«No, vabbè!» esclama Raffi alla mia destra, battendo le mani e scoppiano a ridere allo stesso tempo. «Nenni, sei un idolo!» continua tra le risate.
«Veramente?» le fa eco Fede, guardandomi sbalordita, ma in fondo non poi così tanto.
«Eh sì, o almeno, se non voglio perdere i soldi del biglietto, ormai devo partire!» rispondo, mettendomi a ridere anche io.
«Ma parti da sola?» continua Fede.
«Sì.»
«No, vabbè!» Da destra le risate raddoppiano.
«Oh mamma mia… Ma i tuoi cosa dicono?»
«Ve lo dirò, appena lo dirò anche a loro.»
«Non glielo hai ancora detto?» Adesso anche Fede comincia a ridere di gusto.
«No, vabbè, io volo via!»
A questo punto stiamo tutte ridendo fino alle lacrime.
«Lo so, sono una figlia pessima, avrei dovuto almeno accennarlo prima di prendere il biglietto,» ammetto «visto che ormai sono tornata a fare la figlia mammona che vive con i genitori.»
«Vabbè, che c’entra, è solo momentaneo, e poi con tutto quello che hai fatto e imparato in questo anno, solo chi non capisce pensa che tu sia una nullafacente» mi interrompe Fede, mentre Raffi torna seria per un attimo e annuisce convinta. «Però, sì, ecco, magari un accenno potevi farlo, visto che hai detto che parti a… maggio?» mi chiede, guardandomi con fare interrogativo.
«Il 6 maggio.»
Silenzio. Uno, due…
«Ma è tra venti giorni!» esclama Fede.
«Io sto male!» commenta Raffi subito dopo.
Le risate ripartono, raddoppiate.
«Ma perché non glielo hai detto?»
«La verità? Perché sono sicura che non capiranno, anzi forse non mi capisco neanche io!»
«Ma tu perché parti?»
Ecco le domande scomode ma giuste di Fede. Raffi smette di ridere, anche se ha ancora le lacrime agli occhi.
Già, giusto, perché? Perché ho quello che nessuno con un lavoro fisso può permettersi di avere: tempo da investire su di me, lontano da una scrivania, con tutto quello che questa cosa significa, nel bene e nel male. Ho il tempo di fare quello che amo, e quello che amo da sempre è viaggiare. Non so da dove arriva questo spirito nomade un po’ folle, probabilmente in una vita precedente sono stata un comandante di vascello, una gitana o forse tutte e due, ma la bellezza di sedersi su un aereo sapendo di poter incontrare di lì a, relativamente, poche ore nuovi volti, nuovi luoghi, nuove culture è sempre stata impagabile per me; nell’ultimo periodo, da quando ho chiuso con la startup, ho avuto anche il tempo di pensare e rimuginare troppo, e questo mi ha portato in un loop insensato di accuse verso me stessa da cui è ormai tempo che io esca, ma non riesco a farlo da sola, rimanendo nel solito posto.
Perché ho ancora soldi da parte e voglio investirli in un viaggio, in qualcosa che mi farà fare esperienze uniche; avrò il tempo di risparmiare con il nuovo lavoro.
Rispondo così, poi mi fermo un attimo e continuo, ammettendo ad alta voce quella che è una grande verità e allo stesso tempo un’enorme paura.
«E poi perché sto vivendo una vita che non è la mia. In realtà non so quale sia né come dovrebbe essere la mia vita, ma di sicuro non comprende quello che sta succedendo adesso, o almeno non ventiquattr’ore al giorno.» Sospiro. «Mi sento anche ingrata, perché i miei sono fantastici, mi stanno aiutando tanto, e sono sicuramente io a non andare bene. È giusto quello che fanno loro, stare tutti insieme come una grande famiglia, in una routine tranquilla e che scorre bene dal lunedì alla domenica, soprattutto ora che c’è anche mio nipote, ma io non ci riesco.»
«Nenni, è normale. Vivi fuori casa da più della metà dei tuoi anni, sei stata all’estero, hai fatto diversi lavori tra cui anche l’imprenditrice, e poco importa se non è andato tutto come volevi» dice Raffi alzando un po’ la voce, oltre all’indice che sventola di qua e di là, in risposta al mio accenno di obiezione che, evidentemente, mi si leggeva in fronte. «Avete percorsi diversi. Poi a casa si sta bene, ma solo per un po’. Se penso di tornare a vivere con mia madre… mi viene male.»
«Sì, esatto, neanche io potrei farlo» le fa eco Fede.
Già mi rilasso un po’: allora non sono pazza io, o solo io.
«Poi questa cosa che, anche se ho passato il processo di selezione e hanno confermato che mi vogliono assumere in ben tre posti differenti, nessuno di loro mi ha ancora mandato il contratto è assurda» continuo. Sentivo che non era un caso che non si fosse mosso nulla fino a quel momento, ma non riuscivo a capire perché, cosa tutto questo voleva insegnarmi.
«Non so spiegarlo bene neanche a me stessa,» continuo «ma sembra come se stessi continuando a sbattere contro un muro di gomma messo lì da qualcuno che vuole impedirmi di tornare a fare quello che facevo prima, perché non è più giusto per me. Ora l’ho capito, cosa non è più giusto per me, ma ancora non so cosa sia giusto, invece. Così parto. È assurdo, eh?»
Lo faccio anche per scoprire quella piccola bambina leggera, vitale, sognatrice, ma sola e poco apprezzata che è dentro di me. Questo non lo dissi, spiegarlo avrebbe richiesto troppo tempo e avrebbe guastato il clima.
«Oh sì, lo è, ma io ti capisco molto bene!» dice Raffi, e Fede annuisce.
«Poi non hai una relazione, quindi puoi fare quello che vuoi!» aggiunge Fede.
«O meglio, hai una vita sentimentale attiva su vari fronti, ma non hai niente che ti costringa a scendere a compromessi» precisa Raffi, facendo l’occhiolino. «A proposito, abbiamo novità?»
«Non mi è servito chiedere, ragazze, ma come immaginavo non sono l’unica oca del recinto.»
«Ma quale oca, al massimo sei un’anatra che migra e quando ti va entri nel recinto. Sei Guendalina Bla Bla» sbotta Raffi. «Ovviamente, solo similitudini auliche per noi» si canzona da sola, bevendo un sorso di vino, per aver citato gli Aristogatti.
«Guarda che Guendalina era un’oca» la corregge Fede, tornando a ridere.
«Era un’oca?» Raffi allontana il bicchiere dalle labbra. «Vabbè, licenza poetica, la nostra Guendalina è un’anatra. Guendalina, Adelina e zio Reginaldo» dice indicando in fila me, lei e Fede.
«Ma perché a me la parte dell’uomo?» chiede Fede.
«Prenditela con la Disney, che non ha trovato un’altra oca femmina!»
Ci rimettiamo a ridere.
«Ok, ma dove andrai di preciso?»
«Parto dal Vietnam, poi Giappone, faccio scalo a Los Angeles per tre giorni, Messico e dopo Costa Rica. Poi vado a Boston per salutare Ele,» aggiungo guardando Fede perché è una nostra amica comune, per la precisione un’ex compagna di classe, «facendo scalo a New York per altri tre giorni.»
«F-a-n-t-a-s-t-i-c-o!» esclamano in coro.
«Che invidia, vorrei farlo anche io, o venire con te! Insomma, è il viaggio della vita!» dice Raffi con gli occhi che brillano.
«Conoscerai un sacco di persone, vedrai posti stupendi… Come ti invidio!» le fa eco Fede. Guarda il cielo, persa nei suoi pensieri per qualche istante, poi mi fissa negli occhi. «Però ecco, sì, ai tuoi devi dirlo.»
Sì, penso, devo dirlo ai miei.
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