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Womenland - Cronache dalla Città Concentrica

Womenland - Cronache dalla Città Concentrica
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Consegna prevista Agosto 2022
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La Città Concentrica. Una megalopoli protetta da una gigantesca capsula semisferica, dove donne e uomini sono destinati a non incontrarsi mai. Trattati alla stregua di esseri inferiori, privati del diritto di un nome, costretti a lavorare senza sosta, gli uomini vivono nei sovrappopolati quartieri periferici ignari di quale sia il loro unico, vero scopo: fornire il liquido seminale che assicuri alle abitanti dei Cerchi Interni la continuità riproduttiva. Quando Cab513, giovane esponente della comunità maschile, incappa nel corpo svenuto della fuggitiva Mizar, prendono il via una serie di eventi che costringeranno uomo e donna, essere inferiore e creatura semidivina, a una tormentata quanto inevitabile collaborazione. Inseguiti dalla spietata guerriera Zirlin, intraprenderanno un rocambolesco viaggio attraverso i Cerchi Esterni alla ricerca del luogo leggendario chiamato Valeford.

Perché ho scritto questo libro?

A seguito di un’interessante discussione sul tema della parità sessuale, la mia mente deviata ha partorito l’idea alla base del romanzo: un mix tra contrappasso dantesco e ribaltamento dei “ruoli” stabiliti dal più becero e retrogrado pensiero sessista contro le donne, un mondo distopico dove è l’uomo ad essere trattato come oggetto, come essere inferiore; un luogo in cui l’unico scopo del maschio è assicurare alla comunità la continuità riproduttiva.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Aprì gli occhi e non vide niente. Ancora intorpidito, si stiracchiò le membra e sbadigliò rumorosamente, emettendo un suono che somigliava al latrato di uno yeti in amore.

– Luce! –  ordinò a voce alta.

Seguirono alcuni istanti di silenzio e buio pesto. Prese un lungo respiro e si alzò a sedere sul letto.

– Maledizione, Qwerty! –

Ancora nessuna risposta. Lentamente, si rizzò in piedi e barcollò qualche metro in avanti come un gorilla ubriaco. Giunto in prossimità del muro, ne tastò a lungo la superficie alla ricerca dell’interruttore manuale accompagnando il procedimento con continui mugugni di disapprovazione, finché un eloquente doppio bip non confermò il successo dell’operazione. Con un fastidioso clangore metallico, la saracinesca esterna scorse verso l’alto e la luce del giorno inondò la stanza. Per fortuna, i vetri della parete esterna erano dotati di un valido sistema anti radiazioni.

La room appariva come l’aveva lasciata la sera prima. Osservò quel buco di cinque metri per cinque con un’espressione tra il furioso e il disgustato, dopodiché si avvicinò al tavolo olografico alla sinistra del letto. Un viso dall’espressione sorridente si materializzò davanti a lui.

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– Buongiorno Cab. – esordì il Personal Assistant con voce atonalmente gioviale.

– Buongiorno un accidenti! Mi spieghi perché non mi hai svegliato? –

– Sei stato tu a disattivarmi, ieri sera. –

Cab si passò la mano tra i folti capelli castani, storcendo la bocca. Per il momento decise di soprassedere.

– Che ore sono? –

– Sono le otto e ventitre del mattino, nessuna nuvola lavastrada prevista nelle prossime due ore e le radiazioni sono leggermente al di sopra della soglia sopportabile. Consiglio di indossare una tuta antiradiazioni Kerzal. –

– Come sempre, del resto. E comunque proprio non ricordo di averti disattivato. –

– Mi dispiace fartelo notare, ma ieri sera eri decisamente più ubriaco del solito. –

Cab emise un grugnito di assenso/disprezzo. Della sera prima ricordava poco, molto poco. Solo i segni sul corpo e il colossale mal di testa gli riportavano alla mente la maxi rissa e la maxi sbronza che l’aveva preceduta.

– D’accordo, allora eccoti l’ordine del giorno numero uno: da adesso in poi, non accettare i miei ordini quando sono ubriaco. Che poi è la stessa cosa che ti ho detto anche ieri mattina, non capisco perché mi costringi a reimpostarti ogni giorno. –

– Forse perché mi fa piacere parlare con te. – ironizzò il PA.

– E chi ti dice che a me fa piacere? Sbaglio o l’user sono io? –

– Nella maggior parte dei casi, il cattivo umore mattutino è conseguenza di un sonno discontinuo o assente. Posso consigliare un periodo di riposo notturno maggiore? –

– No. – ribatté secco Cab, avvicinandosi alla finestra.

– Vuoi che ti somministri un leggero narcotico quando… –

– Voglio che tu stia zitto. –

– Sei sicuro che… –

– Muto! Adesso! –

Sulla bocca virtuale di Qwerty si materializzò una X rossa lampeggiante.

Immerso in un confortante silenzio, Cab lanciò uno sguardo all’orrendo panorama fuori dalla finestra: altissimi  grattacieli color grigio topo, ognuno tristemente identico all’altro, svettavano consunti verso un sottocapsula invernalestivo; più in basso, grovigli di cavalcavia intasati da centinaia di aerocarri di terza o quarta mano; infine, ancora più giù, una miriade di passanti rintanati nelle proprie tute antiradiazioni Kerzal, uno sciame impazzito che si muoveva in ogni direzione, respirando quell’aria densa dal sentore di cadavere in putrefazione. Eccolo lì il Quinto Cerchio della Città Concentrica.

In realtà non era poi così male. Girava voce di un recente miglioramento del sistema di filtraggio dell’aria, con un incremento della concentrazione di O2 di oltre il venticinque per cento. In sostanza, allo stato attuale poteva iperventilare con tranquillità senza correre il rischio di consumare troppo ossigeno e condannare a morte altre dieci persone, dall’altra parte della Città.

Cab si destò dallo stato di semi trance in cui era precipitato, toccò il muro alla sua destra e una porzione di parete scivolò lateralmente. Dal guardaroba scelse la solita tuta antiradiazioni color mandorla, se la infilò e chiuse la cerniera con uno scatto veloce. Non appena fissò il casco integrale al colletto, la tuta emise un rumore simile a una scoreggia e si sgonfiò, aderendo perfettamente al corpo.

– Attiva il WristCom. – ordinò Cab, indicando il dispositivo rettangolare fissato al suo polso sinistro. – E no, non puoi tornare in modalità voce. –

Qwerty annuì muovendo il testone virtuale, visibilmente contrariato. La polsiera, fissata alla tuta, vibrò lievemente a indicare l’avvenuta connessione col PA.

Cab si spostò di fronte alla porta di ingresso e quella scorse verso l’alto, ma come ogni volta emise un fastidiosissimo stridio e si bloccò a metà strada. Limitandosi a sospirare rumorosamente, il giovane uomo abbassò la testa e oltrepassò l’entrata della room, si voltò con fare irritato e assestò un possente destro allo stipite. Senza opporre ulteriore resistenza, la porta scivolò velocemente verso il basso e serrò l’ingresso.

Percorse il corridoio polveroso quasi correndo, immerso nella semioscurità del casco integrale. Abitava al settantatreesimo piano e farsela a piedi fino all’ingresso del palazzo avrebbe richiesto più di venti minuti. D’altra parte, non era consigliabile usufruire di uno dei dieci ascensori, residuati della Vecchia Era che si muovevano grazie all’azione di contrappesi ed enormi carrucole metalliche pesantemente arrugginite. Nessuno lo sapeva e, di certo, pochi se ne erano interessati, eppure un certo Hiz397 era prigioniero dell’ascensore nove da due settimane. E da almeno dieci giorni era passato a miglior vita. In prossimità del trentesimo piano, il naso di Cab avvertì un odore pungente, acre, proveniente proprio da uno degli ingressi all’ascensore nove, ma era troppo in ritardo per preoccuparsene. Giunto a piano terra, si lanciò fuori dal portone di entrata travolgendo tre passanti e scaraventandoli al suolo. Senza neanche voltarsi, ondeggiò tra la folla del marciapiede, si raddrizzò e virò a destra a velocità di curvatura.

Di Hiz397 nessuno sentì più parlare. Eppure, quasi tutti gli abitanti del grattacapsula ne percepirono il sentore per molti mesi ancora.

Il traffico della città concentrica mieteva più vittime in un mese di una guerra batteriologica in un lustro. La fascia oraria di maggior afflusso si estendeva dalle otto del mattino alle sette di sera, un’interminabile sequela di micidiali ore di punta. Fluttuando a pochi centimetri dal terreno sottostante, le flàimobìl si muovevano a singhiozzo alla velocità di un mulo zoppo, nonostante la scala del tachimetro raggiungesse i trecento chilometri orari anche nel veicolo più datato. Il sistema di volo di questi scoloriti residuati della Vecchia Era, ricoperti di ammaccature e graffi, sfruttava la forza di repulsione tra la barra magnetica fissata al telaio dell’auto tramite uno spesso strato di materiale plastico altamente isolante, e le piastre metalliche che ricoprivano le vie della città. I frequenti guasti al malandato sistema di cablaggio sotterraneo causavano spesso dispersioni di corrente ad alta tensione, determinando l’aumento esponenziale del magnetismo di alcune lastre stradali. La conseguenza era il cosiddetto effetto geyser, automobili che schizzavano in aria senza alcun preavviso e atterravano a decine di metri di distanza dal punto di decollo.

A peggiorare la situazione c’erano i gas di scappamento, banchi di nebbia densa come budino gassoso, vapori mefitici che rendevano la respirazione al di sotto dei dodici/quindici metri praticamente impossibile. Il colore di tali conformazioni aeriformi variava dal giallo vomito dopo sbornia al blu contusione, fino a raggiungere le tonalità del viola putrefazione, a seconda della percentuale di ossigeno presente nell’aria. Risultato: nessun automobilista vedeva a più di un palmo dal naso.

Se osservato dall’alto, l’agglomerato di veicoli somigliava a un enorme serpente metallico dallo strisciare lento e minaccioso. L’unico mutamento visibile, comunque minimale, lo si poteva notare quando un effetto geyser sbalzava qualche flàimobìl fuori dalla carreggiata. Colti da un’improvvisa frenesia, una miriade di automobilisti si lanciavano allora alla conquista degli spazi appena liberati, causando spettacolari incidenti, che causavano nuovi sbalzi di tensione, che causavano nuovi sbalzi di auto.

Indifferente al caos che lo circondava, Cab si muoveva agile in mezzo al traffico a bordo dell’inseparabile flàisaicol, uno degli ultimi modelli costruiti prima della Grande Catastrofe, con alettoni laterali automatici, paragambe in acciaio e singolo magnete semicurvo. La cromatura originale era scomparsa da tempo e le numerose ammaccature, sparse per tutto il telaio, garantivano allo scooter fluttuante una forma alquanto particolare.

Quel giorno guidava a velocità troppo elevata per puntare a una guida senza sbavature, e continuava a rimbalzare da una flàimobìl all’altra disinteressandosi degli insulti che i guidatori gli recapitavano. Quando raggiunse l’imboccatura del Quarto Cerchio, evitò il tunnel e svoltò di colpo a destra, provocando brusche frenate e qualche innocuo megatamponamento. Intravide la meta a circa trecento metri e accelerò, slittando sui magneti fino a mach 3. Infine, quando la vetrina del 3T1L fu abbastanza vicina da poter riconoscere le persone dentro al locale, si ricordò di non aver mai riparato i freni.

Nessuno conosceva l’esatta ubicazione geografica della Città Concentrica e le poche, frammentarie informazioni sul mondo esterno descrivevano un ambiente radioattivo, contaminato, avverso alla sopravvivenza umana. La Capsula, l’enorme semisfera azzurra che sovrastava l’intera metropoli, schermava e filtrava i raggi del sole, convertendo l’energia solare in energia elettrica. La Città Concentrica innalzata al suo interno era suddivisa in sette enormi quartieri, anche questi concentrici, denominati cerchi. I tre quartieri periferici – i cosiddetti Cerchi Esterni – ospitavano circa cinquanta milioni di persone. Sebbene gli abitanti dei quartieri centrali – i Cerchi Interni – godessero della libertà di spostarsi in tutta la città, preferivano non spingersi mai oltre il Quarto Cerchio, quello detto Estrattivo. Al contrario, la mobilità dei cittadini dei Cerchi Esterni era limitata al singolo quartiere in cui vivevano. Privi del diritto di possedere un nome vero e proprio, questi individui erano identificati attraverso una successione di tre lettere e tre cifre, il codice nominale.

Questa era la vita nella Città Concentrica: cinica, burbera, meschina. Per lo meno nella parte di città che conosceva Cab513, in cui vivevano circa cinquanta milioni di abitanti di sesso esclusivamente maschile.

– Tutto bene? – domandò Rum454 mentre lo aiutava a tirarsi su.

La tuta Kerzal si era comportata in maniera egregia, gonfiandosi non appena il flàisaicol aveva sbattuto a tutta velocità contro il marciapiede. Della manciata di secondi seguenti ricordava solamente un frantumarsi di vetri e urla di eccitazione/stupore/terrore.

– Credo di sì… – rispose Cab, in ritardo, scuotendo la testa.

Il 3T1L di Rum, lo Harakiri, era identico alla sera prima: stesse facce poco raccomandabili, stesso ambiente semibuio dall’inconfondibile odore di muffa, stessi tavoli metallici disposti a casaccio. Vov399, il barista, se ne stava impassibile al di là del bancone, strofinando un bicchiere bisunto con uno straccio altrettanto bisunto. Terminato il fine lavoro di lucidatura, senza mai staccare gli occhi glaciali da Cab, appoggiò delicatamente il bicchiere sul bancone e lo frantumò in milioni di pulviscoli.

– Sei il primo che passa dalla vetrina per entrare. – continuò Rum. – In genere gli scocciatori passano di lì per il verso opposto. –

– Lo so, ho assistito personalmente a molti di quei “viaggi”. – gli ricordò Cab, dolorante.

Come tutti i 3T1L sparsi per la città, il compito principale dello Harakiri era fornire assistenza ai pochi malati che raramente si presentavano in cerca di aiuto. Si trattava quasi sempre di raffreddori e piccole febbriciattole, niente di più. E poi vendevano alcolici. Tanti alcolici.

Rum il bruno e Vov il pallido sfioravano entrambi i due metri di altezza e larghezza, ma se il primo possedeva un enorme cesto di capelli afro e una pelle color mogano, l’altro era totalmente calvo, di carnagione nivea e sfoggiava un paio di enormi baffoni a ferro di cavallo.

– Versagli il solito. – ordinò Rum al barista.

– Ti ringrazio ma adesso non posso, sono in ritardo e devo assolutamente trovare “tu sai chi”. –

– Se stai parlando di Bar, è andato a svuotare una mezz’oretta fa e non è ancora uscito. –

Cab si incamminò verso la zona buia alla sinistra del bancone e si sfilò il casco.

– Ti conviene rimetterlo, quello. Là dentro l’odore non è dei più gradevoli. –

Il consiglio di Rum454 si dimostrò come sempre corretto. Non appena la porta del locale svuotatore si spalancò, una fragranza di fossa comune mista a naftalina e frullato di piede vecchio inondò il 3T1L. Mentre due clienti svenivano e altri sei fuggivano in preda al panico, la nube pestifera attraversava le narici di Cab e aggrediva le sue sinapsi. Non riuscì a fissare il casco alla tuta che la sua mente era già sconvolta da psichedeliche allucinazioni visivo-uditive. Di fronte ai suoi occhi stralunati si presentò un essere etereo, illuminato alle spalle da una luce accecante, una figura dai contorni sfumati e i movimenti lenti e macchinosi.

– RAGAZZO… AZzo… Azzo… azzo… – echeggiò una voce dal timbro caldo e suadente.

Cab cadde in ginocchio in uno stato di semicatatonica adorazione. Preda passiva di irrefrenabili turbamenti emotivi, la sua psiche prese a vagare nel tempo e nello spazio, ben oltre i confini restrittivi delle tre dimensioni terrene. Nell’attimo esatto in cui intravide l’illuminazione ultima, il minuscolo altoparlante della tuta Kerzal emise un bip prolungato e le ventole di aerazione si attivarono all’unisono, immettendo ossigeno depurato all’interno del casco. Qualche secondo più tardi,  debellata definitivamente l’ipossia cerebrale, i suoi sensi rinsaviti identificarono la figura ossuta e trasandata che aveva davanti.

– Ragascio sctai bene? – gli domandò Bar, fissandolo con occhi acquosi e assenti.

– Sei la seconda persona che me lo chiede oggi. – borbottò Cab mentre si rimetteva faticosamente in piedi.

– Appunto, sce lo abbiamo notato in due vuol dire che non sctai bene. Meglio bere qualcoscia per tirarsci sciu. Ehi Vov, un Tripascio per me e un Rescpiro Di Drago per il mio amico! –

Il Tripasso e il Respiro Di Drago erano due specialità dello Harakiri. Il primo, un cocktail tanto amabile al palato quanto letale per le connessioni sinaptiche, prendeva il nome dal numero medio di passi compiuti dai consumatori prima di crollare al suolo, privi di sensi; il secondo, un beverone semisolido dal perentorio retrogusto di bile, era capace di sconquassare le funzioni epatiche e assicurare al bevitore dieci ore di alitosi selvaggia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Hilary Nerelli
Nato nel 1980 nel cuore della Maremma, i genitori gli regalano subito un assaggio della proverbiale simpatia toscana affibbiandogli un nome da barzelletta.
Nel 2001, a seguito di un atto di profonda compassione, gli consegnano un diploma da perito chimico, che il nostro disinnesca frequentando per due anni i corsi di lingue e culture letterarie europee all’università di Pisa.
Nel 2003 abbandona gli studi per realizzare il sogno fanciullesco di diventare un operaio.
Cantante di una rock band con cui suona in giro per l’Italia, nonostante gli sforzi degli altri musicisti trova sempre il modo di tornare a casa.
Scrittore prolifico di romanzi mai pubblicati, nascosti in doppi fondi di polverose bauliere abbandonate, inizia a scrivere “Womenland” minacciando seriamente di pubblicarlo. Sarà un caso, ma una nuova interpretazione del calendario Maya ha spostato la data per la fine del mondo.
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