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Acqua e luna

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In un freddo inverno del 1930, per il carabiniere reale Rossini inizia una nuova avventura. Trasferitosi da Firenze a Rioscuro, un piccolo paesino tra le montagne della Lucania, si troverà immerso in un ambiente molto distante da quello della città a cui era abituato. Sospeso tra razionalità e suggestione, tra leggende e credenze popolari, silenzi omertosi e fatti inspiegabili, Rossini si troverà coinvolto in una situazione che mai si sarebbe immaginato di affrontare. Quanto c’è di reale in ciò che raccontano i paesani? Perché tutti sembrano sapere, ma nessuno sembra voler parlare? È meglio seguire l’istinto o ascoltare la paura? Nei boschi di Rioscuro, insieme al fidato amico e collega Brunetti, il carabiniere avrà il compito di portare alla luce la verità.

1.

Tutti noi conosciamo storie strane di paesi antichi, dove tutto quello che altrove è inverosimile diventa realtà. I custodi di questi racconti sono spesso vecchi, usualmente ignoranti, eppure… eppure i loro occhi non mentono, la loro voce è chiara, nitida come i ricordi che la accompagnano.

Chi racconta questi avvenimenti non teme di essere schernito perché quello che viene tramandato lo conoscono in molti; altri hanno vissuto la stessa esperienza ma la troppa paura non li fa esporre. È inutile domandare oltre quanto raccontato perché di più non si sa, trovare giustificazioni plausibili senza la consapevolezza che l’essere umano è limitato nei sensi e nella percezione di dimensioni metafisiche.

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Ci si può spostare di centinaia di chilometri da nord a sud, da est a ovest, valicare confini regionali e addirittura nazioni; possono cambiare i termini linguistici e qualche sfumatura culturale, ma i contenuti sono pressoché identici. E allora, mi domando, è solo frutto di ignoranza e superstizione oppure qualcosa di vero c’è? E ancora, quanto corrisponde a verità e quanto è frutto della paura? Perché la scienza non si è mai confrontata con queste oscure e inquietanti manifestazioni, spesso denigrandole e classificandole come fantasticherie popolari?

È sufficiente dichiarare un fenomeno non vero solo perché non è stato correttamente immortalato? Non si vede quindi non esiste? Neanche le onde sonore sono visibili all’occhio umano, eppure la maggior parte delle persone sa che un suono si propaga nell’etere attraverso onde invisibili. Pensiamo alla capacità dei non vedenti di percepire ostacoli senza ausilio di mezzi meccanici attraverso un senso non ancora identificato! Quante persone richiamano il sesto senso per intuizioni e percezioni non spiegabili altrimenti?

Viviamo in un modo materiale, costretti in un corpo materiale ma non siamo solo questo, una parte di noi, la più autentica, è fatta di energia immateriale: ci affidiamo sempre più spesso ai cinque sensi organici tralasciando i sensi spirituali, che in ere lontane costituivano la base della sopravvivenza dell’individuo.

Se accantonate per un attimo i costrutti del mondo attuale e vi abbandonate al sentire dell’anima, forse vi sarà possibile accettare ciò che racconterò in seguito, magari non riuscirete a formulare una tesi al riguardo, come me del resto, ma avrete una questione su cui riflettere con la consapevolezza che tutto ciò che leggerete corrisponde a fatti realmente accaduti e da me vissuti, mai divulgati ufficialmente per volere di persone timorose del giudizio altrui.

 

2.

Febbraio 1930

Ricordo molto bene il febbraio del 1930, mentre con un treno regionale mi addentravo nel cuore della Lucania, terra a me sconosciuta, straniera. Nel mio stesso vagone, riservato all’intera Compagnia dei Reali Carabinieri, altri commilitoni, provenienti da zone diverse dell’Italia, scrutavano il paesaggio ricoperto dalla neve.

In molti tacevano, forse per la stanchezza del trasferimento, forse per la tristezza di aver lasciato qualcuno a casa… ma per me era differente; ero impaziente di arrivare a destinazione e finalmente iniziare a lavorare, non importava dove, perché ero sicuro che sarebbe stata un’avventura comunque. Io, che provenivo da una città come Firenze, trovavo interessante sperimentare altre realtà. Sognavo, in fondo al mio cuore, l’Africa del Nord, ma la mia assegnazione, un piccolo sperduto paese di montagna, seppur meno esotica, non appariva meno audace del deserto libico.

Nel 1930 eravamo tutti italiani ma valicare un confine regionale voleva dire ritrovarsi comunque in una terra straniera, con una lingua sconosciuta parlata da estranei. Qualche minuto prima di ogni fermata, il brigadiere, aggraziato come un trombone, urlava il cognome dei carabinieri arrivati al comune di assegnazione; più il treno si addentrava tra boschi e montagne, più i paesi erano piccoli; più i paesi erano piccoli, meno carabinieri scendevano dal convoglio. Sul mio foglio di viaggio c’era scritto Comando Stazione Reali Carabinieri di Rioscuro e, per non perderlo, lo avevo ripiegato con cura nel Libretto del Militare, controllando di tanto in tanto se fosse ancora lì.

Man mano che passavano le ore, gran parte della Compagnia era giunta a destinazione, tanto che i pochi rimasti godevano dei posti lasciati liberi, stendendo le gambe rattrappite dalle troppe ore trascorse in treno; qualcuno si era abbandonato a un profondo sonno, altri avevano lo sguardo perso nel vuoto. In quell’atmosfera surreale che sembrava non avere una fine, come un tuono a ciel sereno, sentii chiamare il mio cognome: «Carabiniere Rossini! Pronto a scendere, di corsa!». Era la aggraziata voce tonante del brigadiere che annunciava il mio arrivo alla stazione di Rioscuro.

Il treno rallentò considerevolmente e mi apprestai a prendere il mio borsone con la massima celerità possibile. In fretta scavalcai gambe e borse, salutando chi incrociavo sul treno; il brigadiere era in fondo al vagone, impettito, con il suo sguardo disgustato. Poggiava sempre la mano sinistra sulla fondina di cuoio come se stesse per affrontare un bandito, senza rilassarsi mai. Giunsi davanti a lui, che era appoggiato con la schiena alla porta della carrozza: «Ricordati di consegnare il foglio di viaggio in caserma, presentati come si deve, e almeno fai finta di essere un vero carabiniere… sembri uno scolaro il giorno della recita, maremma boia!». Così mi salutò prima che potessi rispondere: «Comandi»…

Il convoglio era quasi fermo ma dal finestrino della porta non si vedevano né case né fabbricati, solo alberi appesantiti dalla neve. Finalmente il rumore stridente dei freni si fece più intenso e il paesaggio smise di scorrere; aprii la porta e un’aria gelida mi investì il viso e il corpo. Lanciato il borsone a terra, scesi gli scalini di metallo per poi affondare gli stivali nella neve. Mi sistemai frettolosamente il cappello, una controllata veloce alla fondina e già un fischio preannunciava la ripartenza del treno. Mi spostai di qualche metro dai binari e guardai i miei compagni continuare il loro viaggio, troppo stanchi per accennare anche un saluto con la mano.

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Commenti

  1. Martina Caldaroni

    Lo scrittore attinge dalle tradizioni popolari del sud Italia e riesce a mescolare sacro e pagano, realtà e mistero in modo equilibrato e senza strafare. L’esposizione chiara, il ritmo coinvolgente e l’estrazione popolare dei personaggi contribuiscono a rafforzare nel lettore una sorta di familiarità con la storia, riuscendo a coinvolgerlo anche da un punto di vista sentimentale grazie, appunto, allo stretto legame con il folclore italiano. Lo consiglio!

  2. Micaela Giovannone

    Una storia dal sapore antico che ti tiene attaccato alle pagine dalla prima all’ultima, scrittura scorrevole e ritmata, non vedo l’ora di leggere qualcos’altro dell’autore! Molto consigliato

  3. (proprietario verificato)

    Originale, scorrevole, si legge tutto d’un fiato. Acqua e luna ti prende sin dalla prima pagina. Da leggere.

  4. Stefania Rossi

    (proprietario verificato)

    Una lettura piacevole e un racconto ben scritto, che ti prende già dai primi capitoli; mi è piaciuto l’uso della linguistica e delle credenze popolari che mi hanno riportata ai racconti di un tempo passato. Ho odiato i paesani e accolto favorevolmente il finale. Attendo il prossimo racconto di cui spero l’autore vorrà farci partecipi.

  5. (proprietario verificato)

    Lettura piacevole…scorrevole..lessico semplice…coinvolgente…un ottimo lavoro….attendiamo un altro racconto

  6. Alessandro Aiello

    (proprietario verificato)

    Un racconto veramente originale che crea un brivido che ti accompagna per tutta la lettura, personaggi ben delineati e un finale a sorpresa. Ottimo esordio.

  7. rali52

    Letto tutto d’un fiato. Il libro ti prende subito e non vedi l’ora di arrivare alla fine.
    La descrizione mi ricorda il mio paese e le storie raccontate da mio padre; come sarà il successivo…?

  8. Lidia Ranuzzi

    (proprietario verificato)

    Lettura coinvolgente, fluida, intrigante e soprattutto ben scritto. Mi ha riportato indietro nel tempo ad esperienze vissute da bambina. chiedo all’autore di continuare il suo cammino nel mondo letterario.

  9. (proprietario verificato)

    Avvincente, entusiasmante e scritto davvero bene. Complimenti all’autore! Consigliatissimo per riscoprire il sapore delle vecchie storie quasi dimenticate ma che sono parte inscindibile di noi, delle nostre infanzie. Insomma non il solito romanzo…

  10. (proprietario verificato)

    Acqua e Luna è un libro che leggi tutto di un fiato, ti cattura, scorrevole e molto piacevole.

  11. (proprietario verificato)

    un libro che leggeresti tutto in una volta…scorrevole, piacevole, incuriosisce sin dalle prime pagine.

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Simone Bracci
Nasce il 29 ottobre 1979 a Roma, dove risiede con la sua famiglia. Appassionato di attività all’aperto, di scienze esoteriche e curioso per natura, si diverte a scrivere racconti e storie che nascondono misteri. "Acqua e luna" è il suo primo romanzo.
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