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A testa in giù

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2022
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In un paese non ben definito, in un anno che non si svela, esistono due bambini, forse io, forse tu. Piccole creature con le stesse necessità, ma nati in due luoghi diversi del mondo, una nella parte fortunata e uno in quella sfortunata. Io sono il rosso e tu sei il bianco, o viceversa; due colori diversissimi, ma che si completano. Diventano la rappresentazione di una vita qualunque, ma che se si potesse guardare dall’alto si sarebbe potuta descrivere così: un prisma nero sbriciolato dall’eccesso.

Perché ho scritto questo libro?

Era una sera qualunque quando mi sono assorta in un pensiero: i colori della vita. Ho realizzato che ognuno di noi nasce con un colore associato, che lo porta a compiere determinate azioni. L’essere umano ha un’arma dalla sua parte: il libero arbitrio. Può scegliere di poterlo cambiare, rivoluzionare, anche se la vita potrebbe sembrare gli abbia già scritto il suo destino. Questo libro vuole essere una denuncia nei confronti del destino, un compagno per non sentirsi soli nella propria sofferenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE

Esistono molti mondi, molte vite, molte relazioni condizionate dalla diversità insita in noi, un prisma di ambivalenze sconnesse tra di loro, ingiustizie che non verranno mai colmate o sanate dal tempo, rimarranno così fino allo spegnimento dell’ultima candela, semmai per qualcuno ce ne sarà una o ce n’è mai stata. Vite opposte, persone opposte, bambini con le stesse identiche ed universali esigenze, ma opposte. Cresciuti nello stesso mondo, ma in modo inequivocabile.

Da una parte ci sono piccoli adulti di due anni che hanno l’opportunità, ma che per loro è normalità, di divertirsi in piscina e in una jacuzzi calda con l’idro massaggio nel retro di un hotel a cinque stelle. Bambini viziati da genitori che nella vita hanno avuto tutto, ma non l’amore da poter trasmettere alle creature più spettacolari e sincere del pianeta, trasformandoli così in piccole vipere assetate di un “non è mai abbastanza” che sempre avranno e, semmai un “no” li travolgerà, punteranno così tanto i piedi e strilleranno fin quando, per magia, quel “no” diventerà un “sì”.

I capricci sono assicurati se un gelato non arriva nell’esatto momento da loro richiesto, non quelli sani, bensì quelli macabri, quelli da strilla isteriche che se a due anni sono così, all’età dei venti si trasformeranno in polvere d’angelo che scorrerà nel sistema nervoso fino a spegnere loro la brillantezza dello sguardo, dilatando talmente tanto le pupille che il blu, il verde, il castano che li caratterizzava verrà eclissato da quella luna nera. Tutto questo perché non si sono mai accontentati, hanno voluto sempre più cocaina da sniffare per colmare quella mancanza di amore che ha caratterizzato le loro infanzie, molteplici, diverse, ma al contempo così simili.

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Esistono altri adulti in miniatura e sono quei bambini che fato sfortunato ha voluto che avessero la mamma sedicenne tossicodipendente senza via di scampo, soffocata da un vita troppo cruenta, un pane vecchio, secco e troppo duro che taglia il palato. L’altra figura genitoriale è un padre concentrato nel suo unico intento di vendere polvere d’angelo a quegli ex bambini del sempre “sì ne voglio ancora”. Figli che non si sono mai sentiti piangere per un capriccio, nemmeno sano, solo un sibilo lamentoso, trattenuto nel cuore, per accennare la fame, il sonno, la sete o il bisogno di essere cambiati. Sono gli stessi bambini che se hanno un gelato lo fanno durare per ore ed ore e sorridono per le successive settimane, fino al momento in cui  quel dolce diventa caldo come l’acqua di quella jacuzzi che mai vedranno.

Me li immagino così quei bambini, che si accontentano di una macchinina giocattolo per staccarsi dall’intero universo marcio che li circonda; umili, seduti su un passeggino colmo di amore e speranze in uno squallido ed inadeguato bar nel centro della città, accompagnati dalla loro mamma che finge di stare bene, circondata da ragazze che si credono donne vissute pronte a dispensare consigli su come crescere un figlio. Come se loro lo sapessero, come se loro fossero madri da anni, già al settimo figlio, invece sono tutte bambine che credono che la vita sia una partita e che se qualcosa non va bene si risolve tutto cliccando il tasto “reset”. Non hanno ancora capito che quel tasto non esiste e che ci sono azioni che portano a delle conseguenze, che possono essere per sempre, come lo può essere un figlio, oppure una raglia di cocaina o una siringa di eroina di troppo che fa arrestare i battiti del cuore per sempre. Un per sempre pesante, contrariamente a quel per sempre che gli innamorati si dicono a quell’età, senza soffermarsi troppo, che in modo leggero  porterà via loro una parte, per sempre.

Ho parlato di bambini, adulti in miniatura, ma il titolo di questo romanzo contiene due nomi: quello di Michael e di Greta. Ti starai chiedendo: chi sono? Michael e Greta sono due bambini, sono io, sei tu, sono loro, sono la rappresentazione di una vita qualunque, ma che se si fosse potuta guardare dall’alto come solo un narratore onnisciente può fare, si sarebbe potuta descrivere così: un prisma nero sbriciolato dall’eccesso.

GRETA

La piccola ed “innocente” Greta: ha solo due anni e già si atteggia con capricci e vizi di un’adolescente. È molto alta per la sua tenera età, altrettanto vivace nel modo di ragionare e nel modo di incantare chiunque e farlo cadere nel suo sguardo stregato, ottenendo così ciò che vuole.

L’aspetto della bimba incarna l’immagine idilliaca di un angelo, con i boccoli di color castano chiaro sfumati dal sole in un biondo dorato sulle punte, come se fossero stati appositamente dipinti dal Botticelli per enfatizzare i suoi grandi occhi castano scuro. Questo viso dal sorriso beffardo richiama un’anima logorata dallo sfarzo, dalla materialità della vita travestita da angelo, perché come anche il diavolo, prima di presiedere le porte dell’inferno giaceva le sue dolci membra in paradiso.

La mamma di Greta, la Sig.ra P., gestisce un hotel ristorante insieme ai suoi genitori e suo fratello. È la tipica signora tuttofare, ovvero quel prototipo di donna che sa arrangiarsi in qualsiasi settore: se c’è un tubo che perde la signora P. lo aggiusta, se il cliente richiede un particolare tipo di pizza a quel determinato gusto, la signora P. gliela fa avere, se ci sono da fare i conti alla cassa, se c’è da costruire un muro, se Greta le chiede una determinata pettinatura, o se vuole i capelli tagliati “come quella bambina” lei lo fa. Insomma, è come se avesse i superpoteri e per riuscire in tutti gli ambiti materiali della vita la sua mente è programmata a concentrarsi e spendere tutte le sue energie nel lavoro e nei soldi; solo per apparire e nulla per essere, un enorme dimostrare alle persone che lei è riuscita a costruirsi la vita perfetta, tutto per sembrare agli occhi degli altri la migliore. Ovviamente la donna non è perfetta, è come un libro bello solo nella copertina, ma se dovessimo sfogliare le pagine della sua vita troveremmo una moltitudine di crepe: infatti lascia l’educazione di sua figlia in secondo piano, avendo così una modalità narcisistica di crescerla. Quelle rare volte in cui la abbraccia le chiede quanto voglia bene alla mamma, con una ricerca costante e malata di approvazione da parte di Greta, una semplice domanda con una ovvia risposta per quietare la coscienza sporca di soldi. Però, come si suol dire, la mela non cade lontano dall’albero, ed infatti la piccola, in base alle sue esigenze, risponde in modo da ottenere ciò che in quel momento desidera.

Per lavorare in tranquillità la signora P. ha assunto una babysitter a tempo pieno, universitaria di umili origini che per aiutare in casa a livello economico ha deciso di trascorrere sei mesi, necessari al lavoro stagionale della Sig.ra P., con la piccola Greta. Nemmeno con lei la bambina risparmia i suoi capricci e pianti isterici, tutti quanti accontentati per un quieto non-sano vivere.

Le due trascorrono il tempo in sala giochi, a mangiare il gelato, a guardare spettacoli e fare il bagno nelle due piscine dell’hotel. Molte volte la piccola Greta non vuole lasciare la mamma che deve lavorare, perciò piange, strilla e letteralmente si dispera, ma la Sig.ra P., troppo concentrata su se stessa, le assesta due sculaccioni, le tappa la bocca e le consegna un meritato gelato per farla tranquillizzare.

In un ambivalenza scollegata però, quando la piccola strilla isterica per un capriccio, questo viene amorevolmente assecondato; se spintona gli altri bambini, o risponde male ad un adulto, viene sgridata dalla mamma con una calda risata divertita e soprattutto educativa.

A volte capita che la Sig.ra P. le dia giustamente delle punizioni, che in qualche modo la piccola elude con la complicità dei nonni, i quali poi si lamentano del modo viziato con cui viene cresciuta Greta.

I COLORI DELLA VITA

In corrispondenza non tutte le vite sono agiate e spensierate come quella della piccola Greta.

Un prisma è unico, composto da sette diversi colori che compongono lo spettro di luce visibile.

Presupponiamo che la vita sia il prisma e i colori siano i bambini e, perciò i futuri adulti, i quali sono tutti diversi tra loro con a medesima necessità e bisogno: vivere. Greta è il rosso, appariscente, seducente, meschino, altezzoso, vuoto, impossibile da abbinare se non con il bianco, l’insieme di tutti i colori.

Ogni persona nasce con un colore abbinato, può essere il rosso, il blu, il verde, il bianco e anche il nero. Non per forza quest’ultimo colore deve essere associato alla fine o alla distruzione, lo possono essere anche tutti gli altri. La vita è un prisma, un insieme di sfaccettature di tutti i colori o di uno solo.

Il fato, il destino o Dio ha donato all’essere umano il libero arbitrio, la facoltà di poter scegliere e cambiare, come la possibilità di trasformare il proprio verde in un focoso arancione o viceversa.

Se si prende un prisma, il quale è assolutamente trasparente, incolore, e lo si posiziona in corrispondenza di un raggio di luce, proietterà nell’immediato i colori dell’arcobaleno. Così sono le persone, un prisma di un colore, man mano che la vita va avanti si aggiungono colori, si modificano, si cancellano e si riformano fino all’ultimo respiro. Tutto ciò però dipende dalla volontà insita in ogni persona, solo se lei vorrà cambiare avverrà il cambiamento, sennò rimarrà nel suo noioso colore portandosi all’autodistruzione. Perché è così che funziona nella realtà: se si nasce con associato il colore verde si può scegliere se mantenerlo o rivoluzionarlo in altro; non sempre la vita dà pennelli facili da usare per cambiare il colore della propria visione di realtà, ma si può pur sempre scegliere di tentare di colorare il nostro animo con qualcosa che secondo noi ci rispecchia di più. Però molte persone scelgono di arrendersi e mantenere quel colore portandolo all’eccesso, trasformando tutto in un nero tetro che li risucchia in un immaginario dipinto di disperazione.

MICHAEL

Michael è il bianco. Due anni di speranze e sogni infranti dalla crudeltà delle opportunità mai avute. Un tipico bambino della sua età, senza alcun eccesso, spigliato nel suo tenero modo di approcciarsi agli altri, ma contemporaneamente molto ingenuo, un’ingenuità labile che lo rende sempre felicemente triste. Capelli corti lisci di color castano molto chiaro che incorniciano i suoi grandi occhi verdi speranzosi per un futuro più meritato del suo ingiusto presente. Un animo logorato, come quello di Giobbe, descritto nel sacro libro come un uomo giusto, ricchissimo e felice che viveva la sua vita onorando Dio. Satana, però, voleva convincere il Signore che Giobbe fingeva di praticare la sua fede. Allora Dio permise a Satana di mettere alla prova l’uomo. Quest’ultimo, però, nonostante i mali che lo travagliavano causati dalle prove di Satana, decise di sopportare il dolore con rassegnazione perdendo inoltre tutti i suoi beni.

Continuando sul filo bianco della vita di Michael, c’è inoltre da dire che sua mamma, Jessie, aveva solo diciassette anni quando ha dato alla luce il piccolo, una bambina che partorisce un bambino.

Non ancora pronta a vivere, tanto meno a dare la vita ad un’altra creatura. In un mondo così malato lei quel pargolo l’ha voluto e cercato, forse convinta di potersi aggrappare ad una nuova vita per salvare la sua. Dopo pochi mesi dalla nascita di Michael era rimasta da sola a dover combattere quella dolce e nuova battaglia. Il padre del piccolo era troppo giovane ed intossicato dalla cattiveria della vita per poter essere in grado di amare il suo minuscolo riflesso. Al posto di crescere insieme alla sua nuova famiglia, scelse il cammino della droga e dello spaccio; quella strada bella come il peccato, bella come Jessie, ma paradossalmente meno distruttiva di una vita apparentemente tranquilla.

IL ROSSO

Gli anni trascorrono inesorabili ed i due crescono l’uno aggrappato al riflesso del proprio colore senza conoscerne gli altri. Entrambi così diversi, intrappolati per motivazioni differenti nel proprio colore, nel proprio prisma.

Greta vive nel suo agiato rosso, ad ogni candelina spenta quel cesto di giocattoli stracolmo di cianfrusaglie che la piccola usa a sproposito e tiene tutto per sé senza conoscere mai la generosità e la condivisione. D’altro canto non si può dare la colpa alla piccola in quanto la società in cui vive, la sua famiglia e i valori che le vengono trasmessi sono questi: un’unica via del “des”, del ricevere senza mai dare.

Durante il tempo dell’asilo la convivenza con gli altri bambini è più complicata del previsto. La Sig.ra P. non si sarebbe mai aspettata un tale disastro per la sua immagine con il primo microscopico passo di sua figlia in una società ridotta. “La bambina è aggressiva con i suoi compagni, non lascia giocare nessuno con i giocattoli che usa lei ed inoltre, comportamento a mio dire deplorevole, sputa agli altri bambini.” Questo è ciò che ripeteva costantemente la maestra dell’asilo privato alla mamma di Greta. La donna, allora, si sentiva in dovere di rimproverare la figlia con tono deciso, ribadendole che non è assolutamente un comportamento adatto ad una signorina e che inoltre è un atteggiamento irrispettoso ed irripetibile.

Che l’asilo fosse iniziato disastrosamente è più che un dato di fatto, ma i drammi non finiscono una volta entrati nella umile dimora dove Greta trascorre il resto della giornata. Sommersa dallo sfarzo, in una casa con sei stanze, due dedicate solo ed esclusivamente a lei. Una si può decisamente definire la perfetta riproduzione di una sala giochi, illuminata dalle mille lucine ad intermittenza dalle costosissime giostre che costeggiano la parete destra della camera. Al centro di quest’ultima un tavolo troppo grande anche solo per un adulto, ricoperto da una tovaglia di puzzle non assemblati, rovesciati sul legno freddo, per mero capriccio. Per terra giocattoli vari tra cui bambole, bambolotti, treni di tutte le dimensioni, macchinine, camion dei pompieri e paperelle di plastica di diversi colori.

L’altra camera, invece, è la tipica stanza delle principesse che ogni bambina sogna da piccola: pareti color rosa antico imbevuto di un leggero, ma perenne, profumo di menta e lavanda.

Al centro un tappeto, anch’esso del medesimo colore, cosparso di margherite finte; davanti a quest’ultimo un maestoso letto a baldacchino con tende color bianco candido salta all’occhio per la bellezza, copiosità di dettagli e grandezza. Ricorda alla memoria l’antico tempio greco, infatti le sbarre, sulle quali poggiano le tende, hanno i medesimi intrecci e bassorilievi delle colonne corinzie delle antiche civiltà. Le lenzuola di raso color rosso si abbinano alla perfezione con lo stile generale degli addobbi e dei decori della cameretta della bambina con la vita quasi perfetta.

2022-02-28

Aggiornamento

Ciao a tutti! Vi invito a dare un’occhiata al mio libro! È un progetto al quale sto lavorando da tanti anni, con tante lacrime, risate, sudore, forza, gratitudine.
2022-02-18

Aggiornamento

Siate audaci. Abbiate il coraggio di scegliere il vostro colore, di non cadere nell’oscurità del mero nero. Abbiate la fiducia di uscire dal vortice, di non accontentarvi di stare nel centro dell’uragano solo perché pare ci sia una finta tranquillità.

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Arianna Francesca Tanzariello
Mi chiamo Arianna Tanzariello, ho 22 anni, sono nata il 23/06/1999 a Udine.
All'età di 8 anni i miei genitori hanno divorziato e da allora ho sempre vissuto con mia mamma; mi hanno diagnosticato la pubertà precoce, la quale, mi ha portata a fare delle terapie in ospedale per bloccare la crescita che si stava svolgendo troppo in fretta. Alle scuole medie sono stata vittima di bullismo e mi sono ammalata di anoressia e bulimia. Da subito ho trovato nella scrittura la mia ancora di salvezza, dove mi sono sempre sentita solo Arianna. Ho concluso con amore gli studi, mi sono diplomata al Liceo delle Scienze Umane e successivamente mi sono iscritta all'Università di Relazioni Pubbliche. Nel 2020 sono stata ricoverata in una clinica per la cura dei disturbi del comportamento alimentare; luogo in cui ho riscoperto i colori della vita ormai da anni assopiti in un nero triste e spaventoso.
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