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A (Rac)conti fatti

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Hai mai pensato di ingannare il tuo compagno? Di avere una tranquilla storia clandestina nella quale poter essere realmente te stesso? 

E se potessi immedesimarti in un personaggio per fargli fare o dire ciò che non hai fatto o detto, chi saresti? 

In questo libro, tra tradimenti e travestimenti, tra amori infranti e ritrovati, tra il dolore della malattia e la gioia della maternità, potrai immergerti in un racconto dopo l’altro e lasciarti trascinare in un vortice di passioni ed emozioni che faranno affiorare ricordi, pensieri, sensazioni e desideri ai quali forse non hai mai dato il giusto peso.

LA MIA VERITÀ

Ricordo con precisione la bacchetta. 

Lui la chiamava la “bacchetta”. Ma era tutt’altro che magica. O forse Lui la considerava così perché era convinto che con quella saremmo diventati più bravi, più ordinati e più obbedienti. Saremmo diventati come Lui. 

Non era una bacchetta magica. Era un bastone di legno accuratamente selezionato e levigato che teneva sopra il calorifero, nel corridoio che portava dalla cucina alla sala. E lo teneva lì come monito, come avvertimento. L’avrebbe usato ancora e ancora su di me e sui miei fratelli, se non fossimo stati perfetti, a casa, a scuola. Se non avessimo riordinato prima del suo arrivo, se non avessimo sempre detto e fatto la cosa giusta in ogni singolo istante della nostra vita. E, soprattutto, lo avrebbe usato se gli avessimo dato fastidio. In qualunque modo: con un telecomando fuori posto, con un giocattolo lasciato in giro, con una risposta non corretta o troppo “sovversiva”. 

Insomma, per essere certi di essere al sicuro, di essere in salvo, le regole erano poche e semplici. Innanzitutto bisognava essere automi: senza emozioni, senza risate troppo rumorose o eccessi di rabbia o tristezza. Bisognava essere ordinati, asettici e privi di esigenze. Bisognava essere composti, educati e sottomessi. 

Al limite dell’invisibilità. 

A volte mi chiedevo come mai una persona come Lui avesse desiderato avere dei figli se, in fin dei conti, la sua esistenza era già perfettamente completa e silenziosa senza. Mi piaceva pensare che, anche solo per qualche istante della sua vita, Lui ci avesse un po’ desiderati, voluti. Insomma, ci avesse apprezzati. 

Ma quei malsani pensieri volavano via alla svelta. Così come i rari momenti di pace e serenità che ho vissuto in famiglia negli anni della mia infanzia e della mia adolescenza. 

Ciò che ricordo è il volume della sua voce. Alto, altissimo. Lo sentivo dal piano di sopra e pregavo Dio che non ce l’avesse con me. Ripercorrevo mentalmente ogni istante della mia giornata per essere sicura di non aver fatto o detto qualcosa di sbagliato, lasciato qualcosa fuori posto o commesso una qualunque azione che avesse alterato il precario equilibrio della nostra vita familiare. 

Lo vedevo solo il mattino e la sera. Lavorava fuori città, lontano. E forse questo, ha fatto sì che i rapporti di alleanza con mia madre e i miei fratelli si rinsaldassero sempre più. Eravamo un fronte compatto contro di Lui. Ma non era mai sufficiente. Perché se la sera arrivava a casa e qualcosa non andava, ci buttava via come foglie secche, cadevamo uno dopo l’altro sotto le sue parole feroci e sotto gli aspri incantesimi della sua “bacchetta”. 

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Questo suo ambire alla perfezione maniacale e alla completezza come ideale di vita, fece scaturire in noi diversi tipi di reazione. Probabilmente la cosa più giusta da fare sarebbe stata quella di prendere solo il buono delle cose. Cercare, cioè, di dare sempre il meglio e comunque vivere con la convinzione che il bello della corsa è il percorso, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta. E che comunque, la volta successiva sarebbe potuta andare meglio. 

A casa mia non era così: se fallivi eri un fallito. 

Se il risultato era discreto, eri un fallito. 

Se il risultato era buono, avresti potuto fare meglio. 

Se il risultato era ottimo, la prova era stata troppo semplice. 

Senza dimenticare la cosa più importante. In qualunque caso, in qualunque campo, in qualunque occasione, Lui avrebbe saputo fare meglio. E quella era senza dubbio la disfatta totale per la propria autostima. 

In fondo, da mamma quale sono ora, col senno di poi e con tutta quell’esperienza che ho voluto conservare o gettare via il più lontano possibile, posso dire in tutta sincerità che la modalità con la quale Lui ha deciso di gestire il rapporto con me, in un clima di terrore, di semi polizia e di violenza fisica e psicologica, è senza dubbio quello che mai e poi mai vorrò attuare con mio figlio. Se un po’ di sale in zucca mi è rimasto o mi è stato inculcato dai miei genitori (più da mia madre a questo punto), ciò che non vorrò mai far provare a mio figlio è quel senso di perenne inferiorità e inadeguatezza che mi rendeva sempre insicura, sempre timorosa di dare la mia opinione per paura fosse sbagliata o detta in maniera non consona o semplicemente diversa da quella dei più. 

Insomma, a oggi, posso dire di essere una persona educata, probabilmente intelligente e alla quale non è mai mancato cibo sulla tavola, un tetto sopra la testa o un testo per studiare. Quello che mi è mancato, è stato qualcuno con cui discorrere amabilmente durante il pasto e che non mi zittisse ogni santo giorno per ascoltare il telegiornale facendomi saltare sulla sedia per lo spavento. 

Mi è mancato qualcuno che rendesse le quattro mura, un focolare e un porto sicuro al quale fare ritorno quando le delusioni della mia vita, seppur ridimensionate a infanzia e adolescenza, mi erano parse comunque insormontabili… e allora avrei gradito di gran lunga un caldo abbraccio a un rimprovero considerato di incitamento. 

E infine devo solo ringraziare per aver avuto la possibilità di studiare, ma avrei voluto sentirmi una brava bambina sempre e comunque per Lui, indipendentemente dal voto o dal quoziente intellettivo. 

Posso dire di aver avuto in definitiva un genitore e mezzo. 

E chi può dire se quel mezzo abbia plasmato in realtà la gran parte del mio essere. 

Chi può dire se i ricordi negativi e i traumi lasciano in noi un segno indelebile tanto più dei bei ricordi e dei momenti positivi. 

E chi può ergersi a giudice per decretare se il lavoro di un genitore è stato buono, mediocre o pessimo. 

Io posso dire, in tutta onestà, che i risvolti vissuti negli anni della mia giovinezza si ripercuotono tutt’oggi nella mia vita di tutti i giorni. 

E, ahimè, non saprei dire se in maniera positiva o negativa. 

«Ma siamo qui per scoprirlo. Cerchiamo di fare un passo alla volta.» La dottoressa aprì il block notes che aveva appoggiato sulle ginocchia e iniziò a scrivere.

Se davvero quel mezzo genitore avesse cambiato nel corso del tempo il mio modo di essere, io questo non saprei dirlo. Lo aveva cambiato in peggio? Sarei cresciuta comunque a quel modo senza i suoi rudi metodi? Oppure i bambini sono davvero materia plasmabile nelle mani dei genitori? 

Ho sempre creduto che giunto all’adolescenza, con quel pizzico di consapevolezza in più, un ragazzino dovesse essere in grado di discernere il bene dal male, apprendere da chi gli sta intorno solo il buono e tenere alla larga il resto. 

Ma se è anche vero che un genitore debba essere una guida, un faro, un punto di riferimento per un figlio… allora cosa mai era stato Lui per me? 

L’emblema della dedizione al lavoro. L’infaticabile uomo che si alzava ogni mattina e lavorava fuori città ogni santo giorno. La persona che si era costruita il proprio successo da sé. Rispettato e ammirato per il suo talento. Cattolico praticante. Bravo marito e buon padre di famiglia. 

Quanto bipolarismo era insito in lui? Era malato? Oppure era solo odiosa ipocrisia? 

Fuori era un uomo perfetto. Tra le mura di casa una persona totalmente diversa. Malvagia, violenta, menzognera, perfida ed estremamente contraddittoria. 

Non ci era possibile prevedere le sue mosse: un attimo prima poteva stenderti con uno schiaffo a mano tesa, un attimo dopo chiederti com’era andata la giornata a scuola. 

Fu anche per questi motivi, credo, che il mio carattere fece fatica a emergere. Senza contare la balbuzie che si impossessò di me e non mi lasciò fino ai primi anni della scuola media. 

Era come se le parole volessero uscire, ma avessero paura ad arrivarmi in bocca. Ero timorosa di dire come la pensassi. Alzavo sempre timidamente la mano per chiedere la parola e non mi arrischiavo mai a fare cose che potessero in qualche modo infrangere le regole. Troppa paura delle conseguenze. 

Cercavo di dare sempre il meglio, se non lo ottenevo era una grande sconfitta. Perché sapevo che Lui sarebbe stato deluso. Nonostante sapessi che non sarebbe stato mai pienamente soddisfatto, mi impegnavo per raggiungere sempre risultati eccellenti. E quando poi correvo da Lui per dargliene notizia, ovviamente non era mai abbastanza. Perché si poteva sempre e comunque fare di più. 

Qual era il suo scopo? Rendermi migliore? O rendermi perennemente inferiore a Lui? 

Tutt’oggi mi accorgo di voler trasformare, mio malgrado, in competizione ogni obiettivo, personale o lavorativo. Non voglio e so che non dovrei farlo. Ma il desiderio di primeggiare mi pervade sempre e non riesco a tenerlo a bada. 

Vorrei poter vivere con più semplicità. 

Se mi chiedono aiuto per un progetto, mi ci butto a capofitto, cerco di essere la migliore e mi piace mi venga fatto notare che sia stata utile. Se poi però il mio aiuto non viene valorizzato, se sento di non essere stata sufficientemente tenuta in considerazione, allora intorno a me si alza un muro. E non del tipo “chi non mi ama non mi merita”, ma più del tipo “ho già preso tante batoste, ora basta”. 

Se fossi stata in grado di mettere in pratica tutti i buoni consigli che ho sempre elargito, applicandoli alla mia vita, ora forse non mi troverei qui. 

Sempre in cerca di approvazione, sempre in cerca di qualcuno di autoritario che mi tenga sotto la propria ala protettiva, sempre alla ricerca di quel successo personale e professionale che mi renderebbe migliore ai suoi occhi, ma soprattutto ai miei, perché saprei di essermi fatta da sola anche io.

E invece sono qui. 

E ancora non mi spiego il perché. 

«Ma forse è ora di cominciare a parlare delle ultime ore, non crede? Se l’hanno mandata da me è essenzialmente per sapere se ci sono delle attenuanti. Sappiamo entrambe che probabilmente ce ne sono, ma dobbiamo capire quali e in quale misura queste attenuanti potranno essere prese in considerazione. Che ne dice? Le va di raccontarmi com’è andata?»

Aveva sempre condannato i mariti fedifraghi, quelli che lasciavano a casa moglie e figli per andare a prostitute. Li considerava deboli e falliti. Si era sempre sentito autorizzato a giudicare, dall’alto della sua superba ed eccelsa perfezione, coloro i quali non erano stati in grado di elevare loro stessi al di sopra della mediocrità e del vivere in modo semplice. Per Lui una persona con un lavoro modesto e senza prospettive era una persona senza ideali e senza mordente. Perché nella vita non ci si poteva accontentare mai, ma bisognava sempre puntare in alto, sempre più su. E poco importava se nella propria ascesa, si lasciavano indietro moglie e figli. Loro avrebbero dovuto semplicemente essergli grati. 

Ecco la parola giusta. Avrei dovuto sempre e solo essergli grata. Avrei dovuto ringraziarlo. Per tutto quello che aveva fatto e che sempre faceva. Invece non gli ero grata se prendevo un brutto voto, se non ero ordinata, se non aspiravo a qualcosa di meglio, se il mio fidanzatino non era un laureato, se non usavo un termine forbito per raccontare gli eventi di ogni giorno. 

E infine se Lui avesse tradito mia madre, non sarebbe stato come quegli uomini mediocri che lui disprezzava. Lui era stato costretto a farlo. Era colpa nostra se cercava conforto tra le braccia di altre donne. Non perché gli mancasse il nostro affetto o quello di mia madre (Dio solo lo sa), ma perché con quelle donne lui si sentiva giustificato. Noi non eravamo perfetti e Lui era costretto a cercare altrove la perfezione. Lui aveva provato in tutti i modi a renderci migliori, ma ahimè, noi eravamo merce avariata senza speranza. E quindi questo suo cercare altrove la perfezione era un gesto da comprendere. Persino mia madre avrebbe dovuto capirlo. Stupida donna che invece ogni volta ci rimaneva male, glielo faceva notare e rimediava solo schiaffi e botte per la sua ingratitudine. 

«Allora è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso?»

Quale vaso? Il vaso della mia pazienza? O quello di ciò che una persona può umanamente sopportare prima di esplodere? 

Se fossi stata una figlia normale, una persona normale, lo avrei denunciato dopo il primo pestaggio. Ma era così bravo a farmi sentire in colpa, credevo quasi di meritarle quelle botte. Era colpa mia, avevo sbagliato e dovevo essere punita. 

Col tempo mi resi conto, invece, che quelle botte IO non le meritavo. Che Lui era una persona malata, bipolare e che la volta successiva sarei corsa dritta dai carabinieri per raccontare tutto. 

Ma poi succedeva di nuovo. E io ancora non facevo nulla. 

Ne parlavo con mia madre. Ma lei mi diceva di non dire nulla. Perché Lui era una persona conosciuta e la figuraccia l’avremmo fatta tutti, non solo lui. Quindi dal senso di colpa per aver fatto qualche marachella, ero passata al senso di colpa per aver anche solo pensato di fargliela pagare. 

Insomma, in qualunque modo la mettevo, ero sempre e comunque colpevole. 

Di cosa, oggi non saprei dire. 

«Eppure, siamo qui.»

Già, siamo qui. 

Ma oggi per la prima volta non mi sento colpevole. Avrei dovuto farlo prima? Non avrei dovuto farlo? O avrei dovuto fare qualcos’altro? So solo di aver messo la parola fine a questa storia. Non mi interessa altro. 

Esistono tanti modi per mettere la parola fine a una situazione. Esistono i modi giusti e quelli sbagliati. 

Esistono i modi pacifici e quelli estremi. Esistono modi che richiedono del tempo e modi più rapidi e spicci. 

Io avrei potuto fare tante cose, dire tante cose. Confidarmi con qualcuno, parlarne con qualcuno. 

Ma in fin dei conti ne ho sempre avuto vergogna. Quella persona distinta e perbene che tutti vedevano, quando accennavo al fatto che fosse vagamente molesta e severa, nessuno credeva alle mie parole. Era impossibile che una persona tanto colta potesse essere violenta o “sbagliata”. Sicuramente io stavo esagerando e ancora una volta fraintendevo i suoi “ammonimenti” e insegnamenti con qualcosa di perfido. Io ingigantivo le cose. Ancora una volta, la sbagliata ero io. 

Quando penso a tutti gli schiaffi e i calci che ho preso nella mia vita, nella mia memoria non si riaccende il ricordo del dolore fisico, ma mi appaiono i suoi occhi accesi di rabbia, mi risuonano in testa le sue urla cariche di ingiurie e di bestemmie, il suo viso trasfigurato e paonazzo… e non si fermava finché non eravamo distrutti. Dentro e fuori. Nessuno osava contrastarlo. Nessuno diceva nulla al di fuori delle mura di casa. Tutto iniziava e finiva lì. Poi la pazzia lasciava il suo corpo e il giorno dopo era tutto normale. E guai se tenevo il muso. 

Come osavo portargli rancore? D’altro canto, me l’ero cercata e lui aveva dovuto punirmi. Che scocciatura avere figli così permalosi, doveva pensare. 

A volte mi chiedevo se fossimo stati davvero figli problematici, drogati, delinquenti, violenti o pericolosi. 

Come avrebbe gestito la cosa? Ci avrebbe uccisi e sotterrati in giardino? O ci avrebbe denunciati egli stesso perché quella era la cosa giusta da fare? Le nostre uniche colpe erano quelle di essere dei ragazzi “normali” e di non essere dei geni. Eravamo disordinati come tutti e volevamo le cose che volevano tutti. 

E se fosse stata mia madre a tradirlo? Quello sì che avrei potuto capirlo. 

Povera donna che nella vita aveva dovuto sopportare Lui, sottostare alle sue leggi e vedere anche i suoi figli maltrattati con violenza, subendo ella stessa le sue angherie per difenderci. 

Ma forse a suo modo, anche lei era complice di quella violenza. Una madre dovrebbe difendere i propri figli, anche dal proprio marito. Portandoli via o mettendo la parola fine a un matrimonio malato e a senso unico. Ma lei no. Lei rimaneva. Subiva, ci vedeva subire. Restava in silenzio. E poi il giorno dopo ricominciava a fare le stesse cose di sempre: puliva, cucinava, lavava e stirava, per lui e per noi. Come se nulla fosse successo. Come un automa. E all’occorrenza lo giustificava pure. Era stanco, lavorava tutto il giorno “per noi”. Se ogni tanto perdeva la pazienza, gli era concesso. Se ci pestava per una sciocchezza, glielo potevamo perdonare. Se ci seppelliva di parolacce, in fondo bastava tapparsi le orecchie. 

Ma non era così che lo vedevo io. Crescendo capii che più gli veniva concesso e più lui si sarebbe allargato. Più mia madre lo avrebbe giustificato e più lui si sarebbe sentito autorizzato a non fermarsi. 

Qualcuno doveva dire basta. Doveva mettere fine a tutto questo. 

«E ci ha pensato lei a farlo, dico bene?»

Dice bene. 

«Parliamo del “come”.»

Cosa vuole che le dica… lui era lì, in piedi davanti a lei. Lei era a terra, caduta dopo che lui l’aveva spintonata per l’ennesima volta. Aveva scoperto un ennesimo tradimento. Ma ovviamente invece di fare ammenda, lui aveva pensato bene di zittirla con i suoi modi. Cristo, è anche colpa sua se siamo arrivati a questo. Lei avrebbe dovuto lasciarlo anni fa! 

E invece gli è sempre rimasta accanto! Perché? Glielo chieda! Invece di chiedere a me cosa ho fatto o non fatto.

«Continui… lui era lì in piedi. E poi?»

L’ho accoltellato, gli ho sparato, l’ho seppellito nel vialetto… cosa crede abbia fatto?! Non siamo in uno stramaledetto thriller, questa è la realtà! Mi sono avventata contro di lui, per colpirlo credo, per scacciarlo lontano da lei prima che potesse prenderla a calci, ho cercato di far andare le mani, ma lui mi ha presa per i polsi e mi ha allontanata. Mi sono riavvicinata e avventandomi contro di lui, ha perso l’equilibrio. È caduto. Credo abbia battuto forte la testa contro uno spigolo… non si è rialzato. 

«A quel punto ha chiamato i soccorsi?»

No, mi sono prima avvicinata a mia madre per vedere se stava bene. 

Ma quello che mi ha detto mi ha fatto gelare il sangue nelle vene. 

Mi ha detto: «Ma cosa hai fatto?». 

Non mi ha ringraziata per averla salvata, capisce? Non mi ha detto “ok, chiamiamo i soccorsi o i carabinieri…”. Ma mi ha guardata con aria di rimprovero chiedendomi cosa diavolo avessi fatto a suo marito. Come se la colpa fosse mia, come se per l’ennesima volta la sbagliata della situazione fossi io. 

Mi dispiace. Ma a quel punto ho trovato logico solo fare quello che ho fatto. 

«Ed eccoci arrivati al punto del perché lei oggi si trovi qui. È certa di essersi voltata e di essere uscita da quella casa?»

Oh ma che diavolo, perché non me lo dice lei quello che è successo o quello che secondo lei è successo davvero? Perché sono ore che parla, ma credo che sappia già tutto. Dico bene? Lei sa cosa è successo. Cosa ho fatto o non fatto. Diamoci un taglio. Mi dica cosa cazzo è successo! 

«Stia calma, non si agiti. Potrebbe esserle fatale. Cerchi di non agitarsi. Dopo aver visto suo padre che spintonava sua madre, ha cercato di fermarlo. Ma cerchi di ricordare questo: è sicura di aver aiutato sua madre a rialzarsi? E per quale motivo si era recata a casa di suo padre?»

Ma di cosa accidenti stiamo parlando? Sono andata a trovare i miei perché avevo voglia di vedere mia madre… e quando ho assistito a quella scena, ho dovuto mettermi in mezzo… per difenderla… Cristo ma come fa a non capirlo? 

«Ora mi ascolti bene: sua madre è morta tre anni fa, a seguito delle lesioni riportate dopo una caduta dalle scale. Sua madre è morta. Non c’era in casa. Quindi suo padre non la stava spintonando, quando lei si è messa in mezzo. E ora le chiedo di nuovo: perché si è recata a casa di suo padre se non per vedere sua madre? E perché si è procurata delle ferite mortali con un coltello… per poi chiamare i soccorsi? Ha aggredito suo padre e poi ha tentato il suicidio. Perché?» 

Io volevo solo salvarla. Volevo mettere la parola fine alla sua follia. Volevo che lei rimanesse. E che fosse lui a pagare. 

Lei non cadde dalle scale. Fu lui a spingerla. E io non potei fermarlo. Ma oggi l’ho fermato, per sempre. Perché finalmente oggi tutti sapranno chi era veramente. Lui non morirà, ma vivrà i suoi ultimi anni in galera, marchiato dall’infamia. In fondo, sarà comunque libero di camminare, respirare, libero di vivere. Mentre lei non tornerà. E io non ho potuto fare nulla per lei. 

«Non è stata colpa sua!»

Non è stata solo colpa mia. Quando una donna muore è colpa mia, sua, colpa della società che non l’ha difesa, colpa degli amici che non hanno capito, colpa dell’amore che fa perdonare l’imperdonabile, colpa di Dio, se esiste, perché permette che ciò avvenga. È colpa di tutti. E anche mia. E io non posso vivere con questo peso sulla coscienza. 

«Lei capisce dove si trova e cosa le sta succedendo? Le sue condizioni sono critiche, le ferite che si è procurata hanno provocato delle emorragie interne inarrestabili. Mi dica, che senso ha avuto non parlare fino a ora? Perché non denunciò suo padre allora, invece di farlo adesso per poi autodistruggersi?»

Ma non capisce? Io voglio solo poter chiudere gli occhi e cancellare tutta la sofferenza che ho nel cuore. 

«Suo padre si è ripreso e ora stanno indagando su di lui, probabilmente apriranno un’indagine sulla caduta dalle scale di sua madre… ma tutto questo si sarebbe potuto evitare… se solo… Mi sente? Apra gli occhi… resti con me…»

 

Mamma… sono così felice di rivederti…

2022-01-09

Aggiornamento

Ciao a tutti! Poche righe che in realtà contengono una tempesta di emozioni! Innanzitutto gioia... per essere riuscita a concludere la mia campagna di crowdfunding! E a seguire: gratitudine! Sì, proprio così! Grazie a tutti voi che avete avuta fiducia in me... una fiducia cieca! Visto e considerato che mi state sostenendo ad occhi chiusi, senza ancora aver messo mano al libro, ma solo fidandovi delle mie parole e di quanto ho cercato di trasmettervi con poche righe di sinossi. E poi speranza, trepidazione, impazienza... insomma, un tumulto di emozioni. Ma di sicuro tutte positive! Grazie, grazie ancora... e rimanete sintonizzati! A risentirci presto! Raffaella

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Raffaella Bordonaro
Nasce a Brescia nel 1980. Si diploma nel 2000 e dopo aver lavorato come impiegata in un’azienda per dieci anni, diventa titolare di un negozio di articoli di seconda mano per l’infanzia, di cui gestisce anche l’attività di social media marketing. La passione per la scrittura è cresciuta con lei, trasformandosi in racconti dapprima, e successivamente in un blog. “A (Rac)conti fatti” è il suo quarto libro.
Raffaella Bordonaro on FacebookRaffaella Bordonaro on InstagramRaffaella Bordonaro on Wordpress
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