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A pensarci bene. Storia di una collezionista d’anime

A pensarci bene. Storia di una collezionista d'anime

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Agosto 2024
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Una scrittrice incontra finalmente il personaggio tanto cercato per scrivere un buon romanzo.
Siamo nella Milano della pandemia e del post Covid: è in queste condizioni che la storia prende forma e da questi eventi è condizionata.
Il risultato è un diario condiviso di due menti molto diverse tra loro, in cui una sola scrive dei pensieri dell’altra e l’altra si legge per comprendersi senza riuscirci.
E’ una seduta dallo psicologo per chi, pur non essendo paziente, apre i cancelli della mente a chi si millanta esperta.
Il risultato? I due ruoli si invertono e la scrittrice – psicologa, invece di risolvere il problemi del suo strambo personaggio, che tanto la aveva intrigata, finisce per fare emergere i suoi e cadere, anche lei, nell’oblio.
Entrambi troppo giovani e con grandi sogni, entrambi non spalleggiati e senza soldi.
Una storia normale, insomma, per gente speciale.

Perché ho scritto questo libro?

La storia era nella mia testa da tanto tempo. Sentivo l’esigenza di raccontare pensieri e paure comuni a tanti giovani e, ancora di più, ai tanti adulti che ai sogni con il tempo hanno rinunciato. La pandemia e l’isolamento forzato sono stati il pretesto migliore che potesse capitare.
Questo libro è, così, divenuto la salvezza mia e del mio personaggio. L’obiettivo è che possa esserlo per tutti i lettori.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Da dove inizio

Sfogherò in questo scritto un flusso di coscienza insensato, come se foste psicologi ed io venissi nel vostro studio a raccontarvi tutto quel che mi passa per la testa.

Un monito, quindi, vi rivolgo: lasciatevi abbandonare alla lettura, immaginatevi la persona in questione, riconducetela ad una figura a voi nota o inventatene una nuova; perché la storia di una vita trasforma ognuno in sua collezionista e la rende unica agli occhi di chiunque la legga.

Perché abbia intrapreso il malsano progetto di scrivere un libro su una specifica persona è domanda che troverà solo con il tempo risposta, ma alcune considerazioni possono già farsi.

Romanzi inventati, verosimili o storici già hanno narrato e ancora narreranno le gesta di grandi uomini, noti alla storia, ai lettori o, comunque, facilmente riconducibili a mille stampini di un biscotto sempre uguale.

Incappare nel banale è un rischio tutt’altro che remoto e, pertanto, starà a voi giudicare la pallosità di una vita o della sua collezionista.

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Certo è, però, che nel caso di specie non si tratta di un personaggio che ha mutato le sorti della nostra umanità -oramai sull’orlo del precipizio-, né di un perfetto prototipo da romanzetto rosa che diventi nello schermo, impersonato da qualche Dio terreno, l’amore d’ogni donzella.

Dunque, il pericolo di inserirlo in queste arcinote due categorie è aprioristicamente scampato, seppur sia probabile che la vostra discrezionalità lo faccia rientrare nella peggiore delle classi, quella dei cosiddetti anonimi.

Sfida accettata.

Infatti, la mancanza di un’inequivocabile posizione nelle prefigurate categorie mi fa dire che lui potrebbe isolarsi, uscire dalla mischia ed emergere come unicum: triceratopo dei giorni nostri.

So solo che un giorno qualunque, in un mese di merda, in un periodo deprecabile per la storia umana ero seduta sul divano con il mio personaggio a guardare una geniale serie Netflix da lui consigliatami.

Guardavo la serie, guardavo lui e pensavo a quanto il mondo avesse anime affini che si salutavano da lontano senza saperlo.

Nello schermo anonimo di un pc narrante, un fumettista raccontava di sé e, contemporaneamente, descriveva i pensieri di mille altre persone, sconosciute alla sua anima, ma così simili a lui.

Mi chiedo, già da ora, quanto tempo sarà trascorso prima che questo ammasso di battute sconclusionate sia approdato nelle librerie -se mai poi ciò sia accaduto-, ma so per certo che quel folle genio romano sarà ancora in piazza a sfornare capolavori e che voi conosciate bene lui e il suo “Armadillo”.

Ebbene, davanti a quel pc e alle parole rivelatrici del nostro narratore tutto falce e martello mi sono chiesta quel che già era da tempo interrogativo perenne: quali problemi attanagliavano il cuore del mio personaggio?

Erano forse gli stessi del nostro amato fumettista?

Ed ecco che, improvvisamente, in quel giorno qualunque capì che, forse, per dare risposta a tutte quelle domande insensatamente profonde, delle quali io e lui disquisivamo ogni santo giorno, una soluzione era iniziare a parlarne per iscritto.

I diari personali fatti di pensieri quotidiani non sono mai stati il mio forte. Li iniziavo con passione e li abbandonavo alla polvere del cassetto dopo solo pochi giorni.

La noia costante di leggermi o di parlare con l’unica persona con la quale proprio non riuscivo a stare è un ostacolo insuperabile. Tuttavia, pensai che, se questo sfogo non mi aveva mai aiutato, non era detto che non avrebbe potuto funzionare per lui.

Feci, così, la “grande proposta”.

Decidemmo che avrebbe condiviso con me i pensieri che gli balenavano nella mente: un diario aperto in cui due menti leggevano, ma una sola scriveva. Con un file di Google Drive come seduta da psicanalista, mi sedetti sulla tastiera e decisi di leggere quella mente per poi riportarne le parole.

Scriveva s-costantemente non di eventi, ma di sue riflessioni sull’esistenza ed io, intrippata dall’idea geniale di farlo protagonista d’un libro, lo spronavo come un accanito scommettitore fa con il suo cavallo da corsa preferito.

Leggere i suoi dolori liberava la mia anima dai miei, perché, troppo concentrata a pensare alla mia carriera freudiana, non avevo tempo per occuparmi dei problemi personali.

Tanti, troppi e mai risolti, fors’anche peggiorati con il tempo.

Perfetto, pensai.

Due piccioni con una fava.

Tuttavia, proprio come il dottore di Zeno, la mano letteraria dopo soli pochi giorni prese il sopravvento sull’integrale e totale veridicità dei fatti, per cui quel che leggerete sarà l’interpretazione della norma della sua vita, ma non la semplice trasposizione letterale.

Non pensiate, pertanto, che io vi stia raccontando sempre il vero.

Immaginatevi che in luogo d’un confessionale di chiesa vi troviate in una sala da interrogatorio e siate colpevoli di un reato.

Direste tutta la verità?

Non credo.

Accettate, dunque, fin da ora d’essere raggirati, di non essere a conoscenza dei fatti per come sono andati davvero. Se siete abbastanza furbi, forse, tra le righe potrete leggere la realtà, ma vi avverto che l’operazione sarà complessa.

Bene.

Da dove partire con il racconto?

Certamente le storie iniziate in medias res sono particolarmente allettanti per il lettore e questa è una scelta stilistica sicura e in voga, ma poiché questo scritto rappresenta il flusso di coscienza di pensieri d’altri dai miei occhi analizzati, cercherò di partire dall’inizio senza garantire alcuna consequenzialità o, meglio, come i fasulli latinisti direbbero: ad cazzum.

Ricapitoliamo.

Nel mezzo della storia ci siamo io e il mio personaggio che progettiamo la nostra grandezza di scrittrice e di “prima musa uomo” con l’obiettivo di sanificare due mente marce di letamica sofferenza. Poco dopo emergo io da sola su una macchina da scrivere post litteram che cerco di rendere romanzo i pensieri sconclusionati di un soggetto tutto strano.

Siamo sul divano di una stanza da fuori sede qualsiasi, negli anni più belli di due giovani universitari, inconsapevoli della vita reale e delle difficoltà dell’essere adulti.

Ci stiamo guardando una serie tv, cazzeggiando in un classico pomeriggio di studio andato a puttane tra innumerevoli “cannette” e le parole vacue di chi pensa di avere la verità in tasca.

In cerca di un nuovo gioco allettante, per una vita normale che già tutto ci aveva offerto, non avendo l’obbligo della peste come il Manzoni o il Boccaccio di farci rifugiare in una casa di campagna a raccontare storie, decidemmo così di rivestire i ruoli di scrittrice e personaggio.

Ecco come è iniziata l’avventura di questo mio strampalato scritto.

Un po’ scherzando, un po’ cercando un nuovo palliativo alla noia e un po’, ancora, volendo stravolgere -chissà poi come- la banalità della nostra vita, iniziammo un progetto che mai avremmo pensato di portare tanto avanti e tanto a lungo.

Cosa avesse però di tanto speciale questo soggetto ancora non è stato detto e lasciare la questione in sospeso sarebbe fin troppo maligno e antipatico.

Proprio per questo, per capire il perché delle peculiarità di colui che è divenuto “mio personaggio”, occorre incominciare necessariamente dall’inizio.

Non certo dalla nascita o dall’adolescenza: i prequel li lascio al futuro secondo romanzo -se mai ci sarà- o a qualche aneddoto gettato qua e là nella mischia dei traumi.

Si ponga, dunque, l’anno zero nel giorno del fatidico primo incontro.

Ecco, questa storia non ha certo un inizio glorioso, rappresentando la semplice quotidianità di due ragazzi quasi adulti che si incontrano tra le aule di un ateneo.

Non era il primo giorno di università, ma fu indubbiamente uno dei primi, quando incontrai un trio di ragazzi che avrebbe segnato la mia vita universitaria e non solo, annoverandosi tra le amicizie che la storia di un’anima verso la sua fine ricorda.

Tre bravi ragazzi, di bell’aspetto si avvicinarono a me e ad altre ragazze, con le quali avevo appena fatto amicizia.

Eravamo tutti nuovi dell’ambiente e cercavamo solo di fare amicizia, di trovare qualcuno di affine, con il quale condividere quella nuova lunga esperienza: le ragazze alla ricerca dell’amica di amori, studi e confidenze. I ragazzi cercatori di compagnoni d’avventure e di donzelle.

Ricordo lucidamente ogni singolo comportamento di quel personaggio, tra i tre, che allora non sapevo sarebbe diventato il protagonista del mio primo romanzo.

“Americanamente” vestito, con lo sguardo da cow-boy nel ranch pronto a domare le sue prede, un tipello beffardo nello sguardo scrutava ogni gentil sesso che animava l’aula di Filosofia del diritto.

Ebbene sì, i personaggi principali di questa storia sono giuristi o, per lo meno, lo erano all’inizio tutti.

Fatevi, dunque, pervadere dai pregiudizi e dai concetti precostituiti sulla categoria, perché sono dannatamente veri e vi dirò anche di più.

Non solo sono fondati, ma sono solamente le fondamenta di un edificio ben più alto che verrà palesato nel racconto senza bisogno di troppe spiegazioni.

Gli animi sui generis, per così dire, volgono la loro attenzione a professioni altrettanto particolari, sulle quali sfogare insicurezze ben mascherate e grazie alle quali sfoggiare la grande e competente boria di chi tutto sa.

Nulla di più facile allora che intraprendere la strada della Legge, quel magico “strumentopolo” che permette di essere ricercati e voluti da tutti perché tutti prima o poi ne hanno bisogno, che permette di avere sempre ragione e di farsi difficilmente nemici, perché nessuno mai si mette contro la Dea Giustizia o, se ha il cuore impavido, poi comunque se ne pente.

Questo pensiero, credetemi, è molto più comune di quel che si pensi tra i giuristi alle prime armi. Al massimo, con il tempo e l’esperienza si ridimensiona; ma non sempre.

Anzi, può peggiorare.

Chi dello studio ne fa carriera diventa una specie di mostro mitologico ed è forse per questo che, terminati gli studi, tanti abbandonano la via.

Per coscienza.

Acquisito il sapere per sé e per gli altri, si sceglie di tornare all’Io bambino, domandando all’anima cosa voglia essere e cosa voglia fare davvero da grande.

Il mio personaggio rientrava perfettamente in questo genere e aveva tutti i tratti tipici che lo rendevano un perfetto giurista caga-cazzo.

Conscio del fascino da donnaiolo che fin da subito mi fu evidente -irritandomi profondamente-, non si presentò a nessuna del mio gruppo, mentre gli altri due, cordiali e gentili, iniziarono a conversare piacevolmente con noi.

Lui, zitto e indomito, dietro agli altri due compari, con le natiche appoggiate sul tavolo ci considerava senza considerarci poi troppo, forse per l’interesse repentinamente perso o per strafottenza erroneamente fascinosa.

La prima impressione, insomma, non fu delle migliori.

Mi infastidì il suo comportamento, rappresentando tutto ciò che io, comunistella alle prime armi, criticavo della società patriarcalmente misogina.

Anch’io sono stata giurista e, non diversa dalla moltitudine di quel genere, avevo paranoie e deliri di onnipotenza, ma facevo parte di una sottocategoria di quel macro-insieme che a me piace chiamare “gli idealisti da strapazzo”.

Non volevo certo salvare il mondo -sarebbe stato troppo anche per la vecchia me-, ma aiutare chi fosse stato vittima di ingiustizia ad avere la medaglia della vittoria, dopo pene e angherie.

Volevo essere “grande”, aiutando chi soccombeva al male.

Un po’ come i supereroi: ci sono i buoni e i cattivi.

Anzi, un po’ come i Serpeverde: non tutti sono Voldemort, ma tutti tendono alla via della grandezza.

Ordunque, ai miei occhi in principio codesto personaggio era il cattivo e io la buona della casata.

Osservandolo, pensai quello che tutte le ragazze pensano su un bell’imbusto che se la tira, ma senza concludere di volerne rappresentare la preda.

Eccolo lì, il classico tipo che piace a tutte, che ci prova con il mondo intero e che vede donato come sacrificio al Dio Sommo l’aureo gingillo della femminilità.

Ferma nei miei saldi princìpi, decisi che mi doveva stare antipatico.

E mentre mezzo corso già lo voleva conoscere e mentre da mezzo corso lui già si era fatto conoscere, io me ne fregavo, felice dei miei due amici che ad oggi vedono immutata la straordinaria opinione che fin da subito di loro ebbi.

Quel primo incontro, pertanto, non fu un vero e proprio incontro, ma più che altro solamente una contestuale presenza in uno spazio limitato di due persone che, guardatesi, non s’erano nemmeno scambiate una parola.

Gli altri due ragazzi mi entrarono prontamente nel cuore, tanto veloce è il mio fare amicizia, come accade per i bambini all’asilo, e stando insieme a loro vedevo anche lui.

Fu così che, nonostante non fosse poi tanto presente nelle conversazioni, entrò nella mia personale mischia.

Non ci consideravamo di striscio e, a dire il vero, penso che gli stessi proprio sulle palle all’inizio.

Lecito.

So essere parecchio antipatica con chi è per me di poco interesse e spessore umano.

Quindi, pensando che lui fosse il classico belloccio figlio di papà senza testa sulle spalle, non persi all’inizio tempo nel vagliare la sua anima.

Ci osservavamo, insomma, come si scrutano due soggetti prime donne incompatibili.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elisa Cofano
Cari lettori mi presento.
Sono Elisa Cofano e nella vita mi barcameno tra i mari della legge. Nel tempo libero, invece, fotografo con le parole e con le immagini la vita che mi circonda.
Partecipo a concorsi letterari di poesia e prosa da quando sono ragazzina e gestisco da alcuni anni una pagina su Instagram, dedicata alla narrazione fotografica di Milano, la città in cui vivo, con un occhio di particolare riguardo al tema delle periferie.
Negli ultimi tre anni, anche in forza dell'inaspettato arrivo del Covid, la scrittura mi ha condotto ad un romanzo, il mio primo.
Mi interesso di attualità e ritengo necessaria la partecipazione attiva alla collettività nella quale ognuno è inserito.
Questa, insomma, sono io, in poche parole, ma dietro qualche scatto di battitura c'è molto di più da sapere.
Come?
Leggendo il libro.
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