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Al km 1987

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Consegna prevista Agosto 2027

“Al Km 1987” è un viaggio tra ricordi, emozioni e parole che hanno accompagnato un percorso di vita. Dall’infanzia al presente, ogni fermata racconta qualcosa di ciò che ci forma: le esperienze, le difficoltà, gli incontri, le scoperte e i cambiamenti che ci aiutano a diventare ciò che siamo.

Tra pagine autobiografiche e frasi nate lungo il cammino, Maurizio invita il lettore a fermarsi, guardarsi dentro e riconoscere il valore anche dei passaggi più complessi. Non è soltanto il racconto di una storia personale, ma uno spazio in cui ciascuno può ritrovare un ricordo, una domanda o una parte di sé.

Perché ogni vita è fatta di tappe: alcune ci mettono alla prova, altre ci sorprendono, tutte possono insegnarci qualcosa. E il viaggio continua, una fermata alla volta.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Al Km 1987” per raccontare il mio percorso di vita, condividere le esperienze che mi hanno formato e dare voce alle emozioni che mi hanno accompagnato. Attraverso ricordi e frasi nate lungo il cammino, desidero far conoscere il mio modo di essere e lasciare qualcosa di autentico a chi legge. Vorrei che la mia storia potesse diventare anche uno stimolo per gli altri, offrendo forza, spunti di riflessione e la possibilità di riconoscersi tra le pagine.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Da bambino pensavo che tutti sentissero le cose come le sentivo io.

Credevo fosse normale entrare in una stanza e accorgersi subito che qualcosa non andava.

Credevo fosse normale portarsi a casa gli umori degli altri come si portano a casa i quaderni da scuola.

Solo molti anni dopo ho capito che forse ero una spugna.

Una di quelle spugne immerse nel colore acrilico.

Assorbono tutto.

Anche quando non dovrebbero.

Anche quando sarebbe meglio restare asciutte.

Il problema non è il colore che entra.

È quello che rimane.

Perché puoi lavarla una spugna.

Strizzarla.

Passarla sotto l’acqua.

Ma una sfumatura resta sempre.

E forse sono fatto così anch’io.

Le parole fanno un sacco di rumore.

Anche quando vengono dette piano.

Anche quando chi le pronuncia non immagina che qualcuno continuerà a sentirle per anni.

Stavo tornando a casa dopo una lezione di canto.

La radio era accesa.

Lo speaker disse una frase che mi fece abbassare il volume dei pensieri per ascoltare meglio.

“Molti traumi e conflitti che viviamo da piccoli diventano le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro da adulti.”

Non ricordo il resto della trasmissione.

Ricordo invece ciò che quella frase tirò fuori.

Un’aula.

Una porta a vetri.

Una grande sala della scuola elementare.

Mia madre.

Una maestra.

E io qualche passo più indietro.

Sono passati più di trent’anni.

Probabilmente la memoria ha modificato alcuni dettagli.

Forse la scena non era esattamente così.

Ma nella mia mente è rimasta questa immagine.

Io che osservo.

Loro che parlano.

E la sensazione che, in qualche modo, stessero decidendo qualcosa che riguardava me.

Non ricordo le parole.

Ricordo la sensazione.

Come quando capisci che si sta parlando di te senza comprendere davvero il motivo.

Forse fu uno scambio normale.

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Forse il mio stato di allerta lo trasformò in qualcosa di più grande.

Ma ancora oggi penso che sia stato uno dei primi momenti in cui iniziai a sentirmi osservato.

In quel periodo ero il bambino seguito dalle maestre di sostegno.

Quello che faceva logopedia in un edificio adiacente al vecchio ospedale della città.

Un luogo asettico.

Pareti bianche.

Pareti grigie.

Esercizi.

Ripetizioni.

Tentativi.

Quello che ogni anno affrontava visite e controlli.

Ricordo prove fatte di macchie da interpretare.

Giochi di memoria.

Sequenze da ricordare.

Gli adulti probabilmente lo chiamavano supporto.

Io, senza saperlo, lo chiamavo differenza.

Non provavo vergogna.

Con il tempo ci avevo fatto l’abitudine.

Ma dentro di me iniziava a crescere una sensazione diversa.

L’idea di essere meno.

Meno dei miei compagni.

Anche quando prendevo buoni voti.

Anche quando riuscivo nelle stesse cose.

Anche quando, in fondo, ero allo stesso livello degli altri.

La differenza non stava nei risultati.

Stava nel modo in cui iniziavo a guardare me stesso.

Un giorno sentii una frase.

“Anche lui viene in gita?”

Non ricordo nemmeno chi lo disse.

Non ricordo se fosse una domanda innocente.

Non ricordo nemmeno la risposta.

Ricordo però il silenzio che seguì.

Ricordo quello che successe dentro di me.

Perché a volte una frase dura pochi secondi.

Ma trova una casa dove restare.

Durante quella gita camminavo insieme agli altri.

Ridevo insieme agli altri.

Guardavo le stesse cose degli altri.

Eppure una parte di me si sentiva dietro un vetro.

Come quando osservi una festa da una finestra illuminata.

Vedi tutto.

Senti tutto.

Ma non riesci a entrare davvero.

Ci sono ricordi che il tempo scolorisce.

Questo no.

Forse perché non ricordo la gita.

Ricordo la sensazione.

E certe sensazioni, proprio come il colore acrilico su una spugna, non possono sparire del tutto.

Alcuni ricordano un brutto voto.

Io ricordo il momento in cui qualcuno bussava alla porta della classe.

L’insegnante interrompeva la lezione.

Pronunciava il mio nome.

Io mi alzavo.

Raccoglievo le mie cose.

E uscivo.

Mentre i miei compagni restavano ai loro posti.

A volte era la logopedista.

Altre volte un laboratorio.

Altre volte ancora un percorso pensato per aiutarmi.

Oggi so che quelle persone stavano facendo del loro meglio.

Volevano offrirmi strumenti.

Aiutarmi a trovare la mia strada.

Ma da bambino non vedevo tutto questo.

Vedevo soltanto la distanza.

Un passo dopo l’altro.

Una porta dopo l’altra.

Come se ogni uscita dall’aula aggiungesse qualche centimetro tra me e il compagno di banco.

Forse la distanza non finiva quando rientravo in classe.

Forse continuava anche fuori.

Non ricordo soltanto le uscite dall’aula.

Ricordo anche quello che non succedeva.

I compiti fatti insieme.

Le telefonate.

Gli inviti.

I pomeriggi passati a casa di qualcuno.

Le amicizie che sembravano nascere naturalmente tra gli altri.

Sembravano cose semplici.

Normali.

Per me, a volte, erano finestre che rimanevano chiuse.

Con il tempo mi sono chiesto spesso se quella distanza esistesse davvero o se fossi io a vederla più grande di quanto fosse.

Mi sono chiesto se avessi passato troppo tempo a osservare la vita degli altri, dimenticandomi di costruire la mia.

Ancora oggi non ho una risposta definitiva.

So soltanto che quel bambino cercava un posto dove sentirsi parte del gruppo.

Non speciale.

Non diverso.

Semplicemente parte.

Per anni ho creduto che il problema fosse la mia sensibilità.

Pensavo che sarei stato meglio se avessi sentito meno.

Meno parole.

Meno giudizi.

Meno differenze.

Oggi credo che il problema non fosse sentire troppo.

Era non sapere cosa fare con tutto ciò che sentivo.

Nessuno insegna a una spugna come strizzarsi.

Così accumula.

Uno sguardo.

Una frase.

Una risata.

Una paura.

Prendere coscienza di essere una spugna ha richiesto anni.

Da bambino non sapevo dare un nome a ciò che mi succedeva.

Pensavo fosse normale stare male per problemi che non erano i miei.

Pensavo fosse normale portarmi a casa emozioni che appartenevano ad altre persone.

Aiutare qualcuno mi veniva naturale.

Quello che non capivo era quanto, ogni volta, lasciassi una parte di me in quelle emozioni.

Assorbivo paure.

Delusioni.

Tristezze.

Come se il confine tra me e gli altri fosse molto più sottile di quanto immaginassi.

Solo crescendo ho capito che quella sensibilità non era un difetto.

Dovevo semplicemente imparare a gestirla.

A non confondere il mio dolore con quello degli altri.

A non caricarmi di pesi che non mi appartenevano.

Per anni ho creduto che essere forte significasse sopportare tutto.

Oggi credo che significhi anche saper lasciare andare.

E forse è proprio da lì che sono nati i miei testi.

Dalla capacità di ascoltare emozioni che spesso nemmeno riuscivo a spiegare.

Prima ancora di scriverle, le vivevo.

Le sentivo passarmi attraverso.

Come il colore che attraversa una spugna.

Molte delle pagine che leggerai parlano di persone.

Di amicizie.

Di amori.

Di musica.

Di paure.

Di partenze.

Di sogni.

Ma in fondo raccontano tutte la stessa cosa.

Il viaggio di una spugna che ha cercato per tutta la vita di capire quali colori fossero davvero suoi.

Forse per anni ho pensato che quella spugna fosse il problema.

Oggi penso che sia il motivo per cui scrivo.

Il motivo per cui canto.

Il motivo per cui riesco a riconoscere una ferita anche quando viene nascosta dietro un sorriso.

La spugna non ha mai smesso di assorbire.

Ha solo imparato che non tutto ciò che raccoglie deve restare dentro.

E forse questo libro nasce proprio da lì.

Da una spugna che, per la prima volta, ha deciso di strizzarsi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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