentirsi meno sola; quasi l’unico raggio di luce nel buio del periodo che stava vivendo. Sì, sarebbe passato, e la pace avrebbe bussato di nuovo alla sua porta. Ma quanto ancora doveva aspettare?

Già ora di cena, e poi di nuovo si chiuse la porta alle spalle; stesso sabato sera, stesso punto di ritrovo, il vicolo un paio di isolati più avanti, ed alcuni dei suoi amici già lì per il primo giro di vodka secca.

– Ehilà, Bea… finalmente!

– Scusate se ho tardato… – sorrise lei, scherzosa – In ogni caso… non mi sono ancora persa nulla, a quanto pare!

– Figurati, stiamo aspettando Daniele che porta l’occorrente per il Giamaica-party alla sala prove di Yuri e Stefano… – spiegò un ragazzo. Anzi, Davide. Classico graffitaro metropolitano, cuore grande come il mondo, che incantava tutta la sua cricca grazie ai disegni sui muri del campo sportivo, sui treni della stazione. In realtà nessuno lo chiamava con il suo nome: lui preferiva identificarsi come Thd, e gli altri non potevano che accontentarlo.

– Beh, speriamo che si sbrighi! – sbiascicò Yuri, con la testa quasi nascosta tra le braccia, già piuttosto alticcio.

– Ehi, bassista da quattro soldi… – sorrise Beatrice, rivolta al ragazzo – La smetti di ubriacarti? Se continui così puoi anche scordarti le canne, almeno per stasera!

– Piccola Bea… vieni qua vicino a me… – mormorò invece lui. La ragazza si sedette sulle sue ginocchia, cingendogli le spalle con il braccio, con fare quasi scherzoso. Prese ad accarezzargli la nuca con le dita, lo faceva spesso e non le era mai sembrato strano.

Stefano, amico del cuore di Yuri, guardò l’orologio:

– Ehi, Daniele non arriva: che ne dite di andare al pub di Giada, così magari scrocchiamo anche una bella bottiglia di vino?

– È inutile, Stè: – ribatté Beatrice – ormai i padroni del pub ci conoscono fin troppo bene… Figurati se ci offrono da bere!

– Bea… – mormorò Yuri – dammi un bacio…

– Fossi matta! – esclamò la ragazza – Tra le sfighe che ho, manchi solo tu!

Gli altri scoppiarono a ridere, anche se lei si sentì quasi in imbarazzo.

– Se vuoi provarci con Bea – rise Thd – aspetta almeno che ti passi la sbornia!

– Guarda che non sono ubriaco!

– Sì, sì…

Di Daniele neanche l’ombra.

– Raga, che ne dite se facciamo Capodanno a casa di Alessandra?

– Sì, con Aurora che dorme, vero? – ironizzò Stefano.

– Ma iniziamo a pensarci ora?

– Non voglio fare la fine dello scorso anno, – riprese il ragazzo – che era la vigilia di Natale e noi dovevamo ancora organizzarci!

– Sss… – bisbigliò Beatrice, richiamando il silenzio del gruppo. Un rombo di motore, da lontano, e i ragazzi si guardarono negli occhi.

– È lui?

Un altro silenzio, e finalmente Daniele arrivò in motorino dal fondo del vicolo, inchiodando a trenta centimetri da Yuri. Beatrice, seduta ancora sulle sue ginocchia, sussultò un istante.

– Ehi, Bea e Yuri vicini vicini… – ironizzò il ragazzo, togliendo il casco e mettendo il motorino sul cavalletto – Nascerà un nuovo amore?

– Può darsi! – sorrise Yuri.

– Di certo, finché sarai così ubriaco, andrai in bianco! – rise il ragazzo appena arrivato, sedendosi sulla sella del suo motorino.

– Intanto a me basta una dormita e sono di nuovo fresco come un fiorellino; tu, con gli acidi che ti fai, hai bisogno di trentasei ore per riprenderti! – biascicò ancora Yuri, continuando a sorseggiare la bottiglia di vodka.

– Faresti meglio a stare zitto: – rise l’altro – tanto non riesci nemmeno a parlare!

– Daniele, lo sai che a volte sei insopportabile? – sbuffò Beatrice, quasi a difendere il suo amico, che da solo non ce la faceva.

– Sì, me lo dicono in tanti.

Silenzio, La ragazza si limitò a chiedere a Yuri come si sentisse, ma non ottenne che qualche bisbiglio confuso.

– Stasera con il tuo mitico “biruota”, eh?

– Non chiamarlo così, povero motorino: potrebbe offendersi!

– Biruota… motorino… che differenza fa? – sorrise Thd.

– La mia ciambellina non esce neanche stasera? – chiese poi Daniele, sarcastico, guardandosi attorno con aria smarrita.

– Dimmi, Daniele… – mormorò Stefano – Quante volte hai visto Alessandra uscire di sera negli ultimi sei mesi?

– Mai.

– Ecco. Cosa ti fa pensare che possa uscire stasera?

– Non so. – rispose Daniele, pensieroso – Magari Aurora muore… così lei può riprendersi un po’ di libertà…

Il vocio lieve degli altri cessò d’improvviso, i ragazzi rimasero attoniti.

– Stai scherzando, vero?

– Daniele, questa non era una bella battuta…

Persino Yuri riuscì ad alzare la testa e mormorare qualcosa, anche se poi Beatrice e Thd dovettero tenerlo fermo per evitare che i due si picchiassero.

– Beh, questo Giamaica-party lo facciamo o no? – chiese Daniele, poco dopo.

Completamente indifferente alle sue parole di un istante prima, completamente indifferente a quello che Alessandra pensava di lui.

Alessandra, che non riusciva a sopportarlo.

Sala prove, il secondo punto di ritrovo dopo il Vicolo dei Salici.

– Come mai Tia e Loretta non sono ancora arrivati? – chiese Beatrice una volta là, sul divanetto della sala prove, con Yuri addormentato sulle sue ginocchia.

– Non escono: stanno ancora lavorando insieme alla ricerca per l’esame di economia aziendale…

Stefano si sedette alla sua batteria ed inforcò le bacchette.

– Non penserai davvero di suonare ora! – esclamò Thd, seduto sull’amplificatore.

– Dai… solo un accenno… – pregò Stefano – Se Yuri fosse ancora in grado di connettere il cervello, sarebbe più scatenato di me, e lo troveresti già seduto lì, sull’amplificatore dove sei tu, ad accordare il basso!

– Beh, ragazzi, a me l’onore di accendere questa bella canna! – sorrise Daniele, soddisfatto del suo capolavoro – Yuri, sei dei nostri?

Il ragazzo scosse debolmente la testa. Beatrice sorrise con aria compassionevole, accarezzandogli i capelli. E, nella confusione generale, fu proprio lui a sussurrarle:

– Se continui a farmi da mamma… non potrai mai farmi da ragazza…

– Beh, magari è meglio così, no?

Squillò il cellulare di Stefano, e tutti a chiedere chi fosse.

– È Michele! – esclamò lui, guardando il display del telefono. Non appena schiacciò il pulsante per rispondere, gli altri gridarono i saluti per farsi sentire.

– Ciao, che raccontate? – fece il ragazzo all’altro capo.

– Siamo alla sala prove. Ci sono io, Thd, Yuri ubriaco, Daniele che ha portato un po’ di hashish per passare la serata, Bea… Aspetta, ti passo gli altri…

– Ciao Michele! – gridò Beatrice, afferrando il cellulare – Sai che ho trovato un gattino? L’ho chiamato Miracolo, è dolcissimo!

– Ehi, sfaticato, quando torni? – chiese Daniele, cercando di prendere possesso del cellulare, litigando con Thd che voleva solo salutarlo.

Chissà poi perché tanto entusiasmo, quando tutti sapevano quanto stesse facendo soffrire Alessandra.

– Pensavo di tornare la prima settimana di ottobre. Magari andiamo tutti a mangiare una bella pizza, che ne dite?

– Posso salutarlo anche io…? – chiese Yuri, ancora scombussolato.

– Loretta non c’è? – chiese Michele – E Tia?

– Non sono usciti, hanno un esame all’Università la settimana prossima.

– E la panterona?

– Giada lavora al pub! – rispose Thd, con l’orecchio incollato al cellulare.

– Ehi, Michele… – gridò Beatrice – Non ti interessa neanche sapere dov’è Alessandra?

– No, tanto lo so che è in casa a badare alla bambina.

Non ebbe tempo di insultarlo, lei, che Yuri la richiamò:

– Bea… chiedigli che tempo fa da quelle parti…

La ragazza sorrise, carezzandogli la testa:

– Zitto e dormi!

Una risata tirava l’altra, pochi minuti ancora e la telefonata con Michele si chiuse.

Beatrice iniziò con la vodka, giusto un paio di bicchierini per rimanere in compagnia e tirare tardi. Stava bene, quando vedeva i suoi amici attorno a sé. Aveva il terrore continuo di rimanere sola, non riusciva a stare più di cinque minuti senza il sostegno degli altri: era per loro che viveva.

– Ragazzi… sapete che vi voglio un casino di bene?… – mormorò lei, una mezz’ora più tardi. Daniele sbriciolava ancora hashish, Stefano si era incollato alla sua fedele batteria e continuava a pestare il piede sul pedale della grancassa. La ragazza aveva deciso bene di seguire Yuri, ed ora se ne stavano tutti e due là, sul divano della sala prove, ubriachi fradici; capitava sempre, ormai chiunque si sarebbe sorpreso nel trovarli sobri.

Scivolati, poco alla volta, l’uno tra le braccia dell’altra.

– Bea, che hai? – chiese Thd.

Ma lei, per tutta risposta, sorrideva senza parlare, sospirando e stringendo ancora Yuri. Chissà poi perché.

– Vedi che Bea mi ama? – rise il ragazzo, distogliendola.

– No, aspetta, io ho detto solo che ti voglio bene! – puntualizzò – Voglio bene a te e a tutti gli altri, a Thd, a Stè… Ehi, ma stasera sono l’unica ragazza del Giamaica-party!

– Ve l’avrò detto mille volte: non fate bere vodka a Bea! – sbuffò Thd.

– Vodka? Bea non dovrebbe bere neanche Coca Cola!

– Rilassati, – sbadigliò Stefano – domani la sbornia le passerà!

– Che differenza c’è, tra dire “ti amo” e dire “ti voglio bene”? – chiese poi Daniele, tornando al discorso della ragazza.

– Quando ti innamorerai sul serio capirai la differenza! – esclamò Beatrice.

La conversazione sarebbe continuata per ore, dato anche l’inesistente tasso di lucidità del gruppo, ma Thd troncò sul nascere ogni battibecco:

– Ehi, sono quasi le tre del mattino, la serata sta degenerando. Che ne dite se andiamo tutti a casina?

– Altri cinque minuti…

– Bea, vuoi uno strappo in motorino? – chiese ancora lui.

– Tranquillo, la porto a casa io, ho la macchina. – si offrì Yuri, stiracchiandosi.

– Te la senti? – chiese l’altro, un po’ preoccupato – Comunque per me non è un problema, tanto sono di strada.

– No, la riaccompagno volentieri.

Barcollando, sostenendosi a vicenda, Yuri e Beatrice arrivarono sulla porticina della sala prove, preceduti dagli altri. Daniele si voltò a guardarli e scoppiò a ridere, domandando scherzoso:

– Ehi, voi due, dove finirete la serata?

– A casa mia! – esclamò Yuri, stringendo Beatrice.

– Sicuro! – ironizzò lei – Con la sbornia che hai…

– Senti chi parla!

– Guarda che è colpa tua!

– Ma che carini… – rise ancora Daniele – Beh, del resto “l’amore non è bello se non è litigarello!” Dov’è che l’ho sentito?…

– Amore? Qui nessuno dei due ha parlato di amore! – sbiascicò Beatrice.

Le grida del gruppetto erano l’unico rumore della città, a quell’ora del mattino. Sarebbero rimasti là fuori ancora un po’, a ridere e scherzare, se non fosse stato per un’anziana signora, che accese la luce al quarto piano del palazzo all’angolo, rovesciando un secchio d’acqua dalla finestra, centrando Daniele e Beatrice:

– Delinquenti, andate via!

Daniele guardò in alto, fradicio come un pulcino:

– Ma come si permette? – gridò poi – C’è modo e modo, di dire le cose! Sa che potrebbe scattare una denuncia?

– Daniele, non attaccare briga…

– Ehi, ci ha rovesciato un secchio d’acqua fredda! – si scaldò l’altro.

Un’altra luce si accese, poco più in là:

– Sapete che ore sono? – gridò un uomo, svegliatosi di soprassalto – Qui c’è gente che domani va a lavorare!

– Ci vorrebbe la galera, per quelli come voi! – strillò una voce quasi isterica dall’attico. Si era già svegliato quasi tutto il palazzo.

I ragazzi si allontanarono in fretta, tra gli inquilini che borbottavano e le luci già accese nel cuore della notte. Beatrice, con i capelli che grondavano, starnutì e si scusò più volte. Yuri la strinse, sfregandole le spalle come per tenerla calda. Ormai la sbornia era passata.

– Dai, ti porto a casa.

Gli altri si fecero attorno alla macchina del ragazzo, per salutare.

– Ehi… piano per strada. – raccomandò Daniele.

– Dai, sono appena cinque o seicento metri… – sorrise Beatrice, battendo i denti dal freddo – Si potrebbe quasi andare a piedi.

– Ci becchiamo domani…

– Alla prossima…

– Mi raccomando, Yuri, comportati bene! – rise Stefano, dietro di lui.

Pochi minuti, e i due ragazzi furono già sotto casa di Beatrice.

– Asciugati i capelli, prima di metterti a dormire, e metti una trapunta sul letto, così non prenderai freddo… – suggerì amorevolmente Yuri. La ragazza lo scrutò un istante e scoppiò a ridere:

– So badare a me stessa, tranqui…

Stava per scendere dalla macchina, dopo aver ringraziato, quando lui la fermò, posandole una mano sulla spalla:

– Non stavo scherzando.

– Yuri, cos’hai stasera? – sorrise – Sei troppo gentile, per i miei gusti!

E il ragazzo, per tutta risposta, la tirò a sé, baciandola.

– Questo per cosa? – mormorò, sorpresa.

– Beh, perché… Se non ti do neanche un bacio… – sorrise, baciandola di nuovo – non posso baciarti la seconda volta…

Beatrice rimase vagamente confusa, lucidità che sfumava a tratti, ma quella situazione non le dispiaceva affatto.

Tanto che se ne restarono almeno mezz’ora sul portone di casa

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Commenti

  1. Ho appena letto l’anteprima. Uno stile di scrittura veloce, immediato e autentico, che ti spinge ad andare avanti senza neppure accorgertene. Sono davvero curiosa di scoprire che cosa accadrà!

  2. (proprietario verificato)

    Un libro bellissimo. Coinvolge e ti immedesimi con i suoi personaggi perché veri. E ho versato anche qualche lacrima cosa che mi accade raramente con i libri che leggo. Grazie per le emozioni.

  3. Anche per questo libro, come spesso mi succede, l’inizio è lento, forse troppi dialoghi, poi il racconto comincia ad intensificarsi e la narrativa è più fluida, la scrittura è meno punteggiata e al capitolo ” Alla sala prove” tutto cambia! Esplode la storia ed i personaggi entrano nel mio cuore. La curiosità da lettrice prende il sopravvento, sai quella voglia di andare avanti e sapere come va a finire?… .. le storie in questo caso ne sono diverse e gli amici del Vicolo dei Salici è la versione moderna di “sapore di mare”; una bella e non banale storia di amicizia e di vita che spesso sfocia in una fine tragica ma tutto servirà a trovare la forza per vivere la vita, al di sopra di tutto. Complimenti a Stefania promettente scrittrice.

  4. (proprietario verificato)

    Tutti quei: ” ehi ti ricordi?” detti tra vecchi amici. Tutti quei pomeriggi sul muretto di casa o del parco a parlare di cosa poi…..di tutto! Ecco l’infanzia e l’adolescenza racconta in un libro. Leggi e magicamente ti ritrovi lì. In mezzo a loro. Immagini i loro visi come in un film. Un libro che racconta cosa è davvero l’amicizia.

  5. (proprietario verificato)

    Il libro è veramente bellissimo. Una storia pura, fatta di vita reale, che ti coinvolge in pieno. Non vedevo l’ora di finirlo per sapere che cosa sarebbe successo ai personaggi, e una volta finito mi sono sentita smarrita perché avrei voluto continuare. I personaggi ti entrano dentro come un pugno. E la scrittura di Stefania è così fluida che il libro scorre come acqua di una cascata. Lo consiglio vivamente a tutti!

  6. (proprietario verificato)

    “Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso”, diceva Pennac.
    Niente di più vero, soprattutto in un periodo storico come questo: perdersi fra le righe del testo e ritrovarsi con la fantasia ad essere parte di quei personaggi e rivivere per un attimo, attraverso loro, la nostra giovinezza… una boccata di aria pura! Quanto serviva!
    La scrittura di Stefania è unica nel suo genere, perché trasparente e pura… proprio come la sua storia! Brava… e grazie, perché mi hanno insegnato che, quando si può godere di una cosa bella, bisogna sempre ringraziare.

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Stefania D'Angeli
Sono nata a Roma, marchigiana di adozione ormai da tempo immemore.
Innamorata dei viaggi (di quelli fatti e di quelli ancora da fare!), della fotografia e della vita. E, forse, nel mio amore per la vita c'è lo zampino della scrittura. Scrivere, infatti, è stato per anni una "terapia": ho affidato alle parole e alla carta tutto ciò che avrei voluto essere, tutti i miei sogni e le mie speranze, e mentre crescevo, i personaggi delle mie storie sono cresciuti con me. I miei appunti, quelle frasi che volevano uscire dalla testa e mi svegliavano di notte, i pensieri sconnessi che trovavano magicamente un senso quando li rendevo tangibili (e "leggibili"!). Scrivere è stato il posto in cui tante volte mi sono rifugiata.
Il mio "luogo sicuro".
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