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Áints. Romanzo etnostorico

Áints. Romanzo etnostorico

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2022
Bozze disponibili

Attraverso le voci dei suoi molteplici narratori e personaggi, Áints narra le vicissitudini storiche degli Achuar- un piccolo gruppo etnico dell’Amazzonia Peruviana – tra la fine del XIX secolo e quella del XX. Di episodio in episodio, la saga conduce il lettore attraverso guerre tribali, migrazioni, commerci, asservimenti, epidemie, crisi sociali, predicazioni missionarie, meticciato, politiche assimilazioniste dello Stato peruviano: un itinerario che sembra terminare tragicamente quando una compagnia petrolifera invade il territorio indigeno. Questo lungo percorso, che si svolge sullo sfondo della “Grande Storia” mondiale e peruviana, trasforma profondamente la società e la cultura indigene. Ciò nonostante, gli Achuar, alle soglie del terzo millennio, si rivelano ancora capaci di far valere le loro ragioni e di progettare un futuro nel quale la modernità entri a far parte del modo di vita che Itsa, il Sole, ha indicato loro all’inizio dei tempi.

Perché ho scritto questo libro?

Áints nasce da un duplice esercizio della memoria: il recupero di materiali raccolti quasi quarant’anni or sono durante la mia permanenza tra gli Achuar, ed il ricordo di quell’incontro etnografico, tanto avventuroso ed esotico, quanto ora intenso e vicino. Il libro che ne è venuto fuori è al tempo stesso un romanzo etnografico, una saga storica, e un racconto di avventure. Lascio scegliere al lettore o alla lettrice, quale di queste intenzioni di scrittura sia a lui o a lei sia più congeniale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Noialtri, gli Achuar, sappiamo fare tutto quel che serve per vivere agiatamente: costruire case per abitare e ricevere ospiti, disboscare la foresta per piantare gli orti, scolpire canoe per navigare, tessere stoffe per coprirci, temprare punte di legno per colpire e perforare, e lavorare moltissimi oggetti utili e belli. Però è facile capire che questi lavori non possono farsi a mani nude: gli alberi non si spezzano come se fossero rametti secchi; le erbacce non vengono via arrancandole con le mani; le canoe non possono farsi raspando i tronchi di cedro con le unghie. Per questi e altri lavori è necessario contare su attrezzi che colpiscano pesantemente e taglino con la loro lama: asce, machete, accette, coltelli e altri ancora.

Dicono che in un tempo antichissimo, gli áints sapevamo ricavare asce da certe dure pietre grigie, e coltelli dagli affilati sassi neri che si trovano su per il Pastaza, alle falde del vulcano Tungurahua. Così dev’essere, perché altrimenti come quei nostri antenati sarebbero potuti sopravvivere? Però, questa età delle pietre fa parte di un nebbioso passato del quale poco o nulla può sapersi. Quel che è certo è che, i nostri bisavoli già contavano sui potenti strumenti di metallo che gli Apách, gli uomini bianchi, ci hanno fatto conoscere. Ai nostri bisavoli, questi attrezzi (che, come ogni altra mercanzia che viene dagli Apách chiamiamo warinchu) li fornivano la gente che si chiama Runa e vive sull’altra sponda del Pastaza e che sempre è stata nostra amica.

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Bisogna sapere che i primi che portarono in quelle terre i warinchu furono i taita, gli strani Apách che vestono di tela marrone. Questi avevano fondato una missione a Canelos, su per il Bobonaza, e si erano avvicinati ai Runa che lì vivevano, dicendo: siamo venuti per far conoscere Yuse a voi che ancora di lui non sapete nulla. Venite, dunque, perché possiate apprendere!

Inizialmente, nessuno si sarebbe curato dei taita, né della missione, né di Yuse se non fosse stato per gli attrezzi di metallo, che i missionari generosamente regalavano a chi li andava ad aiutare. Poi successe che frequentando i taita, parecchi runa incominciarono a prendere sul serio le storie di Yuse e si fecero cristiani e si trasferirono nel villaggio che era sorto intorno alla missione. Altri runa invece non vollero sapere nulla di tutto quello e decisero di continuare a vivere come sempre avevano fatto, ritirandosi nelle impenetrabili foreste del Bobonaza. I Runa si divisero così in due: gli Alli Runa, o Runa del villaggio, agricoltori e cristiani; e i Sacha Runa, o Runa della foresta, principalmente cacciatori e tutto fuorché cristiani. Ciò nonostante, Alli e Sacha Runa continuarono a essere un solo popolo. La loro unità si basava sul baratto di ciò che ciascuno aveva in abbondanza: attrezzi di metallo e altri oggetti degli Apách, gli Alli Runa, e selvaggina e prodotti della foresta, i Sacha Runa.

Anche noialtri gli Achuar finimmo col partecipare in questa catena di scambi. Non si sa bene come e quando, ma in un certo momento dei sacha runa attraversarono il Pastaza, e andarono a visitare alcuni dei nostri kakaram offrendo loro di barattare attrezzi di metallo con ciò che abbiamo di meglio: precise cerbottane per la caccia ai volatili e alle scimmie, fulminante curaro per le loro frecce, e sgargianti corone di piume di tucano e altri uccelli; beni che, per ragioni differenti, interessavano non solo ai Sacha Runa stessi, ma anche agli Alli Runa e perfino agli Apách. Lo scambio in molti casi riuscì e proseguì nel tempo. Si formarono così delle coppie stabili di alleati di baratto – un sacha runa e un kakaram – o, come si dice in runa e nella nostra lingua, di amikri.

All’inizio gli amikri scambiavano tra loro poche cose: una cerbottana per un machete, una corona di piume per una testa d’ascia. Poi però il baratto si ampliò. Vennero, infatti, a Canelos degli apách che non volevano parlare di Yuse, ma approfittare di alcune spezie che regala la foresta: la salsapariglia, la china, la cannella, il copal. In cambio di queste cortecce e legni questi apách offrirono ai Runa non solo attrezzi di metallo, ma anche un inaudito assortimento di mercanzie o warinchu che dir si voglia: tele e filo da ricamo, zanzariere e lanterne, pentole e tazze di latta, ami e lenze, e in particolare luccicanti e potenti schioppi da caccia. Tutto quello che di questo vorrete – dissero – porterete via secondo quanti canestri di spezie ci consegnerete. Attratti da tanta abbondanza, tutti i Runa, quelli del villaggio, e quelli della foresta, si misero a raccogliere e barattare spezie. Solo che le quantità che riuscivano a estrarre erano insufficienti per soddisfare le tre avidità: quella degli Apách per cortecce e legni; quella degli Alli Runa per le tele e chincaglierie varie; e quella dei cacciatori sacha runa per gli schioppi, la polvere e il piombo.

Dagli e dagli, a un certo punto le spezie che sono rare cominciarono a scarseggiare nelle foreste del Bobonaza. Così, a qualche sacha runa venne in mente che forse, per alimentare il baratto, si poteva venire a cercare quelle cortecce e quei legni per il nostro lato del Pastaza. Un po’ pericoloso, forse, visto il clima di guerra continua che c’era dalle nostre parti. Però, una cosa era certa: chi contava su di un amikri achuar poteva con confidenza avvicinarglisi nel suo territorio e richiedergli di mobilitare la sua famiglia per cercare quanto il suo socio runa richiedeva; a cambio, s’intende, dei warinchu che questi potesse procurare all’áints.

*****

Kusi era ormai pronto a partire. Lo sciamano della casa gli aveva soffiato sui capelli il suo incantesimo augurale. Che tu faccia un buon viaggio, nipote mio, e che tu possa tornare sano e salvo tra di noi! Salutò un’ultima volta la famiglia, caricò il grande e pesante canestro di mercanzie, prese il suo schioppo nuovo di zecca e il suo machete, consumato dal tanto aprirsi cammino nella foresta, ma ancora solido e affilato, e s’incamminò per l’ampio sentiero che portava alle rive del Bobonaza. Per quell’agevole cammino, arrivò rapidamente al fiume. Lì tirò fuori la sua canoa che aveva lasciato in secco su una piccola terrazza al sicuro dalle piene e s’imbarcò senza perdere tempo. I fiumi erano piuttosto cresciuti in quella stagione e non gli costò molta fatica raggiungere, la foce del Bobonaza: solo piccoli colpi di remo per mantenere la rotta. Durissima fu invece la risalita del tumultuoso Pastaza fino al luogo della riva opposta dove avrebbe dovuto lasciare l’imbarcazione e proseguire per terra. Tirò in secco la canoa, mangiò e bevve qualcosa delle provviste che si era portato. Poi, collocò nuovamente sulle spalle il suo canestro fissandolo con una cinta che gli avvolgeva la fronte e imboccò il cammino che conduceva alle terre degli Achuar. Il sentiero era poco più di una traccia nella foresta. Per aprirsi la strada bisognava in continuazione lavorare di machete e dopo mezza giornata di quel lavoro il braccio doleva come se fosse slogato.

Sopportando la fatica e il dolore, Kusi penetrò nel territorio di vicinati achuar sconosciuti e forse ostili. Sicuramente la sua presenza non passò inosservata, ma nessuno gli ostacolò il passaggio. Molto probabilmente, chi lo seguiva con lo sguardo riconosceva in lui l’amikri di Paantam il potente kakaram del Kampantinentsa, il che era un più che certo lasciapassare.

Dopo tre giorni di cammino, Kusi arrivò finalmente a destinazione. Ricorse il Kampantinentsa a valle, fino all’enorme albero che indicava l’entrata alla casa di Paantam. Secondo il costume delle visite, si lavò in una pozza del fiume e vestì panni puliti. Quindi annunciando il suo arrivo ad alta voce e tenendosi bene in vista per non essere scambiato per un nemico si arrampicò su per la ripida scala che conduceva alla casa. Dal patio salutò assertivamente: – Winiajai, sto arrivando! –Da dentro con lo stesso tono una voce rispose: – Ayú, winitiá! Bene, vieni pure.

Kusi si fece avanti nella fresca ombra della grande casa. Paantam sedeva su un grande sgabello a forma di tartaruga: il suo trono di kakaram. Intorno, in semicerchio, nel tankamásh, la parte della casa dove si ricevono i visitatori, svariati guerrieri del vicinato sedevano appoggiandosi alle loro lance.

Siediti –lo invitò Paantam. Un ragazzo portò uno sgabello per fare accomodare l’ospite a lato del padrone di casa. Questi intanto ordinò alle donne di portare da bere. Una decina di femmine di tutte le età apparve dalle cucine recando ciotole decorate finemente, ricolme di spesso nijamánch. Grandi quantità della bevanda furono servite agli ospiti apparentemente insaziabili.

Quando tutti terminarono di bere Paantam si rivolse a Kusi, e, senza perdere tempo in altri convenevoli, indicò il canestro e disse:

–Da quel che vedo lì, non sei venuto a visitarmi solo per il gusto, ma anche a barattare, mio amikri. Non è certo?

–Sì a questo sono venuto, come corrisponde a un amikri.

–Bene! Mettiamo allora sul suolo una tela per esporre ciò che hai portato e ciò che io ti darò, perché tutti possano vedere bene cosa ci regaleremo l’un l’altro.

Il ragazzo degli scanni portò un telo azzurro e lo dispose di fronte a Kusi e Paantam.

–Allora, amikri, – disse il padrone di casa – che cosa c’è nel tuo pesante canestro.

–Ricorderai –rispose Kusi – quello che mi hai chiesto l’ultima volta che sono venuto a visitarti, un anno fa forse. Tutte cose che allora mancavano nel vostro vicinato: due asce che a quelle che avete non c’è più modo di dare il filo, dicesti, e sei machete, poiché i vostri sono ormai sottili come foglie.

–È vero, questo ti ho chiesto e questo ancora ci manca.

–E questo per l’appunto ho qui con me –rispose Kusi, tirando fuori dal canestro gli oggetti ed esponendoli enfaticamente sulla tela.

Paantam prese a uno a uno gli otto pezzi. Ammirò il loro splendore metallico e annusò il loro oleoso odore di nuovo. Con soddisfazione disse: – Grazie, mio amikri, grazie. Sembrano molto buoni e forti per lavorare.

–Ho cercato per te quelli dal ferro più robusto.

I guerrieri presero le teste d’ascia e le lame facendosele passare dall’uno all’altro per ammirarne da vicino la magnificenza. Esclamazioni e gesti di approvazione si rincorsero sotto il tetto della grande casa.

Paantam aveva intanto fatto cenno al ragazzo di portare quel che da parte sua avrebbe dato in cambio: cinque canestri di vaniglia, salsapariglia, cannella e china, raccolti durante l’anno da uomini e donne del vicinato. E poi ordinò al giovane di posare sul telo anche tre cerbottane finemente lavorate.

–Ecco ciò che mi hai richiesto e che io ti sto dando per consegnarlo a tua volta ai Runa di Canelos e poi agli Apách e così ottenere altri warinchu –disse, indicando i fardelli di prodotti della foresta. –Questo però è niente: qualcosa d’inutile che solo gente inutile come gli Apách può, chissà perché, desiderare. Guarda invece le cerbottane. Tsere, che dei nostri è il più esperto in quest’arte, le ha fatte per te e i tuoi, con dure e dritte stecche di palma achu, sigillate col catrame vegetale e un bocchino di osso di pecari incantato. Per due lunghe eravamo rimasti; la corta è un regalo che aggiungo per i tuoi figli, perché con essa e il suo potere apprendano a cacciare.

Kusi prese le cerbottane a una a una ammirando la rettezza delle canne e l’eleganza della rifinitura esterna. –Sono eccellenti Paantam. Grazie per il tuo dono e grazie anche a te Tsere per averle fatte con tanta perizia – concluse al terminare l’ispezione.

Come le asce e i machete, questi valorosi regali passarono di mano senza tuttavia destare molto interesse. Chi non conosceva la splendida fattura delle cerbottane di Tsere? Infine, i doni tornarono a essere esposti sulla tela perché s’imbevessero dello spirito del baratto che fa che gli amikri siano tali. Lo sguardo di Paantam cadde allora sullo schioppo che Kusi teneva in grembo. Era splendente, per essere anche questo nuovo di zecca, luccicante d’olio. Mai si era vista un’arma così attraente.

–Mio amikri – chiese – Potrei vedere bene il tuo schioppo? –Kusi glielo passò.

–Bellissimo – commentò Paantam – osservando minuziosamente da vicino l’arma e poi passandola agli altri guerrieri perché anch’essi comprovassero. Entusiasmati, risolsero uscire dalla casa per una dimostrazione pratica. Tutti rimasero stupefatti del potere e precisione di quello schioppo. Presero allora a commentare tra di loro che grande vantaggio nella caccia e soprattutto nella guerra sarebbe stato possederne uno.

Animato da questi commenti, Paantam, si risolse a chiedere al suo amikri:

Amikri Kusi, non sarà che puoi portare anche a noi uno di questi potenti schioppi che molto aiuterebbe il vicinato a difendersi dagli Shuar e anche dai nemici di vicinati lontani che a volte vengono per ucciderci o dei quali dobbiamo vendicarci?–

–Ascolta, grande Paantam: il modo di conseguirlo dagli Apách c’è –rispose Kusi – Si tratta solo di portare loro molti canestri di ciò che richiedono.

–Va bene. Gli áints di questo vicinato lavoreranno un altro anno per raccogliere i rari frutti, legni, radici che, come tu dici, gli Apách chiedono per barattare lo schioppo. Solo che sarebbe meglio che tu ci lasciassi fin da ora lo schioppo che hai portato con te, perché molto e da subito ci serve. Poi, a suo tempo ritirerai i regali della foresta che in cambio ti daremo.

Kusi ci pensò su un bel po’. Gli dispiaceva per lo schioppo, ma in questo commercio, la generosità era tutto. E poi con il carico che avrebbe riportato a Canelos, non sarebbe stato difficile ottenere dagli Apách un altro schioppo, magari di quelli nuovi, a retrocarica. Concluse che in fondo, nell’immediato, quello schioppo serviva molto meno a lui che al suo amikri. Dunque, perché non essere generoso? Così, dirigendosi a Paantam e a tutti i guerrieri disse:

–Bene, faremo come dice Paantam da amikri ad amikri. Tieni pure lo schioppo kakaram. Mi darai ciò che vuoi barattare quando sarà pronto per essere portato agli Apách. Prese quindi lo schioppo, lo scaricò in segno di pace e amicizia e lo pose in grembo a Paantam.

Contentissimo fu Paantam di ricevere lo schioppo. Ma d’immediato si domandò come lì per lì avrebbe risposto a tanta generosità, senza sfigurare nel baratto. Non c’era altra cosa che egli potesse dare che la sua corona di piume, adorno di grande valore perché per tesserla c’erano voluti anni di paziente lavoro. Molto ci teneva Paantam. In quell’oggetto c’era la storia della sua vita, il suo potere di kakaram. Ma proprio non c’era altra soluzione. Perciò sciolse la corona dalla sua testa e, avvicinandosi allo scanno di Kusi cinse con essa la fronte dell’amikri.

Animati dallo spettacolo di un così grande baratto, i guerrieri cominciarono a gridare e a battere ritmicamente le lance al suolo per manifestare il loro entusiasmo. Le donne ricominciarono a servire nijamánch in ancor più grandi quantità. A misura che l’ebbrietà riempiva la casa, gli uomini, come ragazzi impuberi, cominciarono a farsi scherzi grossolani, che scatenavano l’ilarità degli astanti. Andarono avanti così fino al far della notte, quando, chi prima, chi dopo, si addormentò russando pesantemente, mentre l’incontenibile fermentazione della bevanda che gonfiava le loro budella esplodeva in formidabili e maleolenti peti.

*****

Dopo aver passato tre notti all’addiaccio sulla nuda terra, Kusi si sentì contento di trovarsi sotto un tetto, steso sopra un comodo letto di corteccia di palma battuta. Era sfinito e per questo dormì profondamente ignorando i rumori notturni della casa. Si svegliò all’alba, all’ora del wayús quando tutti i guerrieri si erano già alzati per commentare i sogni della notte e così decidere cosa fare nella giornata che stava per cominciare. Quel giorno –decisero –niente lavoro negli orti, niente caccia, niente pesca. Lo avrebbero passato conversando con il loro ospite e bevendo nijamánch.

Raccontarono loro per primi le novità del vicinato: stregonerie; scorrerie; vendette; nuove alleanze; un attacco shuar che era stato valorosamente respinto. Poi Paantam, che, seduto sul suo scanno con il nuovo schioppo sulle ginocchia, aveva taciuto fino a quel momento, disse:

–Ascoltiamo ora cos’ha da dirci il nostro ospite che dall’altra riva del grande Pastaza sicuramente ci porta molte interessanti novità.

–Bene, vi racconterò quel che succede per il Bobonaza e a Canelos – Su in foresta, tra noi, i Sacha Runa, non ci sono grandi novità. Viviamo tranquilli, in pace, senza scorrerie, né guerre. Come sempre, dagli orti ricaviamo cibo e bevande e la caccia e la pesca sono molto abbondanti. Ci dedichiamo al baratto dei regali della foresta. Gli Apách di Canelos non ci molestano perché noi continuiamo a portar loro le spezie che essi tanto desiderano. In cambio riceviamo molti machete, coltelli, asce, pentole, tele, lanterne, perline. Di queste cose ormai possediamo in abbondanza. Del resto, non c’è uomo adulto che non abbia il suo schioppo. Siamo contenti e agiati.

Di molti cambiamenti soffrono invece gli Alli Runa che ora non vivono più tutti intorno alla missione di Canelos, ma sono stati portati via dai taita perché popolassero quelle nuove di Sarayacu, Montalvo, Andoas, e del Puyo. Lì,  poi, sono arrivati altri apách che già non cercano regali della foresta, ma vogliono coltivare canna da zucchero e hanno imposto a quei runa di lavorare per loro nelle grandi piantagioni di canna da zucchero che hanno fatto piantare. Non si tratta più di cercare in foresta, per poi scambiare liberamente il raccolto per quello che piace, ma di faticare duramente in quei canneti, senza ricevere quasi niente in cambio. Se qualcuno si rifiuta di accettare questo trattamento, gli Apách si fanno obbedire con le frustate. Se qualcuno cerca di scappare e viene scoperto lo ammazzano. Altre angherie compiono quei bruti: molto a loro piace prendere alla forza le figlie dei Runa. Da queste unioni nascono figli mezzo-apách e mezzo-runa, che chiamano Misti, i quali spesso sono ancora più arroganti e crudeli con i Runa dei loro padri.

Ora si dice che questo peggiorerà, e che conviene andarsene di lì, ritornare nella foresta, poiché questa gente, Apách e Misti, si fa più potente di giorno in giorno. Sentite cosa è successo: tutti sanno che gli Alli Runa sono gente mite e paziente, agricoltori e commercianti; non sono guerrieri come noialtri i Sacha Runa e ancor meno di voi gli Achuar. Ma a un certo punto non ne hanno potuto più di tanti soprusi e hanno incendiato i canneti, rifiutandosi di lavorare. Allora, per punirli e obbligarli nuovamente a obbedire, gli Apách hanno chiamato i soldati, che sono i loro guerrieri. Questi sono venuti armati di fucili a sette colpi e cannoni che con un tiro spazzano via una casa. In molti sono morti e gli altri per sopravvivere hanno dovuto tornare al lavoro. Dunque, vedete bene che gli Apách sono invincibili. Come dicevo, l’unico modo che i nostri fratelli hanno per sfuggire al loro dominio è fuggire nella foresta con tutta la famiglia e unirsi a noi, i Sacha Runa.

Così vanno le cose dall’altro lato del Pastaza. Però, siccome questi sono guai che fortunatamente a voi non affliggono, non c’è ragione per rovinare con cattive notizie questa mia visita. Sono venuto per gioire del buon vivere col mio amikri e tutti i guerrieri del vicinato, non per parlare di cose tristi. Pertanto, conversiamo d’altro, mangiamo, ubriachiamoci e rallegriamoci con qualsiasi altra cosa ci diverta.

–Giusto –approvarono unanimi i presenti che invero, avevano capito solo metà del complicato e inaudito racconto di Kusi.

*****

Dieci giorni stettero insieme i due amikri nel Kampantinentsa, condividendo il buon vivere e provando i warinchu che Kusi aveva portato. Cacciarono pecari con il potente schioppo, inaugurarono le precise cerbottane tirando a uccelli dalle piume colorate per farne corone, e abbatterono alberi e pulirono il sottobosco con le robuste asce e i taglienti machete nuovi di fabbrica. Tutto sembrava ammirabile, come lo sono le novità; però ancor più ammirabile era il potere del baratto tra amikri che aleggiava nelle case e riverberava negli orti assolati, nella folta foresta, nelle pozze profonde del torrente. Questo potere faceva sì che non si condividesse solo quello che era stato scambiato, ma anche e soprattutto la propria, reciproca presenza. Perciò Paantam e i suoi si sentirono molto tristi quando Kusi risolse di ritornare al Bobonaza.

Prima di partire i due si misero d’accordo su come doveva essere il prossimo baratto: da una parte due schioppi, piombo e polvere; dall’altro quattro canestri grandi di prodotti della foresta. Poi bevvero e mangiarono in silenzio fino a che venne il momento di scendere la scala scavata nell’argilla che portava dalla casa al torrente.

–Già te ne vai, amikri? –disse Paantam

–Già me ne vado, amico caro – rispose Kusi che poi senza voltarsi indietro s’incamminò per la traccia che recava alla riva del Pastaza. Due ragazzi della casa di Paantam lo seguivano, sbuffando sotto il pesante carico di regali della foresta che dopo un lungo e faticoso viaggio sarebbe infine arrivato ai commercianti apách di Canelos e poi al grande porto di Guayaquil e poi di lì alle botteghe e ai laboratori degli speziali e farmacisti di tutta Europa.

*****

Come isole di facile approdo in un fiume tumultuoso erano le case degli amikri nei lunghissimi e incerti sentieri della riva occidentale del Pastaza attraverso i quali correvano i warinchu. Però, allo stesso modo correvano per queste rotte le stupefacenti notizie di quel che gli Apách facevano nei molti luoghi dove si erano stabiliti circondandoci da ogni lato. Apprendemmo allora che la nostra terra era incastonata tra due grandi paesi, il Perù e l’Ecuador, dove vivevano in moltissimi gli Apách, facendosi guerra tra loro perché gli uni invidiavano le terre degli altri. Venimmo anche a sapere che all’improvviso gli Apách e i Misti, che apprendemmo a chiamare Wiakcha, erano diventati avidi di un altro regalo della foresta: il caucciù. Dato che questo si trovava in grandi quantità giù per i fiumi, avevano obbligato un gran numero di alli runa ad andare a lavorare sempre più a valle per il Basso Pastaza. Udimmo anche che gli Andoa, che in quelle terre vivevano, erano stati fatti tutti prigionieri, riuniti in grandi accampamenti e obbligati a lavorare nell’estrazione della gomma. Da quei luoghi non c’era modo di fuggire, perché chi ci provava veniva inseguito con i mastini, preso e ucciso crudelmente per dissuadere gli altri a fare la stessa cosa.

A sentire tutto questo ci chiedevamo? Non sarà che agli Apách verrà in mente di venire a toglierci le nostre terre con i loro fucili a sette colpi e farci tutti prigionieri per costringerci a raccogliere il caucciù? Però molto ci tranquillizzavano i nostri amikri, che di questo ne sapevano di più: –Non dovete preoccuparvi giacché gli Apách qui non vogliono entrare, perché – come dicono – voi siete Jívaro selvaggi, sempre in guerra tra di voi, crudeli, inaffidabili e troppo pericolosi per essere affrontati in casa vostra.

Ahi! Quella era una mezza verità e una mezza menzogna: mezza verità perché per molto tempo ancora gli Apách e i Wiakcha non avrebbero cercato di toglierci le nostre terre; mezza menzogna perché noi stessi gli Achuar, per necessità e avidità di warinchu, ci saremmo legati ai loro commerci e da questo laccio non ci saremmo più sciolti.

2022-04-27

Evento

Roma, Uniroma1 "La Sapienza", Facoltà di Lettere Care lettrici e cari lettori, la segnalazione di un evento e un aggiornamento sul fine campagna. M scuso, intanto con quanti hanno cercato di collegarsi per zoom al seminario di venerdì scorso. C'è stato un problema tecnico e il link è stato cambiato all'ultimo momento. Questo mercoledì 27 alle 13 si parlerà di nuovo di "Áints" a Lettere: " Dal diario al saggio, al romanzo etnografico. Conversazione con Patrizio Warren" (a cura di Laura Faranda). Dove: Università di Roma 1, La Sapienza" Facoltà di Lettere Aula Chabod, terzo piano. Per chi vuole seguire in remoto, il link assegnato è: https://uniroma1.zoom.us/j/95649437517?pwd=eEdUWk1uVGhFeGhJUU1FblhudnUrZz09 (speriamo che funzioni). Avevo pensato a una festa di fine campagna qui a casa mia nel borgo medioevale di Formello (Rm). Ci tenevo a ringraziare di persona quanti di voi avrebbero potuto partecipare, ma devo posticipare a causa dell'epidemia di omicron (che in un mese ha colpito ben quattro amici). Non mi sembra il caso dare una mano al virus producendo un evento con parecchia gente in uno spazio ristretto. Si farà quando si placherà nuovamente. Siamo a 227 copie preordinate. Mettendocela tutta, forse si raggiunge il nuovo goal bookabook di 250 copie per domenica Primo Maggio, giorno in cui termina la campagna. Grazie ancora per il vostro sostegno al crowdfunding di "Áints": maketai! (anche da parte del mio omonimo achuar, Tsere) Un caro saluto e a presto Patrizio
2022-04-20

Aggiornamento

Caro lettore/lettrice, ancora grazie per avere acquistato in prevendita una o più copie di "Áints. Romanzo etnostorico". Spero che abbiate avuto modo di scaricare le bozze e di cominciare a leggerle (che è quel che più mi preme). Vi confermo che la campagna ha superato le 200 copie prenotate, quota oltre la quale il contratto bookabook prevede la pubblicazione in e-book e libro a stampa in tempi rapidi (presumibilmente a ottobre 2022). Riceverete perciò le copie che avete ordinato presto e con tutta certezza. Di seguito, vi segnalo due eventi di fine campagna invitandovi a partecipare: Venerdì 22 aprile, h 13, Università degli Studi Roma 1 "La Sapienza", Facoltà di lettere, Aula di Studi Storico-Religiosi, Seminario "Kakarma. Il potere nella società achuar e neo-achuar" (accessibile anche in remoto; appena mi sarà possibile girerò il link a chi si prenota con una mail a patriziowarren@gmail.com).- Mercoledì, 27 aprile, h 13, stessa collocazione e ubicazione universitaria, "Dal diario, al saggio, al romanzo etnostorico. Conversazione sulla scrittura etnografica con Patrizio Warren" (anche quest'evento può essere accessibile in remoto agli interessati che mi scrivono per tempo). La campagna continuerà fino a fine mese, con l'obiettivo di totalizzare almeno 250 copie prenotate, contando anche sullo sconto speciale del 30% sui preordini, concesso da bookabook (immettere il codice “romanzo”). Continuate a seguirla e a sostenerla passando parola tra i vostri amici! Ancora un sentito "nukap maketai" (molte grazie in achuar) per l'interesse che avete concretamente mostrato per "Áints" A presto Patrizio _________ Foto: San Lorenzo, Amazzonia Peruviana, agosto 1983
2022-04-09

Aggiornamento

Care lettrici, cari lettori, Il crowdfunding di Áints ha superato ieri le 200 prevendite, quota che assicura la pubblicazione in libro ed e-book per i tipi di bookabook. Un sentito grazie in achuar a tutte/i per l’amicizia, l’interesse e la fiducia nel mio lavoro, ed il generoso contributo alla campagna (che continua fino a fine aprile)! Ataksha maketai (un'altra volta grazie in achuar) Patrizio (Tsere)
2022-01-18

Aggiornamento

HANNO SCRITTO DI AINTS “Negli ultimi decenni la antropologia riflessiva ci ha fatto prendere coscienza che l’etnografo non è esclusivamente un ricercatore di strani ed esotici costumi (…), ma anche uno scrittore: un uomo o una donna che presenta la sua esperienza dell’alterità culturale in forme espressive letterarie. Di fatto, in passato ci sono stati casi di esperti conoscitori di questa o quella cultura indigena – antropologi e non antropologi – che hanno scritto su questa romanzi e racconti di grande successo di pubblico. Tra i molti, penso qui, tra i primi, a José Maria Arguedas.(…) e, tra i secondi, a Mario Vargas Llosa. Può dirsi che i testi di questi autori rappresentano efficacemente le culture in oggetto, al punto di quasi sostituire la monografia accademica convenzionale. Il libro di Patrizio Warren, dedicato agli Achuar dell’Amazzonia Peruviana, si inserisce in questa scia. In questo lavoro, finzione romanzesca ed etnografia appaiono bene articolate: Il romanzo trae fondamento da un’ esperienza di vita condivisa con gli indigeni e di osservazione del loro modo di pensare e agire, nonché da una conoscenza dettagliata della bibliografia di area e del contesto nel quale si è sviluppata la vita di questo popolo durante il XX secolo. Ciò permette a Patrizio di presentare nel corso della narrazione un’alternanza di capitoli centrati sul punto di vista indigeno e capitoli che invece hanno più il carattere di “racconti dall’esterno”: eventi e storie narrati da viaggiatori, missionari, commercianti e funzionari che ricorrono la regione. Ma ciò che attrae maggiormente il lettore di Áints è la tessitura della narrazione che si presenta come la sceneggiatura di una rappresentazione teatrale, nella quale i dialoghi intensi e vivaci, le opinioni, i punti di vista degli attori sociali, quanto essi conversano e discutono, e le loro opinioni, valutazioni e critiche si impongono con grande efficacia. Può ben dirsi che un quadro così ricco e diversificato della pluralità delle voci che si fanno ascoltare nelle vicissitudini storiche degli Achuar non avrebbe potuto essere presentato e trasmesso in altra forma che quella del “romanzo etnostorico”. Qualsiasi altra forma di narrazione, come la descrizione etnografica classica o il saggio accademico, non avrebbe svelato in modo così penetrante e appassionante la storia del popolo achuar”. Antonino Colajanni (dalla prefazione dell’edizione latino-americana di Áints, 2018) “Lungo tutta la sua carriera, Patrizio Warren ha realizzato studi di antropologia fondamentale e applicativa con rigore scientifico e conoscenza approfondita dei progressi teorici della disciplina, e, al tempo stesso, con una grande passione etico-politica per la promozione di modelli di sviluppo economicamente ed ecologicamente sostenibili e rispettosi delle culture locali. Combinandosi con una profonda riflessione esistenziale, queste due caratteristiche del suo lavoro ispirano anche il suo romanzo etnostorico Áints da poco pubblicato in America Latina. Il libro è stato recentemente presentato ai docenti e agli studenti del nostro dottorato (La Sapienza, Roma). La discussione critica ha mostrato come, ispirandosi in particolar modo a José María Arguedas, Patrizio, nel suo lavoro principale sugli Achuar, ha cercato con successo di superare il formato positivista della monografia etnografica classica, adottando una struttura narrativa e un linguaggio autorale che dà spazio a molteplici personaggi: gli Achuar, naturalmente, ma anche gli antropologi che li hanno studiato, i missionari che hanno cercato di convertirli, i commercianti e gli estrattori di materie prime forestali e infine il personale delle compagnie petrolifere. Basandosi su un’approfondita e dettagliata conoscenza del cambiamento culturale, Patrizio combina tra loro materiali documentari eterogenei e stili differenti per ricostruire un’etnostoria nella quale differenti soggettività si incontrano e, a volte, si scontrano. Come è stato da più parti osservato nel corso del seminario, Áints solleva importanti interrogativi sul modo di scrivere etnografie, sulla relazione tra saggistica e letteratura, sulla stessa possibilità di rappresentare l’”altro” con la scrittura convenzionale (…), suggerendo che altre forme di comunicazione devono essere sperimentate se si vogliono captare e trasmettere non solo i ”fatti” della pratica etnografica, ma anche i suoi intensi vissuti. Alberto Sobrero, (lettera di presentazione accademica di Patrizio Warren, 2019) Caro Patrizio, complice il primo maggio, mi sono rimessa in pari con la lettura di Áints in italiano. Grazie per questi doni a puntate. Quello di ieri mi ha lasciato come un'assetata tra le dune di un deserto: fai presto a rifornirmi di acqua, prima che una lunga attesa mi disidrati. E spero che non ci farai attendere troppo per conoscere di più sulla buona sorte di don Eleazar alias Patrón Cisneros. Mai come di questi tempi, farci viaggiare in compagnia dei tuoi personaggi è pura fleboclisi di vita. Non finisce di sorprendermi la fluidità mimetica della tua scrittura, l'abilità con cui riadatti lessico e sintassi a seconda dei personaggi: penso alla magnifica descrizione della terra di Tsumunam da parte di Nantu, messa a confronto con il resoconto di Karsten al chiarissimo professor Westermarck. Ma la cosa a mio avviso più bella è che nelle tue pagine c'è colore, nel senso che si riesce a intuire tutta la varietà cromatica dei contesti. Non so dire meglio, ma se le parole, oltre che corpo prendono colore, vuol dire che c'è fibra vera. Laura Faranda (mail inviata nei giorni del lockdown 2020)

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Patrizio Warren
Mi sono laureato in antropologia nel 1978. Dal 1981 al 1986 ho partecipato a un progetto di cooperazione e solidarietà con i popoli indigeni dell’Amazzonia Peruviana, dedicandomi in particolare alle comunità Achuar. Di ritorno in Italia, ho iniziato a lavorare come consulente in antropologia applicata per la Cooperazione Italiana, la FAO e altre agenzie delle Nazioni Unite. Questa attività mi ha condotto in oltre trenta paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia. Ho scritto saggi di etnografia achuar e antropologia dello sviluppo e svolto seminari e corsi universitari di questa materia. Nel 2017, mi sono ritirato dalla carriera negli organismi internazionali (premiata nel 2020 dalla Società Italiana di Antropologia Applicata). Áints – che ha origine dalla mia esperienza giovanile in Amazzonia – è il mio primo romanzo.
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