Camilla è un’educatrice professionale che ha a cuore la sorte di Paolo, un ragazzo lievemente disabile. Gianrico è un giornalista a mezzo servizio, per mantenersi la sera lavora in un ristorante come cameriere. La fondazione “Beati dormienti” e il settimanale patinato “Il riflesso” sono due mondi apparentemente diversi che iniziano a coalescere quando Paolo – avviato ad una professione su iniziativa di Camilla – si ferisce mentre sta lavorando e Gianrico è invitato dalla propria redazione a seguire la vicenda. Il fotografo Pierluigi e la barista Carmela sono gli altri protagonisti di questa storia che mette a confronto le potenzialità e i limiti degli algoritmi, gli istinti e l’empatia degli animali, le ragioni, le emozioni e le intelligenze degli essere umani. Tutto ciò racchiuso in un romanzo sociale con tratti distopici ambientato in un futuro relativamente prossimo.
Perché ho scritto questo libro?
Primavera 2020: epidemia di Coronavirus. Per evitare la diffusione del morbo bisogna stare a casa e c’è più tempo a disposizione…intanto è partita la trafila per la pubblicazione di “Si erano persi nei meandri della vita”: quale migliore congiuntura per iniziare un nuovo testo? Giornalista pubblicista per quattordici anni mi sono avvicinato al mondo della disabilità dopo la formazione come operatore socio sanitario e questo libro è la sintesi di quelle esperienze passate.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Aveva fissato l’appuntamento nel bar vicino alla redazione in modo che i colleghi vedendolo lo avrebbero giudicato “sul pezzo” e lo aveva fissato a due giorni di distanza perché sapeva che quella mattina Carmela era in turno e voleva vederne le sue reazioni mentre interagiva con un’altra ragazza. Mentre con la motocicletta scendeva dalle colline verso il lago continuava a sghignazzare da solo sotto il casco pensando al colpo da maestro che era riuscito a piazzare.
Parcheggiò la moto e sfilatosi il casco si diede subito una ravvivata al ciuffo con il pettine a serramanico, guardandosi in uno degli specchietti retrovisori del mezzo. Si accomodò nei tavolini all’esterno del bar, salutò Carmela e le disse che stava aspettando una persona, e si mise ad osservare l’andirivieni del traffico e della gente nelle ore di punta della mattina.
C’erano gli uomini in giacca e cravatta e le donne in tailleur che si recavano negli uffici delle aziende, delle banche e delle assicurazioni, le signore un po’ più avanti negli anni con le borse della spesa, alcuni ragazzi con gli zaini che probabilmente avevano marinato la scuola. Tutti o quasi tutti avevano lo sguardo fisso sul palmare che tenevano con la mano a pochi centimetri dal viso, alcuni avevano nelle orecchie anche uno o tutti e due gli auricolari ascoltando musica o conversazioni virtuali. Anche chi era in auto aveva l’auricolare o era in collegamento con il Bluetooth. Tutti riuscivano a gestire più contatti in simultanea e Gianrico si chiese se la scena che gli si presentava davanti quella mattina non fosse la rappresentazione metaforica della società liquida, com’era stata definita dal sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman già nel primo decennio del Ventunesimo secolo.
Voltando la testa dall’altro lato notò una ragazza che si stava avvicinando: non molto alta, dalle belle forme e con i capelli biondo scuri che le scendevano oltre le spalle e si arricciavano verso le punte. Intuì che era Camilla e si alzò per salutarla e stringerle la mano. Lei invece arrivando aveva visto un giovane semi sdraiato nella sedia, una gamba accavallata sull’altra con una caviglia appoggiata su un ginocchio, un profilo con la linea del naso che continuava quasi ininterrotta in quella della fronte, sulla quale ricadeva un ciuffo di capelli castano chiaro.
Carmela uscì quasi subito a prendere le ordinazioni – un ginseng in tazza grande con una bustina di zucchero grezzo per lui e un caffè macchiato caldo con un bicchiere di acqua a parte per lei -e poi sparì all’interno del bar con il vassoio vuoto. Gianrico spostò lo sguardo in basso per guardare le belle gambe della barista fasciate nei leggins senza farsi notare da Camilla.
Intanto si erano presentati e avevano parlato un po’ della loro vita in generale e poi come si era immaginato dall’angolo vide sbucare due colleghe che salutò con un gesto della mano e dall’altro lato della strada si vide anche il Giovannelli che fece finta di nulla e risparmiò al collega la fatica di alzare il braccio.
Arrivò anche Del Fedele e attraversò la strada per camminare sul marciapiede dove c’erano i tavolini.
“Tutto come previsto” pensò Gianrico che sotto il tavolo strinse il pugno e scosse il braccio, dimostrando grinta “adesso si ferma e lo aggiorno sulle ultime novità. E intanto Carmela continua a guardare incuriosita nella nostra direzione”.
Il capo redattore si fece vicino al loro tavolo e ci fu il solito rituale delle strette di mano e dei saluti e poi, quando cominciarono a parlare tra di loro, lui rimase ancora fermo strabuzzando leggermente gli occhi e muovendo gli angoli della bocca prima di allontanarsi velocemente.
“So cosa stai pensando” disse Gianrico “che Del Fedele ha la sindrome di Asperger.” “Scusa, hai studiato psicologia?” rispose lei incuriosita.
“No, ragioneria ma sono interessato all’argomento” replicò lui che poi continuò, in maniera quasi scientifica “la sindrome di Asperger è un disturbo dello spettro autistico, che si manifesta con difficoltà nei rapporti interpersonali e ansia sociale”.
“Proprio i sintomi che ha dimostrato poco fa il capo redattore”.
“Sì, ma lui è perfettamente integrato e ha fatto carriera anche più di me”.
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“Ma è un autismo ad alta funzionalità quindi chi ne è affetto può svolgere compiti . Sono persone che ragionano in maniera schematica e questo gli permette di eccellere nello studio e nel lavoro. Hanno comunque dei tratti patologici”.
“Non vorrai paragonarlo al Paolo Vincenzi…” disse Gianrico Si era arrivati al nocciolo della questione.
“No certo, Paolo ha un lievissimo ritardo cognitivo e dei deficit a livello comportamentale. Per questo lo stage doveva essere di quattro ore, dalle 8 alle 12, al mattino e di quattro ore al pomeriggio, dalle 13 alle 17”.
Allora Camilla spiegò che si era ferito in mattinata ma perché gli era stato chiesto di entrare un’ora prima e probabilmente non era stato affiancato come richiesto.
“Per questo in tribunale dovrei cavarmela” disse Camilla “anche se si è aperto un fascicolo penale perché i parenti hanno presentato querela. Sempre in ambito lavorativo mi pare che anche tu non puoi svolgere interamente la professione che desideri e per mantenerti devi anche lavorare al ristorante.”
“E’ vero, ma non capisco il nesso con la vicenda che ti vede coinvolta” rispose Gianrico.
“C’entra eccome” disse l’educatrice “non avrebbe più senso un sistema dove ognuno può svolgere l’attività per la quale si sente più portato? Invece qualcuno è costretto a fare due lavori, e alcuni ragazzi nemmeno uno.”
“Ma se per seguire il ragazzo diversamente abile è necessaria una persona in supervisione all’azienda non conviene”
“Converrebbe perché potrebbero assumere due ragazzi per turno mentre è più facile per i lavori gravosi e ripetitivi affidarsi ai robot mentre le altre mansioni farle eseguire a persone a cui viene chiesto di lavorare più ore che quelle previste dal contratto. A questo proposito potresti intervistare il responsabile della linea che era presente quando Paolo si è ferito (o è morto) oppure uno dei manager”.
“Non vedo come potrei perché mi hanno dato l’incarico di intervistare solo te” disse Gianrico. “Beh, puoi sempre crearti una scusa” disse Camilla “in fondo il tuo lavoro consiste nell’inventare storie”.
Tornarono ognuno alla propria occupazione: lui a inventare storie e lei a assistere persone che non ricordavano più la propria storia.
11 GIANRICO PARLA CON PIER
L’inchiesta, l’appuntamento, la conoscenza: tante cose tutte assieme lo mandavano in confusione e chiamò Pier per fissare un incontro: parlare con una persona fidata gli avrebbe permesso di fare chiarezza.
Il condominio dove abitava il fotografo era formato da una serie di basse palazzine disposte attorno ad uno spazio circolare, da cui derivava il nome del complesso. Residenza Ring così come Studio Ring era quello del laboratorio di fotografia. Lo spazio esterno era stato progettato per replicare le funzioni delle corti di antichi palazzi e borghi oppure i fasti di un passato ancora più lontano, richiamando le forme di anfiteatri e arene romane o greche. In entrambi i casi l’obiettivo non era stato centrato: lo spazio era troppo grande ed assolato rispetto ad una corte medioevale e troppo piccola e con meno effetto scenico rispetto alle architetture classiche.
La spianata era stata ricoperta di cemento che era sbrecciato in più punti e comprendeva un tabellone con un canestro, pure logoro e che pareva non essere usato da parecchio tempo. Nelle aree a verde, dove l’erba cresceva indisturbata, trovavano posto delle panchine e dei giochi per bambini che mostravano evidenti segni di scarsa manutenzione.
L’effetto generale era di incuria e degrado che si accentuava negli anditi di accesso alle palazzine, formati da due scalinate incrociate in cemento armato. Gli stabili erano quattro e avevano forma leggermente semicircolare e le scalinate erano anch’esse quattro, una per edificio e contrapposte mentre gli altri due accessi alla corte interna, dove Gianrico era stato poco prima, erano passi carrai che permettevano ai veicoli di raggiungere le rimesse del piano interrato.
Nei vani sotto le scalinate, protetti dalla intemperie, erano ammassati scatoloni di diverse grandezze, qualche elettrodomestico in disuso, biciclette e motorini (alcuni nuovi fiammanti, altri ridotti a poco più che carcasse). Passando vicino al sottoscala che dava l’accesso alle palazzine avvertì il caratteristico odore di piscio dei bagni pubblici di città e stazioni quindi prese velocemente la rampa che lo portò al piano rialzato dove si trovò proprio di fronte allo Studio Ring.
Seguendo le indicazioni di Pier proseguì lungo quello che doveva essere un ballatoio sempre in cemento e arrivò alla porta di ingresso. Tanto era squallido l’ingresso esterno quanto ben arredato e accogliente l’appartamento.
Alle pareti, ritinteggiate di recente, oltre alle fotografie di matrimoni Pier aveva fatto scrivere, con la tecnica dell’aerografo, frasi palindrome come “Erano usi suonare” e “Ad una vera pia donna dei simili fili misi ed annodai: pareva nuda” e massime latine quali “Festina lente” (Affrettati lentamente) e “No auro sed ferro recuperanda est patria” (Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria).
Pier era vestito in maniera comoda con pantaloncini e maglietta e ciabatte ai piedi e Ric se lo immaginò che -alla prima telefonata urgente- sarebbe corso ad infilarsi una delle sue felpe, le scarpe da running e si sarebbe buttato sulle spalle lo zaino contenente tutta l’attrezzatura.
Così in deshabillè mostrava però una certa somiglianza con il comico napoletano più che con l’attore che, in coppia con Terence Hill, sfidava tutti a suon di cazzotti.
“Sorpreso che uno studente del classico sia finito a fare il fotografo?” chiese a Gianrico, visto che lo vedeva intento a guardare le scritte sul muro.
“Abbastanza…” rispose il giornalista e Pier si sentì in dovere di specificare.
“Dopo il liceo ho frequentato l’università e mi sono laureato dottore in lettere. Avevo cominciato ad insegnare ma faticavo ad entrare di ruolo e mi venivano assegnate solo supplenze. Non volendo vivere tutta la vita da precario mi sono riadattato: avevo già la passione per la fotografia grazie ad una vecchia reflex regalatami da uno zio, così ho seguito un corso e quando c’è stata l’opportunità di rilevare questo studio non ci ho pensato due volte. E così eccomi qui tra fotocamere, fari, fondali e scritte in latino sui muri…”
Pier, oltre alle immagini per i giornali locali realizzava anche delle fotografie in studio e dei servizi matrimoniali – questi effettuati soprattutto nei mesi di maggio e settembre. Ma il suo sogno sarebbe stato diventare fotografo per le modelle di Instagram.
“Guarda, ti faccio vedere una cosa” disse a proposito.
Prese un tablet e lo posizionò sulla mano aperta, in orizzontale sulle sue grosse dita, e schiacciò lo schermo. Dal palmare apparve l’immagine olografica di una donna in bikini.
“Per realizzarla si carica prima un video della ragazza e alcune foto da diverse angolazioni e si inserisce il tutto in un programma che le elabora”.
“Interessante…molto interessante” disse Gianrico “così puoi renderti conto delle esatte proporzioni della modella, mentre nelle fotografie bidimensionali non è così facile.”
“Proprio perchè rende la profondità” spiegò Pier “con un palmare più grande messo sul pavimento avresti l’impressione di averla in casa, la modella, poi certo…se passi una mano sopra l’immagine il riflesso olografico si appiattisce sul tuo palmo. Insomma guardare e non toccare…come dice il proverbio”.
Risero assieme e di gusto all’ultima battuta del fotografo che poi riprese, serio: “dammi retta è questo il futuro…a breve tutte le immagini saranno proiettate in questo modo.
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