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Addio, Arrivederci

Addio, Arrivederci

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Febbraio 2023

Una volta sfiorata l’overdose, un ragazzo e una ragazza decidono di legarsi a un duplice patto: smetterla con l’eroina e non dover vedere l’altro morire. Dopo oltre quarant’anni, l’ombra di quel patto divide quelle vite tranquille. Inizia così un disperato viaggio alimentato dalla voglia di ritrovarsi.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo scritto due libri senza mai riuscire a pubblicarli. Mi ci sono voluti altri tre anni per scrivere questo; avevo raccolto un po’ di nostalgia da diverse città in cui ero stato e mi piaceva mischiarle tutte in un’unica storia. L’idea mi è venuta in mente pensando a quanto era bello quando ci si mandava ancora le cartoline.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Non si erano parlati per tutto il tragitto. La strada era lunga, il tassista girava mille stazioni radio e guardava spesso nello specchietto cercando un dettaglio o uno strano modo di fare per perdersi in una qualsiasi chiacchiera. L’immagine riflessa non diceva nulla e nulla lasciava. Lui era così.

Maneggiava un piccolo libro di cui non avrebbe letto che la prima pagina “Al mio amato Papà, Giulia”. Lui era così, alzava muri invisibili. Non era il vizio di un vecchio apatico, rancoroso o bastardo; inconsciamente sfidava le persone e spartiva chi era dentro o fuori dal suo interesse. Amava sentire le storie non le chiacchiere. Soltanto sugli ultimi tornanti abbassò la guardia. “Non abita proprio in città eh?!” si scompose in un mezzo sorriso poi ritornò alle sue cose. Tra poco sarebbe tornato a casa. Il suo senso della mancanza si spartiva tra due sponde: lasciava la figlia e tornava dalla moglie.

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L’auto si fermò in fondo alla scalinata bianca, non poteva salire dove la collina non lo faceva più. Solo la casa, solo una sponda della mancanza. Tirò su la borsa e cominciò quei duecentotrentaquattro scalini; duecentotrentaquattro come ogni volta che saliva, come ogni volta che li contava, passo passo, ma quelli sempre duecentotrentaquattro erano. Lo spazio non cambia il tempo lo fa. “duecentotrentadue-trentatré-trentaquattro.” Sospirò anche col pensiero e si prese un attimo per chiedere al vento di mettergli un po’ d’aria in più nei polmoni.

C’era il silenzio e questo era normale; tutto quello che aveva cercato era la tranquillità e il silenzio è un buon compagno. Nei vasi e nel giardino del cortile c’era solo la terra ed anche questo era normale; a una certa età la schiena non regge e ci s’abitua a non sentire più l’odore di gelso. Ci s’abitua a dormire meno, a stancarsi prima, a prendere medicine e a vedere che i figli sono cresciuti. Tutto normale, lentamente.

Un solo giro di chiave e solo un istante: l’aria s’era svuotata di quell’odore che da anni dava il senso di casa a quel blocco di cemento sulla collina. Un frutto senza polpa o a una notte senza il buio; ci sono le stelle, la Luna da guardare ma è il buio che ti racconta la notte. Questo non era normale ma inevitabile.

Sapeva bene dove andare, era un accordo vecchio di quarantadue anni e di cui mai s’era dimenticato. Sperava in un errore delle sue percezioni, forse il viaggio, le scale lo avevano stancato, tutte paranoie… si stava sbagliando. Non gli sembrava giusto trovarsi da quel lato di una scelta così vecchia. Il cuore gli schizzò fino a sbattere col cervello e tutto il corpo si scosse: i pensieri tremavano sulle gambe, un miscuglio insano di emozioni scivolava tra gli occhi e i piedi pesanti. Il respiro si smorzava tra la gola e la pancia. Si diresse verso la camera da letto galleggiante su quell’aria vuota. Era un bambino di settantatré anni che avrebbe preferito tenere gli occhi chiusi tutta la vita piuttosto che controllare se ci fossero mostri nascosti sotto al suo letto. La busta stava dove avevano deciso ma dove non avrebbe mai voluto trovarla.

II

Era una possibilità nascere in città. Era una possibilità crescere in una buona famiglia e abbastanza ricca da non accorgersi che a sedici anni rubavi soldi per le sigarette. Era una possibilità cominciarsi a bucare perché qualche tuo amico lo faceva prima di te. Era la possibilità incontrare in quel male un bene così grande. Quel bene che piangeva sul corridoio e si mordeva i capelli come a volersi mangiare tutto quello che avevano fatto e che erano stati. “Non lo faremo più… non lo faremo mai più! Butteremo tutte le siringhe, i cucchiai e tutto tutto… non lo faremo più!”. Non aveva fiato in gola ma sapeva già, l’uomo che doveva morire, quello che lei gli avrebbe detto. Più di tutto era quello che lui voleva sentire e che dovevano fare.

Un patetico gioco romantico: l’uno buttava l’ago nel braccio dell’altro e questo facevano molte più volte di quanto scopassero. Si erano convinti, era stata un’idea della ragazza che si mordeva i capelli e il passato, che diminuendo a poco a poco la dose avrebbero potuto smettere. Mangiare poco fa venire solo più fame e il ragazzo era finito su quel lettino. Doveva morire, anzi avrebbe potuto: era una possibilità ma non accadde. Per quanto la fortuna può aiutare sapeva che alla lotteria non si vince tutti i giorni. “Butteremo via tutto! Nemmeno un cucchiaio o una siringa in casa!” lei smise di mangiarsi i capelli. Era lei il bene, la sua possibilità di bene.

“Sposiamoci”

Lei non aveva smesso di piangere e si mangiava le mani come a voler scartare parole che continuavano a nascondersi. Si piegò sul suo cuore che doveva fermarsi ma non l’aveva fatto. “Promettimi che non succederà più”

“Butteremo tutto…”

“No… io non ce la faccio… nessuno dovrà vedere l’altro morire né oggi né domani, né tra cento anni. Appena sentiamo la morte dovremo scappare e corre e correre… lasciarci solo un piccolo biglietto… non siamo bravi con le parole lo so e… non lo saremo… poche parole… nessuno dovrà vedere la morte dell’altro! Prometti! Prometti!

“Prometto”

“Lo giuri?”

“Lo giuro”

“Appena si avvicina… noi dovremo lasciare solo la nostra immagine viva…”

Sembrava una bambina ma era soltanto una donna che aveva paura. Lui sembrava il suo posto sicuro ma era soltanto un uomo. Quei due si tenevano in vita. Non indispensabile, non necessario ma naturale.

Rigirava il biglietto come se in qualche angolo potesse nascondersi l’indizio di un banale incubo. Non stava dormendo né sognando. Stava fermo sul letto a perdere ogni pensiero. Si sente la morte o è solo un presagio dei vecchi?

2022-07-20

Aggiornamento

Cari (futuri) lettori, ce l'abbiamo fatta! La campagna crowdfunding oggi ha raggiunto i 200 pre ordini e questo vuol dire che il romanzo verrà pubblicato. Vi ringrazio per essere stati pazienti con tutti i messaggi che vi ho inviato e di aver creduto in questo mio piccolo grande sogno. Con tutto il sostegno che mi avete dato posso dire che questo libro è anche un po' vostro.

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Antonio Castiello
Nato nel ‘95 in provincia di Salerno. Tra i vari tentativi di pubblicare un libro, la confusione e il timore di un futuro precario lo portano a laurearsi in ingegneria. Attualmente lavora come consulente nel campo del UX/UI design a Torino mentre sogna di continuare a scrivere, magari su un balcone del suo paesino in sud Italia, Vietri Sul Mare.
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