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Verbum - Custos Verbi

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Consegna prevista gennaio 2020

La metropoli di Neo Babylon è l’ultimo baluardo dell’esistenza umana in una Terra sconvolta da un’apocalisse obliata.
Da quando i migliori tra gli uomini, gli Esuli, lasciarono il pianeta in cerca di una nuova casa per il genere umano senza fare mai più ritorno, nulla è cambiato. Mille anni dopo l’unica e vera democrazia continua a perseguire i suoi dettami di ordine, unità e stabilità, avvolgendo l’umanità in un perenne presente dal destino segnato.
In questo immobile mondo residuo, tenuto insieme dalla tecnologia e dalle ferree regole che ne scandiscono ogni istante di vita, i membri dell’Ordine dei Custos, uomini e donne capaci di intuire e scorgere l’immediato futuro, percorrono le vie della città cambiando ciò che gli viene mostrato attraverso le loro visioni.

Quando la città inizia a tremare a causa di attacchi terroristici misteriosi e senza precedenti, l’Ordine sarà chiamato a esprimere tutte le sue potenzialità o assistere impotente all’estinzione del genere umano.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere, creare è aprire una porta verso un altrove più reale del reale stesso. Per me l’aver scritto questo libro è l’atto finale di un ascolto, di una visione, di un sentirmi un mezzo e mai un fine. Al suo interno non parlo di me, del mondo che mi circonda o di quello interiore. A guidarmi è l’intuizione di un mondo archetipico, superiore, universale. Ed è a partire da ciò che irrompe la necessità di narrare, tornando nel mondo, ispirando così gli altri, e anche me stesso, profondamente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

E le labbra si mossero.

«Da sempre cerchiamo la Verità, eppure…» le labbra si incresparono in un mesto sorriso «eppure è ciò da cui rifuggiamo, anche quando ci si presenta davanti in tutta la sua semplicità. Ne abbiamo paura, abbiamo paura di quella purezza, perché in quei momenti non ci sono ombre nelle quali nasconderci, non vi sono sfumature o interpretazioni nelle quali sfocarsi o con le quali celarci, velarci, mascherarci ed evitare così di vederci, di riconoscerci. In quei momenti c’è solo la Verità. Irradiante, onnipresente, viva. E non si può che accettarla, viverla, riconoscersi parte di essa. E così…»

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 «E così?» la voce di lei fremette.

«E così non si può che accettare di perdere qualcosa di noi stessi, quella parte che ci urla di essere unici, di essere liberi di fare ciò che vogliamo, di essere l’unica nostra realtà»

Il monitor vibrò per una interferenza e con esso l’inquadratura in primo piano della bocca dell’uomo.

«E perché ci comportiamo in questo modo?» la domanda, così tenera e ingenua, il tono femminile in bilico sulle note della commozione.

«Perché non può che spaventare capire che la Verità non ci appartiene, ma noi apparteniamo ad essa. Non possiamo plasmarla a piacimento, e ogni tentativo, beh, ogni tentativo è destinato a fallire. Non importa se occorreranno minuti, anni, secoli, millenni. Basta un attimo a farci sperimentare l’eternità. E finché non si sarà pronti ad accettare quell’attimo puro, come sotto un sole accecante, non possiamo che chiudere gli occhi e tornare a sognare. Tornare nella caverna» sorrise.

«Da quanto esistete?» ancora la sua voce proveniente dalla luce accecante del faretto acceso per la ripresa. Cristallina sopra il costante rumore meccanico della vecchia macchina da presa.

«C’è chi dice da secoli, da quando le cose iniziarono a mettersi male, o da quando i primi partirono e non tornarono più. Altri sostengono che esistiamo da sempre» scosse le spalle. Ma questo solo lei poté vederlo.

«E tu, cosa pensi?»

«Io penso che sia ininfluente. Se la storia insegna, le cronache difficilmente lo fanno»

«Ma quindi, cosa siete?»

«Siamo Custos» rispose semplicemente l’uomo.

«Sì ma…»

«Tu credi sia la funzione a definirci. Ma non è così. Non lo è mai stato» la interruppe.

Le labbra rosse che lui poteva solo ammirare nella visione intenta a sovrapporsi alla realtà, si aprirono dietro l’abbagliante luce. Ma rimasero silenziose non appena lui riprese con un lieve cenno del capo.

«Si pensa che ciò che noi possiamo fare sia possibile perché il nostro genoma si è alterato lentamente, nel corso del tempo. Che la nostra capacità di vedere brevemente nel futuro immediato sia il frutto di una evoluzione. Sostengono che il nostro potersi addentrare tra le pieghe del tempo sia in realtà il risultato di complessi calcoli quantici che la nostra mente abbia imparato ad elaborare in pochi istanti. Una capacità di compenetrare a fondo la relazione causa-effetto trascendendola»

«Ed è lo stesso per tutti voi?»

«Non siamo tutti uguali, ognuno ha un suo modo con il quale descrive ciò che può fare. Alcuni di noi erano capaci di vedere pochi minuti avanti, altri decine. Almeno per le apokalypses. E molto più avanti invece per…altre intuizioni».

Fece una pausa.

«Altri, compreso l’Ordine stesso, hanno avuto di noi una visione più mistica. Esseri non del tutto umani, capaci di connettersi con il Tutto, con l’energia che pervade ogni cosa, di leggere la Verità attraverso la sua manifestazione plurale, modulare la sua vibrazione e interagire con essa, percepire lo spazio e il tempo come un tutt’uno, annullandoli. I mezzi con il quale il velo di Maya è destinato incessantemente a squarciarsi»

«E tu? Tu cosa credi?»

«C’è differenza? Modi di dire la stessa cosa e allo stesso tempo entrambi incapaci di spiegare la realtà… nella sua essenza. Maschere»

«Maschere?» un bagliore rosso e poi una voluta di fumo.

«Che cos’è la Verità?» ribattè dopo alcuni istanti l’uomo ignorando la domanda.

«Io, non saprei…» rispose la donna improvvisamente a disagio.

«Un buona risposta. Avresti potuto dire qualsiasi cosa, eppure non l’hai fatto. Etsi, den gnorizo»

«So di non sapere»

Annuì. «Vedi, ognuno ha una sua declinazione della verità.

Tutti percepiscono per la loro stessa natura che ne esiste una sola, eppure ognuno pretende che la propria versione sia la più perfetta. Ognuno le dà una sua forma, scolpendola in parole, in pensieri, in azioni, in morali, in religioni, in leggi e sentimenti. E persino costoro, della propria, ne ha una mutevole…prospettiva, che cambia nel tempo, senza che ce ne si accorga. E tutte queste verità entrano in conflitto le une con le altre. Sorgono occasionali nemici e alleati, opinioni e consensi, rivoluzioni e propagande. Io e tu. Noi e voi. Ma solo quando qualcuno con la propria semplice esistenza rammenta loro, ricorda alla loro anima, che non può essere così, che esiste una sola Verità, allora quel qualcuno illumina troppe ombre e diviene l’altro, il nemico»

«È per questo che vi odiano?» un’altra voluta di fumo uscì dalle sue labbra rosse. Ora lui poteva vederle con gli occhi abituati alla luce abbagliante puntatagli contro.

«Sì è per questo»

«Ma…»

«Cosa ci rende diversi da coloro che ci odiano?»

«Lo stai usando ora?» la donna trasalì in un brivido.

«Posso smettere di essere ciò che sono? Esserlo una volta è esserlo per sempre»

«Sì, cosa vi rende diversi?» confermò lei mentre placava gli ultimi sussulti provocati dalla vista atemporale dell’uomo.

«La Verità non può essere declinata, può solo essere accolta e vissuta. Non perché ci arriva da chissà dove, ma perché noi siamo suoi frammenti da sempre. Non si è detentori della Verità, non si può essere amanti della Verità, non si può essere cercatori della Verità, non si può essere legislatori della Verità, bocche della Verità e neppure nemici della Verità. Solo parte della Verità.»

«Servitori?» intervenne la voce di donna.

Sorrise. «Se vogliamo possiamo dire così, ma anche questo, temo sarebbe frainteso. Noi l’accettiamo. Tutto qui.»

Seguirono alcuni minuti di silenzio, rotto solo dal costante rumore della cinepresa.

«Perché mi hai parlato della verità?»

«Perché il nostro dono fa sì che essa si imponga e squarci il nostro, il vostro reale. Come spalancare una finestra all’alba a qualcuno che sta dormendo. Le nostre scelte sono uno spiraglio sulla… fede. Quando agiamo non possiamo dimostrare di aver fatto la cosa migliore. Non per questo però non andava fatta.

E ciò che rimane è la domanda: verrà accettata? O ricorderà a tutti, radicalizzandola, l’onnipresenza tirannica della propria verità? Quando accadrà che il sole abbaglierà troppo e una volta di troppo?

Vedi molti oramai ci considerano dei vigilantes, freddi, amorali persecutori di una nostra visione della legge, standone al di sopra e il cui unico scopo sia quello di prevenire crimini. Ma non è così. Ogni vita che salviamo ha un suo perché, ha un suo scopo, fa parte della Verità, e un ruolo da interpretare in essa. Non ci limitiamo a fermare una mano che sta per uccidere, ad un attentato di compiersi, ad uno spacciatore di vendere droga ad un ragazzino per strada. Noi siamo altro da ciò. Eravamo altro da ciò»

Una lieve smorfia increspò le labbra.

«Ciò che siamo è qualcosa di ancora più radicale e…semplice. E il nostro compito non è quello di mantenere l’ordine, ma è molto più antico ed essenziale, e il nostro sguardo non si limita, non dovrebbe mai limitarsi, all’immediato. E forse in questo abbiamo delle colpe. Per troppo tempo oramai ci siamo confusi con l’immagine riflessa di noi stessi nei vostri occhi».

«Con la maschera» aggiunse titubante il soprano della donna.

«Con la maschera» convenne l’uomo.

Sentì la penna passare sulla carta e una pagina del blocco note girare.

«In quanti siete rimasti?» chiese.

«Pochi» si interruppe, le labbra divennero sottili, per poi contrarsi in un moto di concentrazione «Dopo ciò che è successo in questi ultimi giorni qui a Neo Babylon di Custos come li conoscevamo, non ne rimane nessuno… dopo che…» la voce dell’uomo si interruppe, le sue labbra si serrarono, immobili.

«Mi dispiace…» la voce si ruppe accorgendosi solo allora che lei portava la stessa ferita.

Non disse nulla. Lei rispettò il silenzio e non andò oltre.

Dopo un poco riprese: «Com’è la vostra vita?»

Sorrise. «Difficile a dirsi. Io non so come sia la vostra, posso solo immaginarla, non ho quindi nessun metro di paragone per definire la mia. L’unico modo è narrarla».

«Raccontami, ti prego».

«Viviamo perlopiù vagando nelle strade. Abbiamo dei rifugi sparsi per la città, ma la nostra casa, sempre che sia una casa, è all’Akropolis. Lo Ieron, il Tempio, come viene chiamato. Dobbiamo tornarci regolarmente, qualora sia possibile. A volte c’è così tanto da fare da impedirci di poter tornare, ma non possiamo mancare troppo a lungo. La burocrazia e i controlli non ce lo permetterebbero. E neppure coloro che vigilano su di noi. In tempi passati vi era chi si allontanava e non tornava più, ma per costoro c’era solo una possibilità: l’esilio fuori dalla città. E quindi la morte» prese una breve pausa.

«Ogni volta che torniamo all’Akropolis, che dormiamo, che non siamo là in mezzo, tra la gente, sappiamo anche che non abbiamo impedito qualcosa che poteva essere impedito, salvato qualcuno che poteva essere salvato, detto o fatto qualcosa che doveva essere detto o fatto.»

Si fermò ancora per qualche istante.

«Come sai ci è proibito parlare. Se non qualora non sia necessario alla nostra…funzione. Non possiamo farci conoscere, né intrattenere nessun tipo di rapporto, con nessuno, all’infuori dei nostri fratelli e sorelle. Ed anche in questo caso, solo e sempre in funzione del nostro scopo».

«È per questo che portate…»

«Questa?» toccò il pezzo di nera stoffa pesante posata sul suo avambraccio.

Lei annuì.

«Sì, è anche per questo. Ci rende distinguibili, e sai qual è la pena per chiunque altro si copra la parte inferiore del volto. E per chi ci disubbidisca, naturalmente»

«La morte».

«La morte» annuì lui.

«Chiunque veda qualcuno indossarla viene preso dal timore, dalla deferenza, e ora sempre di più dalla diffidenza, e dall’odio. Cosa meglio di ciò che nasconde è soggetto a cambiare la percezione delle persone a seconda dei tempi…»

«E se qualcuno di voi trasgredisse?»

«Vuoi dire come sto facendo io ora?»

Poté percepire l'assenso del capo.

«Vi sono sorti peggiori dell’esilio e della morte»

«Ma non possono…»

«Possono e lo fanno, lo hanno fatto. Vite tenute in sospensione forzata, e in passato succedeva anche di peggio. Soggetti per gli esperimenti sulla nostra natura, alcuni ridotti persino a vegetali, altri rinchiusi fino alla follia». La vide rabbrividire per la consapevolezza improvvisa del rischio che lui stava affrontando.

«Ma perché non potete parlare? Perché vi tengono lontani da noi, impossibilitati a spiegarci ciò che siete, e noi di conoscervi. Non è giusto!» la sua voce divenne così appassionata e viva nella sua profonda e umana compassione. Amore?

«Perché siamo un pericolo. Noi sveliamo chi voi siete, non tanto e non solo con ciò che facciamo o con ciò che ordiniamo, ma con la nostra stessa esistenza. Noi mostriamo troppo chiaramente la Verità, ma la Verità…»

«La Verità va vissuta» concluse la donna immersa nel flusso c

Questa volta fu lui ad annuire. E lei ne ammirò il viso calmo, fiero, così illuminato dalla luce del riflettore mentre tutta la stanza giaceva nell’oscurità. Non riuscì nemmeno per un attimo a guardare lo schermo che rimandava a lei la ripresa di una parte così insignificante di quel volto che lei, solo lei, poteva contemplare per intero.

«E chi indossa una maschera più artificiale, chi ha da difendere una verità più radicale, di colui che recita la parte del protagonista? E in questo mondo si è scelto di confondere l’autore con i protagonisti…» di nuovo quel sorriso mesto e teso.

«Che differenza c’è?»

«L’autore crea, non è scelto tale ma semplicemente lo è. È la sua natura. E la natura, che sia materia o spirito, non è soggetta a votazioni, alle vostre verità, alle opinioni. I protagonisti invece sono la quint’essenza delle realtà create da ciascuno, coaguli innalzati sopra la massa perché portatori di una somiglianza con le piccole vostre identità che vi tengono insieme. Ne sono le idealizzazioni» prese fiato.

«Conosci le antiche storie dei Titani?» riprese dopo poco.

«Sì le ho studiate»

«Abbiamo qui una piccola ribelle?» incredibilmente quel viso malinconico in quel momento sorrise.

E lei arrossì ma comprese ciò che egli intendeva.

«E tu…»

«Sì, devo» le labbra tornarono ad essere sottili e serrate.

«È per questo che hai acconsentito a farti intervistare?» la sua voce tremò, impercettibilmente, vibrando di paura.

L’uomo annuì.

«Qualsiasi sia il prezzo?»

«Non esiste nessun prezzo, solo ciò che siamo. E io sono un Custos»

«Non hai paura?»

Guardando i suoi occhi lui seppe che lei ne aveva per entrambi.

«Cambierebbe qualcosa?» doveva fare quella domanda, quel momento doveva esistere.

«Una volta ed è per sempre» ripeté lei, le sue stesse parole.

Lui sembrò estraniarsi. Lei lo vide nei suoi occhi che si allontanavano, eppure percepì il suo sguardo come se si fosse reso presente tutto attorno. La osservava dalle labbra immobili sul monitor alla sua destra, dal buio alle sue spalle, e nella luce che vi si rifletteva come nuova, non più artificiale.

Poi tornò ad essere solo dentro se stesso.

«E tu hai paura?» chiese Orfeo.

«Prima ne avevo. All’inizio, molta» rispose la donna.

«E cosa è cambiato?»

«Io…credo che prima avessi paura perché non comprendevo le cose come le comprendo ora» sorrise a se stessa, un sorriso spontaneo, di quelli irresistibili.

«Su di noi?» chiese Orfeo conoscendo già la risposta.

«No, non solo. Su ciò che ci circonda, di cui facciamo parte…non so spiegarlo»

«Nessuno sa spiegarlo. Non agli altri almeno. È la profonda consapevolezza che facciamo parte di un Tutto unico e che non esiste nulla o nessuno al di fuori di esso. Nonostante i nostri sforzi per dimostrare il contrario e che ci conducono alla vera e unica morte»

«E perché proprio io?»

«Io. L’eterna tentazione di sentirsi qualcosa di… individuale. Fatale errore» Orfeo cercò le parole con accuratezza. «Credi ancora che, come i nomi che portiamo, qualcosa possa essere frutto del caso?» continuò.

«No, non lo credo… non penso di averlo mai creduto» abbassò lo sguardo, arrossendo ancora.

«È, semplicemente è»

Lei allungò la mano, un click. La bobina rantolò ancora un poco e infine la telecamera si spense e l’immagine sparì dal monitor. Lui si alzò e lei fece lo stesso, si guardarono immobili l’uno di fronte all’altra. Euridice gli prese la mano e se la portò al viso.

La accarezzò e sentì le lacrime iniziare a scendere scosse da un unico sussulto.

«Tutto questo… tutto questo avrà delle conseguenze?» chiese con la sua voce flebile, immersa nella carezza.

«Molte» le bisbigliò all’orecchio prima di posare le labbra su quelle di lei.

 

Sei giorni prima

Prima die

Laudes

 

 

Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire. (Apocalisse 3,2)

«[…] diverrai tu un Custos?»

«Sarò un Custos»

«E chi servirai?»

«Sempre e solo la Verità a cui tutti apparteniamo»

«A cui tutti apparteniamo»

(Cerimonia Custos del Nome)

Il fetore e la frenesia della metropoli lo inondò, come ad ogni pallido giorno, appena aprì gli occhi. Sentì la vita affannarsi attraverso la finestra aperta. Le urla dei venditori ambulanti, dei tassisti, dei mendicanti e delle prostitute, l’eterno suono di ingranaggi, di macchine usurate, il rimbombo delle tubature, dell’acqua che vi scorreva e il sibilo degli autoveicoli che sfrecciavano a decine di metri da terra.

Si alzò e le molle sotto il materasso cigolarono. Sembrò quasi un suono antico in mezzo al vociare caotico, a quel coacervo di suoni alieni, eredità di un passato che tutti si ostinavano ancora a chiamare futuro.

Si slegò dal braccio un pezzo di stoffa scuro e pesante e se lo legò, come ogni, ogni, ogni giorno, attorno al collo fino a coprire la bocca. Lo accomodò facendo appello ad una memoria tattile oramai istintiva in modo tale da sistemare il simbolo del triangolo con all’interno l’occhio onnisciente all’altezza delle labbra nascoste. Indossò così la kaluptra, la maschera dei Custos. Il piccolo inevitabile rituale di ogni Custos Verbi.

A passi lenti si diresse verso la finestra, si appoggiò al suo stipite e guardò fuori. L’aria fredda illuminata dai raggi trasversali e malati del sole che tentavano di farsi largo attraverso la foschia del grigiore dei fumi metropolitani. Sotto di sé per decine di chilometri si stendeva ancora una coltre di false stelle, luci, neon, led, insegne luminose perennemente accese. E quel nero trambusto fatto di persone e strade, palazzi che si perdevano nei banchi di caligine stantia che come una palude intrappolavano la visione del cielo. Lontano l’eco dei megafoni, delle pubblicità e dei proclami sui maxischermi appollaiati sulle ripide pareti di quegli antichi castelli decadenti dove viveva ciò che rimaneva dell’uomo. A nord i suoni lontani delle sirene dell’Akropolis che scandivano il tempo rendendolo così opprimente, così scontato nella sua incessante misurazione.

Cercò senza trovarlo un soffio di brezza rinfrescante, percependo invece, come sempre, il gelo dell’alba soffocata dagli opprimenti miasmi della sopravvivenza. Nessun vitale alito di vento ad addolcire il risveglio con la sua naturalezza. Solo lo spostamento d’aria, altrimenti immobile, proveniente dal passaggio dei veicoli.

«Un nuovo giorno, per ciò che rimane» bisbigliò, sperando tra sé che quelle sarebbero state le uniche parole che avrebbe dovuto pronunciare prima della prossima alba. Appoggiato al davanzale guardò sotto di sé il formicaio impazzito dell’umanità affannarsi senza uno scopo apparente, imprigionato nell’alveare ottenebrato della vita scandita. “Proprio come dovrebbe essere” pensò amaro.

Guardò attorno a sé la stanza e gli altri letti vuoti. “Un tempo ce n’erano così tanti e ora siamo così pochi”. Voltò le spalle a quello specchio tetro della realtà, si avvicinò alla sedia di fianco al suo letto, raccolse il lungo cappotto e indossatolo ne estrasse un pesante mazzo di chiavi. Aprì ognuna delle serrature che assicuravano la porta del rifugio e la richiuse alle sue spalle.

Venti piani sotto con cautela uscì dalla porta secondaria che solo lui e i suoi compagni conoscevano e svoltato il sudicio vicolo arrivò sulla strada osservando sopra di sé il tetto di traffico di autoveicoli.

“Una bella metafora” pensò, c’è chi può permettersi di galleggiare a mezz’aria e chi invece… senza pensare si spostò di alcuni passi alla sua destra prima che un vecchio taxi su ruote potesse investirlo nella frenesia della corsa. E fu lungo quella strada, come mille ve n’erano a Neo Babylon, che arrivarono a posarsi su di lui le prime occhiate. Intimorite, naturalmente, e ostili. Sempre più ostili. E le cose stavano peggiorando troppo, decisamente troppo, rapidamente.

Non erano mai stati considerati con affetto, questo era vero. D’altronde, erano potenti, erano enigmatici, diversi. Qualsiasi loro ordine andava eseguito, loro vedevano il futuro. A volte capitava che qualcuno, costretto ad obbedire per un bene superiore, covasse risentimento e non lesinasse di mostrarlo. Ma il numero di quelli che erano episodi isolati, rari e quasi unici, stava aumentando esponenzialmente. E sempre meno possessori del dono venivano trovati, grazie all’intuizione, dai cercatori. Non vi era quasi neppure più nessuno che poteva essere definito cercatore. Una specie morente. Come milioni di altre oramai estinte, anche la loro stavano lentamente morendo immersa in quel mare di lenta decadenza.

Ognuno in quel dannato formicaio era schedato, marchiato e controllato fin dalla nascita. Nessun potenziale Custos doveva sfuggire e ognuno di loro andava addestrato correttamente.

Era la legge. L’unica legge a cui dovevano sottostare. Unica eppure pesante, sempre più pesante e ottenebrante.

Il Codice e le sue postille di controllo.

A loro tutto era concesso, e nessuno poteva opporvisi. Quando loro ordinavano qualcosa, qualsiasi cosa, con un gesto, un’azione o una parola, ognuno in quell’ultima città degli uomini doveva obbedire. Infrazioni non erano tollerate. Ma quasi nessuno più l’accettava passivamente come dogma. Sempre più raramente coloro che divenivano i bersagli dei loro imperativi si domandava il perché, o ne voleva scorgere la necessità nascosta tra le pieghe della legge della causalità. Nessuno voleva indugiare sulla necessità della loro esistenza, del loro agire.

Raramente si spingevano percepirne le conseguenze e mai vi sarebbe seguita qualsivoglia riconoscenza.

Al non voler comprendere non poteva che seguirne l’incomprensione, l’intolleranza, l’odio. Cionondimeno era questo ciò che erano. E lui, Orfeo, era uno di loro da ben quarant’anni. E quegli sguardi di ostilità non presagivano che male. La fine, o peggio. La mattina precedente aveva incontrato Laocoonte, Custos suo confratello. La sua mente andò indietro, mentre il corpo continuava a camminare lungo la via. Ad andare avanti, a condurlo e preservarlo, ci avrebbe pensato l’istinto della sua preveggenza.

Orfeo aveva appena varcato le immense porte dello Ieron, il Tempio dell’Ordine dei Custos.

I due uomini si scorsero al lume delle vibranti torce e si scambiarono un veloce saluto col cenno del capo lungo il corridoio del Tempio. Il passaggio che conduceva all’uscita dell’enorme edificio era reso ancora più imponente dal loro esiguo numero e più asfissiante dalla massiccia presenza degli ippeis, le guardie pesantemente armate dell’Akropolis, chiamata più comunemente Cittadella, i loro custodi, coloro che dovevano vigilare su di loro, ma che sempre di più erano divenuti i controllori del loro operato. Gli occhi onnipresenti del governo della città su quell’antica reliquia persistente dalla fondazione stessa della metropoli.

Quando si incrociarono, Orfeo percepì negli occhi del confratello un’urgenza e una paura così estranee in quella porzione di viso di solito rassicurante e colma di gentilezza. Laocoonte, contravvenendo all’etichetta dell’ordine, gli afferrò l’avambraccio e fece cenno di seguirlo. Orfeo lo vide voltarsi e tornare sui suoi passi e lo seguì fino alla grande sala del consiglio.

L’immensa sala rotonda con la sua cupola era vuota e nessuno sedeva sui trecentosessantacinque scranni posti tutti intorno in due ampi cerchi sfalsati. “Eravamo così tanti”. Quel pensiero risultò quasi permeato da un’eco di incredulità. E ciò lo colmò di inquietudine.

Si fermarono sotto il colonnato che girava tutto attorno alla stanza e Laocoonte si abbassò la maschera dalla quale fece capolino la barba castana che, come i suoi lunghi capelli brizzolati, era accuratamente raccolta in lunghe e sottili treccioline. Orfeo capì che avrebbe dovuto parlare. Lo capì dall’urgenza di quegli occhi color nocciola sommossi da involontari movimenti. Con un rapido gesto si liberò anch’egli il volto. Guardandosi attorno parlò a voce bassa. In un sussurro.

«Dimmi»

Tra loro, tra Custos, ogni parola resa non necessaria dalla rapida e pronta intuizione era uno spreco, un’inutile possibilità di fraintendimento. Una complicazione dannosa e pericolosa.

«Ieri notte è successa una cosa che mi ha molto turbato. Ne ho già riferito alla Metera, ma devo avvertire anche te» rispose Laocoonte trattenendo a stento l’inquietudine.

«Racconta» lo esortò Orfeo.

«Stavo tornando allo Ieron, quando arrivò una apokalypsis». Le apokalypses, uno dei grandi misteri dell’Ordine. Le visioni fugaci ed esatte del tempo a venire, le profezie di quella porzione di futuro che veniva loro chiesto di cambiare. La rivelazione di ciò che sarebbe successo e che andava corretto, il loro sacro compito, la loro ragion d’essere. Ciò per cui venivano addestrati e mandati per la via.

«Riguardava una donna poco distante, la cui lunga ombra già intravedevo dietro l’angolo del vicolo. La donna stava litigando con il suo uomo, suo marito, mentre una bambina di sei o sette anni tirava la manica dell’uomo. Li avevo quasi raggiunti lungo la strada quando accadde. Si trattava di due zeugiti del sesto demos, il quartiere era quello».

«Quello dei vigilantes, della polizia civile».

Laocoonte annuì.

«Lui l’avrebbe picchiata a sangue, sarebbe morta di lì a poco, prima che i paramedici potessero arrivare dal centro più vicino. Sapevo che sarebbe stato inutile avvertirli prima. Avrebbero incontrato un ingorgo causato dall’autobus che mi era appena passato a fianco. Troppo stipato dei pendolari della fine del turno diurno. Sarebbe morta lì in strada.

Passata la visione intervenni.

L’uomo mi vide appena voltai l’angolo ma questo non bastò.

Non basta più oramai. Lo sai. Non ricordo nemmeno più quando bastava questo per far cambiare il corso delle cose.

Allora seguii il protocollo, la legge dell’imperativo e lo indicai fermandomi a pochi passi dalle due. La bambina ammutolita si ritirò nell’androne in ombra più vicino. La donna, voltatasi dopo aver visto la smorfia sul viso dell’uomo, mi scorse e prendendo coraggio cercò di divincolarsi dalla sua presa. Ma lui non aveva nessuna intenzione di lasciarla, ovviamente lo sapevo. L’erotema semantikos è oramai quasi sempre inutile.

Parlai da sotto la kaluptra, intimandogli di lasciarla.

Non arrivai nemmeno ad abbassarla. Avevo visto che sarebbe stato tutto inutile. E il tempo stringeva. Non ho potuto far altro che agire, passare subito all’erotema praxis. Il vigilantes fuori servizio cercò di schivare la mia finta e, prevedendolo, lo colpii invece in pieno. Cadde a terra. Gli afferrai i polsi tenendolo schiacciato sul selciato.

Riuscì comunque a voltare la testa e guardarmi dritto negli occhi. Quello sguardo, Orfeo… sapeva che la punizione per l’insubordinazione ad un Custos ricade sotto la legge marziale. E chi non lo sa? Eppure giurerei che stesse sorridendo tra i rivoli di sangue del labbro spaccato. Lo perquisii e trovai la sua scheda identificativa. Ho immesso i suoi dati nel canale extranet riservato.

Tranquillo, so che ora è agli arresti. Però sapevo anche che non sarebbe bastato neppure questo. Per cui prima di chiamare gli ippeis parlai ancora, stavolta abbassando la kaluptra:

“Quando uscirai, se uscirai, non ti avvicinerai mai più a questa donna”. L’ordine era stato dato. E comunicato anch’esso. Ma è ciò che seguì che…» sospirò quasi scosso da un brivido, un gesto così naturale eppure così innaturale per un Custos, e prese una pausa.

«Altra profezia?» chiese Orfeo.

«Sì» rispose nervosamente

«Se non me ne fossi andato velocemente, sarei stato aggredito. Ed erano tanti fratello».

Orfeo lo fissò immobile, ma senza incredulità. Quasi senza incredulità. Aveva avuto più volte la sensazione che prima o poi sarebbe successo.

«Si era radunato un capannello di agenti fuori servizio, amici dell’uomo ancora a terra. Li avevo previsti ma non avevo previsto il seguito. Avresti dovuto vedere l’odio lampeggiare nei loro occhi. Seppi che ne avevo anche alcuni alle spalle. Fu allora che presi per mano la donna e la figlioletta che aveva osservato tutto nascosta all’ombra della porta di casa e me ne andai rapidamente. Un secondo di più e non l’avrei scampata»

«Sicuro che avrebbero osato tanto?»

«Possiamo mentirci?»

«No» convenne Orfeo «L’hai riferito a Metera Sybilla mi hai detto, giusto?»

«È stata la prima. Stamattina ho anche incontrato i gemelli. Era bene che lo sapessero al più presto, sai come sono»

«Giovani» disse l’altro.

«E ancora imprudenti» aggiunse Laocoonte.

«Cassandra lo sa?»

«Speravo potessi riferirglielo tu, d’altronde è la tua orfane no? Non sarà difficile per te, dato il vostro legame»

«Farò in modo di incontrarla» annuì Orfeo.

«Morrigan era con la Metera, quindi lo sa anche lei, e naturalmente vi era anche Samuel, sebbene prima che parlassi, intuendo la gravità di ciò che dovevo riferire, gli hanno intimato di uscire ad esercitarsi. E Giona… dici che dovremmo avvisarlo?»

«Dopo che…» scosse la testa «non credo che faccia più molta differenza, non va più per la via da anni» rispose tetro Orfeo.

Laocoonte annuì e fece per voltarsi.

«Come siamo arrivati a questo?» chiese con le mani che già armeggiavano con la kaluptra nera.

«Il mondo procede Laooconte, che noi lo vogliamo o no, va avanti. Forse siamo noi ad essere rimasti indietro» rispose.

Laocoonte rispose scrollando le spalle, come un involontario brivido. Emozioni in un Custos, era difficile crederlo.

«Prudenza Orfeo, non ho una bella sensazione» aggiunse. Lo salutò col cenno del capo dopo essersi riallacciato la maschera.

Lui fece lo stesso e rispose al saluto.  

23 luglio 2019

Aggiornamento

Missione compiuta! Custos Verbi verrà pubblicato da bookabook! Che dire, grazie (anzi dovrei dire 202 grazie ad ora) a tutti coloro che mi hanno dato il loro sostegno e la loro fiducia. In alcuni casi la loro pazienza e apertura, in altri una conferma di amicizia e stima. A tutti gli altri invece dico che... ancora c'è tempo per rimediare! Archiviato il goal principale e garantita la pubblicazione e distribuzione, ora si punta all'obbiettivo successivo. Nel mirino ci sono le 250 copie che garantiranno a Custos Verbi una campagna pubblicitaria social degna di questo nome! Quindi non lasciatevi ingannare dal 100%... si può sempre andare oltre!
06 giugno 2019

Leggere Distopico

Segnalo con sommo piacere la recensione di Custos Verbi a cura di Romina Braggion di Leggere Distopico, il primo sito italiano interamente dedicato al fantastico mondo della Distopia, che potete trovare a questo link.
18 maggio 2019

Aggiornamento

Segnalo con immenso piacere la recensione di "Custos Verbi" a cura di Simone Maccapani del blog 'I cercatori di Atlantide' che potete trovare qui.
16 maggio 2019

Aggiornamento

Grazie a tutti!
Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno deciso di dare fiducia a me e al mio lavoro consentendo a "Verbum - Custos Verbi" di tagliare il primo traguardo: la stampa dell'edizione limitata (min.60 copie). In attesa del raggiungimento di più alti traguardi vi auguro buona lettura ricordandovi che è con immenso piacere che rimango sempre a disposizione per vostri commenti e/o considerazioni, privati e non!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Toderi accompagna per mano il lettore in un mondo postapocalittico, allucinato, che si svela piano piano come un paesaggio dapprima nascosto dalla bruma. Appare quindi un pianeta pervertito da una tecnica fine a se stessa e abitato da un’umanità inebetita che solo i Custos possono salvare. Ma non siamo in un banale mondo di supereroi: la salvezza è prima di tutto adesione consapevole a quell’unica Verità che schiaccia con vigore le vuote ideologie del mondo contemporaneo, il monstrum democratico in primis.
    Verbum non è dunque un libro distopico a meri fini ricreativi (ma rimane comunque perfettamente fruibile anche da parte di chi cerca “solo” una storia accattivante di ambientazione non banale con cui distrarsi): leggendolo si è portati infatti a riflettere su quelle che si potrebbero chiamare le Grandi V della storia umana: la Verità, che è una e non muta; la Volontà, che è la voglia di (ri)costruire un mondo nuovo, diverso e migliore, e anche di aderire a un preciso messaggio di salvazione; la sete d’infinito dell’uomo, si potrebbe dire; e infine il Verbo, il potere della parola che distingue l’essere umano dall’animale, elevandolo così a quel Tutto a cui appartiene e da cui discende. A quel Verbum che era in principio.
    I riferimenti precisi e pertinenti alla storia e alla mitologia greca danno smalto alla narrazione e istituiscono un paragone continuo, a tratti malinconico, con il mondo classico.
    L’appendice finale è in realtà qualcosa di più (e non è meramente accessoria): in essa vengono approfondite la storia, la forma di governo e l’organizzazione della società dei Custos. In tal modo la narrazione acquista un apprezzabile spessore supplementare che tradisce il pregevole bagaglio storico-filosofico (interiorizzato e non di maniera) dell’autore.

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Niccolò Raoul Vinicio Toderi
Nato nel 1985, marchigiano di nascita e trentino di adozione, dopo la maturità classica si laurea in filosofia estetica a Trento nel 2011. Sposato, tutt’ora risiede sulle rive dell’Adige, dove è stato per anni insegnante prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.
Da sempre assiduo lettore (dal maestro Tolkien a Herbert, da Cornwell a Lewis) e studioso appassionato di mitologie, religioni e psicologia, inizia a scrivere fin dall’adolescenza. Affinato lo stile e accumulate idee e materiali, decide di concretizzare i suoi sforzi nella creazione di un mondo immaginifico vivo e originale che prende vita in Verbum. Custos Verbi è il primo libro della sua saga fantascientifico/distopica contesa tra misticismo e tecnologia.
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