Era un fresco sabato di settembre e Clara era rimasta tutto il giorno a letto a vegetare ; dopo tutta la settimana trascorsa a lavorare, cucinare e stare dietro a tutte le originali bizzarrie della sua famiglia, si trovava finalmente sola a casa. Il sole era alto nel cielo e la temperatura era perfetta, calda ma ventilata, ideale per uscire e godersi la vita all’aperto, togliendosi di dosso l’odore di chiuso dell’ufficio e di sudore degli avventori dei mezzi pubblici.
Quel giorno però era diverso. Qualcosa in lei la convinse ad attivarsi all’alba delle 16:56 del pomeriggio, e decise che era giunto il momento di iniziare a scrivere un nuovo romanzo.
Le avevano già pubblicato un libro di fantascienza che aveva riscosso lo stesso successo di quando la Cameo aveva lanciato il suo nuovo prodotto super di tendenza: il lecca-lecca al gusto di cotechino e menta (venne tolto dal mercato dopo sole tre settimane).
Era stata inoltre finalista in un concorso di racconti brevi dove aveva presentato un’opera della quale lei stessa sconsigliava la lettura, perché provocava diarrea e istinti suicidi ; l’avevano inclusa nelle “Penne d’oro della letteratura italiana 2121” per una poesia che aveva gli stessi effetti collaterali del racconto lungo, oltre a istigare alla violenza nei confronti dei miopi, degli intolleranti al lattosio e dei detentori di nani da giardino.
L’unico scritto allegro era una favola per bambini che i suoi stessi figliastri si erano rifiutati di leggere, e che agli adulti provocava il desiderio di sottoporsi a castrazione chimica o isterectomia.
Quindi, questa volta Clara decise che era giunto il momento di cimentarsi con la commedia, anche perché non voleva più sentirsi dire: «Ho letto il tuo libro, non sapevo fossi depressa». Prese penna e block-notes (lei scriveva rigorosamente a mano) e, dopo aver disegnato una decina di simboli fallici e un gatto intento a espletare le sue funzioni corporali, era pronta per stendere il suo incipit grandioso, uno di quelli che ti invoglia a continuare e a leggere tutto d’un fiato.
Fortunatamente per i parenti, che sarebbero stati costretti a leggere per primi la nuova opera, il telefono squillò, e su quel blocco rimasero solo i ritratti astratti di Rocco Siffredi e Fluffy il cagatore. Alla cornetta trovò sua mamma, che chiamava direttamente da Terra 1:
«Figghia!! Bedda!! Non sai cosa sta succedendo qui!»
«Ciao Ma! Belan, come sei agitata! Cosa succede? State tutti bene? La zia è nel suo periodo tecno dispersa in qualche rave… di nuovo?» disse Clara preoccupata, ma non troppo, visti i trascorsi della sua famiglia.
«No, no, ma che dici? A parte che il rave era di mazurka, ma no! Non guardi i telegiornali? Ci sono stati dei bombardamenti in tutto il pianeta!» «Come sai, sono i telegiornali, nel caso, a guardare me, ma comunque no, non so nulla! Voi state tutti bene? Chi è che sta bombardando? Fanatici religiosi? Russi? Americani? Terrapiattisti?» «No, sembra una cosa più estesa! I capi di stato di tutte le nazioni negano un loro coinvolgimento! Nessuno sa chi è il colpevole!»
«Mamma, non sono tranquilla a sapervi lì in pericolo. Potreste essere colpiti, o peggio, potrebbero distruggere la cucina nuova! Dovete assolutamente prendere il primo shuttle e venire qui su Terra 2, dove gli unici conflitti della zona sono stati causati dalla diatriba su quale pianeta ha la versione migliore di Masterchef! Non di certo quelli di Vegas3: fondono il rame, lo mettono su un mattone e la chiamano raclette!» disse Clara sconvolta, ma anche disgustata dal ricordo di quando aveva provato a cucinarla.
«Figghia, non possiamo proprio. Sai che tuo padre ha fatto l’abbonamento decennale in palestra, mica possiamo buttare così i soldi, non lascerà mai il suo corso di spinning! E io ho preso un impegno con l’associazione di beneficenza per dar da mangiare ai crudisti, non posso abbandonarli così su due piedi!» «Non se ne parla, se non venite di vostra spontanea
volontà vi vengo a prendere con la forza! Dovessi spendere tutti i miei punti millemiglia di AliTerra, io partirò subito!» disse Clara determinata, con un velo di minaccia che aveva usato solo per convincere un pizzaiolo a non mettere più la panna nel pesto alla Genovese.
«Ma che dici? Stai tranquilla, riposati e non…» A quel punto la linea cadde.
Clara accese nuovamente la televisione e dovette cambiare canale, perché solitamente era impostato sulla rete che trasmetteva cartoni animati o film sci fi demenziali tipo “Orango a tre teste” o programmi di cucina come “Il polpo chef che si autocuoce in oliocottura senza soffrire, stagione 32″. Finalmente trovò il canale che trasmetteva notizie su tutte le colonie terrestri h 32 (su Terra 2 le giornate erano più lunghe, le persone potevano essere più produttive e lavorare ben 16 ore al giorno). Effettivamente la giornalista sembrava molto agitata. Trasmetteva un servizio con le immagini di Terra 1 invasa da coltri di fumo, fiamme e gente che scappava portando in salvo i propri cari e i propri iPhone 789, facendosi selfie su sfondo infuocato e perdendo tempo a postarli sui social con tanto di aggiunta di canzone a tema. L’annunciatrice, dopo aver dato i dettagli sul luogo dei bombardamenti, lasciò di corsa lo studio urlando «Moriremo tutti!», nonostante la trasmissione fosse registrata su un altro pianeta infatti poi si corresse «morirete tutti!»; ma almeno questo conferiva drammaticità alla questione, contrariamente ai suoi colleghi freddi e distaccati durante i notiziari. In realtà si scoprì poi che le si era staccata un’unghia in diretta e, presa dal panico, era corsa subito dalla sua estetista. Clara era sconvolta.
Fece le valigie di corsa inserendo tutto il necessario per un breve viaggio: vestiti, spazzolino, il pupazzo di Perry l’ornitorinco, la rivista Focus, un gratta schiena, la foto autografata di Leonard Nimoy e una guida su come completare al meglio l’asta del fantacalcio interstellare.
Qualche minuto dopo varcò la soglia suo marito Ugo, un uomo con molto fascino, elegante, un po’ permaloso, che aveva il raro pregio di vedere il bello di ogni situazione.
Una sera erano rientrati a casa dopo una cena con amici e lui, contento, aveva sospirato: «Che bella serata!». In realtà avevano trascorso il loro tempo con una coppia logorroica che li aveva
completamente investiti con aneddoti sulla loro vita stupenda, sul paddle e su quanto fosse fastidioso il prolasso rettale.
Ugo entrò sorridendo: «Tesoro, sono a casa!». Si tolse l’orologio, la cravatta, i vestiti e proseguì nudo per il corridoio, indossando unicamente le medaglie vinte in estate al villaggio vacanze di Toscana2. Ne andava molto orgoglioso; le aveva orgogliosamente meritate ad un contest di acqua-basket sconfiggendo Tino (5 anni), Caterina (4 anni e mezzo) e un altro adulto bontempone che, al posto di lanciarsi in acqua, si era buttato da un lettino abbronzante urlando«Geronimo!».
Mentre guardava Ugo dondolare con flemma le sue medaglie da spiaggia, a Clara tornò alla mente, con la nitidezza di uno schermo olografico ad alta definizione, l’esatto motivo per cui odiava l’idea di viaggiare nello spazio in sua compagnia. Il loro viaggio di nozze interstellare, sventatamente programmato su Mars-Alam, era stato un trauma neurologico collettivo.
Mars-Alam era una colonia palesemente ispirata a Marte ma gestita da terrestri d’Egitto; anche se, a onor del vero storico, erano stati i marziani stessi a invadere il Nord Africa in tempi antichi per edificare i loro letti a baldacchino eterni in pietra, comunemente noti come “piramidi”.
Ugo era salito a bordo dello shuttle spaziale in uno stato di terrore assoluto, inveendo contro il destino e chiedendosi ad alta voce per quale bizzarra ragione non avessero potuto trascorrere le vacanze nel giardino di casa a rincorrere le galline.
Una volta decollati e usciti dall’atmosfera, l’uomo si era leggermente tranquillizzato. Era quasi sul punto di ammettere che l’esperienza di volo tutto sommato non fosse poi così male, quando ad un certo punto
tutte le luci della cabina si spensero di colpo e il comandante cominciò a parlare forte
dall’altoparlante.
Il pilota si lanciò in un lunghissimo e concitato discorso con un tono e un volume sempre crescenti; peccato che stesse parlando esclusivamente nella sua lingua natale, un dialetto ostico originario di qualche luna di Saturno.
Il povero Ugo, non comprendendo una singola parola ma captando solo il tono d’emergenza e il buio improvviso, andò totalmente fuori di testa e
cominciò a urlare a squarciagola: «Siamo morti! Siamo tutti morti, spappolati, stecchiti, macinati, super spacciati, definitivamente defunti!» La voce del pilota gridava sempre più forte nel trasmettitore, finché una hostess non fece il suo ingresso nel corridoio tenendo tra gli arti pennuti simili ad ali una coloratissima torta di compleanno illuminata dalle candeline.
Il passeggero della prima fila, che si scoprì poi essere un cugino di primo grado del comandante, spense le candeline tra i fragorosi applausi dell’intero velivolo e le luci vennero prontamente riaccese. Subito dopo, venne opportunamente acceso anche il defibrillatore d’emergenza che servì per rianimare Ugo, rimasto fulminato sul sedile per lo shock. Scuotendo la testa per scacciare il ricordo di quel resort egizio-marziano, Clara lo aggiornò sui fatti che stavano accadendo su Terra 1 e coinvolse anche i figliastri, di cui si era appena accorta della presenza (gli adolescenti, quando sono svogliati, hanno la capacità di mimetizzarsi perfettamente con il divano, il letto e l’arredamento intero):
«Dobbiamo partire e andare a prendere i nonni!»
«Non c’abbiamo sbatti, bisogna stare chill», dissero i ragazzi all’unisono senza mai alzare lo sguardo dai loro telefonini.
Ugo invece sembrava preoccupato:
«Tesoro, è molto pericoloso. I tuoi sono persone in gamba, se non vogliono venire non puoi costringerli e non credo sia il caso di mettere noi e i ragazzi in pericolo!»
«Se vado a prenderli, mia madre ti preparerà il brasato ogni domenica», rispose Clara.
«Il passaporto è nel secondo cassetto del comodino». Clara amava molte cose, ma non volare. I calabroni volano, le api volano, a volte i Santi, ma non le persone! Sono fatte per stare sdraiate, sedute, saltuariamente in piedi, ma non in volo! Quando erano venuti su Terra 2 per motivi di lavoro, si era fatta prescrivere dei farmaci molto potenti; aveva viaggiato meglio del solito perché durante il viaggio pensava comunque “moriremo tutti!”, ma con l’indifferenza con la quale avrebbe potuto pensare “tutti abbiamo un ombelico, a volte dotato di lanetta”.
La questione comunque era troppo importante, quindi prese la valigia e Perry l’ornitorinco e si recò al terminal per i voli extraterrestri:
«Un biglietto per Terra 1, per favore».
«Ma che, è matta?» disse la signora della biglietteria. «Non sa cosa sta succedendo lì? Noi non voliamo su Terra 1 per motivi di sicurezza! Se però desidera suicidarsi ci sono le cabine apposite: con 35 euro puoi scegliere l’opzione ‘dolore lancinante’, con 50 ‘tortura lenta’ e con 100 il servizio di tortura mentale, che prevede la proiezione di ‘La La Land’ in quattro lingue diverse».
«Io non voglio morire, voglio andare a prendere i miei genitori! Non esiste un modo per arrivarci?» disse Clara seccata.
«Volendo sì. Può prendere un diretto per GinPlutonic e da lì partire con una navetta per Terra 1. Molti che, come lei, vogliono morire vanno spesso su questo pianeta per rallegrarsi o crepare di cirrosi epatica». «Ribadisco che non voglio morire, ma le pastiglie calmanti per due viaggi non basteranno, quindi potrebbe accadere comunque! Va bene, mi dia il biglietto».
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.